Minime. 664



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 664 del 9 dicembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Giulio Vittorangeli: Morti sul lavoro, una guerra non dichiarata
2. Roberto Carnero intervista Dominique Lapierre
3. Nadia Fusini presenta "Il seminario. Libro VIII" di Jacques Lacan
4. Giampaolo Pignatari presenta l'edizione critica de "I poeti della scuola
siciliana"
5. Giulia Siviero presenta "Il Novecento di Hannah Arendt" a cura di Olivia
Guaraldo
6. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
7. L'agenda "Giorni nonviolenti 2009"
8. L'Agenda dell'antimafia 2009
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. GIULIO VITTORANGELI: MORTI SUL LAVORO, UNA GUERRA NON
DICHIARATA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento]

Cosa resta dell'orrore di quella terribile notte tra il 5 e il 6 dicembre
2007, quando sette operai morivano nel rogo dello stabilimento torinese
delle acciaierie Thyssenkrupp in cui lavoravano 12-13 ore di fila, per di
piu' di notte, oltre al dolore delle loro famiglie e dei loro compagni per
sempre segnati da un trauma indelebile?
Restano i lori nomi: Antonio Schiamone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno
Santino, Rocco Marzo, Giuseppe Demasi, Rosario Rodino'.
Resta il Testo unico della sicurezza nei luoghi di lavoro, vero lascito di
quella strage; che oggi Berlusconi e Confindustria stanno demolendo un pezzo
dopo l'altro.
Resta la vicenda giudiziaria: il processo iniziera' il prossimo 15 gennaio
in Corte d'Assise. Sei dirigenti della multinazionale tedesca sono indagati
per omicidio colposo, ed il dirigente della Thyssenkrupp Italia, Harald
Espenhahn, per omicidio volontario con dolo eventuale. Avrebbe evitato di
spendere in manutenzione e sicurezza in un'acciaieria destinata a chiudere,
avendo la consapevolezza che il suo comportamento esponeva i dipendenti ai
rischi che poi si sono verificati. Lo stabilimento della Thyssenkrup
torinese era una fabbrica in cui non si capiva bene chi avrebbe dovuto
provvedere alla sicurezza, col risultato che alla fine nessuno ci pensava
(come con gli estintori scarichi), e tutto era affidato alla buona volonta'
di qualcuno. Comunque, e' la prima volta in Italia, che un infortunio
mortale sul lavoro verra' giudicato come omicidio volontario. A conferma che
il nostro paese in materia di lavoro ha buone leggi, ma allo stesso tempo
pessime pratiche.
Resta lo stillicidio quotidiano degli incidenti di lavoro, dai mutilati
(migliaia) ai morti (non chiamiamole piu' "morti bianche"), ogni anno piu'
di mille persone.
Ma vittime sono anche i familiari a cui e' stato strappato un pezzo di se',
che magari combattono per un risarcimento che arrivera' troppo tardi, se
arrivera'. Ha scritto Loris Campetti: "Molte spesso le vittime sono uomini,
lo sono sempre le donne. Poiche' invalide, uccise, ammalate, oppure figlie,
madri, mogli, fidanzate. Sono italiane ma anche ghanesi come la moglie di
Kweku Abakan Reebodj, morto schiacciato da un cavo d'acciaio in un cantiere
vicino a Reggio Emilia. Il suo corpo e' rimasto in freezer per due mesi, in
attesa che i suoi figli trovassero i soldi per volare a Reggio per l'ultimo
saluto".
Resta, purtroppo, l'indifferenza verso questi morti; e resta la
"razionalita'" capitalistica e tecnologica (in realta' orrendamente
irrazionale), per cui le vite umane sono fattori sacrificali per il bene del
profitto aziendale. Cosa dire allora di quei padroni che ignorano le piu'
elementari misure di sicurezza e di protezione dei lavoratori? Ordine o
disordine, razionalita' o irrazionalita', non cambia il risultato finale:
quando l'uomo disprezza l'uomo, il piu' debole o piu' indifeso o meno
protetto e' destinato a una tragica fine.
Cosi' le tragedie scaturiscono anche da una assenza di responsabilita'
collettiva; perche', se i padroni possono fregarsene, e' anche perche' la
sensazione di impunita' garantita pervade l'insieme della societa' italiana
attuale. Non solo, e' lo stesso lavoro umano che nel conflitto con il
capitale e' stato ridotto, sempre piu', a forme che possiamo definire
prossime alla schiavitu'. Neppure sotto la dittatura fascista il lavoro in
Italia ha conosciuto le forme di degradazione, precarieta', umiliazione
patite nell'ultimo ventennio, nella cornice di uno stato formalmente
democratico. Si pensi alla flessibilita': nuova formula magica che riduce la
persona umana a un accessorio variabile dell'impresa.
Il capitalismo attuale, chiamato con formula semplificata "post-fordista",
ha per cosi' dire "disdetto" quei compromessi sociali che alla fine della
seconda guerra mondiale avevano inserito nelle costituzioni politiche i
diritti economici che progressivamente si sono allargati alla parziale
condivisione della conoscenza delle decisioni economiche. Un processo
storico che ha travolto la fabbrica fordista e la costellazione di
istituzioni che le erano necessarie, dal settore pubblico dell'economia che
produceva servizi che non davano profitti, allo stato sociale che manteneva
nelle fasi recessive operai e tecnici difficilmente sostituibili.
Infine, e' bene sottolineare come tutto questo non e' solo responsabilita'
dei governi di centrodestra, anche il centrosinistra, purtroppo, ha fatto la
sua deleteria parte.

