La nonviolenza e' in cammino. 1134



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1134 del 4 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Operazione Colomba: Solidarieta' con i volontari del "Christian
Peacemaker Team" rapiti in Iraq
2. Annamaria Rivera: Gli "scarti sociali" in rivolta
3. Una testimonianza di Michele Do (forse del 1968)
4. "La parola alle donne" il 6 dicembre a Roma
5. Luciano Comini: Un invito a Celleno il 10 dicembre
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. APPELLI. OPERAZIONE COLOMBA: SOLIDARIETA' CON I VOLONTARI DEL "CHRISTIAN
PEACEMAKER TEAM" RAPITI IN IRAQ
[Dagli amici volontari in Israele-Palestina dell'Operazione Colomba, corpo
nonviolento di pace (per contatti: operazione.colomba at apg23.org) riceviamo e
diffondiamo]

Non aggiungiamo l'indifferenza alla violenza: impegnamoci tutti per i nostri
amici dei "Christian Peacemeaker Teams" e per la fine dell'occupazione
dell'Iraq.
Il 28 novembre scorso Tom, James, Norman e Harmeet, volontari
dell'associazione nonviolenta "Christian Peacemaker Team", sono stati rapiti
da un gruppo armato iracheno che ha minacciato di ucciderli se entro l'8
dicembre non verranno rilasciati i prigionieri iracheni.
Da piu' di un anno nei Territori occupati palestinesi i volontari di
Operazione Colomba e dei Christian Peacemeaker Teams accompagnano assieme i
pastori e i contadini di At Tuwani ed i loro bambini per proteggerli dalle
violenze di alcuni coloni estremisti. Il 29 settembre del 2004 durante un
accompagnamento nonviolento dei bambini di Tuba, Chris e Kim, due nostri
amici dei Christian Peacemeaker Teams, sono stati picchiati da coloni
dell'outpost di Havat Maon. Il 9 ottobre del 2004 Adriano di Operazione
Colomba, e Diane dei Christian Peacemeaker Teams, sono stati aggreditti e
picchiati dagli stessi coloni. Il 16 febbraio di quest'anno, accompagnando i
pastori, Johannes, Monica e Piergiorgio di Operazione Colomba e Diana e
Sally dei Christian Peacemeaker Teams sono stati aggrediti dai coloni,
minacciati e picchiati.
Prima di andare in Iraq, Tom e' stato con noi ad At-Tuwani nel gennaio di
quest'anno. Assieme a noi ha scortato i bambini a scuola e i pastori al
lavoro, assieme a noi ha mangiato, scherzato, camminato. James doveva
arrivare in questi giorni per darci una mano.
*
I quattro sequestrati sono nostri amici, sono nostri fratelli, sono noi
stessi.
Sono noi alle manifestazioni nonviolente contro il Muro in Palestina, sono
noi che accompagniamo i bambini a scuola, sono noi che lavoriamo a fianco di
palestinesi e israeliani per un pace giusta in questa terra. E noi siamo
loro sotto sequestro e minaccia di morte in Iraq, siamo loro nel lavoro di
denuncia delle violazioni dei diritti umani e nella condivisione della
quotidianita' della popolazione irachena oppressa dalla guerra e
dall'occupazione. Siamo loro nel contestare una guerra voluta per tutelare
gli interessi di pochi, decisa contro il parere della maggioranza dei
cittadini, tenuta in piedi da un sistema di bugie e silenzi che scava solchi
fra culture e popoli.
Loro sono noi, noi siamo loro, insieme crediamo nella presenza nonviolenta
delle persone semplici in zona di guerra, crediamo che alla guerra ci sia
sempre un'alternativa, crediamo che come cristiani siamo chiamati a spendere
il nostro tempo e, se necessario, la nostra vita, per aprire strade di
dialogo e abbattere le ingiustizie e le bugie che le tengono in piedi.
*
Chiediamo a tutti gli esseri umani di buona volonta', a coloro che hanno
sete di giustizia, a coloro che sono contro l'occupazione dell'Iraq, di
mobilitarsi.
Noi, cittadini del mondo e della pace possibile, noi che crediamo nella
condivisione della vita con le persone semplici vittime delle guerre e delle
ingiustizie, chiediamo a tutti i cittadini italiani ed europei di scendere
in strada, manifestare davanti alle ambasciate, vegliare, accendere candele,
rimettere fuori la bandiera della pace, prendere posizione pubblica e
chiedere a qualcuno che conosciamo di farlo, di fare qualsiasi cosa in
nostro potere per la liberazione dei nostri fratelli sequestrati e per la
fine dell'occupazione anche italiana dell'Iraq.
In attesa di sapere dal coordinamento italiano il giorno e l'ora
dell'iniziativa nazionale vi chiediamo di informare delle iniziative locali
Lisa Clark (Beati i Costruttori di Pace), tel. 3483323254, e-mail:
lisa.clark at libero.it
*
Concludiamo con le parole dei nostri fratelli dei Christian Peacemeaker
Teams: "Siamo molto preoccupati per i nostri amici: sono in Iraq unicamente
per la pace, si oppongono all'occupazione".

2. RIFLESSIONE. ANNAMARIA RIVERA: GLI "SCARTI SOCIALI" IN RIVOLTA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 2 dicembre 2005. Annamaria Rivera (per
contatti: annamariarivera at libero.it), antropologa, fortemente impegnata
nella difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, docente di
etnologia all'Universita' di Bari, e' impegnata nella "Rete antirazzista".
Opere di Annamaria Rivera: con Gallissot e Kilani, L'imbroglio etnico,
Dedalo, Bari 2001; (a cura di) L'inquietudine dell'Islam, Dedalo, Bari 2002;
Estranei e nemici, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli, Dedalo,
Bari 2005]

Ora che nelle banlieues i fuochi sono spenti, il rischio che corriamo e'
d'essere sommersi da una valanga di commenti e analisi. Com'e' accaduto per
i ricorrenti affaires del "velo", anche i tumulti d'autunno stanno ispirando
un'ipertrofia mediatica che non e' sicuro giovi alla loro comprensione.
