Archivi. 17



 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XII)

Numero 17 del 17 gennaio 2011

 

In questo numero:

1. Cupa una miscellanea

2. Benito D'Ippolito: Tre litanie a R.

3. Benito D'Ippolito: Strambotto dei cannibali

4. Otello Barbacane: Quelli che

5. Le canzonacce da osteria di Numidio Picciafoco: Voglio farmi la tivvu'

6. Benito D'Ippolito: Cantata a contrasto del terrorista e dell'uomo di pace

7. Cartoline del 1990 e del 1991

8. Dinanzi al dolore

 

1. EDITORIALE. CUPA UNA MISCELLANEA

[Riproponiamo i seguenti testi gia' raccolti in "Voci e volti della nonviolenza" n. 337 del 29 maggio 2009]

 

Riproponiamo di seguito quattro testi apparsi sul nostro notiziario nel settembre del 2002, una cantata del settembre 2001, alcune cartoline del 1990-1991 (ma che in realta' recuperavano testi anche di molti anni prima), e l'epigrafe di un opuscolo ciclostilato del 1986.

 

2. BENITO D'IPPOLITO: TRE LITANIE A R.

 

Litania prima: l'ordine del mondo

 

Siamo fatti cosi', lo so anch'io.

 

Per questo ho comprato la riga e la squadra, domani

misurero' in centimetri il compianto

sui giornali italiani, sapro' tradurre in grafico

la commozione, il rimbombo del passo

della signora morte. Sappiamo

essere cosi' esatti.

 

L'indignazione

sara' ancora una volta corale, vi saranno

fiere meste solenni dichiarazioni

dei presidenti di turno, dei direttori, di tutti

coloro che ci sbranano ogni giorno.

 

Ah, come sappiamo commuoverci, e come

verranno rimesse in riga coi lustrini

a marciar rigide e dimesse un quarto d'ora

le figurine delle vittime pregresse

ben archiviate nei files della memoria perche' tornino

buone docili austere a sfilare al momento

buono, e il momento

e' questo.

Poi si cambiera' subito argomento, verranno ancora

a ipnotizzarci, ad indracarci ancora

le ultime traslucide notizie

del campionato di calcio, della moda italiana

che tanto ci fa nobili nel mondo,

i bellissimi film di stasera in tv.

 

Veramente sappiamo cosi' tante cose

che non riusciamo piu' a guardarci in volto.

 

Tutto si logora e la compassione

anche. Ridotta a compressa, a telecomando

perde la prisca virtu' di renderci umani, ci rende

due volte piu' lupi dei lupi.

 

Della carne dei morti assassinati

non voglio mangiare il mio morso.

 

Verra' il giorno che saremo interrogati, ci verra' chiesto:

tu cosa facevi?

Coloro che erano dalla parte dei carri armati

di tutti i carri armati

saranno giudicati assassini.

Coloro che stavano a guardare

saranno giudicati assassini ugualmente.

 

Soltanto

grata si serbera' memoria infine

di quelli che ai carri e alle bombe si opposero

di quelli che usarono la parola, lo sguardo, le mani

per fermare le stragi e gli eserciti, di quelli

che posero se' umani tra gli umani.

 

*

 

Litania seconda: disgeli la statua di sale

 

Anch'io venni a questa ressa

senza sapere cosa recassi nel sacco, nel sacco leggero.

Raspai per terra, giocai a carte, bevvi

di cio' di cui tutti bevevano. Dei morti

vive le voci entro me. Di tutti i morti.

 

Stagioni trascorsero, e castelli

e dietro noi la steppa e null'altro.

Povero fratello occhio, povera sorella luna.

 

Ma dovra' pur venire un giorno,

e tu stesso gravido ne sei

che finisca questo rumore,

e l'uomo un aiuto sia all'uomo, quel giorno.

 

E tu affrettalo, tu affrettalo quel giorno.

 

La porta stretta, l'angelo piccino, il vento

tempestoso, lo sguardo volto indietro:

io dico: disgeli la statua di sale.

Io dico: la lama torni legno, il legno carne, la carne luce

la luce acqua, voce, infinito tu.

 

*

 

Litania terza: le ultime notizie

 

Notizie dalla fine del mondo, e  sono queste.

 

Il diavolo ci mette la coda, un certo

Gavroche durante certi tafferugli,

un morto e' morto.

