La nonviolenza e' in cammino. 1133



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1133 del 3 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Anna Maffei: Solidarieta' con Norman Kember
2. Mao Valpiana colloquia con Alberto Perino sulla lotta nonviolenta in Val
di Susa
3. Un appello in difesa della legge 194, i consultori, l'autodeterminazione
delle donne e la laicita' dello stato
4. Lidia Menapace: Laicita'
5. Michele Do: Credo di St. Jacques
6. Maria Teresa Carbone presenta "Suite francese" di Irene Nemirovsky
7. Maria Teresa Carbone intervista Denise Epstein
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. APPELLI. ANNA MAFFEI: SOLIDARIETA' CON NORMAN KEMBER
[Ringraziamo Lidia Maggi (per contatti: lidia.maggi at ucebi.it) per averci
trasmesso la seguente dichiarazione di Anna Maffei.
Lidia Maggi e' pastora battista, teologa, saggista, responsabile per le
attivita' per i diritti umani per la Federazione delle chiese evangeliche,
fortemente impegnata nel dialogo interreligioso.
Anna Maffei (per contatti: anna maffei at ucebi.it), presidente dell'Unione
Cristiana Evangelica Battista d'Italia (in sigla: Ucebi), prestigiosa
teologa e saggista, appartiene alla tradizione nonviolenta espressa dal
pastore battista e martire per la pace e la dignita' umana Martin Luther
King.
Norman Kember e' uno degli attivisti nonviolenti della ong umanitaria
"Christian peacemak team" rapiti recentemente in Iraq]

Ha appena raggiunto gli uffici dell'Unione battista italiana la notizia che
uno dei quattro pacifisti rapiti ieri in Iraq e' il professore Norman
Kember.
Ho personalmente conosciuto il professore Kember a Cardiff qualche anno fa
in occasione dell'Assemblea dell'Unione battista britannica. Lui e sua
moglie animavano lo stand della "Baptist Peace Fellowship" allestito per far
conoscere e promuovere le attivita' promosse dalle chiese battiste inglesi
contro il coinvolgimento della Gran Bretagna nella guerra in Iraq.
La delegazione dei battisti italiani a Birmingham ricordera' uno stand
simile allestito anche in occasione del Congresso dell'Alleanza mondiale
battista. Norman era li' a testimoniare insieme all'organizzazione gemella
del Nord America l'impegno delle chiese battiste per la pace in molte parti
del mondo. I battisti italiani hanno fraternizzato quasi naturalmente con il
professor Kember e con sua moglie anche perche' il nostro stand, che aveva
esposto con molta evidenza la bandiera della pace, si trovava nella stessa
sala.
*
Appena saputo dell'identita' di uno degli ostaggi rapiti ieri, ho
immediatamente inviato, a nome delle chiese dell'Unione battista italiana,
un messaggio di solidarieta' alla famiglia e alla chiesa di appartenenza del
professor Kember, la College Road Baptist Church in Harrow, dando
assicurazione della nostra vicinanza e solidarieta' cosi' come delle nostre
preghiere per un rilascio immediato e senza conseguenze di Kember e di tutti
gli altri rapiti con lui. Ho ricordato quanto anche le nostre chiese, nel
medesimo spirito di Kember e della sua organizzazione, hanno fatto per
cercare di fermare la guerra in Iraq condannando la logica violenta che ad
essa e' sottostante, e ho assicurato la disponibilita' mia personale e delle
nostre chiese ad appoggiare petizioni o qualsiasi altra iniziativa pubblica
per favorire una conclusione positiva di questa triste vicenda.
*
Ecco il testo della lettera che ho inviato a Hilary Trevis, rappresentante
dell'Unione battista britannica, la stessa che ha dato notizia del fatto che
uno degli attivisti per la pace rapiti ieri in Iraq era appunto Norman
Kember:
Dear Hilary,
last night I did not recognize from the video they passed in the television
Professor Norman Kember. Massimo and I met him and his wife in Cardiff at
the Baptist Union Assembly two years ago and then we saw him again in
Birmingham.