Ognuno, infatti, si esercita a leggere in questo spontaneo scoppio di rabbia
collettiva, per molti versi sfuggente e indecifrabile (Marco Bascetta, "Il
manifesto" dell'11 novembre 2005), cio' che la propria filosofia politica
gli suggerisce; e per lo piu' senza tentare di dare la parola ai giovani
protagonisti della rivolta (percio' tanto piu' apprezzabile e' l'inchiesta
sul campo di Alessandro Mantovani, pubblicata nei giorni dall'11 al 24
novembre 2005). Anche chi scrive corre questo rischio: per scongiurarlo,
puo' provare ad analizzare l'evento con sobrieta', mettendo in questione
certezze proclamate a gran voce. I tumulti d'autunno non sono stati una
"intifada", ne' la prova generale dell'insurrezione "islamica" contro lo
Stato di diritto, ne' l'inveramento della profezia dello "scontro di
civilta'" e neppure l'annuncio dell'insurrezione proletaria o della
sollevazione della "moltitudine". Non sono stati un evento straordinario e
inaspettato, ma del tutto prevedibile: chi ha sgranato gli occhi di fronte a
questi riots "cosi' poco francesi" forse non conosce la realta' politica e
sociale della Francia e, certo, non ha mai messo piede in una cite'.
*
In cerca di rispetto
Cio' che si puo' dire ragionevolmente e' che la violenza distruttiva e
autodistruttiva con cui si sono espressi disagio sociale, malessere e
insofferenza della gioventu' banlieuesarde, e' stata, intenzionalmente o
non, uno strumento per rompere il muro della segregazione, rendersi visibili
nello spazio pubblico, attrarre l'attenzione della politica e dei media. Ma,
prima ancora, un'auto-attestazione d'identita'. "On n'est pas des racailles
mais des etres humains. On existe. La preuve: les voitures brulent" ("Non
siamo feccia ma esseri umani. Esistiamo. La prova? Le auto incendiate"): la
frase lapidaria di un sauvageon diciottenne intervistato da "Le Monde" lo
dice piu' efficacemente di qualsiasi analisi dotta. E mette in discussione
un'altra certezza: si puo' affermare senza dubbio alcuno che si e' trattato
di una rivolta del tutto priva d'oggetto e di parola? Oppure la
rivendicazione di rispetto che - insieme al "non si puo' andare avanti
cosi'", come ha osservato Bascetta - accompagna e accomuna le rivolte
metropolitane e' in fondo una parola d'ordine politica, per quanto
elementare? Dunque, non e' infondata l'ipotesi interpretativa che legge
questo genere di tumulti metropolitani, benche' scomposti, rabbiosi,
furiosi, attraverso la categoria delle lotte per il riconoscimento:
anzitutto dello statuto di esseri umani, che gli effetti economico-sociali
della globalizzazione neoliberista ed i ciechi automatismi della
discriminazione e del razzismo tendono a denegare agli "scarti sociali".
L'unica novita' della rivolta d'autunno e' che si e' manifestata con una
dilatazione temporale e territoriale inusitata. In realta', essa e' il
frutto una latenza endemica, alimentata da molti anni di disprezzo coloniale
e di discriminazione ai danni delle popolazioni "d'origine immigrata" e
punteggiata da una miriade d'insorgenze analoghe, spesso in reazione a morti
"accidentali" conseguenti ad interventi delle forze dell'ordine. Il
meccanismo e' solitamente lo stesso: un'esplosione di rabbia collettiva al
termine di una serie di retate, soprusi e violenze poliziesche, talvolta
esiziali. Secondo la stima di Maurice Rajsfus (La police et la peine de
mort, Esprit Frappeur, 2002), nell'arco di tempo che va dal 1977 al 2001 le
bavures delle forze dell'ordine hanno prodotto 196 omicidi.
*
Inclusione negata
Da lungo tempo antropologi e sociologi (Didier Lapeyronnie, fra gli altri)
suggeriscono che il desiderio di essere visti, riconosciuti e considerati
sia una delle chiavi per comprendere le rivolte metropolitane che, almeno
dagli anni Ottanta del Novecento, scoppiano ciclicamente nelle cites
francesi come nelle inner-cities britanniche. Un'ipotesi del tutto
plausibile se si ammette che l'esclusione e la segregazione hanno un
carattere non solo economico e sociale ma anche politico e simbolico. In
Francia, la formazione di zone di marginalita' e di segregazione e' fra
l'altro l'effetto della dissoluzione delle banlieues rosse, della
decomposizione del mondo industriale e operaio, e delle sue forme
d'organizzazione e di rappresentanza. Nel passato anche recente, il
conflitto sindacale e politico aveva concorso all'integrazione nella
cittadinanza repubblicana d'ampi settori popolari "d'origine immigrata".
Oggi non e' piu' cosi': per le fasce giovanili dei quartieri popolari -
disoccupate e precarizzate - la costruzione dell'identita' individuale e di
gruppo non passa piu' attraverso il lavoro, la produzione, l'impegno
sindacale o politico, ma attraverso il consumo, le mode, gli stili. E
attraverso un antagonismo irriducibile con i "flics", potente fattore
d'identificazione con un noi contrapposto a loro. Esclusi, dunque, anche
dalla possibilita' di accesso allo spazio politico, i giovani delle "zone
urbane sensibili" sembrano avere come unici mezzi d'espressione pubblica a
disposizione le rivolte e le violenze urbane, mentre una mediocre politica
ufficiale perpetua l'illusione di poterle dominare con gli strumenti
securitari e repressivi.
La rivolta banlieuesarde e' certamente il frutto di una condizione
quasi-castale: la maggioranza dei figli e nipoti dell'immigrazione coloniale
non ha alcuna speranza di mobilita' sociale, condannata com'e' a ereditare
lo status dei genitori o dei nonni, o addirittura ad essere declassata. La
prospettiva dell'inserimento lavorativo e sociale e' assai sfuggente se,
come ha rilevato un'indagine, chi abbia un cognome che suona arabo o
africano ha sei volte in meno la possibilita' d'essere convocato per un
colloquio di lavoro, rispetto ad un coetaneo franco-francese. Da parte
istituzionale, una delle poche risposte non-repressive date alla grande
questione sociale che sta dietro la rivolta e' la proposta di abbassare
l'obbligo scolastico a 14 anni, rendendo possibile l'avviamento al lavoro
della fascia dai 14 ai 16 anni: il che equivale alla condanna definitiva dei
giovani delle 752 "zone urbane sensibili" al loro destino di reietti.