 

Alla radio le quotazioni odierne

della carne umana: un bianco vale

cento neri. Un cristiano

mille musulmani. Un ricco un milione

di morti di fame.

 

Gli schiavi sono un buon investimento.

Le guerre un affare. Uccidere

mantiene giovani, tonifica la pelle

lavarsi nel sangue.

E' l'ultimo grido, commenta garrula suasiva la voce

dell'esperto del settore.

 

Chi non concorda puo' cambiar canale

dal canale ripescano gualcita una rosa rossa

gia' battono ferrati gli scarponi

sul pianerottolo, rubro nel rigagnolo

del vicolo un umore denso cola.

 

Non lasciarti ubriacare di oblio

e di disperazione. Non lasciarti

ridurre a zanne e artigli.

Finche' tu resti umano la barbarie

non ha vinto.

 

3. BENITO D'IPPOLITO: STRAMBOTTO DEI CANNIBALI

 

I.

 

Noi siamo i pii cannibali, che quando si fa sera

forza col vino e i canti, balliam la zarzuela.

 

Un tempo, lo rammenti, ci fu quando

chi avesse detto Empedocle evocava

un sandalo, le viscere dell'Etna,

quel verso che nesteusai kakotetos,

certe idee sulla luna e sull'amore.

 

Quei tempi antichi

che mangiavam le scorze e non i fichi.

 

Poi venne il tempo nostro, il tempo nero

delle camicie brune in doppiopetto,

del ritorno delle leggi del trentotto,

dell'alleanza tra governo e mercanti

di carne dei figli delle figlie, il tempo

delle plebi di Roma schierate

sulle gradinate del colosseo.

 

Il tempo odierno

che solo da morti si evade dall'inferno.

 

E quell'antico augusto nome e' oggi

la rasoiata che ti sfigura il volto

che giorno dopo giorno i pescatori

cavano su' dal mare l'indicibile.

 

Chi ha ucciso quella gente io lo so bene.

 

Noi siamo i pii cannibali, che quando viene notte

facciam le nostre ronde e ai forestieri botte.

 

II.

 

Noi siamo i pii cannibali, che allo spuntar del giorno

armiam libro e moschetto, e prepariamo il forno.

 

Io lo so bene e voglio dirlo qui

in questi brutti versi e brutti apposta

perche' non ti distraggano dal senso

di cio' che urge e di cio' che disquatra

la voce e insozza l'anima affocata.

 

Assassini

i governanti infami che precludono

con sataniche leggi hitleriane

il diritto di ogni essere umano

a fuggire la fame e la morte,

a vivere nel mondo che e' di tutti

poiche' e' l'unico mondo che abbiamo.

 

E sono i governanti che governano

il nostro paese, l'Europa gioconda, il ricco nord del mondo,

rubizzi gentili i signori

che al nostro voto e al nostro plauso aspirano

per continuare lieta la mattanza.

 

Assassini

i poteri che da secoli rapinano

interi continenti e che riducono

i rapinati a scheletri gia' in vita

e vaste plaghe a un solo grande lager.

 

E sono i poteri che ogni giorno ci adescano

a rimpinzarci delle loro merci, tv, libretti degli assegni,

ci dicono: voi siete come noi,

i nostri fedeli azionisti, i nostri fideiussori;

e dicono il vero, e noi siamo i cannibali

ogni volta che accendiamo la tv

ed entriamo al supermercato.

 

Noi siamo i pii cannibali, che giunto il mezzodi'

dagli col becco e il rostro, e poi chicchirichi'.

 

III.

 

Noi siamo i pii cannibali, nell'ora postprandiale

diciamo bello il brutto, ed assai buono il male.

 

Cosi' i cadaveri di Porto Empedocle

non avessero i polmoni colmi d'acqua

potrebbero dirci quel segreto

che noi non vogliamo ascoltare.

 

Ed e' questo: che cio' che occorre fare

e': primo, abolire la legge razzista;

secondo: stabilire

che tutti gli esseri umani hanno diritto a vivere

in tutto il mondo come spiego' Kant;

terzo: che c'e' un modo solo

per combattere contro i negrieri d'adesso:

ed e' offrire un servizio pubblico e gratuito

di trasporto per chiunque voglia

venire da noi

fuggendo la fame e le guerre;

quarto: che occorre cessare di fare e usare armi,

di devastare terre, di infettare

le acque e le nuvole e i sogni, di rapinare

i poveri impoveriti da lungo saccheggio.