2. RIFLESSIONE. ROBERTO CARNERO INTERVISTA DOMINIQUE LAPIERRE
[Da "Letture" n. 652 del dicembre 2008, col titolo "I grandi eroi del
miracolo sudafricano" e il sommario "A colloquio con Dominique Lapierre, che
ha dedicato il suo ultimo libro a Nelson Mandela e alle persone che hanno
lottato per un Sudafrica senza apartheid. Una realta' di cui l'autore indaga
anche l'origine storica"]

Nato a Chatelaillon (nella regione francese dei Poitou), figlio di un
diplomatico, Dominique Lapierre e' giornalista dal 1954. Ha raggiunto la
fama internazionale grazie a libri che sono diventati tutti dei best-seller,
tradotti in decine di lingue. Ricordiamo, tra quelli scritti insieme a Larry
Collins, i seguenti titoli: Parigi brucia?, Alle cinque della sera,
Gerusalemme! Gerusalemme!, Stanotte la liberta', Il quinto cavaliere. Ha poi
firmato da solo: La citta' della gioia, il suo libro piu' famoso, Piu'
grandi dell'amore, Mille soli. Con Javier Moro ha scritto Mezzanotte e
cinque a Bhopal. Nel 1982 ha fondato l'associazione umanitaria "Azione per i
bambini dei lebbrosi di Calcutta" (sito Internet: www.citedelajoie.com), che
si prefigge di migliorare le condizioni di vita dei bambini, ma anche degli
adulti, piu' bisognosi. Ad essa Lapierre devolve la meta' dei suoi diritti
d'autore.
Cio' anche per il suo ultimo libro, Un arcobaleno nella notte (traduzione di
Elina Klersy Imberciadori, con la collaborazione di Javier Moro, il
Saggiatore, 2008, pp. 352, euro 17,50). Un libro sulla storia, remota e
recente, del Sudafrica, dove Lapierre e' stato per tre anni, dal 2004 al
2007, svolgendo sul campo le ricerche che poi lo hanno condotto alla stesura
del volume. Dall'avvento dei primi coloni olandesi, che nel 1652 vi andarono
a coltivare pianticelle di insalata per rifornire di vitamine gli equipaggi
delle navi della Compagnia delle Indie (prima decimati dallo scorbuto),
all'instaurazione del terribile sistema dell'apartheid (un organico insieme
di norme e leggi da quando nel 1948 vinse le elezioni il Purified National
Party, il partito nazionalista e razzista dei bianchi), fino alla creazione,
nel 1994, da parte di un "eroe" come Nelson Mandela, di un nuovo Governo
democratico, dopo decenni (ma, sebbene in misura diversa, secoli) di
segregazione e di brutalita'.
*
- Roberto Carnero: Lapierre, ci vuole raccontare come e' nato il suo
interesse per il Sudafrica?
- Dominique Lapierre: Amo le grandi epopee, di cui sono stati protagonisti
uomini comuni ed eroi. E la storia sudafricana e' stata davvero epica. Ma
ero partito dall'interesse per alcune figure specifiche.
*
- Roberto Carnero: Quali?
- Dominique Lapierre: Innanzitutto una donna, Helen Lieberman, un medico
bianco, che, durante l'apartheid, mise piu' volte a rischio la sua vita per
salvare quella dei neri e per dare loro condizioni di esistenza migliori,
sfidando le leggi segregazioniste. Me ne parlo' per la prima volta un amico,
il quale mi disse: "Vuoi conoscere la Madre Teresa sudafricana?". Ora, la
mia ammirazione per la suora di Calcutta, che conobbi all'epoca del mio
lavoro umanitario in India, e' davvero sconfinata. Percio' non ebbi alcuna
esitazione a voler conoscere Helen. Conobbi cosi' la dottoressa Lieberman.
*
- Roberto Carnero: Come se la ricorda?
- Dominique Lapierre: Mi colpi' da subito la sua semplicita' e, al tempo
stesso, un carattere forte ed energico. Capii che cosa rappresentava in
Sudafrica, quando la vidi, nei quartieri di Citta' del Capo che erano stati
i ghetti per i neri, circondata dall'affetto e dalle acclamazioni della
gente. Era una sorta di mito popolare. All'inizio volevo scrivere un libro
per raccontare la sua vita. Poi invece il lavoro si e' allargato e lo
sguardo ha abbracciato anche altre storie.
*
- Roberto Carnero: Come quella di Nelson Mandela?
- Dominique Lapierre: Lui in effetti non poteva mancare, e anzi e' una sua