We are really shocked by what happened in Iraq and I want to ask you to
bring to Norman's family and church the solidarity and spiritual nearness of
all the Italian Baptist Churches. We are praying for him and for all the
others who are with him in these hours.
Together with Norman many of us have been fighting against this war, we all
were aware from the beginning that a war in Iraq far from defeating
terrorism would have strengthened it. These are the tragic effects of a
wrong and dangerous political choice.
The enemies of peace throw everywhere their seeds of violence. Christians
have the responsibility to resist the logics of enmity, Norman believes that
we can change this world through nonviolent means and - I am sure - he was
in Iraq to witness of this deep conviction bringing his testimony in the
midst of dreadful conflict.
We hope and pray that professor Norman Kember and all the other people taken
hostage in these days will be soon set free and whatever the Italian Baptist
Churches can do to help in this direction through petitions or through other
means, we will do.
May God bless you all
Anna

2. ESPERIENZE. MAO VALPIANA COLLOQUIA CON ALBERTO PERINO SULLA LOTTA
NONVIOLENTA IN VAL DI SUSA
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la
redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax  0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) per averci messo a disposizione l'editoriale che apre
il fascicolo di "Azione nonviolenta" di dicembre 2005.
Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della
nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come
assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel
Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come
metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' membro del comitato di
coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa
della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione
Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al
servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla
campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione
della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario
nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione
diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per
"blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio
direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio
della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione
di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato
di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per
la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nello scorso mese di giugno ha
promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria
italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo
autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra
richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 di questo notiziario.
Alberto Perino, gia' animatore del Gruppo valsusino di azione nonviolenta,
e' uno degli animatori del movimento che si oppone al devastante progetto
Tav in Val di Susa]

In Val di Susa c'e' un esemplare movimento di resistenza nonviolenta.
L'intera popolazione valligiana si oppone al progetto di una nuova linea
ferroviaria ad alta velocita' che dovrebbe collegare Torino a Lione. Nelle
ultime settimane, per bloccare l'inizio dei lavori di carotaggio del
territorio, c'e' stato un crescendo di mobilitazione, fino allo sciopero
generale e totale di tutta la Valle il 16 novembre, con una marcia di otto
chilometri alla quale hanno partecipato dalle 50 alle 70.000 persone.
Praticamente tutti gli abitanti si riconoscono nel movimento No Tav e hanno
adottato la nonviolenza come metodo per difendere il loro futuro in Valle.
Per tutta risposta il governo, che vuole fortemente realizzare l'opera a
partire dalla costruzione della galleria di 53 chilometri sotto le montagne
valsusine, ha militarizzato il territorio, per permettere alle ditte di
iniziare i lavori di trivellazione per preparare lo scavo. La reazione
popolare e' stata unanime. Si sono attuati ovunque nella Valle dei presidi
che sono diventati luoghi di aggregazione in cui si leggono i giornali, ci
si scambiano informazioni, si discute di politica, si preparano castagnate.
Luoghi di democrazia partecipata che - essendo prati e campi - sono stati
attrezzati per resistere al freddo invernale.
Questa sollevazione e' di tutte le forze politiche della Valle (tutti i
Consigli comunali hanno deliberato all'unanimita' contro l'opera): anche i
parroci sono nei presidi; e' stata costruita un'edicola spostabile con la
statua della Madonna del Rocciamelone che accompagna i manifestanti su tutti
i luoghi di lotta. Giovani e anziani, donne e uomini hanno sempre rispettato
la scelta di nonviolenza.
Abbiamo sentito Alberto Perino, che fu animatore del Gruppo valsusino di
azione nonviolenta (in sigla: Gvan), ed ora, che e' pensionato bancario, e'
uno degli esponenti di punta del movimento.