Ma la rivolta e' anche l'esito della frattura con una politica lontana come
la luna dalle spettrali cites: territori d'Oltremare, occupati militarmente
da forze dell'ordine che si comportano come un esercito coloniale, e che
operano retate, controlli e fermi indiscriminati sulla base della facies:
tanto piu' sospetta, una facies "araba" o "africana", se e' di giovani, e
abbigliati secondo lo stile hip-hop in voga nelle metropoli di tutto il
mondo.
La distanza fra chi e' dentro e chi e' fuori, che marca profondamente i
rapporti sociali del nostro tempo, e' definita da frontiere anche
simboliche. Coloro che sono "fuori", infatti, sono spesso anche etnicizzati,
razzializzati, stigmatizzati. Negli anni '80 si comincia a identificare gli
zonards con gli immigrati e a rappresentare la banlieue come l'alterita'
assoluta, popolata da ogni sorta di racaille (delinquenti, prostitute,
drogati). I Novanta (come osserva Hugues Bazin in un bel libro del 1995, La
culture hip-hop) sono gli anni dell'etnicizzazione delle banlieues e della
loro assimilazione ai ghetti americani. V'e', in Francia, tutta una retorica
miserabilista - in fondo razzialista e neocoloniale - sulle periferie
urbane, che ne cancella la complessita' e ne legge ogni pratica sociale ed
espressiva, ogni rivendicazione, ogni forma di socialita' o di solidarieta'
in termini di "comunitarismo", parola che in francese evoca il peggiore dei
mali.
Il collante identitario della giovane generazione di banlieue e' una cultura
metropolitana meticcia (ma tutte le culture lo sono): quella propria, in
tutt'Europa, di periferie svantaggiate ed etichettate negativamente, ove
dominano disoccupazione di massa, precarieta', segregazione, smantellamento
dei servizi pubblici, sentimento d'esclusione; ove i giovani ascoltano la
medesima musica, comunicano tramite i blog, parlano qualche forma di slang,
indossano le stesse felpe con cappuccio, gli stessi berretti con visiera, le
stesse scarpe da jogging; hanno in definitiva la stessa rabbia e le stesse
aspirazioni. E' anche per questo che la rivolta ha potuto diffondersi ben
oltre la banlieue parigina.
Ammesso che, a proposito di questa cultura, si possa parlare d'etnicita',
essa ha una valenza anzitutto reattiva, poiche' si costruisce soprattutto
sulla base del fatto che ci si sente oggetto di disprezzo e di
non-riconoscimento. L'eventuale riferimento all'Islam da parte dei
sauvageons - in gran parte cittadini francesi che non conoscono una sola
parola d'arabo - puo' essere considerato uno dei tanti referenti etnoidi, al
pari dello stile rasta o zulu: reinvenzione immaginaria di una tradizione,
contrassegno identitario di una condizione marginale, risposta alla
stigmatizzazione e all'anomia, tant'e' vero che e' adottato anche da giovani
franco-francesi che abitano nelle stesse zone urbane sensibili e vivono la
medesima condizione sociale.
*
Assimilazione bruciata
La rivolta dell'autunno ha potentemente contribuito a palesare che la
retorica universalista e' ormai una coperta lacera e insufficiente a coprire
la realta' di un apartheid sociale e territoriale, rafforzato e alimentato
da processi d'esclusione simbolica. Le istituzioni e la cultura mainstream
francesi hanno sempre disprezzato il modello multiculturalista
all'anglosassone, statunitense in particolare, come produttore d'orrendi
ghetti e di risibili etnicismi, continuamente evocando il fantasma del
comunitarismo. La realta' ci mostra che, al di la' della retorica dei
modelli d'integrazione nazionale, comparabili sono gli effetti sociali
dell'esclusione e del razzismo, e le risposte reattive della racaille. Il
fuoco appiccato nelle cites consuma l'illusione dell'assimilazione senza
inserimento sociale, della neutralizzazione delle differenze senza il
conferimento della pienezza e dell'effettivita' dei diritti di cittadinanza.

3. RIFLESSIONE. UNA TESTIMONIANZA DI MICHELE DO (FORSE DEL 1968)
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questi appunti su "la nostra appartenza alla Chiesa,
oppure: si puo' vivere nella Chiesa? O anche: pace con la Chiesa, e persino:
la Chiesa e l'umanita'" ricavati da una conversazione di don Michele Do,
recentemente scomparso.
Scriveva Enrico Peyretti in una nota di presentazione del 12 settembre 1995:
"Questa conversazione, probabilmente del 1968, tenuta alle Equipes Notre
Dame di Torino (forse al Cenacolo di C. Gabetti), don Michele non volle che
fosse registrata. Ricavai allora questo testo, che credo molto fedele, dagli
appunti di vari presenti e miei". Scrive ancora Enrico Peyretti: "Qualche
tempo dopo, o qualche anno dopo, incontrai don Michele a Bose e gli proposi
di pubblicare queste pagine (forse sul mensile torinese "Il foglio", nato
nel febbraio 1971). Eravamo nel cortile dei monaci, davanti alla porta della
cucina. Ma lui mi fermo' e mi disse che voleva ancora pensarci e che allora
avrebbe detto piu' fortemente: 'La Chiesa e' l'umanita''. Del resto, le
ultime parole di questo testo gia' dicevano anche di piu'".
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Su Michele Do riportiamo alcuni frammenti da un piu' ampio ricordo scritto
da Enrico Peyretti che abbiamo pubblicato nel n. 1118 di questo foglio: "E'
morto sabato 12 novembre 2005 ad Aosta, don Michele Do, un uomo autentico,
un prete cristiano, un testimone dell'umana sete di Dio. Nato a Canale,
presso Alba (provincia di Cuneo), il 13 aprile 1918, abbandono'
l'insegnamento in seminario nel 1945, ritirandosi nella frazione di St.