frase che mi ha suggerito il titolo del libro. La "nazione arcobaleno" e'
infatti il Sudafrica creato da Mandela, con l'idea di includere tutti, i
bianchi e i neri, tutte le razze e tutte le etnie. Dopo ventisette anni di
carcere, Mandela e' riuscito a compiere un miracolo: evitare di farsi
dominare da sentimenti di vendetta, di rivincita, di rivalsa, che pure
sarebbero stati comprensibili dopo tutto quello che aveva subito. Ho avuto
occasione di vedere la cella del carcere in cui era stato recluso per tutto
quel tempo, e mi sono sdraiato a terra per guardare il soffitto che era
stato il suo cielo per ventisette lunghi anni. E ho pensato che se il
Sudafrica si e' salvato, e' stato merito suo, per il fatto di non aver perso
la speranza. Il regalo piu' grande che Mandela ha fatto al suo Paese e al
mondo intero e' quello di aver preservato il Sudafrica da un bagno di
sangue. La forza del cuore lo ha portato a essere piu' grande dell'odio. E'
davvero un peccato che non abbiamo un Mandela in Israele e in Palestina; che
in Medio Oriente non ci siano, cioe', personaggi politici con una visione
altrettanto lungimirante come quella che ha avuto Mandela.
*
- Roberto Carnero: Qual e' oggi la situazione del Sudafrica?
- Dominique Lapierre: E' un Paese ricco, che ha grandissime risorse,
economiche e naturali, nonche' un sistema di infrastrutture unico in tutta
l'Africa. Ma purtroppo vive una grande piaga, l'Aids, che colpisce il 18%
della popolazione. E' una vera e propria pandemia, che il Governo
sudafricano fatica a fronteggiare.
*
- Roberto Carnero: Lapierre, lei ha 77 anni e una vita intensa alle spalle.
Che cosa ha imparato?
- Dominique Lapierre: Che con il dono della curiosita' e' possibile aprire
le porte di tutto il mondo. La disgrazia peggiore che possa capitare a un
uomo e' l'assenza di curiosita', l'essere soddisfatti di se'. Devo dire che
con gli anni non ho mai rinunciato a questo atteggiamento di fondo. Se
prendo un taxi posso parlare mezz'ora con il tassista e scrivere un libro
sulla sua storia.
*
- Roberto Carnero: La si potrebbe definire uno scrittore "impegnato", non
solo per l'attenzione dei suoi libri alle tematiche sociali, ma anche per
l'aiuto diretto, di tipo economico, a diverse cause umanitarie attraverso i
diritti d'autore dei suoi libri. Crede che gli scrittori debbano rivestire
un ruolo di orientamento delle coscienze?
- Dominique Lapierre: Ne sono fermamente convinto. E' una rivelazione che ho
avuto, all'inizio degli anni Settanta, dopo un soggiorno di tre anni in
India per preparare il libro Stanotte la liberta'. Ho scoperto le figure di
Gandhi, Nehru, Madre Teresa. E' stato l'inizio di una storia d'amore per il
popolo indiano. Dopo il successo mondiale di quel libro, ho capito che uno
scrittore famoso deve essere un testimone ma anche un attore. Con il
ricavato della vendita di una copia di un mio libro, posso dare da mangiare
a dieci bambini del Terzo Mondo per una settimana. In altre parole mi sono
accorto che lo scrittore puo' cambiare la vita dei protagonisti dei suoi
libri. Lo scrittore puo', anzi deve, essere un po' Hemingway e un po' Madre
Teresa. L'avventura umanitaria che e' iniziata allora oggi assorbe la meta'
della mia vita. Perche' e' facile inviare un assegno da una casa a Parigi,
ma e' molto piu' importante sapere cosa succede con quei soldi, e
raccontarlo.
*
- Roberto Carnero: Qual e' oggi il suo rapporto con l'India?
- Dominique Lapierre: Ci vado circa quattro volte all'anno, standoci ogni
volta tre o quattro settimane. E' un'occasione per fare qualcosa di
concreto, ma anche per ricevere la straordinaria energia spirituale di un
popolo che lotta ogni giorno sul campo, contro la corruzione, la poverta',
la siccita', le malattie, l'inquinamento totale, in una parola contro
l'inferno.

