[Nonviolenza] La biblioteca di Zorobabele. 19



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LA BIBLIOTECA DI ZOROBABELE
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Segnalazioni librarie e letture nonviolente
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo"
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 19 del 13 marzo 2021
 
In questo numero:
1. Aldo Capitini: La mia opposizione al fascismo
2. Giuseppe Armocida e Bruno Zanobio: Franco Basaglia
3. Alcuni libri su Primo Levi
 
1. TESTI. ALDO CAPITINI: LA MIA OPPOSIZIONE AL FASCISMO
[Nuovamente riproponiamo il seguente articolo di Aldo Capitini originariamente apparso su "Il ponte", anno XVI, n. 1, gennaio 1960, disponibile anche nel sito www.aldocapitini.it e nel sito www.nonviolenti.org
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Tra le opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e' ancora quella a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori, Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale - ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca - bibliografia degli scritti di Capitini); ma notevole ed oggi imprescindibile e' anche la recente antologia degli scritti a cura di Mario Martini, Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004, 2007; delle singole opere capitiniane sono state recentemente ripubblicate: Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989, Edizioni dell'asino, Roma 2009; Elementi di un'esperienza religiosa, Cappelli, Bologna 1990; Colloquio corale, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2005; L'atto di educare, Armando Editore, Roma 2010; cfr. inoltre la raccolta di scritti autobiografici Opposizione e liberazione, Linea d'ombra, Milano 1991, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; La religione dell'educazione, La Meridiana, Molfetta 2008; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991. Presso la redazione di "Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Piu' recente e' la pubblicazione di alcuni carteggi particolarmente rilevanti: Aldo Capitini, Walter Binni, Lettere 1931-1968, Carocci, Roma 2007; Aldo Capitini, Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008; Aldo Capitini, Guido Calogero, Lettere 1936-1968, Carocci, Roma 2009. Tra le opere su Aldo Capitini: a) per la bibliografia: Fondazione Centro studi Aldo Capitini, Bibliografia di scritti su Aldo Capitini, a cura di Laura Zazzerini, Volumnia Editrice, Perugia 2007; Caterina Foppa Pedretti, Bibliografia primaria e secondaria di Aldo Capitini, Vita e Pensiero, Milano 2007; segnaliamo anche che la gia' citata bibliografia essenziale degli scritti di Aldo Capitini pubblicati dal 1926 al 1973, a cura di Aldo Stella, pubblicata in Il messaggio di Aldo Capitini, cit., abbiamo recentemente ripubblicato in "Coi piedi per terra" n. 298 del 20 luglio 2010; b) per la critica e la documentazione: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Mario Martini (a cura di), Aldo Capitini libero religioso rivoluzionario nonviolento. Atti del Convegno, Comune di Perugia - Fondazione Aldo Capitini, Perugia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Gian Biagio Furiozzi (a cura di), Aldo Capitini tra socialismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; Maurizio Cavicchi, Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero, Lacaita, Manduria 2005; Marco Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007; Alarico Mariani Marini, Eligio Resta, Marciare per la pace. Il mondo nonviolento di Aldo Capitini, Plus, Pisa 2007; Maura Caracciolo, Aldo Capitini e Giorgio La Pira. Profeti di pace sul sentiero di Isaia, Milella, Lecce 2008; Mario Martini, Franca Bolotti (a cura di), Capitini incontra i giovani, Morlacchi, Perugia 2009; Giuseppe Moscati (a cura di), Il pensiero e le opere di Aldo Capitini nella coscienza delle giovani generazioni, Levante, Bari 2010; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; e Amoreno Martellini, Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell'Italia del Novecento, Donzelli, Roma 2006; c) per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato ed i volumi bibliografici segnalati sopra]
 
Non e' facile elevarsi su quel patriottismo scolastico che ci coglie proprio nel momento, dai dieci ai quindici anni, in cui cerchiamo un impiego esaltante delle nostre energie, una tensione attiva e appoggiata a miti ed eroi.
Quaranta anni successivi di esperienza in mezzo ad una storia movimentatissima ci hanno ben insegnato due cose: che la devozione alla patria deve essere messa in rapporto e mediata con ideali piu' alti e universali; che la nazione e' una vera societa' solo in quanto risolve i problemi delle moltitudini lavoratrici nei diritti e nei doveri, nel potere, nella cultura, in tutte le liberta' concretamente e responsabilmente utilizzabili.
Quella "patria" che la scuola ci insegno', che era del Foscolo e del Carducci, e diventava del D'Annunzio e del Marinetti, non poteva essere il centro di tutti gli interessi; e percio' potei essere nazionalista tra i dieci e i quindici anni, ma non poi restarlo quando vidi la guerra in rapporto, meno con la nazione, e piu' con l'umanita' sofferente e divisa; quando dalla letteratura vociana e di avaguardia salii (da autodidatta e piu' tardi che i coetanei) alla piu' strenua, vigorosa, e anche filologica classicita', vista nei testi latini, greci e biblici, come valori originali; quando portai la riflessione politica, precoce ma intorbidata dall'attivismo nazionalistico, ad apprezzare i diritti della liberta' e l'apertura al socialismo come cose fondamentali, insopprimibili per qualsiasi motivo.
Umanitario e moralista, tutto preso dalla ricostruzione della mia cultura (eseguita tardi ma con consapevolezza) e anche dal dolore fisico, il dopoguerra 1918-'22 mi trovo' del tutto estraneo al fascismo, anche se avevo coetanei che vi erano attivissimi: non sentii affatto l'impulso ad accompagnarmi con loro. Anzi, mi permettevo nella mia indipendenza, di leggere la "Rivoluzione liberale", di offrire lieto il mio letto ad un assessore socialista cercato dagli squadristi, e la mattina della "Marcia su Roma" sentii bene che non dovevo andarci, perche' era contro la liberta'.
Certo, per chi e' stato, purtroppo (e purtroppo dura ancora), educato a quel tal patriottismo scolastico, per chi non ha potuto nell'adolescenza non assorbire del dannunzianesimo e del marinettismo, qualche volta il fascismo poteva sembrare un qualche cosa di energico, di impegnato a far qualche cosa; e comprendo percio' le esitazioni e le cadute di tanti miei coetanei, che hanno come me press'a poco gli anni del secolo.