Jacques di Champoluc (Aosta), allora senza strada, villaggio di alta
montagna, nel quale don Michele cercava la vita ritirata, pensosa. E' stato
rettore di quella piccola chiesa fino a quando, nella vecchiaia, si e'
ritirato nella Casa Favre, sulla pendice del monte, sopra il villaggio, una
pensione-fraternita', luogo di amicizia e spiritualita' aperta. Il suo
maggiore riferimento, nella linea del modernismo piu' spirituale - il cuore
umano come primo luogo della sete religiosa e dell'evangelo universale - fu
don Primo Mazzolari, insieme a tanti altri spiriti ardenti della chiesa e di
ogni focolare religioso. I suoi maggiori amici e fratelli di cammino furono
David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, padre Acchiappati, Ernesto Balducci,
sorella Maria di Spello e, tramite lei, Ernesto Buonaiuti, padre Rogers e
sua moglie (anglicani) e tanti, tanti altri, non solo credenti, ma tutti
assetati e commensali di verita' e autenticita' vissuta. Appartato, ma senza
polemiche superficiali, rispetto alle strutture ecclesiastiche, e' stato un
centro vivissimo di aperte amicizie e accoglienze, che ha attirato una
quantita' di cuori vivi in ricerca, da tutte le condizioni umane. E' stato
una grande anima, uno spirito acceso dal fuoco vivo dello Spirito. Un
cercatore instancabile di Dio. Fremeva e cercava, in ogni colloquio e
incontro, l'aiuto e l'ascolto nostro per una rilettura essenziale del
cristianesimo e di tutta la ricerca spirituale umana, e comunicava tracce
preziose di luce..."]

La Chiesa e' cercare di avere una piccola luce dentro di noi e di metterla
in comune per far nascere una ricchezza maggiore. Non e' una soluzione ma
una ricerca. Romano Guardini aveva detto che il nostro e' il secolo della
riscoperta della Chiesa. C'e' oggi in molti un positivo sconcerto di fronte
alla nuova immagine della Chiesa che emerge dal dopo-Concilio. Dobbiamo non
sostituire alla Chiesa delle sicurezze, che non rimpiangiamo, la sicurezza
dell'incoscienza, dell'ignoranza dei problemi e del mistero. C'e' un
disagio: come sentirci disarcionati, relativizzati. Bisogna che questa
perplessita' e ricerca non concluda in una emorragia, in un allontanamento,
ma in un approfondimento del mistero. Il primo ecumenismo non e' la
riconciliazione tra le chiese, ma con la Chiesa. Perche' oggi il problema
tocca la Chiesa in se stessa, come istituzione, e non solo le sue sbavature
ed errori.
Non discutiamo. Ne ho abbastanza delle discussioni. Invece conversiamo,
mettiamo insieme le esperienze piu' vere, esprimiamo le cose profonde che
ognuno sente. Nel discorso amico e nella preghiera emerge lo Spirito di Dio.
Qual e' l'immagine della Chiesa che abbiamo? Essa e' alle radici della
nostra vita spirituale, o questa si costruisce accanto alla Chiesa,
nonostante la Chiesa? La Chiesa e' un momento positivo o negativo della
nostra vita spirituale? Se positivo, quali sono le ricchezze che la Chiesa
mi ha dato? Uno potrebbe dire: cosa ha aggiunto al Cristo? Se e' negativo,
quali sono gli impoverimenti che la Chiesa mi ha portato?
Ci possiamo chiedere: non sarebbe piu' bello, ricco, libero, un
cristianesimo senza Chiesa? Come stiamo nella Chiesa? Ci stiamo, ma allo
stretto. Non scappiamo come il figlio minore, restiamo come il maggiore, ma
come lui disamorati, senza gioia: accettiamo la Chiesa, la subiamo, senza
passione. Stiamo dentro, ma col cuore fuori. Questa e' stata la mia
esperienza per un certo tempo. C'erano dei precisi motivi di questo disagio.
*
Primo. La Chiesa non sembrava la "plenitudo Christi", ma un impoverimento
del Cristo. Rispetto al Vangelo erompente e ardente, sembrava la lava
raffreddata e consolidata. Come il matrimonio rispetto all'amore, nel
concetto romantico. Come dice Ignazio Silone (nell'introduzione a
L'avventura di un povero cristiano): "Cristo e' piu' grande della Chiesa". E
il Grande Inquisitore di Dostoevskij a Gesu' che e' ritornato: "Perche' sei
tornato? Sei venuto a disturbare la nostra opera". Ci si chiedeva: la Chiesa
e' un'istituzione di Cristo o un prodotto della cultura? Ha una radice
evangelica? E' un Vangelo impoverito? Si puo' trovare fuori di essa la
purezza del cristianesimo? Bisogna veramente uscire dalla Chiesa
istituzionale, "veneranda sovrastruttura" come dice ora Silone?
*
Secondo. La radice giansenista, l'antiumanesimo della Chiesa. Personalmente
l'ho vinto leggendo le "Lettere ai giovani" di Lacordaire. L'educazione
seminaristica intossicava con l'idea di un Dio che non benedice, non
sorride, non ama la vita ma la avvelena. C'era la paura di amare, il
sospetto dell'amore, il sospetto dell'amicizia (le amicizie particolari! si
pensava subito a questo!). C'era la paura delle cose, come se fossero contro
Dio. Non era facile liberarsi da tutto cio', perche' in quella linea c'erano
dei santi. Oggi tutto e' facile, ma allora l'angoscia dava notti insonni. Si
aveva bisogno di liberarsi di tanti oggetti pesanti, di abbattere tante
pareti, ma si temeva di toccare qualche muro portante.
*
Terzo. La Gerarchia, il Magistero e l'infallibilita'. Sentivamo una
costrizione: cosi' o fuori. Tutto ci veniva dato definito fin nei dettagli,
in scatola chiusa: prendere o lasciare. Si facevano acrobazie per difendere
certe idee e certi documenti papali: se non si accettava tutto si era fuori
della Chiesa. L'interpretazione biblica era legata dai decreti del 1911.
Piuttosto che negare la storicita' della permanenza di Giona nel ventre
della balena si sarebbe detto piu' facilmente che Giova la balena se l'era
mangiata. C'era un suicidio dell'intelligenza. Chi oggi lo nega mente. C'era
una disonesta' intellettuale. Mentre il Salmo 14 dice: "Chi salira' la tua
santa montagna? Colui che dice la verita' che ha nel cuore".
*
Quarto. La Chiesa era il peggiore di tutti i razzismi, era un razzismo
religioso: la razza dei privilegiati, da una parte i figli legittimi,
dall'altra i figli bastardi di Dio, quelli dalla salvezza facile e quelli
dalla salvezza difficile. Era il fatto piu' antireligioso che io conosca,
piu' contrario al cuore di Dio. Non era solo una insufficienza di
realizzazione della Chiesa, ma ne toccava l'essenza.