3. LIBRI. NADIA FUSINI PRESENTA "IL SEMINARIO. LIBRO VIII" DI JACQUES LACAN
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 5 dicembre 2008 col titolo "Se
sull'amore parla Lacan" e il sommario "Escono ora le sue lezioni sul
transfert. Sono pagine accessibili e interesseranno anche i classicisti, gli
studiosi del mondo antico e della letteratura. 'Il seminario. Libro VIII'
parla dell'eros tra l'analista e il paziente indispensabile alla cura. Si
tratta del corso tenuto dal maestro francese tra il 1960 e l'anno successivo
al Sainte-Anne. Grande competenze nella lettura del Simposio di Platone,
come su Arcimboldo o Swift"]

Nell'inverno 1960 Jacques Lacan riprende le sue lezioni all'ospedale di
Sainte-Anne, secondo una cadenza settimanale, e cioe' ogni mercoledi', fino
al giugno 1961: un anno accademico, come ai vecchi tempi. Quest'anno a tema
sara' il transfert, termine chiave per la comunita' di attenti allievi cui
il maestro si rivolge, essendo l'amore del paziente e per contro quello
dell'analista il carburante necessario al viaggio in psicoanalisi. La coppia
analista-analizzando come potra' stare insieme sulla stessa carrozza, se non
amandosi e odiandosi, come ogni coppia?
Il testo di quelle lezioni stabilito da Jacques-Alain Miller e tradotto da
Antonio Di Ciaccia, che cura l'edizione italiana, e' raccolto ne Il
Seminario, Libro VIII, uscito da Einaudi (pp. 436, euro 34). Il libro e'
immensamente interessante: non esagero. Interessera' non solo i ricercatori
della psiche, gli adepti del mestiere. Ma coinvolgera' gli studiosi del
mondo antico, i classicisti, che vi troveranno un'analisi approfondita di
indubbia intelligenza e competenza del Simposio di Platone; e gli studiosi
in genere della letteratura, che vi troveranno una lettura del mito di Edipo
oggi, cosi' come risorge nella trilogia dei Coufontaine di Paul Claudel. E
infinite altre acute, stranianti osservazioni su artisti e scrittori, da
Arcimboldo a Swift: tutte pertinenti e insieme impertinenti, eccitanti come
punture di uno spillo.
Per mesi Lacan guida i suoi uditori. E a noi leggendo pare di stare li', di
partecipare all'evento. Merito, questo, di una perfetta alleanza tra chi ha
curato il passaggio dall'oralita' alla scrittura, e cio' che era phone' ha
trasformato in gramma, stabilizzando cosi' un testo instabile. E chi nel
tradurre ha saputo mantenere quel brusio ininterrotto, quell'infinito
intrattenimento di una parola che, nello sforzo di acchiapparsi in quel che
prova a dire, discorre secondo un moto ondoso. Non si era mai letto cosi'
bene Lacan. In un italiano altrettanto chiaro, limpido, mosso, secondo un
movimento allegro andante con misura che allena la mente di chi legge
all'esercizio del pensiero. Il che dovrebbe, chissa'!, demolire le false
resistenze di chi si protegge dall'incontro con Lacan invocando a pretesto
difficolta' astruse, impervi concettismi.
Non c'e' niente di astruso qui, provare per credere. C'e' invece la
straordinaria impresa di qualcuno che legge il mistero della nostra
esistenza di uomini e donne ora e sempre nel mistero della lingua, nella
dimensione creativa della parola umana. Per questo Lacan riconosce che la
cultura classica gli e' essenziale. Se legge il Simposio, se di questo testo
filosofico fa la materia del suo insegnamento, invece che, non so, di un
trattato sul funzionamento delle cellule del cervello, e' perche' gli e'
chiaro che chi voglia anche un poco sbrogliare la complessita' della mente
umana dovra' ricorrere al pensiero. Nel riconoscimento del fondo emotivo in
cui si innesta. Ci vuole Platone, per pensare il desiderio. Come ci vuole
Apuleio per cogliere "il punto di nascita dell'anima".
E se rilegge Claudel e' perche' crede che nella lingua della letteratura
puo' "cadere" qualcosa che altrove non si lascia afferrare. La lingua
poetica e' un rete che tira su molti pesci, per chi la sappia ascoltare. Se
non altro per la sua specialissima dote di misurarsi con l'indicibile,
l'inesplicabile - che non sono affatto paroloni, ma esperienze assai comuni
della nostra esistenza - mantenendone il carattere di enigma. Dimostrando
cosi', con semplicita', la profonda verita' dei limiti del linguaggio, e con
coraggio assumendosi, sempre la letteratura, la passione della "capacita'
negativa" di sopportare l'incondizionato, come avrebbe detto Heidegger. La
lingua poetica attrae Lacan per lo stesso motivo.
Non a caso, qualche anno prima di queste lezioni, e precisamente nel 1955,