Se io fui preservato e salvato per opera di quell'evangelismo umanitario-moralistico e indipendente, per cui non ero diventato ne' cattolico (pur essendo teista) ne' fascista, e preferii rinunciare alla politica attiva, a cui pur da ragazzo tendevo, scegliendo un lavoro di studio, di poesia, di filosofia, di ricerca religiosa; tanti altri, anche per il fatto di essere stati in guerra (io ero stato escluso perche' riformato), lungo il binario del patriottismo, del combattentismo, dello squadrismo, videro nel fascismo la realizzazione di tutto.
Queste mie parole sono percio' un invito a diffidare del patriottismo scolastico, che puo' portare a tanto e a giustificare tanti delitti, e un proposito di lavorare per un'educazione ben diversa. Questa e' dunque la prima esperienza che ho vissuto in pieno: ho potuto contrastare al fascismo fin dal principio perche' mi ero venuto liberando (se non perfettamente) dal patriottismo scolastico; esso fu uno degli elementi principalmente responsabili dell'adesione di tanti al fascismo.
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Ed ora vengo alla seconda esperienza fondamentale. Si capisce che mentre il fascismo si svolgeva, quasi insensibile com'ero alla soddisfazione "patriottica", mi trovavo contrario alla politica estera ed interna. Per l'estero io ero press'a poco un federalista, e mi pareva che un'unione dell'Italia, Francia, Germania (circa centocinquanta milioni di persone) avrebbe costituito una forza viva e civile, anche se l'Inghilterra fosse voluta rimanere per suo conto; ma ci voleva uno spirito comune, che, invece, il nazionalismo fece rovinare. Ebbi sempre un certo rispetto per la Societa' delle Nazioni; e mi pareva che l'Italia avesse avuto molto col Trattato di Versailles, malgrado le strida dei nazionalisti. Approvavo il lavoro di Amendola e degli altri per un patto con gli Jugoslavi, che ci avrebbe risparmiato tante tragedie e tante vergogne.
Per la politica interna la Milizia in mano a Mussolini, il delitto Matteotti, la dittatura e il fastidio, a me lettore e raccoglitore di vari giornali, che dava la lettura di giornali eguali, l'avversione che sentivo per il saccheggio e la distruzione e l'abolizione di tutto cio' che era stata la vita politica di una volta, le Camere del lavoro, le varie sedi dei partiti, le logge massoniche; mi tenevano staccato dal fascismo.
Sapevo degli arresti, delle persecuzioni. Dov'era piu' quel bel fermento di idee, quella vivacita' di spirito di riforme che avevo vissuto dal '18 al '24? Quanti libri liberi, riviste ("Conscientia" per esempio, che conservavo come preziosa), erano finiti! L'Italia che avrebbe dovuto riformarsi in tutto, era ora affidata ad un governo reazionario e militarista! E io ricordavo il mio entusiasmo per le amministrazioni socialiste: come seguivo quella di Milano, quella di Perugia, mia citta'!
Non ero iscritto a nessun partito, non partecipavo nemmeno, preso da altro, alla dialettica politica, ma le amministrazioni socialiste mi parevano una cosa preziosa, con quegli uomini presi da un ideale, umili di condizione, e "diversi", la' impegnati ad amministrare per tutti.
Sicche' ero contrario al regime, e la seconda esperienza fondamentale lo confermo': fu la Conciliazione del febbraio del '29.
Non ero piu' cattolico dall'eta' di tredici anni, ma ero tornato ad un sentimento religioso sul finire della guerra, e lo studio successivo, anche filosofico e storico sulle origini del cristianesimo, di la' dalle leggende e dai dogmi mi aveva concretato un teismo di tipo morale.
Guardando il fascismo, vedevo che lo avevano sostenuto in modo decisivo due forze: la monarchia che aveva portato con se' (piu' o meno) l'esercito e la burocrazia; l'alta cultura (quella parte vittima del patriottismo scolastico) che aveva portato con se' molto della scuola. C'era una terza forza: la Chiesa di Roma. Se essa avesse voluto, avrebbe fatto cadere, dispiegando una ferma non collaborazione, il fascismo in una settimana. Invece aveva dato aiuti continui. Si venne alla Conciliazione tra il governo fascista e il Vaticano.
La religione tradizionale istituzionale cattolica, che aveva educato gli italiani per secoli, non li aveva affatto preparati a capire, dal '19 al '24, quanto male fosse nel fascismo; ed ora si alleava in un modo profondo, visibile, perfino con frasi grottesche, con prestazione di favori disgustose, con reciproci omaggi di potenti, che deridevano alla " scuola liberale " e ai "conati socialisti", come cose oramai vinte! Se c'e' una cosa che noi dobbiamo al periodo fascista, e' di aver chiarito per sempre che la religione e' una cosa diversa dall'istituzione romana.
Perche' noi abbiamo avuto da fanciulli un certo imbevimento di idee e di riti cattolici, che sono rimasti la', nel fondo nostro; ed anche se si e' studiato, e si sanno bene le ragioni storiche, filosofiche, sociali, anche religiose, per cui non si puo' essere cattolici, tuttavia ascoltando suonare le campane, vedendo l'edificio chiesa, incontrando il sacerdote, uno potrebbe sempre sentire un certo fascino.
Ebbene, se si pensa che quelle campane, quell'edificio, quell'uomo possono significare una cerimonia, un'espressione di adesione al fascismo, basta questo per insegnare che bisogna controllare le proprie emozioni, non farsi prendere da quei fatti che sono "esteriori" rispetto alla doverosita' e purezza della coscienza.
La Chiesa romana credette di ottenere cose positive nel sostenere il fascismo, realmente le ottenne. Ma per me quello fu un insegnamento intimo che vale piu' di ogni altra cosa. Non aver visto il male che c'era nel fascismo, non aver capito a quale tragedia conduceva l'Italia e l'Europa, aver ottenuto da un potere brigantesco sorto uccidendo la liberta', la giustizia, il controllo civico, la correttezza internazionale; non sono errori che ad individui si possono perdonare, come si deve perdonare tutto, ma sono segni precisi di inadeguatezza di un'istituzione, ancora una volta alleata di tiranni.
Fu li', su questa esperienza che l'opposizione al fascismo si fece piu' profonda, e divenne in me religiosa; sia nel senso che cercai piu' radicale forza per l'opposizione negli spiriti religiosi-puri, in Cristo, Buddha, S. Francesco, Gandhi, di la' dall'istituzionalismo tradizionale che tradiva quell'autenticita'; sia nel senso che mi apparve chiarissimo che la liberazione vera dal fascismo stesse in una riforma religiosa, riprendendo e portando al culmine i tentativi che erano stati spenti dall'autoritarismo ecclesiastico congiunto con l'indifferenza generale italiana per tali cose.