Oggi, dopo il Concilio, si ha un'impressione di relativismo sulla Chiesa. La
Chiesa si interroga, dunque non sa bene che cosa e'. Con quale diritto si
propone alla coscienza dell'uomo e del cristiano? Eppure vivere precede il
conoscere. Infatti, chi conosce se stesso? chi conosce la vita? Siamo nella
vita. Essa e' la cosa piu' nostra, anche se e' la meno nostra. Ma non
sappiamo dire che cosa e'. E' una percezione per approssimazione. Cosi',
anche la Chiesa e' in noi, noi siamo la Chiesa, ma non sappiamo dire che
cosa e' la Chiesa. Gesu' dice: "certe cose le capirete poi". Non respingiamo
quello che non conosciamo perche' e' piu' grande di noi. Le realta'
religiose sono piu' grandi di noi, non e' possibile "capirle". Il
Cristianesimo non e' capire tutto: esso e', come Maria che rimeditava in
cuore, portare dentro alcune grandi parole, e' attesa paziente, e sotto
l'urto degli avvenimenti quelle parole si illumineranno e saranno la luce e
la risposta. Questa e' la mia attuale esperienza gioiosa. Questo dovrebbe
essere il catechismo: seminare negli uomini le grandi certezze e le grandi
parole di Gesu'.
Bisogna pagare con la fatica le grandi cose. Anche la Chiesa e' da
conquistare. C'e' una legge delle famiglie industriali: una generazione
accumula, la seconda consolida perche' conosce ancora la fatica, la terza
dilapida. La nostra generazione non ha pagato sufficientemente. Dopo il
Concilio e' finita la Chiesa delle sicurezze. Lo staccarsi dalla sicurezza e
l'averci portato nella insicurezza, come ha fatto il Concilio, e' un farci
rinascere. Essere sciolti e liberi e' una gran fatica, dobbiamo rovesciare
tutto noi stessi, non ci si puo' fermare ma rinnovarci, ripulirci gli occhi:
"beati i puri di cuore". Occorre un ascetismo della verita' di fronte al
mistero della Chiesa.
"Io sono con voi fino alla fine". Quale significato, quale estensione, quale
spessore possiamo dare a queste parole? Da qui dipende la Chiesa.
L'ecclesiologia suppone la cristologia. Se Cristo e' solo un uomo, un grande
uomo, un'altezza morale, allora Cristo e' piu' grande della Chiesa e questa
e' svuotata di mistero, e' solo una convergenza di cuori sui motivi
fondamentali del messaggio evangelico, Ma Cristo e' il Figlio del Padre,
l'eterno vivente, il contemporaneo (come dice Kierkegaard), e' il Cristo di
Paolo, non una memoria del passato, ma una presenza viva che incrocia la mia
strada, che entra dentro di me, al quale io offro spazio, che e' presente
nella storia e nel destino di ogni uomo. "Chi dite voi che io sia?". La
prima cristologia e' nella prima risposta: "Sei un profeta". Ma Pietro
risponde: "Sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". "Beato te, perche'
questa fede ti e' donata" gli dice Gesu', e su questa fede nasce la Chiesa.
Ognuno ha la sua storia nel vivere la sua fede, ma bisogna partire o meglio
arrivare qui.
*
Come sono uscito da quei problemi sulla Chiesa? Anzitutto, devo la mia
fedelta' alla Chiesa ad alcune grandi amicizie: Mazzolari per primo. La
Chiesa era il tema che lo faceva vibrare di piu': "Dobbiamo stare dentro; da
uomini liberi, ma dentro; fuori saremmo nubi sens'acqua" (diceva cosi', con
la s). Lui, accusato di essere ai margini, era come su un balcone, ma aveva
l'equilibrio di un gatto, cadeva sempre sulle zampe, cioe' dentro la Chiesa,
perche' il suo baricentro spirituale era nella Chiesa. La sua era una
fedelta' faticata.
La devo poi all'avere abbandonato i libri della teologia, sia vecchia che
nuova, per ritrovare il Vangelo libro vivo, religioso, non di devozione. Ho
buttato dentro parole e pagine del Vangelo, letto attraverso il nostro cuore
e quello dei fratelli. Perche' il cuore dell'uomo e' il primo Vangelo.
Quando cerco il meglio di me, nel contrasto tra la Bibbia scritta e quella
del cuore, scelgo quella del cuore. Chi non ha sofferto non ha nulla da
dire, nulla da dare, e' incapace di Vangelo. I problemi devono essere
autentici, nascere dentro di noi; non possiamo vestirci delle certezze o dei
dubbi altrui, non possiamo giostrare sulla carta, con problemi di carta, ma
soffrire nella vita. Il Vangelo e la Chiesa li ho visti poi nella vita della
povera gente di montagna, perche' gli umili sono epifania di Dio. La
parrocchia ci salva, noi preti.
C'e' una duplice immagine della Chiesa nella parabola del figlio prodigo: la
piccola immagine che e' nei figli, quello che va come quello che resta, e la
grande immagine che e' nel padre, che ama e non e' capito. Ci sono due
tristezze nella vita: le domande senza risposta (penso al dolore: guai a
dare, senza pudore, risposte troppo facili) e risposte senza domande, quando
nessuno chiede. La Chiesa invece e' risposta alle attese piu' profonde. Io
l'ho capita quando l'ho sentita come risposta alle attese che avevo, come
l'attesa di Adamo che fa nascere Eva. Non un barcone per salvare la pelle
spirituale, per traghettare a pagamento verso l'eterno, ma una dimensione di
vita.
Ho sciolto quei nodi un po' alla volta.
*
Primo. Cristo e' piu' grande della Chiesa? Non basterebbe Cristo? Ho
scoperto che la Chiesa non e' altro che il Vangelo che continua, in atto.
Oggi dico con la stessa sincerita' di allora che sto nella Chiesa come sto
nel Vangelo con la stessa gioia, passione, fatica. La Chiesa non annuncia il
Vangelo: noi siamo Vangelo, viviamo il Vangelo, le creature sono creature di
Vangelo, il mondo e' casa di Cristo. Chi non e' di Cristo? Il Vangelo non e'
uno spazio santo raggiungibile con memorie e fantasie, ma spazio aperto e
concreto in cui vivo. La Chiesa e' Cristo che ci incontra. Non ricordiamo il
Vangelo, non lo leggiamo, non lo diciamo, ma lo siamo, il Vangelo e' in noi.