tramite l'amico e paziente Beaufret, Lacan ha incontrato Heidegger. A quanto
pare, e la cosa non stupisce, visti i complessi legami di cui Beaufret si
fece perno, parlarono di transfert, come quella condizione a priori
dell'esperienza analitica, a cui in queste lezioni Lacan torna. E sempre in
quell'incontro si decise che Lacan avrebbe tradotto Logos, il commento di
Heidegger a un frammento di Eraclito, dove a tema e' la ricerca da parte del
filosofo tedesco di un modo prefilosofico del pensiero. Il testo di Lacan
apparira' nel primo numero de "La Psychanalyse", da lui diretto, dedicato
per l'appunto alla parola, cosi' come opera nel campo della psicoanalisi.
Il linguaggio - e' qui che cerca Lacan l'inizio di ogni cosa. In principio
era il verbo, ripete al suo uditorio piu' volte durante queste lezioni. E'
il linguaggio che lega, ci lega: la creatura umana vi sta immersa come nel
liquido amniotico. Un segno noi siamo, scriveva Hoelderlin, che nulla
indica; e Heidegger commentava: un segno senza interpretazione, nell'ambigua
posizione di chi nel proprio cammino e' attratto da quel che gli sfugge, gli
si sottrae.
E' questo l'enigma della nostra condizione, riconosce Lacan. C'e' chi la
sostiene, c'e' chi ne patisce piu' di altri. Ogni patologia umana nasce di
li', piu' o meno. E se e' vero che la psicoanalisi ruota intorno agli
affetti rimossi, e' anche vero che quegli affetti li cogliera' come effetti
del significante. Nel linguaggio.
Pero', attenzione: per lo piu' l'affetto si slega dal suo proprio
significante, perche' e' proprio dell'espressione umana l'equivoco carattere
di mostrare e insieme di nascondere. Si' che l'intrinseca teatralita' della
parola andra' di volta in volta velata e rivelata. Interpretata, dunque. Non
e' li' per questo l'analista?
Ma perche' l'interpretazione acchiappi qualcosa, chi ascolta dovra' essere
istruito a farsi apparecchio uditivo che non registra quel che ode come
fosse nel posto della legge. Per regolarne cioe' l'iscrizione entro una
classificazione di malattie, in cui risolve la sua maestria come fosse
padronanza.
L'analista non e' questo, per Lacan. Ne' uno psicoterapeuta, ne' un medico.
Semmai, un chirurgo. O ancora meglio, in questo seminario si chiarisce che
se v'e' una figura a cui Lacan si ispira, un'immagine in cui si specchia, e'
quella di Socrate. Socrate - il sileno ricco di tesori - e' la sua
controfigura: il maestro senza maestro e' lui. E come tutti sappiamo il
vanto di Socrate e' di non insegnare niente. Lui non ha altro desiderio che
la domanda dell'altro.
Lacan parla. A chi? Perche'? E' li' per insegnare come si conduce
un'analisi? O c'e' dell'altro? Mai come in questo seminario, centrato sul
transfert, la domanda sul desiderio campeggia, prendendo la forma di atti e
movimenti quali ascoltare, lasciarsi trasformare; lasciare aperta in se',
dentro di se', la disponibilita' perche' un altro essere entri, questa la
scommessa e il rischio dell'analisi. Una situazione erotica, senz'altro. Che
andra' a buon fine se l'analista e il paziente sapranno scambiarsi le
posizioni di amante e amato, se il paziente sapra' farsi amante, e lo
psicoanalista sapra' decadere dalla posizione di amato; e soprattutto se
accogliera' in se' "una mutazione nell'economia del suo desiderio".
Mutation - proprio questa parola usa Lacan. E fedelmente Di Ciaccia traduce
"mutazione", trattenendo il senso biologico che Lacan intende. Se di una
mutazione biologica si tratta, di essa e' soggetto lo psicoanalista: un
nuovo tipo d'uomo, capace di un "desiderio piu' forte". Piu' forte, viene da
chiedere, di quello sessuale?
Ma se esiste un desiderio piu' forte, essendo Lacan freudiano, non potra'
che essere quello di morte; ovvero, un desiderio che abolisce l'analista in
quanto desiderante, e lo fa sparire come soggetto. E' di questa morte - la
morte dell'analista - che alla fine Lacan celebra il lutto in pagine meste,
e coraggiose. La posizione dell'analista, rivela nell'ultima seduta del 28
giugno 1961, e' al cuore della questione del transfert: e se prima l'ha
descritta dal punto di vista del desiderio, perche' di amore si tratta, ora
la guarda da un altro verso e denuncia la "perfetta distruttivita'" del
desiderio piu' forte, di cui ha dotato lo psicoanalista. Chi si avvinghia al
transfert come fosse un potere, chi si arrocca nella posizione di colui che
sa come si fa a mettere a posto l'altro, a dargli il suo bene, non ha
compiuto il giusto percorso. Se c'e' un epilogo, e' dell'ordine del
suicidio.
Da parte dell'analista.