Vidi chiaro che tutto era collegato nel negativo, e tutto poteva essere collegato nel positivo. Mi approfondii nella nonviolenza. Imparai il valore della noncollaborazione (anzi lo acquistai pagandolo, perche' rifiutai l'iscrizione al partito, e persi il posto che avevo); feci il sogno che gli italiani si liberassero dal fascismo noncollaborando, senza odio e strage dei fascisti, secondo il metodo di Gandhi, rivoluzione di sacrificio che li avrebbe purificati di tante scorie, e li avrebbe rinnovati, resi degni d'essere, cosi' si', tra i primi popoli nel nuovo orizzonte del secolo ventesimo.
Divenni vegetariano, perche' vedevo che Mussolini portava gli italiani alla guerra, e pensai che se si imparava a non uccidere nemmeno gli animali, si sarebbe sentita maggiore avversione nell'uccidere gli uomini.
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Nel lavoro di suscitamento e collegamento antifascista, svolto da me dal 1932 al 1942, sta la terza esperienza fondamentale: il ritrovamento del popolo e la saldatura con lui per la lotta contro il fascismo. Figlio di persone del popolo, vissuto in poverta' e in disagi, con parenti tutti operai o contadini, i miei studi (vincendo un posto gratuito universitario nella Scuola normale superiore di Pisa) ed anche i primi amici non mi avevano veramente messo a contatto con la classe lavoratrice nella sua qualita' sociale e politica.
Anche se da ragazzo ascoltavo con commozione le musiche di campagna che il primo maggio sonavano di lontano l'Inno dei lavoratori, di la' dal velo della pioggia primaverile, non conoscevo bene il socialismo. Avevo visto dal mio libraio le edizione delle opere di Marx e di Engels annerite dagli incendi devastatori dei fascisti milanesi alla redazione dell'"Avanti!", ma, preso da altro lavoro, non le avevo studiate.
Accertai veramente la profondita' e l'ampiezza del mondo socialista nel periodo fascista, quando le possibilita' di trovare documentazioni e libri (lo sappiano i giovani di ora, che se vogliono possono andare da un libraio e acquistare cio' che cercano) erano di tanto diminuite, ma c'era, insieme, il modo di ritrovare i vecchi socialisti e comunisti, che erano rimasti saldi nella loro fede, veramente "fede" "sostanza di cose sperate ed argomento delle non parventi", malgrado le botte, gli sfregi, la poverta', le prigioni, le derisioni degli ideali e dei loro rappresentanti uccisi ("con Matteotti faremo i salsicciotti") e sebbene vedessero che le persone "dotte" erano per Mussolini e il regime.
Ritrovare queste persone, unirsi con loro di la' dalle differenze su un punto o l'altro dell'ideologia, festeggiare insieme il primo maggio magari in una soffitta o in un magazzino di legname, andare insieme in campagna una domenica (che per il popolo e' sempre qualche cosa di bello), e talvolta anche in prigione: nella lotta contro il fascismo si formo' questa unione, che non fu soltanto di persone e di aiuto reciproco, ma fu studio, approfondimento, constatazione degli interessi comuni dei lavoratori e degli intellettuali contro i padroni del denaro e del potere: si apriva cosi l'orizzonte del mondo, l'incontro di Occidente e Oriente in nome di una civilta' nuova, non piu' individualistica ne' totalitaria.
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Questo io debbo al fascismo, ma in quanto ebbi, direi la Grazia, o interni scrupoli o ideali che mi portarono all'opposizione. Opponendomi al fascismo, non per cose di superficie o di persone o di barzellette, ma pensando seriamente nelle sue ragioni, nella sua sostanza, nel suo esperimento e impegno, non solo me ne purificavo completamente per cio' che potesse essercene in me, ma accertavo le direzioni di un lavoro positivo e di una persuasione interiore che dovevo continuare a svolgere anche dopo.
Il fascismo aveva unito in un insieme tutto cio' contro cui dovevo lottare per profonda convinzione, e non per caso, per un un male che mi avesse fatto, per un'avversione o invidia verso persone, o perche' avessi trovato in casa o presso maestri autorevoli un impulso antifascista. Nulla di questo ebbi, ed anche percio' ad un'attiva opposizione con propaganda non passai che lentamente e dopo circa un decennio.
Posso assicurare i giovani di oggi che il mio rifiuto fu dopo aver sentito le premesse del fascismo proprio nell'animo adolescente, e dopo averle consumate; sicche' i fascisti mi apparvero dei ritardatari. Ero arrivato al punto in cui non potevo accettare:
1, il nazionalismo che esasperava un riferimento nazionale e guerriero a tutti i valori, proprio quando ero convinto che la guerra avrebbe indebolito l'Europa, e che la nazione dovesse trovare precisi nessi con le altre;
2, l'imperialismo colonialistico, che, oltre a portare l'Italia fuori dalla sua influenza in Europa, nei Balcani e a freno della Germania, era un metodo arretrato, per la fine del colonialismo nel mondo;
3, il centralismo assolutistico e burocratico con quel far discendere tutto dall'alto (per giunta corrotto), mentre io ero decentralista, regionalista, per l'educazione democratica di tutti all'amministrazione e al controllo;
4, il totalitarismo, con la soppressione di ogni apporto di idee e di correnti diverse, si' che quando parlavo ai giovanissimi della vecchia possibilita' di scegliersi a vent'anni un partito, che aveva sue sedi e sua stampa, sembrava che parlassi di un sogno, di un regno felice sconosciuto;
5, il prepotere poliziesco, per cui uno doveva sempre temere parlando ad alta voce, conversando con ignoti, scrivendo una lettera, facendo un telefonata;
6, quel gusto dannunziano e quell'esaltazione della violenza, del manganello come argomento, dello spaccare le teste, del pugnale, delle bombe a mano, e, infine, l'orribile persecuzione contro gli ebrei;
7, quel finto rivoluzionarismo attivista e irrazionale sopra un sostanziale conservatorismo, difesa dei proprietari, di cio' che era vecchio e perfino anteriore alla rivoluzione francese;
8, quell'alleanza con il conservatorismo della chiesa, della parrocchia, delle gerarchie ecclesiastiche, prendendo della religione i riti e il lato reazionario, affratellandosi con i gesuiti, perseguitando gli ex-sacerdoti;
9, quel corporativismo con una insostenibile parita' tra capitale e lavoro che si risolveva in una prigione per moltitudini lavoratrici alla merce' dei padroni in gambali ed orbace;
10, quel rilievo forzato e malsano di un solo tipo di cultura e di educazione, quella fascista, e il traviamento degli adolescenti, mentre ero convinto che della libera produzione e circolazione delle varie forme di cultura una societa' nazionale ha bisogno come del pane;
11, quell'ostentazione di Littoria e altre poche cose fatte, dilapidando immensi capitali, invece di affrontare il rinnovamento del Mezzogiorno e delle Isole;
12, l'onnipotenza di un uomo, di cui era facile vedere quotidianamente la grossolanita', la mutevolezza, l'egotismo, l'iniziativa brigantesca, la leggerezza nell'affrontare cose serie, gli errori e la irragionevolezza impersuadibile, mentre ero convinto che il governo di un paese deve il piu' possibile lasciare operare le altre forze e trarne consigli e collaborazione, ed essere anonimo, grigio anche, perche' lo splendore stia nei valori puri della liberta', della giustizia, dell'onesta', della produzione culturale e religiosa, non nelle persone, che in uniforme o no, nel governo o a capo dello Stato, sono semplicemente al servizio di quei valori.