*
- Mao Valpiana: Dunque la nonviolenza e' l'elemento costitutivo del
movimento No Tav. Possiamo dire che c'e' una continuita' storica con la
presenza a Condove, all'inizio degli anni '70, del Gruppo valsusino di
azione nonviolenta?
- Alberto Perino: I semi germogliano. Non rivendichiamo l'esclusiva
primogenitura, ma certamente il Gruppo valsusino di azione nonviolenta di
Condove e' stato uno degli attori che ha fatto crescere e maturare la
coscienza della Valle. Molti altri elementi hanno contribuito; in Valle
durante la guerra ci fu un importante movimento di resistenza antifascista;
in quegli anni il direttore didattico nella nostra scuola era un certo Carlo
Carretto; poi c'e' stato un forte movimento sindacale; e poi figure
importanti come Achille Croce (il primo operaio obiettore) e don Giuseppe
Viglongo, fondatore del giornale "Dialogo in Valle". E poi voglio segnalare,
seppur in negativo, che in Valle abbiamo avuto una significativa presenza di
lotta armata negli anni '70. Alcuni di coloro che fecero la scelta
terrorista, hanno poi riconosciuto gli errori, hanno pagato i debiti con la
giustizia, sono cambiati ma non se ne sono andati, e oggi partecipano
attivamente alla nostra lotta nonviolenta. Insomma, nella terra di questa
Valle non e' mancato il sale.
*
- Mao Valpiana: Come pensate di rispondere alla militarizzazione in atto del
vostro territorio?
- Alberto Perino: La presenza massiccia di polizia e carabinieri nei nostri
paesi, che limitano la liberta' di movimento, e' un fatto gravissimo. Dopo
l'ottima prova dello sciopero generale in Valle, penso che dovremo
considerare la possibilita' di utilizzare altre tecniche della nonviolenza
anche piu' radicali, fino allo sciopero della fame.
*
- Mao Valpiana: Come spieghi il successo della vostra azione?
- Alberto Perino: Noi abbiamo un vantaggio. Siamo partiti molto presto e non
abbiamo aspettato di trovarci davanti al fatto compiuto. La nonviolenza ci
insegna che e' meglio prevenire prima, piuttosto che protestare dopo. La
nostra lotta inizia nel 1989, quando Tav era solo uno slogan. Abbiamo un
gruppo di docenti del Politecnico che ci offre da allora tutto il supporto
scientifico. Siamo sempre preparati, in anticipo rispetto alle mosse di chi
propone l'alta velocita' devastante. Muoversi solo all'arrivo delle ruspe
sarebbe perdente. Per questo abbiamo iniziato prima dell'avvio dei lavori.
Vogliamo stare sempre un passo avanti.
*
- Mao Valpiana: Come pensate di proseguire?
- Alberto Perino: Alcuni sindaci hanno proposto una "tregua olimpica", in
vista dei giochi invernali del 2006. Ma naturalmente questa moratoria deve
valere per tutti. Devono ritirarsi le trivelle, e noi ritiriamo i presidi.
Tutti un passo indietro.
*
- Mao Valpiana: Cosa chiedete all'opinione pubblica?
- Alberto Perino: Chiediamo solidarieta' a tutti. La nostra non e' una lotta
localistica. In gioco non e' solo il futuro della nostra Valle. Stiamo
parlando di sperpero di denaro pubblico, di distruzione di risorse naturali,
di distruzione del territorio italiano. Dalla Val di Susa contro il Tav,
allo stretto di Messina contro il Ponte, e' la stessa lotta. Dobbiamo
salvare il futuro di tutti, con la nonviolenza.