Cristo non e' piu' grande della Chiesa, ma e' vivo in essa, essa e' Cristo
vivente. Non nella memoria, ma nell'hic et nunc. Rifiutate la Chiesa in nome
del Vangelo? Ma e' proprio per trovare la concretezza del Vangelo che ho
bisogno della Chiesa. Se non ci fosse la Chiesa il Vangelo sarebbe carta, e
Cristo sarebbe il ricordo di un morto. Leggiamo la pagina dei pellegrini di
Emmaus: la loro era una religione di memorie, di tristezza, era Vangelo
senza Chiesa: "Ti ricordi come era bello?" Un mondo irrimediabilmente
perduto e chiuso con il venerdi' santo. Se e' cosi' allora prendiamo il
lutto della vita, piangiamo la vita. Allora, di fronte al dolore, se abbiamo
un po' di pudore, dobbiamo solo tacere. Infatti e' subito buio: "Rimani con
noi perche' si fa sera". Ma egli "entro' in casa per rimanere con loro".
Ecco una delle piu' belle definizioni della Chiesa. Ognuno di noi diventa
casa di Cristo. La Chiesa non e' una realta' separata da Cristo, che sarebbe
il suo "fondatore". Capita cosi' che la pensiamo come l'amministratore
delegato del Regno di Dio, con una sua autonomia. Invece la Chiesa non ha
una sua consistenza autonoma, non ha una sua personalita', non puo' dire io.
L'io della Chiesa e' Cristo. Il suo contenuto totale e' Cristo. La Chiesa si
spersonalizza in Cristo. Non e' la Chiesa che annuncia Cristo, e' Cristo che
parla attraverso la Chiesa. Non e' la Chiesa che con i sacramenti mi da'
Cristo, ma e' Cristo che attraverso i segni della Chiesa viene a noi. Il mio
rapporto e' sempre rapporto diretto con Cristo. Non il fango ha guarito gli
occhi al cieco nato, ma Cristo col fango; la Chiesa e' fangosa, e' vero, ma
Cristo opera in essa. La Chiesa e' come gli occhiali: la loro perfezione si
ha quando non si avvertono piu'; e' come le lenti a contatto, che servono
per vedere, senza essere viste. La Chiesa e' tanto piu' se stessa quanto
piu' scompare, quanto meno la si sente. Come Giovanni Battista, deve
diminuire perche' Cristo cresca. Giovanna d'Arco: "Io penso che non si deve
distinguere Cristo e la Chiesa: sono tutt'uno".
Cosi' ho potuto amare la Chiesa. La Chiesa e' questo essere chiamati oggi
per nome: dopo la tristezza per la scomparsa del corpo del Signore c'e' quel
dialogo che e' tutto il Cristianesimo: "Maria!" "Rabboni!".
*
Secondo. L'antiumanesimo della Chiesa, ogni gioia era sospetta, la
spontaneita' era peccato. Questo ha avvelenato la mia giovinezza. Come ho
superato questa tentazione? Mi ha aiutato quella parola di Nietzsche, letto
non alla maniera di D'Annunzio o di Hitler: "Restate fedeli alla terra". Ma
ho vinto quel veleno quando ho scoperto che la Chiesa e' l'atto di poesia di
Dio, che e' l'atto di fede e di accettazione piu' totale dell'uomo, della
vita, delle cose, che il compito della Chiesa e' abbellire la vita fino alla
pienezza finale, che la Chiesa e' il mondo redento nella sua bellezza,
perche' dice Dostoevskij: "E' la bellezza che redimera' il mondo". La Chiesa
e' opera di poesia. Se volete guardarla in prospettiva giuridica,
accontentatevi, io non mi accontento. Ho scoperto il sacramento. Per tanto
tempo ho avuto allergia per il sacramento, magia cattolica, stregoneria. Ma
la Chiesa e' il sacramento di Cristo: e' tutto qui. Cosa vuol dire
sacramento? L'ho visto nel Vangelo, non nei libri di teologia. Vuol dire che
Cristo rimane nei segni umani delle cose. Perche' ci sono due modi di
leggere il Vangelo: la maniera giansenistica..., e quella cattolica. Per
esempio, la moltiplicazione dei pani. Prima lettura: Dio fa sentire la fame
nel deserto, e' un dio lanciafiamme che distrugge tutto, fa' il vuoto che
funziona da sifone di risucchio verso di lui. Seconda lettura: il cuore di
Cristo, educato dalla sensibilita' della Vergine (nozze di Cana), educa a
suo volta i discepoli: "Se li rimando a casa digiuni verranno meno per via".
Se l'Eucarestia e' staccata dalle altre eucarestie, dalle necessita'
dell'uomo, e' spenta. Il cattolico non dira' mai: Dio solo mi basta. Il
Vangelo non e' disossarsi, e' Incarnazione.
Come cantano le liturgie orientali, Dio e' filantropo, amico dell'uomo. Dio
non ha una casa staccata da quella degli uomini, e' in ogni casa e in ogni
cosa. La risposta piu' vera non e' in Teilhard, ma e' piu' antica, e' nel
sacramento, e' nel gusto dell'uomo nel cuore di Dio. Cristo e' venuto in
terra a dire che la terra non e' maledetta. Dio si fa uomo non per
demagogia, ma per essere meglio Dio; si fa povero non per dare un contentino
ai poveri, ma per dire che la piu' piccola realta' creata e' degna del
Creatore, per rivalutare tutta la realta'. La risposta e' nell'entrare di
Dio in tutte le esperienze dell'uomo, fino alla terribile solitudine della
morte, quando Gesu' grida sulla croce. Cos'e' la morte di Cristo? E' il
pagamento per noi insolvibili? No, e' il segno ultimo dell'amore, entrato
per solidarieta' nei nostri abissi bui: "Li amo' sino alla fine". Cosa vuol
dire: "Restero' con voi"? Come e' rimasto Cristo? Cristo non ha fatto finta
di vivere (il docetismo e' la prima eresia), ha amato la vita. La Chiesa e'
l'ultimo atto dell'Incarnazione. Cristo rimane nell'uomo, nelle cose
dell'uomo, si colloca, si fa ospitare nelle cose: nell'acqua, semplice e
necessaria; nell'olio, succo dei frutti della terra; nell'amore umano, ancor
oggi cosi' sospettato; nella sofferenza umana, nell'invalicabile solitudine
agonica, in cui Cristo entra; negli uomini suoi ministri: noi siamo
schifiltosi, tentati dal disprezzo, ma Cristo non ha schifo degli uomini,
tocca il lebbroso, prende gli uomini non selezionati.