4. LIBRI. GIAMPAOLO PIGNATARI PRESENTA L'EDIZIONE CRITICA DE "I POETI DELLA
SCUOLA SICILIANA"
[Dal mensile "Letture" n. 651 del novembre 2008 col titolo "Ripensare
l'inizio della nostra letteratura" e il sommario "I tre volumi editi nei
Meridiani sui poeti della scuola siciliana sono destinati a diventare un
punto di riferimento imprenscindibile sulla storia della letteratura
italiana. Con non pochi inediti sviluppi circa le origini del nostro
patrimonio"]

Dopo vent'anni di accurato lavoro del Centro studi storici e linguistici
siciliani, e' uscita presso i "Meridiani" di Mondadori l'edizione critica
della poesia siciliana in tre volumi (I poeti della scuola siciliana, vol.
I, Giacomo da Lentini, edizione critica con commento a cura di Roberto
Antonelli, pp. CLXVII + 692, euro 55; vol. II, I poeti della corte di
Federico II, edizione critica con commento a cura di Costanzo Di Gerolamo,
pp. CCX + 1111, euro 55; vol. III, Poeti siculo-toscani, edizione critica
con commento a cura di Rosario Coluccia, pp. CLXXXIV + 1263, euro 55).
Sono 337 i componimenti che i manoscritti allestiti in Toscana sul finire
del XIII secolo, il "3793" della Biblioteca Vaticana, il "Palatino 418" e il
"Laurenziano Rediano", ci hanno lasciato: 42 le poesie di Giacomo da
Lentini, 108 di altri siciliani, 187 di siculo-toscani, in tutto 50 poeti e,
in aggiunta, vari testi anonimi. Con le sue oltre tremila pagine, un ricco
apparato di note, la bibliografia e perfino rimandi contestualizzati in
altri successivi poeti, quest'opera e' ormai da considerare un fondamentale
punto di riferimento per la storia della letteratura italiana.
Gianfranco Contini, nella sua antologia del 1960 Letteratura italiana delle
origini, aveva definito la poesia siciliana quale lusus aristocratico di un
gruppo di notai e burocrati, minoritaria rispetto alla poesia provenzale e a
quella che nasce poi in Toscana con Bonagiunta e Guittone d'Arezzo.
L'attuale edizione rimescola profondamente le carte, ribaltando numerose
sicurezze assodate.
Innanzitutto si scopre che in Sicilia esisteva un substrato poetico, di cui
si e' pero' persa traccia, ancora sposato alla musica, di forme e contenuti
popolari. Circa nel 1220, quindi una decina di anni prima dell'attuale
cronologia, entra a contatto con la poesia provenzale e gallego-portoghese
manifestando pero' una spiccata autonomia. E' la nascita della Scuola
siciliana che nell'autorevolezza della Magna Curtis Imperialis trova
l'occasione per fare un salto di qualita'. In questa operazione, che appare
quale evoluzione del passato, non imprevista creazione, il ruolo esercitato
da Giacomo da Lentini, cui viene dedicato il primo volume a cura di Roberto
Antonelli, e' sicuramente centrale.
Si pensi alla nascita del sonetto, spinto da suggestioni matematiche e
simboliche, alla definizione della stanza della canzone, alla precisazione
delle clausole metriche dell'endecasillabo. Tuttavia e' soprattutto nel tema
dell'amore che si concentra la sua ricerca sia nei temi che nella
originalita' della sperimentazione. Note erano le discussioni oltr'Alpe di
Bernard de Ventadorn, Raimbaut d'Aurenga e Chretien de Troyes sulla liceita'
che il poeta potesse chiedere alla donna una ricompensa per il proprio
servizio d'amore. Il tema occasionale della gioia si mescolava a quello piu'
ricorsivo del dolore e della morte di fronte alla freddezza o totale rifiuto
da parte della donna aristocratica: lo scambio tra l'amoroso canto e la
ricompensa fisica cui la donna era obbligata conduceva cosi' a un vicolo
cieco. La svolta avviene con Giacomo da Lentini, con la canzone Madonna dir
vi voglio, che sposta l'asse del discorso da una ricompensa fisica a una
dimensione spirituale. La modellizzazione aulica dell'amore si impossessa
per la prima volta della parola spirito e si aprira' agli sviluppi di