3. APPELLI. UN APPELLO IN DIFESA DELLA LEGGE 194, I CONSULTORI,
L'AUTODETERMINAZIONE DELLE DONNE E LA LAICITA' DELLO STATO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci inviato il seguente appello promosso da molte autorevoli persone
amiche. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo
foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, regista
teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche
sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

Non trascorre giorno che il Vaticano, per bocca del cardinale Ruini, non
dichiari la sua preoccupazione per quello che ritiene l'allontanamento dalle
leggi di natura in materia di matrimonio, famiglia, concepimento, relazioni
filiali eccetera. Non c'e' giorno che qualcuno, deputato, giornalista,
scrittore, psicoanalista, filosofo eccetera, non dichiari che  occorre
ritornare alla saldezza dei principi e dei valori, quando i padri facevano i
padri e le madri si accontentavano di fare le madri, in casa. E poi si
levano anche le parole di donne in carriera politica, le quali pure
dichiarano che e' giusto elargire aiuti alla famiglia tradizionale,
piuttosto che costruire nidi, scuole materne  e altre strutture facilitanti
il lavoro delle donne.
La difesa dei ruoli, asimmetrici, dell'antica tradizione gerarchica
patriarcale, uniscono i religiosi delle tre fedi monoteiste ai "laici" di
destra e, talvolta, anche di sinistra.
L'attacco contro la legge 194 che regola l'interruzione volontaria di
gravidanza non ha  piu' di tanto suscitato a sinistra (intendendo sia il
centro-sinistra che il vasto arcipelago dei  gruppi) una reazione precisa e
motivata. Percio' non bisogna sorprendersi piu' di tanto se il ministro
della Sanita' chiede, con aria innocente, un'inchiesta per capire (hanno
subito interpretato da parte cattolica) se c'e' stato un uso "facile" della
certificazione per abortire nelle strutture pubbliche.
Di seguito si e' aggiunta la proposta di mettere accanto ai sanitari i
volontari del Movimento per la Vita. Loro poi generosamente si sono detti
favorevoli a fare posto anche ai volontari islamici. A ciascuno i suoi,
presunti, fedeli.
*
Il cardinale Ruini, hanno scritto i quotidiani domenica 27 novembre, in
occasione del congresso "Scienza ed etica per una procreazione
responsabile", svoltosi all'Universita' Cattolica di Roma, e' di nuovo
intervenuto "in difesa della vita e della famiglia" contro le unioni di
fatto che minerebbero la percezione del matrimonio "come espressione e
garanzia della natura stessa dell'amore umano". Benedetto XVI l'ha
dichiarato di recente: la Chiesa ha  la missione di difendere "la legge
naturale" affinche' le leggi degli uomini ne siano la trasposizione
normativa.
In una nota di commento a p. 55 di una versione del Corano (a cura di Hamza
Roberto Piccardo, Newton, Roma 1996, e successive ristampe) approvata
dall'Unione delle Comunita' ed Organizzazioni Islamiche in Italia, si legge
che c'e' una superiorita' maschile relativa all'ambito domestico come
conseguenza delle differenze fisiologiche e psicologiche perche' "la
sensibilita' maschile e' per lo piu' esteriore, proiettata in un ambito
extrafamiliare che tende a diventare pubblico e politico. Quella femminile
e' interiore, attenta a se stessa, tesa alla protezione di quanto acquisito
o all'axcquisizione di semplici mezzi di sostentamento e di sicurezza".
Questo secolo appena iniziato appare colorato da una "modernita' liquida"
(Bauman) di vari tipi di paure e incertezze. Una di queste riguarda gli
uomini, la loro identita' "virile" fondata da tempi immemorabili sulla
presunta debolezza e fragilita' "naturale" delle donne.
Se le cose possono cambiare, la Natura resta tale e quale: e' un universale,
e' l'essenza della Vita.
Ha scritto Chiara Saraceno ("La Repubblica", 16 settembre 2005, Storia,
crisi e trasformazione di un modello): "l'organizzazione familiare, sia dal
punto di vista normativo che dei comportamenti pratici, rappresenta sempre
un equilibrio storicamente e socialmente situato tra rapporti di sesso e
generazione, che sono anche rapporti di potere. E' un equilibrio che si
costituisce in risposta a bisogni 'interni' (accudimento, riproduzione,
sostegno), ma anche a circostanze esterne: situazione economica,
demografica, politica. In altri termini, non vi e' nulla di naturale nella
famiglia, che e una istituzione eminentemente sociale, percio' diversificata
nello spazio e nel tempo".