La Chiesa non e' la Scuola Normale di Pisa; cosa sarebbe una Chiesa di
super-uomini? Chi avrebbe il coraggio di entrarvi? chiede Bernanos. Vi
resteremmo davanti come un contadino, che si rigira il cappello tra le mani,
davanti ad una casa ricca. La Chiesa deve avere questa poverta' umana: "Una
povera cosa vuota che Dio riempie, una cosa smarrita che Dio raccoglie" (fra
Silvestro con Guido Gozzano). Cristo costruisce la Chiesa nelle cose e sulle
cose. La Chiesa e' allora l'impegno a far crescere le cose nella liberta' e
dignita', a dar grazia, cioe' bellezza, alle cose. Ritrovare il senso della
sacralita' di tutte le cose, non del proibito.
C'e' un segno privilegiato: il consumare insieme fraternamente il pane e il
vino, nel nome di Gesu'. Siamo al cuore della Chiesa, che e' comunione dei
santi e delle cose sante. La capacita' di comunione e di amicizia e' la
sostanza piu' profonda della Chiesa. Senza di cio' non c'e' Chiesa. Ma
Chiesa e antichiesa non sono spazi geografici: passano dentro ciascuno. Il
samaritano che si credeva fuori e' nella Chiesa, il sacerdote viceversa.
"Chi non ama e' nella morte". "Alla sera della vita saremo giudicati
sull'amore".
*
Terzo. La Gerarchia occorre, e' nel Vangelo. E' quella che dice Ireneo:
"Colei che presiede all'amore", che serve all'amore, che serve la verita',
ma quella evangelica. Se il cristiano ha il dovere di non relativizzare
l'assoluto, la Gerarchia ha il dovere di non assolutizzare il relativo:
questo e' un delitto. Siamo nella liberta'. Il compito del Magistero e' di
dire: "Questo e' Vangelo autentico", ma impegnando tutto se stesso,
impegnando l'infallibilita'. Se non se la sente, non ha il diritto di
impegnare le coscienze: allora dica: "Questo mi sembra Vangelo, ma non ve lo
garantisco". Faccia piuttosto la Gerarchia lo sforzo di impegnarsi sugli
assoluti del Vangelo. Contesti il mondo, ma con dei veri valori. La Chiesa
deve chiedere, avere il coraggio dell'impopolarita', ma con parole vere.
Perche' la maledizione non risuoni nell'eterno, la Chiesa deve avere il
coraggio di maledire nel tempo i colpevoli (per esempio i responsabili del
Biafra, l'Inghilterra che specula sulle armi e gli altri). La Chiesa deve
respirare nelle dimensioni delle Beatitudini, altrimenti tradisce il
Vangelo. Le Beatitudini non sono ascetismo, sono maniera di essere.
*
Quarto. C'e' un razzismo religioso della Chiesa? Il bacio del Battesimo e'
bellezza e forza, come quello di una madre. Ci consacra all'amore. Ma se un
bambino di questa madre viene portato via e non riceve il primo bacio, non
per questo e' amato di meno, anzi di piu'. Il Battesimo non e' quindi un
segno esclusivo. Se il figlio che e' in casa puo' andare da quello lontano,
la madre gli affida il messaggio del suo amore. Il missionario non va per
salvare, per portare Dio che gia' lavora in loro, ma per aiutarli a
conoscere Dio incarnatosi, a conoscere tutta la misura dell'amore di Dio, a
dire: "Dio vi ama piu' di quanto possiate immaginare". E va anche ad
ascoltare la parola che Dio dice a noi in quella religione, in quella
persona. Occorre un rispetto di tutte le religioni, ma non relativismo, un
vero ecumenismo, non solo belle maniere.
Direte: "Pero' la Chiesa non e' cosi', e' tanto diversa! Questa e' poesia".
Ma ogni cristiano deve avere una dimensione di poesia. E poi, la Chiesa, o
la guardiamo nel cuore dei due figli della parabola e allora e' stretta, fa
soffrire; oppure la guardiamo nel cuore del padre che attende e perdona, e
allora e' grande, ci stiamo, e' gioia e poesia. Quella piccola Chiesa mi fa
soffrire, me non mi intoppa piu'. Come i campi di concentramento non mi
fanno perdere fede nell'uomo, perche' mi importa sapere quale l'uomo puo'
essere, non quale e'. La Chiesa non e' proprietaria di Dio, ma segno, e la
grandezza del segno e' nel suo significato: vale una bandiera di carta come
una di seta. L'imballaggio puo' essere cattivo, ma la merce e' buona.
La Chiesa e' quello che ho detto, anche come istituzione. Non possiamo
uscirne, ma starci e realizzarla, come uomini liberi e innamorati, con gioia
e con passione, fedeli e pazienti. Dobbiamo stare attaccati alla Chiesa come
Dio l'ha sognata e ce l'ha data, esservi annodati come un nodo nella fune.
Perche' la Chiesa e' il cosmo.

4. INCONTRI. "LA PAROLA ALLE DONNE" IL 6 DICEMBRE A ROMA
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri diffondiamo. Per
informazioni e contatti:  Casa internazionale delle donne, tel. 06684017,
e-mail: cciddonne at tiscali.it, sito: www.casainternazionaledelledonne.org]

Martedi' 6 dicembre, con inizio alle ore 17, dinanzi al Ministero della
salute, lungotevere Ripa 1, a Roma, si svolgera' una iniziativa sul tema "La
parola alle donne".
*
In un clima politico e sociale sempre piu' preoccupante per la dignita' e la
liberta' delle donne rifiutiamo qualsiasi ingerenza esterna, pressione ed
intrusione del governo nelle scelte che riguardano la sessualita', la
procreazione libera e consapevole e la tutela della salute delle donne.