 

Dopo potremo tornare

a leggere in pace l'africano Agostino, a studiare

l'algebra dono degli arabi, a parlare la lingua

delle donne e degli uomini di volonta' buona.

 

Dei cannibali il tempo finira' quel giorno stesso

che di cibare carne umana smetteremo; il giorno

atteso e promesso

della misericordia e del coraggio.

Ed Empedocle tornera' un antico saggio.

 

Noi siamo ancora gli empi, ma ce ne siamo accorti:

e' nelle nostre mani di riparare ai torti:

di farlo decidessimo, risorgeranno i morti.

 

4. OTELLO BARBACANE: QUELLI CHE

 

Quelli che sono contrari alla guerra perche' temono attentati terroristici in Italia (e dimostrano cosi' di condividere il punto di vista dei terroristi).

Quelli che non sono razzisti, pero' gli arabi (gemelli di quelli che non sono razzisti, pero' gli americani).

Quelli che "chi mena primo, mena du' volte" (scesi dal ring trovarono il deserto).

Quelli che hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace (Tacito).

 

Quelli che sono contrari alla guerra perche' stanno all'opposizione (e che naturalmente sarebbero favorevoli alla guerra se stessero al governo).

Quelli che sono favorevoli alla guerra perche' stanno al governo (e che se stessero all'opposizione sarebbero favorevoli lo stesso, quando c'e' da menar le mani...).

Quelli che sono contro la guerra perche' la fanno quegli altri (e che per guadagnare qualche comparsata in tivu' non hanno esitato ad esporre tantissimi innocenti ai pestaggi e alla morte).

Quelli che sono a favore della guerra perche tanto muoiono gli altri.

 

Quelli che sono per la guerra umanitaria (quale e' il numero di morti perche' una guerra cessi di esserlo?).

Quelli che sono per le guerra chirurgica (strano concetto dell'arte medica).

Quelli che sono per le bombe intelligenti (che ammazzano gli stupidi uomini).

Quelli che sono per la guerra al terrorismo (facciamoglielo vedere ai terroristi chi ne ammazza di piu').

Quelli che sono per la guerra preventiva (se stiamo sempre ad aspettare gli altri non se ne fa mai niente).

Quelli che sono per la guerra infinita (bisogna pur che ci sia qualcosa che duri).

 

Quelli che noi siamo il bene e loro il male.

Quelli che Dio e' con noi.

Quelli che Dio lo vuole.

Quelli che Dio o non Dio, l'importante e' che vinciamo noi.

 

Quelli che aspirano all'immortalita' (e tanto per prendersi un po' di vantaggio facciamo fuori un po' di gentarella).

Quelli che ha fatto bene X.

Quelli che l'ora X.

Quelli segnati con una X.

 

Quelli che vorrebbero la pace, ma senza disturbare.

Quelli che vorrebbero disturbare.

Quelli che sanno come va il mondo.

Quelli che sanno come finisce il mondo, e hanno letto Eliot.

Quelli che tutto riducono a ciancia.

 

Le ragioni dell'economia.

I produttori di armi. I commercianti di armi. I bersagli di armi.

I campi concimati dai cadaveri.

I campi contaminati dai proiettili.

 

Quelli che prima erano qui, e adesso sono niente.

Quelli che guardano la televisione e non vogliono essere scocciati.

 

5. LE CANZONACCE DA OSTERIA DI NUMIDIO PICCIAFOCO: VOGLIO FARMI LA TIVVU'

 

Voglio farmi la tivvu'

e diventare presidente del consiglio

voglio farmi la tivvu'

e trovarmi un neofascista per famiglio

voglio farmi la tivvu'

per deciderlo io quel che puoi sapere tu.

 

Voglio farmi la tivvu'

che guardo in macchina e tu credi che ti vedo

voglio farmi la tivvu'

cosi' t'impongo la mia maschera e il mio credo

voglio farmi la tivvu'

che ti entro in casa e ti riduco in schiavitu'.

 

Voglio farmi la tivvu'

cosi' ti levo anche il diritto di parola

voglio farmi la tivvu'

cosi' ti assordo col trombone e la pistola

voglio farmi la tivvu'

cosi' comando io e non se ne parli piu'.