L'attacco alla 194 si puo' leggere proprio anche come bisogno,
comprensibile, di sicurezza collettiva attraverso la riaffermazione della
famiglia come data per scontata, immutabile e naturale. Ci possiamo chiedere
se anche noi donne fatichiamo a parlare, a prendere posizione come una
volta, perche' subiamo l'incertezza del vivere in un mondo in subbuglio e
sentiamo, almeno un po', il richiamo dei fondamentalismi religiosi o laici
come porti sicuri nei quali rintanarci pagando il prezzo della liberta'.
*
Le firmatarie del presente documento, premesso tutto questo,
- dichiarano la loro opposizione allo smantellamento delle leggi 194
(maternita' responsabile) e 405 (consultori);
- chiedono che il centro-sinistra prenda posizione chiara ed inequivocabile
sul primato dell'autoderminazione femminile e sulla laicita' dello stato;
- chiedono alle organizzazioni femminili e femministe, alle singole donne
italiane e migranti, di sottoscrivere il presente appello in vista di
mobilitazioni comuni.
*
Prime firmatarie: Ileana Montini, psicologa e psicoterapeuta; Maria G. Di
Rienzo, scrittrice; Lidia Menapace, Convenzione permanente donne contro le
guerre; Mariangela Carlesso, erborista; Teresa Mazzina, giornalista; Franca
Morigi, mediatrice culturale; Cristina Papa, redazione de "Il Paese delle
Donne"; Marzia Brunello, impiegata; Vera Dalla Costa, impiegata; Annarita
Dall'Agata, assistente sociale; Giovanna Corona, operaia; Daniela Danna,
ricercatrice; Elisabetta Donati, sociologa; Mariella Scaioli, disegnatrice;
Nicoletta Crocella, casa editrice Stelle cadenti; Daniela e Silvia Coassin,
impiegate; Mariacristina Cappellazzo, dirigente; Anna Tamburini,
pedagogista.
*
Per contatti: Ileana Montini: ileana.montini at tin.it, Maria G. Di Rienzo:
sheela59 at libero.it

4. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: LAICITA'
[Ringraziamo Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) per
averci inviato come anticipazione questo intervento destinato al quotidiano
"Liberazione". Lidia Menapace e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla
Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti
della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La maggior parte degli
scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e
riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il
futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento
politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia
Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza
sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara
Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il
papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna,
Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Anni fa un mal di pancia di Berlinguer, forse provocato da fichi regalatigli
dall'ambasciatore di un paese straniero, divento' una notizia pubblicata su
tutti i giornali. E poche settimane dopo uno scivolone in bagno di
Zaccagnini pure. I due episodi entrarono nell'antologia del femminismo come
esempio ironico di che cosa vuol dire che il personale e' politico: per gli
uomini potenti e' politico persino il personale piu' pettegolo (erano fichi
avvelenati? Zaccagnini aveva bevuto?).
Se invece una donna veniva violentata, era offesa la morale e la persona
poteva pure darsi che venisse creduta simulatrice o provocatrice.
Per far diventare politico il personale delle donne ci sono volute lotte
importanti, e la cosa non e' ancora consolidata.
Per esempio l'aver rifiutato - al tempo in cui fu fatta la legge 194 -
dissuasori o persuasori nei consultori perche' le donne non sono sceme ne'
cittadine sotto tutela, e sanno e possono decidere da se', e' posizione non
ancora uscita dal personale, non e' diventata politica, a vedere che le
prese di posizione contro la presenza di "volontari" del "Movimento per la
vita" nei consultori sono deboli, scarse e stupite.