Guittone, in un interscambio che si scopre peraltro reciproco, ma
soprattutto di Guinizzelli. Nel poeta bolognese il dono della donna,
spirituale, sara' fondato sulla parola, in un dialogo che prelude alla lode
estatica della epifania femminile. Il salto qualitativo che avverra' nel
Dolce Stil Novo, la Beatrice dantesca, la piena maturita' che si riconosce
nella poesia di Petrarca e infine la conclusione del cammino nell'Umanesimo
dei Medici, attestano cosi' l'essenzialita' del ruolo di Giacomo.
Il secondo volume, a cura di Di Gerolamo, analizza la poesia presente alla
corte di Federico II, sviluppatasi in Sicilia e nell'Italia meridionale, e
poi del figlio Manfredi, ramificatasi verso la Toscana, almeno sino alla
battaglia di Benevento (1266). Una decina, i poeti. Anche qui le sorprese
non mancano. A proposito del rapporto tra musica e poesia, Di Gerolamo
sottolinea come nelle corti di tutta Italia l'educazione musicale religiosa
fosse presente: anche in Sicilia, prima e dopo la Magna Curtis. L'operazione
della Scuola siciliana, che l'ha invece dissociata, ha ipotecato tutta la
successiva storia della poesia.
Pure interessante appare il discorso sulla lingua. Il siciliano era
costruito su varie influenze linguistiche che ne dovettero plasmare la
fisionomia e in mancanza di un registro sovraregionale esso si attesta con
un'autorevolezza e una forza molto incisive. Il fatto che non ci siano
giunti documenti significativi - anche il citato Contrasto di Cielo d'Alcamo
appare rielaborato - dipende dalla consuetudine dei copisti medievali di
dare una patina regionale al testo poetico per renderlo piu' comprensibile
al pubblico. La traslatio dal siciliano al toscano avviene comunque prima
della testimonianza lasciataci dai tre codici sovracitati: probabilmente con
un archetipo di poesie gia' toscanizzato che ne muta l'andamento. La metrica
dei siciliani era infatti ispirata alla poesia galloromanza, con rime
perfette; nella traduzione viene soggetta a mutamenti profondi, in
particolare nell'endecasillabo, con ripercussioni significative per la
futura prosodia.
Nel tema dell'amore, si assiste all'abbandono del locus amoenus provenzale,
sostituito da un apporto piu' filosofico e riflessivo oltre che da una netta
propensione a una fenomenologia piu' cruda. L'asimmetria della donna
castellana, algida e lontana rispetto al poeta, viene ribaltata con la
metafora della pastorella, di ascendenza elegiaca latina, piu' disponibile
nella ricompensa, che mostra l'annullamento dello scarto sociale.
Il terzo volume infine, a cura di Rosario Coluccia, analizza la diffusione
attraverso una linea che chiama "adriatica", fino a Bologna, con la
prigionia di Re Enzo (1249-1272) e quindi nel Veneto; per un altro percorso,
in Toscana. Centrale in questo ruolo appare Galletto Pisano. Sono questi i
poeti "siculo-toscani", di matrice federiciana, da distinguere dai poeti
"toscano-siculi" che vivono piu' profondamente lo spessore borghese
comunale. Anche in questo contesto il lettore e' sorpreso da alcune novita'.
Ricca di stimoli e' l'indagine sulla lingua, attenta a cogliere le
diversita' regionali sottese nelle forme prosodiche e linguistiche dei vari
poeti. La poesia che ne nasce si arricchisce in modo significativo di motivi
etici e politici. Inoltre a stare ad alcuni documenti anonimi, i codici A e
B, che risalgono agli inizi del secolo, fanno scattare alcuni grossi
interrogativi sulla individuazione del primo vero documento della storia
della letteratura italiana, se confrontati con le Laudes creaturarum di san
Francesco.
I tre volumi insomma reimpostano numerosi problemi delle origini, nei temi
come anche nella cronologia. Ricchi sono gli spunti: ma ancor piu'
stimolanti i problemi, che vengono lanciati e che dovranno essere risolti.