 

Voglio farmi la tivvu'

che ci vinco i processi e le elezioni

voglio farmi la tivvu'

tu la guardi e io ti levo anche i calzoni

voglio farmi la tivvu'

dove la sola legge e' aver la faccia di caucciu'.

 

Voglio farmi la tivvu'

per abituarti al sangue

voglio farmi la tivvu'

dove il falso giammai langue

voglio farmi la tivvu'

per cancellare tutto quanto quel che fu.

 

E voglio farmi insomma la tivvu'

perche' son stufo di campar da mascalzone

preso il potere, trasformatomi in barone

in cardinale, in ammiraglio, in primo console

il mondo pendera' dal mio responso, le

pallide stelle stupiran di meraviglia...

e adesso che ho scolato 'sta bottiglia

mi ficco a letto e il cielo caschi giu'.

 

6. BENITO D'IPPOLITO: CANTATA A CONTRASTO DEL TERRORISTA E DELL'UOMO DI PACE

 

Ecco, mi ascolti adesso?

Lo senti adesso il mio dolore, lo senti

quanto male faceva e io urlavo ed urlavo sotto le torture e tu

eri troppo distratto per sentirmi?

Ecco, mi ascolti adesso, adesso che e' troppo tardi, che sono morto e morto

nella morte trascinando i tuoi cari?

Ecco, mi ascolti adesso?

 

Ecco, adesso ti vedo,

ti vedo e tu svanisci ed io

io non ti vedo piu'.

Ma avrei voluto fermarti, avrei voluto

fermarti e fermare la mano

che a scorpioni e frustate ti ha allevato

nell'odio e nel dolore che porta all'abisso dell'orco.

 

Ecco, fossi venuto

un poco prima, mi avessi

detto parole di pane, parole di luce

un poco prima, forse

forse in pianto mi si sarebbe sciolto

il sale dell'umiliazione che accieca i miei occhi, e forse

saremmo oggi vivi

e io e i tuoi cari. Eri tu

che dovevi salvarli salvandomi.

 

Ecco, ora che e' tardi per salvarti la vita

ora che e' tardi per salvare i miei cari

anche dai miei le scaglie cadono occhi

ora

che e' tardi.

 

Uccisi per parlarti in un sussurro

 

Ma quel gran rombo tutti rende sordi

 

Uccisi per colpire gli empi simboli

di un empio potere che disumana,

che ha disumanato anche me

 

Ma quelli che uccidesti non erano

simboli, erano

uomini e donne di carne e di osso

di pianto e di riso, ed ora sono fumo

 

Cercavo una strada da aprire alla giustizia

di furia, a tentoni, battendo la testa nel muro

 

Ma per la giustizia vi e' una sola strada

salvare tutte le vite, tutte le vite salvare

salvare

tutte le vite

salvarle tutte

le vite umane.

 

Commisi l'orrore ma tu

cosa facesti tu, cosa facesti

 

Nulla seppi fare per fermarti

del sangue che tu hai sparso anche le mie

sono lorde mani.

 

Perdonami, figlio, perdonami.

 

Perdonami, perdonami, padre.

 

7. CARTOLINE DEL 1990 E DEL 1991

 

Appuntamento

 

La' ci rivedremo

allo scorticatoio

 

ed io saro' quello

che avro' atteso un'ora

col machete incartato nel "Times"

 

e tu sarai quella

le trecce serpine

che hai detto in tv

 

che non saprei perche'

 

perche' la gente abbia tanta voglia

 

di venir qui

allo scorticatoio

 

*

 

Sul ponte dei corvi

 

"Ma erano cose come le nuvole

e difficili da spiegare"

 

Sul ponte del corvo e' una quercia, all'ombra di essa

sdraiato si giace del principe il consigliere

segreto, l'attorniano moire

che di filo spinato dipanano conocchie.

 

Sul ponte del corvo e' la forca, la forca solerte

il giudice boia pronuncia ed esegue condanne

argute, blasfeme, di bruno vestite e ghignanti. Della sua anima

protegge di certo il candore dovuta obbedienza.

 

Sul ponte del corvo e' una vecchia con faccia slavata

che chiama alla ridda, che ride, che balla, che salta

che scopa gli spruzzi del fiume, gli spruzzi scarlatti

ricaccia le bave tra i gorghi, tra i gorghi scarlatti

delle cascate stridule, del fiume

osceno, opaco.