Per questo chiediamo:
- che la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, frutto della
grande stagione di mobilitazione delle donne negli anni '70 e che
simbolicamente rappresenta il riconoscimento del diritto
all'autodeterminazione, sia attuata pienamente su tutto il territorio
nazionale, con un adeguato potenziamento del personale dedicato a questo
servizio;
- un forte impegno finanziario del governo affinche' tutta la rete dei
consultori in Italia sia sviluppata, rispettando in ogni singola regione la
percentuale imposta per legge della loro presenza sul territorio (dove sono
andati a finire i 200 miliardi di lire messi a disposizione delle Regioni
con la legge 34/1996, un consultorio ogni 20.000 abitanti?); l'ampliamento
dell'organico socio-sanitario che in questi anni ha visto un forte e sempre
piu' massiccio impoverimento delle risorse del personale, con un pesante
aggravio del lavoro per operatrici ed operatori dei consultori;
l'adeguamento di tutte le strutture (con un incremento, in particolare, dei
consultori per le/gli adolescenti) che restituisca alla comunita' un
servizio originariamente all'avanguardia in tutta Europa rispetto alle
politiche per la promozione della salute, riguardo l'offerta attiva sul
territorio, le modalita' d'accoglienza, d'ascolto e partecipazione
democratica delle donne alla vita degli stessi;
- la presenza di almeno una mediatrice culturale per ogni consultorio;
- l'immediato utilizzo della RU 486 (pillola abortiva) su tutto il
territorio nazionale, nel pieno rispetto della legge 194 che nel testo
prevede "l'uso delle tecniche piu' moderne, piu' rispettose dell'integrita'
fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della
gravidanza";
- l'acquisto della "pillola del giorno dopo" (Norlevo) senza ricetta medica.
*
Promuovono l'iniziativa: Coordinamento donne per i consultori, Casa
internazionale delle donne; Cgil-fp nazionale, Cgil nazionale, Coordinamento
donne Cgil di Roma e del Lazio, Roma Centro Cgil, Cgil-fp Roma e Lazio,
Affi, Comitato donne del X Municipio, Assemblea delle donne dei consultori
Asl Rmh, associazione Donne In genere.
Hanno aderito: collettivo La mela di Eva, Centro Huesera, cooperativa
sociale Osala, Marcia mondiale delle donne di Roma, Wilpf, Assolei-sportello
donna, Forum regionale delle donne di Rifondazione, Coordinamento donne Ds
Roma e Lazio, Associazione Radicali Roma.

5. INCONTRI. LUCIANO COMINI: UN INVITO A CELLENO IL 10 DICEMBRE
[Da Luciano Comini del Centro comunitario di Celleno (per contatti: via Roma
5, 01020 Celleno (Vt), tel. e fax: 0761912591, e-mail: convento.cel at tin.it,
sito: www.conventocelleno.it) riceviamo e diffondiamo. Luciano Comini e'
insegnante, musicista, in mille forme educatore e soprattutto con l'esempio
e l'amicizia, impegnato nell'esperienza del centro comunitario di Celleno,
animatore infaticabile della Piccola Editrice, sempre generosamente attivo
in iniziative di pace, di solidarieta', di cooperazione internazionale, di
sostegno alle lotte per i diritti e la liberazione dei popoli e delle
persone]

Una cena, oltre a rispondere ad un bisogno fisico, puo' significare tanto,
qualcosa o nulla: dipende dai significati di cui i commensali rivestono
l'evento: cena di lavoro, cena di ricorrenza, cena tra amici, cena di festa,
cena di solidarieta'... In qualsiasi modo la si voglia colorare, definisce
sempre un "incontro tra persone".
Cena, dal greco koine': mettere in comune, stare insieme, fare comunita'.
Nel nostro caso, la cena multietnica provoca un'azione comunitaria, un
"porsi di fronte" - questo il senso etimologico di in-contro - tra persone
di diversa etnia, di diversa cultura, di diverse fedi.
L'altro, il diverso da noi, si propone come interlocutore per arricchirci di
nuovi punti di vista, di nuovi stimoli interpretativi della realta' e della
vita. Disporsi ad ascoltare, ad entrare in comunicazione, a confrontarsi, a
collaborare con chi ha uno stile di vita diverso dal nostro e' entrare nel
circolo del rispetto di civilta', della solidariete' umana, e' trasformarsi
un po' alla volta in operatori di mondialita' nella pace.
Siamo usi, ma non tutti, a considerare l'ondata delle nuove immigrazioni
come un fenomeno destabilizzante (il diverso e' sempre sconvolgente),
perche' l'esperienza di ogni persona, come di ogni popolo, considera sempre
la propria identita' come qualcosa di intoccabile e esclusivo. E' la
cultura, la vera cultura, che riesce a snodare il rigido connubio
identita'-esclusivita' e aprirlo, scioglierlo nel dialogo, nello scambio,
nell'integrazione.
Le chiusure, anche politiche, all'incontro (peggio quelle che teorizzano lo
scontro) sono questione di pochezza e ristrettezza mentale, anche se, a
volte, si mimetizzano ipocritamente come "ragioni di salvaguardia della
propria identita'". E, lo constatiamo con rammarico, in questi tempi di
rivalsa - anche in istituzioni rispettabili - in cui, quando si e' poveri di
motivazioni ideali o di fede, si preferisce "attaccare" (scontrarsi) per non
perdere privilegi e potere, lo stereotipato de "la miglior difesa e'
l'attacco" interpreta verosimilmente la concezione di chi ha paura di
soccombere alla propria vuotaggine ed e' in balia della sindrome
dell'accerchiamento. Non e' forse vero, Cicerone insegna, che il peggior
nemico di noi stessi, siamo noi stessi?
La partecipazione alla cena multietnica - la cultura tocca tutto l'essere
umano: nelle sue alte potenzialita' conoscitive ma anche nelle sue
manifestazioni di normalita' gioiosa e di intrattenimento - rappresenta
l'occasione per esprimere in un gesto di condivisione lo sforzo di
interculturalita' e di solidarieta'.
Ogni tentativo di incontro e' un gesto di liberta'.
Il piccolo contributo di partecipazione, che verra' devoluto per un progetto
di solidarieta' nel Terzo Mondo, sara' ulteriore prova della nostra
disponibilita' ad andare incontro al viso sconosciuto e lontano che soffre
di mancanza di pane e di dignita' umana. Vi ringraziamo per l'ascolto e la
condivisione. Vi aspettiamo in tanti.
*
Per questo siete invitati a partecipare alla cena multietnica al Convento di
Celleno sabato 10 dicembre alle ore 20. Il contributo di solidarieta' e' di
10 euro a persona.
Alla cena, con la degustazione di dolci etnici, seguira' l'intrattenimento
musicale con la band "Sangue Blues" di David e Alessio Lodesani, Gianni
Sartori e Mariana Brizi.
"Se non conosci bene te stesso, come fai a conoscere un altro? E quando
conosci te stesso, tu sei l'altro" (Nisargadatta Maharaj).

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1134 del 4 dicembre 2005

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it