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Percio' il fascismo, nel problema dell'Italia di educarsi a popolo onesto, libero, competente, corretto, collaborante, mi parve un potenziamento del peggio e del fondo della nostra storia infelice, una malattia latente nell'organismo e venuta fuori, l'ostacolo che doveva, per il bene comune, essere rimosso, non in un modo semplicemente materiale, ma prendendo precisa e attiva coscienza delle ragioni per cui era sbagliato, e trasformando in questo lavoro se' e persuadendo gli altri italiani.
 
2. MAESTRI. GIUSEPPE ARMOCIDA E BRUNO ZANOBIO: FRANCO BASAGLIA
[Dal Dizionario biografico degli italiani (1988), nel sito www.treccani.it]
 
Franco Basaglia nacque a Venezia l'11 marzo 1924 da Enrico e da Cecilia Faccin. Si iscrisse alla facolta' di medicina e chirurgia di Padova e gia' da studente oriento' i suoi interessi verso la psichiatria, iniziando a frequentare la clinica neuropsichiatrica di quell'universita', allora diretta da G. Belloni. Indirizzatosi subito verso la carriera universitaria, in quella stessa clinica, dopo aver conseguito la laurea e la specializzazione in malattie nervose e mentali, divenne assistente, titolo che avrebbe mantenuto fino al 1959; nel 1953 aveva sposato Franca Ongaro. Le sue prime esperienze di lavoro e di studio si avviarono in un ambiente improntato all'indirizzo neuropsichiatrico organicistico, allora prevalente nella cultura psichiatrica italiana sia nell'ambito accademico sia in quello ospedaliero.
A Padova, come del resto nella grandissima maggioranza delle universita' e degli ospedali psichiatrici italiani, la cultura psichiatrica dominante nel secondo dopoguerra era quella proposta da personale formatosi intorno agli anni Venti. Sufficientemente refrattaria a quanto in Europa, e non solo in Europa, si stava cercando di studiare sugli aspetti psicologici, psicodinamici e antropo-fenomenici della vita dell'uomo, la cultura psichiatrica italiana, sia accademica sia manicomiale, appariva attestata su posizioni pressoche' esclusivamente organicistiche, impegnata in ricerche di tipo anatomo-patologico, classificatoria secondo i codici kraepeliani e postkraepeliani. Il trattamento asilare, con finalità custodialistiche più che terapeutiche, non aveva valide alternative. La cura, d'altronde, in quegli anni andava sperimentando le prime applicazioni dei primi neurolettici e antidepressivi, ma restava ancora in massima parte legata alle terapie di shock (con insulina ed elettricita').
Dopo un primo, breve periodo di adattamento al modello di ricerca scientifica prevalente, il B. inizio' a distaccarsi dalle posizioni della clinica padovana e fu tra i primi in Italia ad interessarsi al pensiero fenomenologico-esistenziale che trovava in E. Minkowski, L. Binswanger, E. Straus, J. P. Sartre, ecc. la proposta di un'interpretazione e applicazione pratico-teorica al campo psichiatrico. Questo pensiero filosofico offriva al B. la possibilita' di rispondere all'esigenza di avvicinare il malato mentale senza i diaframmi impliciti nella rigida definizione sintomatologica delle sindromi, attraverso la comprensione delle sue diverse modalita' di esistenza. I presupposti teorici della fenomenologia fornivano così gli strumenti per avviare una contestazione della psichiatria come disciplina medico-scientifica e per avvicinarla ai temi di una cultura antropologica. Il B. inizio' dunque a sottrarsi ai vincoli di una visione oggettuale quale era quella imposta dal metodo scientifico di una medicina positivista e si avvicino' alla lettura della modalita' di esistenza del malato fuori della nosografia sintomatologica tradizionale.
Il primo gruppo delle sue pubblicazioni lo mostra aderente ai temi e ai metodi di ricerca scientifica che improntavano la clinica universitaria. L'interesse, tra il 1951 e il 1953, sembra polarizzato su argomenti di psicodiagnostica. Il B. si occupo' dell'applicazione clinica di alcuni test mentali, di efficienza intellettiva e di proiezione; studio' i test di associazione verbale e il test del disegno, dedicando successivamente una serie di lavori al test di Rorschach. Dedico' inoltre alcuni lavori ai temi allora dibattuti di diagnostica e clinica psichiatrica, in ordine al problema nosografico degli stati ossessivi e degli stati depressivi, nonche' a temi di terapia sull'azione di alcuni psicofarmaci.
Il suo avvicinamento al pensiero fenomenologico e' testimoniato da una serie di pubblicazioni di psicopatologia e di clinica. I lavori principali di questo periodo furono quelli pubblicati nel 1956: Il corpo nell'ipocondria e nella depersonalizzazione. La struttura psicopatologica dell'ipocondria (in Rivista sperimentale di freniatria LXXX, ora in Scritti, I, pp. 137-164) e Il corpo nell'ipocondria e nella depersonalizzazione. La coscienza del corpo e il sentimento di esistenza corporea nella depersonalizzazione somato-psichica (ibid., ora in Scritti, I, pp. 165-206).