 

Sul ponte dei corvi s'addensano nuvole pregne

di un fumo nero che macchia, di un fumo che il vento

non riesce a disperdere, sporca le chiome e le tuniche

ricade immondo anche su me che scrivo,

su te che leggi, figlia funghi orribili...

 

*

 

Tu vigliacco

di dietro la finestra

guardi il mondo che ti guarda

- sogghigni, scoccano

viene l'ora

tu ombra, tu nulla

tu incenerisci il mondo.

 

*

 

Nella notte irta di chiodi

 

*

 

Tavolette

 

I.

Ogni frase, ogni giro di maglia

ogni riga, ogni cavallo e cavaliere

tutto rivela la sua turpe coda.

 

II.

Un colpo di zappa, mille di picca:

uno di picca, muore chi zappava.

 

III.

Alta e chiara e' la notte

il mare d'olio, di sangue, di sasso e perla

tramonta la luna, s'accende

l'illuminazione (cosi', nella carbonaia).

 

Le ruote silenti del mondo trascinano

gli astri: folle corsa, e immobile.

Tutto e' calmo e tutto s'agita

nulla muta dopo un pensiero

dopo un pensiero tutto e' mutato.

 

Galoppa nel mare il bufalo d'argilla, non lascia impronte:

il mare e' di marmo.

 

IV.

E' gia' passato l'uccello, la rete e' li'.

La via non e' la rete

la via non e' l'uccello

altro non e' la via.

 

*

 

Una traduzione

 

Seduto qui, sulla tradotta, penso

recando ai campi il bestiame sigillato:

 

Sono un uomo che per meta' e' membro

della classe dei forti e dei buoni.

L'altra meta' ne prova vergogna.

 

*

 

Il faraone indice le elezioni

questa domenica. Il lunedi' gli schiavi

tornano a portar blocchi alle piramidi.

 

*

 

Chi torna non ha titolo a parlare

di chi non torna.

Piantate come pali della luce

donne nere guardano negli occhi

occhi che sfuggono. L'aria

non porta suoni.

 

*

 

Dal punto di vista della storia universale

 

La storia e' senza regola, la trama

si spezza, l'occhio

vaga sulla pagina, la bocca

non sa. La storia

non garantisce niente, a mezza voce

ringrazia, afferra i soldi e corre via.

Poi la ritrovi al primo bar che beve,

che gioca a carte, che le spara grosse.

 

*

 

Un commentario nuovo

 

Il fiore di cane (chiamiamolo pure: fiordicane)

ha petali di carni, rosa, venati di rosso e di blu

che di solito pulsano. Cresce

su grandi biliardi abbandonati. Talvolta

vecchi cercatori, piu' svaniti che illusi,

ne cercano, e ne trovano, a caso

sotto macigni corrosi che furono bocce,

sotto gli ossari di stecche, spiagge

di gesso stantio. Cresce, il fiordicane,

in piastre compatte, ha stelo

duro quasi di legno, di spina.

La sua caratteristica la piu' stravagante:

e' che di notte latra alla luna.

 

*

 

L'anno della blatta

 

Un cane cui hanno chiuso le nari colandovi piombo fuso

resta carogna ai bordi del campo. Un occhio

restato scoperto. Vi danzano mosche

dalla corazza screziata di verde brillante,

di oro, scintille bizzarre e bestiali

che vivono e non sanno. E cosi' vanno.

 

Un tumido persistere

di granchio, di sasso.

Era l'anno della blatta, la pianura

splendeva verso Tarquinia, le torri

crescevano come funghi, s'allenavano

i gladiatori per le campagne. Venivano

quei tempi, quei veicoli.

 

Morivano di schianto nel cuore.

Altri cresciuti saltando le scale,

perche' morisse chi li aveva elevati

perche' il passato fosse riscritto

perche' la borghesia vincesse sempre.

Cosi' il terrorismo del potere

cresceva cresceva in quell'anno

1991, che fu detto:

l'anno delle blatte.

 

8. DINANZI AL DOLORE

 

Dinanzi al dolore noi non restammo

inerti e compiaciuti, lottammo.

Non fu infeconda per noi la parola

del recanatese, il sangue versato

per le strade di Berlino e Samarcanda,

la visione delle mosche sugli occhi,

il grido prigioniero di Nelson Mandela: amandla!

dinanzi al dolore noi non restammo

pietrificati: lottammo.

 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XII)

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Numero 17 del 17 gennaio 2011

 

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