5. LIBRI. GIULIA SIVIERO PRESENTA "IL NOVECENTO DI HANNAH ARENDT" A CURA DI
OLIVIA GUARALDO
[Da "Alias" n. 48 del 6 dicembre 2008 col titolo "Lemmario critico per
Hannah Arendt"]

Hannah Arendt se ne stava "senza ombrello" al centro della Storia.
Totalmente esposta alla vita: vita come sopravvivenza quando lei, ebrea, nel
1933 deve lasciare la Germania, vita come primo apparire e nascita, quale
categoria centrale del suo pensiero, vita come nientificazione, nella
parabola del fenomeno totalitario. E quando il giornalista Guenter Gaus,
dopo la catastrofe nazista, le chiede: "Ora che cosa resta?", lei risponde:
"La lingua". Sempre, anche nei momenti piu' amari: "Non e' la lingua tedesca
ad essere impazzita". Ma certamente e' una lingua divenuta incapace di
nominare, perche' spinta al confine dell'indicibile. "E in tutto questo
pasticcio - scrive Arendt - ho la forte impressione che la filosofia non sia
innocente". "Non l'uomo, ma gli uomini abitano la terra", prosegue,
denunciando cosi' la finzione filosofica dell'Uno che cancella le differenze
e la sua colpevole trasposizione in un ordine politico costruito
sull'individuo: quando Cartesio recita "Penso dunque sono", nota Adriana
Cavarero, arendtiana di ferro, dimentica di "essere" perche' lo ha messo al
mondo sua madre. Come a dire che l'ignoranza della filosofia sta
nell'astrazione e nella dimenticanza della relazione (e non si dubiti, a
questo punto, del peso della filosofia, visti gli effetti pratici di tale
abbaglio). D'altra parte, nella cerchia dei filosofi, Arendt non voleva
entrare: "La mia professione, se si puo' considerare tale, e' la teoria
politica".
E sulle questioni immediatamente politiche si interrogano i saggi raccolti
ne Il Novecento di Hannah Arendt (Ombre corte, pp. 174, euro 15):
"Parafrasando Gaus", afferma la curatrice Olivia Guaraldo, "ci chiediamo che
cosa resta della poliedrica produzione arendtiana". Come in una sorta di
abecedario, gli autori e le autrici riflettono su questioni quali la
banalita' (P. Mesnard), i campi (F. Sessi), l'ebraismo (J. Butler), il male
(S. Forti), la menzogna politica (O. Guaraldo). E ancora: le minoranze (I.
Possenti), i tempi bui (E. Traverso), il terrore (A. Cavarero), l'umanita'
(L. Boella). Cio' che resta, nelle varie declinazioni che Arendt ne da',
sono dunque un lessico politico e un pensiero che ha rimesso al centro le
singolarita' incarnate e la relazione, guardando in faccia, coraggiosamente,
l'impensabile. Raccogliere tale eredita' significa fare i conti con il
presente, con quella parte di passato che non passa. Alla ricerca di giudizi
storici puntuali e concreti che resistano alle moderne neutralizzazioni:
"Non ho mai amato nessun popolo o collettivita' - insegna Arendt -, io amo
solo i miei amici e la sola specie di amore che conosco e in cui credo e'
l'amore per le persone", rifiutando cosi' di stabilire un legame mortifero
con le astrazioni, paralizzanti per il pensare e per l'agire. Essere
totalmente presente e' il cuore del pensiero arendtiano. Presente alla
Storia, in quel preciso punto in cui essa si manifesta, andando alla ricerca
di una lingua che il presente lo sappia nominare e comprendere. A lei,
dunque, questi saggi suggeriscono di tornare. Per evitare il rischio, ancora
una volta, di cercare riparo sotto un ombrello.

6. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

7. STRUMENTI. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI 2009"

Dal 1994, ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine, insieme allo spazio quotidiano
per descrivere giorni sereni, per fissare appuntamenti ricchi di umanita',
per raccontare momenti in cui la forza interiore ha avuto la meglio sulla
forza dei muscoli o delle armi, offre spunti giornalieri di riflessione
tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla nonviolenza hanno
dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di antologia della
nonviolenza che ogni anno viene aggiornata e completamente rinnovata.
E' disponibile l'agenda "Giorni nonviolenti 2009".
- 1 copia: euro 10
- 3 copie: euro 9,30 cad.
- 5 copie: euro 8,60 cad.
- 10 copie: euro 8,10 cad.
- 25 copie: euro 7,50 cad.
- 50 copie: euro 7 cad.
- 100 copie: euro 5,75 cad.
Richiedere a: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell.: 3495843946,  e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it

8. STRUMENTI. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2009

E' in libreria l'Agenda dell'antimafia 2009, quest'anno dedicata alle donne
nella lotta contro le mafie e per la democrazia.
E' curata dal Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di
Palermo ed edita dall'editore Di Girolamo di Trapani.
Si puo' acquistare (euro 10 a copia) in libreria o richiedere al Centro
Impastato o all'editore.
*
Per richieste:
- Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Via Villa
Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax: 0917301490, e-mail:
csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it
- Di Girolamo Editore, corso V. Emanuele 32/34, 91100 Trapani, tel. e fax:
923540339, e-mail: info at ilpozzodigiacobbe.com, sito:
www.digirolamoeditore.com e anche www.ilpozzodigiacobbe.com

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 664 del 9 dicembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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