Conseguita nel 1957 la libera docenza nella disciplina, nel 1959 si trasferi' alla direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Questa destinazione, rispetto alla prospettiva di una carriera universitaria, poteva assumere il sapore di un abbandono, condizionato dai limiti che aveva incontrato. Segno' invece una tappa importantissima nell'itinerario di evoluzione del suo pensiero. Il B., divenuto direttore del nosocomio senza aver precedentemente maturato un'esperienza diretta di lavoro negli ospedali psichiatrici, non tardo' ad esprimere la sua reazione di rifiuto di quella realta'. Identifico' certi ordinamenti, regole e consuetudini manicomiali come strumenti della violenza istituzionale, coercitiva e autoritaria, nella quale riconosceva un meccanismo segregante e un significato classista. Individuò in quel sistema e nei suoi metodi di cura la causa prima dell'istituzionalizzazione del malato e l'ostacolo ad un intervento che fosse invece adeguato ai bisogni che la malattia mentale esprime.
L'ospedale psichiatrico di Gorizia era un'istituzione in cui sopravvivevano meccanismi di contenzione e abitudini desolanti che evidenziavano le contraddizioni di certa psichiatria asilare. L'ospedale, dopo le vicende della guerra, si era trovato collocato sul confine con la Iugoslavia ed era una delle strutture sulle quali si concentravano i disagi di quel territorio, anche in ordine a conflitti e problemi socio-ambientali. La provincia di Gorizia contava circa centotrentamila abitanti e l'ospedale aveva una popolazione di circa cinquecentocinquanta ricoverati, con un tasso di ospedalizzaziope molto alto. Dei ricoverati, circa centocinquanta erano di nazionalita' iugoslava e restavano in Italia in applicazione del trattato di pace quale spesa di riparazione bellica a carico del ministero degli Esteri. Erano quindi persone inamovibili. Dei quattrocento che restavano, trecento erano malati cronici lungodegenti.
A Gorizia il B. accese la lotta contro il ricovero asilare lavorando contro l'istituzionalizzazione dell'intero ospedale, dei medici, degli infermieri e dei malati. La sua opera impose alcune misure: l'eliminazione dei mezzi di contenzione meccanica, la ripresa dei contatti con l'esterno, l'abbattimento delle barriere fisiche, recuperando l'antico concetto dell'open door. Introdusse un piu' largo uso degli psicofarmaci e curo' la riqualificazione teorica e umana del personale. Questi interventi furono certamente anticipatori rispetto al generale panorama della psichiatria italiana e portarono alla costituzione di una prima comunita' terapeutica sulla quale si concentrarono in quel periodo le energie del Basaglia.
Le nuove esperienze di Gorizia accesero presto discussioni in ambito psichiatrico, fecero conoscere la figura del B. e richiamarono l'attenzione dell'opinione pubblica anche al di fuori dei ristretti circoli specialistici. Il B. raccolse intorno a se' un gruppo di psichiatri in sintonia con le sue posizioni, tra i quali A. Pirella, G. Jervis, A. Slavich, D. Casagrande, che furono suoi validi collaboratori. Fu di grande importanza anche l'aiuto della moglie, Franca Ongaro, che ebbe una parte di rilievo nello sviluppo delle sue attivita' e del suo pensiero. Gli anni di Gorizia furono un periodo di oneroso impegno non solo sul fronte interno, ma anche sul piano della diffusione e della divulgazione delle idee negli ambiti piu' vasti. A fronte di netti contrasti con gran parte della psichiatria ufficiale, il gruppo di Gorizia seppe acquisire infatti ampi consensi, dentro e fuori l'ambito specialistico, e seppe porsi come punto di riferimento per la psichiatria d'opposizione che acquistava spazio sia negli ospedali sia nelle universita'.
Fu dunque nell'esperienza di Gorizia che prese corpo la dimensione piu' originale del pensiero del Basaglia. Non gli sfuggirono certamente idee e fermenti innovatori che investivano la psichiatria europea proprio in quegli anni e che davano vita anche ai primi movimenti di opposizione interna alla psichiatria. Egli conobbe le posizioni di R. Laing, di D. Cooper, di T. Szasz, tuttavia rispetto al movimento di antipsichiatria anglosassone, egli si pose fino dall'inizio con una sua originale collocazione.
Nell'impatto con i meccanismi di un sistema e di una struttura ospedaliera coercitiva e autoritaria, egli trovo' gli stimoli della sostanziale evoluzione del suo pensiero e divenne protagonista del primo e piu' importante tentativo di depsichiatrizzazione e deistituzionalizzazione del malato mentale in Italia. Con il lavoro a Gorizia e a Trieste poi, e con l'incessante attivita' di sostegno anche politico di queste idee, egli diede energico impulso ai movimenti di opposizione psichiatrica. Nel suo ospedale rovescio' il ritmo istituzionale e aggredi' le premesse di una realta' che, a suo parere, identificava il concetto di malattia con quello di esclusione e di emarginazione. Prese posizione contro l'impostazione di una psichiatria attenta esclusivamente al modello medico-scientifico e avvio' la battaglia per la distruzione del sistema manicomiale; attacco' gli strumenti di segregazione e di coercizione responsabili, negli ospedali, dei piu' importanti danni ai pazienti; affronto' la questione dell'isolamento e della reclusione che aggravavano gli aspetti della malattia e ostacolavano la riabilitazione. Il primo lavoro in questo senso fu la comunicazione La distruzione dell'ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione. Mortificazione e liberta' dello "spazio chiuso". Considerazioni sul sistema "open door", che presento' al I congresso internazionale di psichiatria sociale, Londra 1964 (ora in Scritti, I, pp. 249-258), nella quale raccoglieva le riflessioni di tre anni di lavoro. Anche la relazione La "comunita' terapeutica" come base di un servizio psichiatrico. Realta' e prospettive, che presento' al convegno "Realizzazioni e prospettive in tema di organizzazione unitaria dei servizi psichiatrici", Varese 1965 (ora in Scritti, I, pp. 259-282), spiegava le basi teoriche del suo operare e dava un preciso ragguaglio sui primi interventi a Gorizia. Vi sono gia' definiti i contorni principali del suo pensiero sul problema dell'istituzionalizzazione e viene accolta la tesi dei molti autori attenti ai fattori ambientali nella genesi della malattia mentale che consideravano i danni da istituzionalizzazione quasi come una unita' sindromica.
Nella seconda meta' degli anni Sessanta la posizione del B. si era consolidata e la sua esperienza accendeva nuove forze e suscitava nuovi interessi. I suoi allievi cominciavano a raggiungere nuove sedi e le sue idee si diffondevano trovando sostenitori e ospitalita' in molti ambienti. Del resto, il momento socio-politico nazionale offriva spazi adatti per discutere in termini nuovi i temi dell'esclusione e dell'emarginazione del malato di mente e per proporre riflessioni sul dovere dello Stato sociale verso questi problemi.
Nel 1968, nel momento di piu' forte impegno, il B. lascio' Gorizia; sostenne che "bisognava allora incominciare ad uscire dall'istituzione, in un'azione pratica la cui attuazione a Gorizia, nel clima di difficolta' e di ristrettezza economica e psicologica in cui si era costretti a muoversi, avrebbe richiesto anni di attesa" (Introduzione generale ed esposizione riassuntiva dei vari gruppi di lavoro, in Scritti, I, p. XXV). Per qualche tempo si dedico' ad approfondire i temi del suo lavoro attraverso diverse pubblicazioni e compiendo viaggi di studio che lo portarono a prendere visione diretta di altre esperienze e di altri contesti. Fu dapprima negli USA come visiting professor di un Community Mental Health Center di New York, quindi a Parma dove diresse per un breve periodo l'ospedale psichiatrico. Nel 1971 assunse la direzione dell'ospedale psichiatrico di Trieste, dove riprese e riorganizzo' i temi della sua lotta antistituzionale. Il periodo triestino fu segnato dal lavoro per portare la psichiatria fuori dall'istituto, per rompere la barriera tra l'interno e l'esterno dell'ospedale; avvio' il graduale smantellamento dell'istituto e organizzo' il servizio esterno basandolo sul coinvolgimento dell'ambiente sociale e del contesto politico. Nel 1973 il B. fondo', insieme con un piccolo gruppo di operatori psichiatrici, il movimento di Psichiatria democratica che l'anno successivo tenne a Gorizia il suo primo convegno.
A Psichiatria democratica, nata come risposta organizzativa alle esperienze pratiche, alle riflessioni teoriche e alle occasioni politiche che nel decennio precedente si erano via via costituite in Italia come alternativa alla psichiatria ufficiale, aderirono molti operatori (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali), ma anche familiari di malati e rappresentanti della cultura, della politica e delle organizzazioni sindacali.
A partire dalla meta' degli anni Sessanta, la produzione scientifica del B. fu rivolta quasi esclusivamente verso temi di psichiatria istituzionale e testimonio' degli sforzi e delle energie profusi dalla psichiatria d'opposizione in Italia a partire dall'esperienza di Gorizia fino alla riforma del 1978. Vi si ritrovano i connotati del movimento culturale che, rispetto alle analoghe correnti europee e americane, presentava una duplice caratteristica: agiva in un paese segnato da un certo ritardo nello sviluppo sociale e appariva chiaramente politicizzato. Il B. e il gruppo dei suoi piu' stretti collaboratori produssero, in pochi anni, un rilevante numero di articoli e di volumi destinati a imporsi all'attenzione di vasti strati dell'opinione pubblica.
Nel 1967 fu pubblicato Che cos'e' la psichiatria?, a cura dell'amministrazione provinciale di Parma (seconda ediz., Torino 1973), raccolta di documenti e contributi di vari autori, articolata intorno al dibattito che avvenne nell'incontro tra il personale dell'ospedale di Gorizia e quello dell'ospedale di Colorno (Parma) nel 1966. Il volume confermo' le posizioni del B. contro certe pretese della psichiatria scientifica e contro l'impostazione tradizionale dell'assistenza asilare per affermare l'inutilita' degli interventi tecnici che non fossero accompagnati da rinnovamenti strutturali. Discusse a fondo il ruolo del lavoro psichiatrico nelle diverse figure del medico, dell'infermiere e del malato, propugnando il superamento dell'ideologia custodialistica. In L'istituzione negata (Torino 1968) il B. riprese i temi del rifiuto di fronte alle ambiguita' della scienza e della funzione politica della psichiatria; sosteneva la necessita' di portare la battaglia antistituzionale fuori della sfera psichiatrica, oltre le pretese di neutralita' della scienza, per ampliare la critica alle altre strutture sociali. I due volumi ebbero larga diffusione e fecero conoscere piu' ampiamente le linee sostanziali del suo pensiero.
Nel 1968 curo' l'edizione italiana del libro di E. Goffman Asylums (Torino), uno dei testi piu' innovatori nella critica alle istituzioni discriminanti; ne scrisse l'introduzione, insieme con F. Ongaro, traduttrice dell'opera. Il lavoro del Goffman gli permise di riprendere il tema delle sfaccettature degli aspetti sociali della malattia e quello dell'ideologia scientifica come alibi e maschera della violenza operata nelle istituzioni per "persone socialmente indesiderate". Nella lettura del Goffman appariva chiaro come l'immagine del malato in manicomio non fosse il risultato della malattia, ma mostrasse le stesse caratteristiche e gli stessi aspetti dei reclusi in altre istituzioni, anche non psichiatriche (carceri, case di riposo, ecc.). L'anno seguente, sempre in collaborazione con la Ongaro, pubblico' l'introduzione a Morire di classe, libro fotografico di C. Cerati e G. Berengo Gardin (Torino 1969), sulle condizioni asilari. In questo breve lavoro torno' a mettere in evidenza come fosse sterile rendere piu' confortevoli le condizioni in ospedale e confinare il lavoro di riabilitazione dentro l'ospedale; il lavoro indispensabile doveva essere quello di un idoneo collegamento con l'esterno e il rifiuto degli istituti che, anche se apparentemente non violenti, lasciavano intatto il problema. In questo senso si esprimeva anche la relazione La comunita' terapetica e le istituzioni psichiatriche, al convegno su "La societa' e le malattie mentali", Roma 1968 (ora in Scritti, II, pp. 3-13), nella quale mise in guardia contro il rischio che la stessa comunita' terapeutica, nata come esigenza di rinnovamento e di rottura, si traducesse in una nuova ideologia. Nel 1969 apparve anche la Lettera da New York. Il malato artificiale (Torino 1969), nella quale esaminava gli effetti di una riforma innovativa in campo psichiatrico in un paese ad alto sviluppo tecnologico e socioeconomico. Questa analisi lo portava a formulare la critica che avrebbe successivamente sviluppato: interventi ricchi ed efficienti in apparenza, sostenuti da sviluppo tecnico e investimenti di energie, non cambiano la realta' di segregazione della devianza; le "istituzioni piu' tolleranti", sotto l'apparenza di rapporti democratici, mantengono il ruolo originario di controllo sociale. In modo piu' ampio il B. riprese questi argomenti nella prefazione al volume di Maxwell Jones Ideologia e pratica della psichiatria sociale (Milano 1970, ora in Scritti, II, pp. 105-125). Pensava che il lavoro del Jones offrisse l'occasione per allargare l'analisi al di la' dei significati realizzativi della comunità terapeutica, per ritornare sul tema della malattia mentale vista in una prospettiva che si ampliasse oltre la definizione medica e ne comprendesse la componente sociale. Ricordava che, se l'ambiente sociale e' da ritenere corresponsabile dell'insorgere della malattia, allora deve essere chiamato ad influire positivamente sui processi di cambiamento. Inoltre Jones riproponeva una tesi accolta dal B., cioe' che a livelli di sviluppo sociale ed economico diversi si trovano modelli ed espressioni istituzionali differenti, ma sempre finalizzati a mantenere il controllo delle regole sociali a sostegno delle strutture economiche e politiche.
Nel 1968 aveva curato la Relazione alla Commissione di studio per l'aggiornamento delle vigenti norme sulle costruzioni ospedaliere, per il ministero della Sanita' (ora in Scritti, II, pp. 14-32). Il problema dei rapporti tra l'esclusione psichiatrica e quella carceraria e' analizzato in alcuni articoli, tra i quali Psichiatria e giustizia, relazione al I convegno nazionale di Psichiatria democratica (Gorizia 1974), che apparve in La pratica della follia (ora in Scritti, II, pp. 222-236). Interessante e' il lavoro Crimini di pace, scritto in collaborazione con la Ongaro, saggio introduttivo al volume Crimini di pace. Ricerche sull'intellettuale e il tecnico come addetti all'oppressione, Torino 1975 (ora in Scritti, II, pp. 237-338), che offre tra l'altro un confronto con le posizioni di R. Laing e J. P. Sartre.
Nel 1971 pubblico' il volume La maggioranza deviante (Torino 1971) in collaborazione con la Ongaro (ora in Scritti, II, pp. 155-184). Scrisse ancora alcune prefazioni: al volume di M. L. Marsigli, La marchesa e i demoni. Diario di un manicomio, Milano 1973, e al volume di R. Castel, Lo psicanalismo, Torino 1975, che riteneva il lavoro piu' serio di critica alla psicanalisi e al suo significato in rapporto alla struttura sociale. La sua posizione critica nei confronti dell'insegnamento psichiatrico quale veniva fornito dalle universita' si trova in Ideologia e pratica in tema di salute mentale, Roma 1975 (ora in Scritti, II, pp. 354-361); sosteneva che una buona formazione non potesse prescindere dal lavoro in manicomio.
Incaricato dell'insegnamento di igiene mentale nell'universita' di Parma, nel 1976 vinse il concorso per professore universitario nel gruppo delle discipline psichiatriche e fu nominato professore di neuropsichiatria geriatrica nell'universita' di Pavia. Egli peraltro non occupo' quel posto e resto' all'ospedale di Trieste.
Nel 1978 si giunse in Italia alla riforma della legislazione psichiatrica, in un clima sociale e politico animato da particolari fermenti che sostenevano esigenze di rinnovamento in diversi settori della vita sociale. Il movimento antipsichiatrico ebbe gran parte nel processo che indusse il Parlamento ad approvare la legge 13 maggio 1978, n. 180, "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori". Nella identificazione popolare la legge 180 venne spesso definita "legge Basaglia"; del resto egli, nonostante le riserve, non rifiuto' questa paternita'.
Questa legge fu elaborata da una commissione parlamentare, dopo aver ascoltato qualificati rappresentanti della disciplina, compreso il Basaglia. Si puo' dire che la formulazione definitiva della legge raccolse elementi importanti del pensiero del B., ma non ne fu espressione completa: disponeva la chiusura degli ospedali psichiatrici insieme col divieto di aprirne di nuovi; spostava il cardine dell'intervento psichiatrico dagli ospedali al territorio con la creazione di una rete di centri ambulatoriali e di strutture intermedie; istituiva dei piccoli servizi psichiatrici di diagnosi e cura all'interno degli ospedali generali. Il B. si riconosceva negli articoli che decretavano la chiusura degli ospedali psichiatrici, ma metteva in guardia dalle contraddizioni del provvedimento.
Nella Conversazione a proposito della legge 180, pubblicata in Dove va la psichiatria, Milano 1980 (ora in Scritti, II, pp. 473-485), egli paventava il rischio che la legge, collocando la psichiatria all'interno della sanita', riproponesse quelle che egli definiva le "mistificazioni" della disciplina, riconducendo la sofferenza psichica a una connotazione di malattia nell'ambito positivistico della medicina. Temeva che questo vanificasse tutto il lavoro compiuto per focalizzare sui meccanismi sociogenetici la prassi della psichiatria e distogliesse l'attenzione dalla dimensione sociale del problema, a suo parere il processo di medicalizzazione poteva spegnere i fermenti critici, con l'inserimento del sociale nell'ambito sclerotizzato di una medicina tradizionale. Vedeva il rischio di mantenere i meccanismi di emarginazione, camuffati sotto l'alibi della malattia e della cura, anche senza lo schermo del concetto giuridico di pericolosita' e di custodia che improntava la normativa precedente.
Nel 1978 si stava chiudendo anche l'esperienza di Trieste. L'anno seguente, il 1979, il B. si trasferi' a Roma, dove assunse l'incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio. Aveva ormai raggiunto una vastissima notorieta' sia in Italia sia all'estero.
Intorno all'opera del B. nacquero polemiche che egli non rifiuto' mai di affrontare, usandole sempre come veicolo di diffusione di una problematica che voleva portare alla conoscenza di strati sempre piu' vasti dell'opinione pubblica. Si tratto' di polemiche politiche, per le implicazioni socioeconomiche del suo pensiero e per le connessioni che la sua posizione mostrava con l'ideologia studentesca di quegli anni e con il dibattito sulla non neutralita' della scienza. Si tratto' di polemiche vivaci anche su un piano scientifico nel confronto con la psichiatria accademica e tradizionale; gli venne rimproverata una sorta di avventurismo per le radicali azioni contro la struttura ospedaliera, gli si rimprovero' di trascurare gli aspetti biologici della malattia e di perseguire la politicizzazione della pratica psichiatrica.
Il B. fu certamente il principale punto di riferimento della psichiatria di opposizione in Italia, ma il suo pensiero si diffuse trovando collegamenti e sostegno anche all'estero. Alla sua figura si collego' la corrente di antipsichiatria italiana che, nel quadro delle teorie psichiatriche contemporanee, assunse una propria precisa dimensione, distinta da quella anglosassone. Il movimento italiano si trovo' piu' vicino alle teorie sociogenetiche, nel rifiuto della specificita' patologica della psichiatria e nella maggiore attenzione all'azione sul sociale. Il B. fu sempre il punto di riferimento della parte della psichiatria italiana che si riconosceva nei movimenti di opposizione, anche se le vicende successive alla legge di riforma e la nuova organizzazione mettevano in evidenza posizioni piu' articolate e segnali di dissenso. Egli emergeva come figura assai complessa e si collocava al centro del dibattito acceso tra diverse correnti della psichiatria, tra orientamenti e idee spesso tra loro inconciliabili. La sua posizione, in questo confronto, prendeva maggiore rilievo soprattutto dopo la legge di riforma che aveva contenuti innovatori cosi' profondi e connotati cosi' originali da richiamare sull'esperienza italiana appena avviata l'interesse e l'osservazione, si puo' dire, della psichiatria mondiale.
Negli ultimi anni collaboro' a un progetto di prevenzione delle malattie mentali del Consiglio nazionale delle ricerche con una rassegna delle normative in campo psichiatrico: Appunti per un'analisi delle normative in psichiatria, pubblicato in Le ragioni degli altri, Roma 1979, e Legge e psichiatria. Per un'analisi delle normative in campo psichiatrico, in collaborazione con M. G. Giannichedda, Oxford 1979 (ora in Scritti, II, pp. 445-466). Tra gli ultimi lavori si trovano la prefazione a Il giardino dei gelsi, Torino 1979 (ora in Scritti, II, pp. 467-472), in cui proponeva un bilancio della legge 180, e il volume A psyquiatria alternativa. Contra o pessimismo da razao, o otimismo da pratica. Conferencia no Brasil, Sao Paulo 1979, che raccoglieva la serie di conferenze tenute in Brasile. Nel 1979 curo', insieme con la Ongaro, la voce Follia/delirio per il VI volume dell'Enciclopedia Einaudi, nella quale si trova riassunta gran parte della sua posizione teorica.
A poco piu' di un anno dall'approvazione della legge 180, che era stata nel frattempo integralmente accolta nella legge 833/1978 di riforma sanitaria, il B. si ammalava gravemente di cancro. Mori' a Venezia il 29 ag. 1980.
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Fonti e bibliografia: L'evoluzione del pensiero del B. puo' essere seguita attraverso la sua ricca produzione di volumi, articoli e pubblicazioni scientifiche, lavoro oggi piu' facile per la pubblicazione dei due volumi di Scritti (Torino 1981-82), a cura di F. Ongaro, che raccolgono gli interventi piu' significativi e una ordinata e completa bibliografia, esposta cronologicamente e presentata criticamente per temi. Si veda ancora: G. Lanteri Laura-L. Del Pistoia, Les principales theories dans la psychiatrie contemporaine, in Encicl. med. chir., X (Psychiatrie), Paris 1980 (37006 A/10); E. Balduzzi, in L'Information psychiatrique, LVII (1981), pp. 643-646 (necrologio); Sapere, novembre-dicembre 1982, numero monografico con contributi di vari autori, dal titolo F. B.: una teoria pratica per la trasformazione; R. Villa, Ritratti critici di contemporanei: F. B., in Belfagor, XXXIX (1984), pp. 39-53: Alla stesura di questa voce ha contribuito il prof. T. Losavio.
 
3. SEGNALAZIONI. ALCUNI LIBRI SU PRIMO LEVI
 
- AA. VV., Lezioni Primo Levi, a cura di Fabio Levi e Domenico Scarpa, Mondadori, Milano 2019, pp. X + 636.
- AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991, pp. 256.
- AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994, pp. 240.
- Myriam Anissimov, Primo Levi o la tragedia di un ottimista, Baldini & Castoldi, Milano 1999, pp. 784.
- Gian Luigi Beccaria, I "mestieri" di Primo Levi, Sellerio, Palermo 2020, pp. 144.
- Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. X + 214.
- Marco Belpoliti, Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda, Milano 2015, 2016, pp. 736.
- Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014, pp. VI + 216.
- Françoise Carasso, Primo Levi. La scelta della chiarezza, Einaudi, Torino 2009, pp. VIII + 200.
- Gino Cervi con la collaborazione di Piero Leodi, Primo Levi, Centauria, Milano 2017, pp. 160.
- Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992, pp. 216.
- Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997, pp. XXVI + 416.
- Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007, pp. VI + 144.
- Massimo Giuliani, Per un'etica della resistenza. Rileggere Primo Levi, Quodlibet, Macerata 2015, pp. 110.
- Robert S. C. Gordon, Primo Levi: le virtu' dell'uomo normale, Carocci, Roma 2003, 2004, pp. 316.
- Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981, pp. 152.
- Fabio Magro (a cura di), Primo Levi, Rcs, Milano 2018, pp. 154.
- Enrico Mattioda, Levi, Salerno, Roma 2011, Rcs, Milano 2016, pp. 240.
- Pier Vincenzo Mengaldo, Per Primo Levi, Einaudi, Torino 2019, pp. XII + 162.
- Fabio Moliterni, Roberto Ciccarelli, Alessandro Lattanzio, Primo Levi, Liguori, Napoli 2000, pp. VIII + 154.
- Sophie Nezri-Dufour, Primo Levi: una memoria ebraica del Novecento, Giuntina, Firenze 2002, pp. 232.
- Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992, pp. 366.
- Mario Porro, Primo Levi, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 192.
- Ian Thomson, Primo Levi. Una vita, Utet, Torino 2017, pp. 816 (+ 16 pp. d'inserto fotografico).
- Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990, pp. 120.
- Fiora Vincenti, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1973, 1976, pp. 190.
 
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LA BIBLIOTECA DI ZOROBABELE
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Segnalazioni librarie e letture nonviolente
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo"
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 19 del 13 marzo 2021
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