Per questa ancora esistente disparita' sulla valutazione politica o
personale dei fatti, sarebbe bene che gli uomini potenti che possono far
diventare politica qualsiasi notizia che riguardi le loro viscere, fossero
molto discreti. Sia  perche' la discrezione e' una bella virtu' civile, sia
perche' e' facile che le rivelazioni sui propri itinerari interiori siano
strumentalizzate o credute opportunistiche ("Parigi val bene una messa"),
sospettate, usate malamente. Sembra che Bertinotti sia da qualche tempo
incamminato in una ricerca spirituale sulla quale non ho nulla da dire, se
non che a me non interessa e non mi pare rilevante che se ne parli sui
giornali, anche perche' si tramuta subito in giudizi su fatti italiani del
momento, sui quali sarebbe bene tenere posizioni molto precise. Ad esempio
non si capisce davvero che cosa c'entri l'otto per mille con la ricerca di
Dio: molti credenti colti di teologia e di storia della chiesa pensano
persino che sia una forma di simonia. Comunque se l'otto per mille va bene,
perche' Bertinotti non fa propria una proposta di legge presentata da tempo
da Elettra Deiana (in accordo con associazioni di donne) per estenderlo
anche all' associazionismo politico femminile e femminista? Sarebbe un certo
riequilibrio tra i generi nell'accesso a risorse economiche, e  molte donne
invece di lasciare l'otto per mille allo stato perche' non vogliono darlo
alle chiese, lo destinerebbero ad associazioni femminili e femministe
evitando cosi' che - lasciato allo stato per fini umanitari - sia stornato a
sostenere i costi della spedizione "umanitaria" a Nassirija.
*
E per venire al merito: oggi e' in corso una vera programmata lotta di
riconquista neotemporalista da parte della chiesa cattolica, di inusitata
pesantezza e antistoricita'. Essa urta profondamente i livelli di coscienza
raggiunti...
Che vi sia un buon livello di coscienza civile si vede ad esempio dalla
manifestazione studentesca con i suoi contenuti a difesa della scuola
pubblica e della laicita' e con un serio livello critico e di autonomia
personale a sentire gli e le studenti intervistate dai tg. Non vedremo mica
le firme di "intellettuali" di sinistra sotto l'appello uscito lo stesso
giorno per sostenere che ai giovani bisogna impartire una "educazione"? la
divaricazione e' enorme. Moltissimi giovani e ragazze chiedono un rapporto
scolastico fondato sul rispetto e sulla critica (cioe' l'essenziale di una
scuola pubblica) e viene loro proposto l'ammaestramento e l'educazione
autoritaria.
Le donne propongono un loro cammino di riflessione sul perche' della
sconfitta al referendum e nessuno ribatte alle insidie quotidiane in materia
riproduttiva dando la parola alle donne o almeno imparando la nostra storia.
*
In generale credo che oggi sia necessario un atteggiamento rigorosamente
laico, proprio perche' la cultura religiosa in Italia e' scarsa e
naturalmente il personale ecclesiastico ne possiede piu' del normale
politico italico e per di piu' la esprime autoritativamente. E perche' vi e'
un crescente fastidio popolare per l'inframmettenza dei preti condivisa
anche da preti, e anche perche' non se ne puo' piu' che laicita' sia intesa
come confronto tra confessioni religiose, il che si deve chiamare
propriamente ecumenismo.
Laicita' e' esposizione di posizioni razionali e situate storicamente, senza
pretese autoritative e con disposizione al confronto alla pari. Bisogna
davvero sottrarsi persino con puntigliosita' e non lasciarsi coinvolgere in
dispute giornalistiche su cose di religione. Il Vaticano non e' uno stato
democratico ne' di diritto, e non puo' far parte come stato dell'Europa
politica. Come pretende di dire su quali basi va collocata? Le scelte
religiose di ciascuna persona non sono rilevanti per la presenza o il
giudizio politico: e' persino una decisione del concilio: nelle elezioni  i
credenti debbono scegliere le persone competenti, non le persone credenti in
quanto tali.
Faccio un esempio: durante la campagna delle europee i giornali di Bolzano e
Trento fecero a tutti quelli e quelle che erano in lista interviste con
domande "di varia umanita'" tipo sui romanzi letti, i film o le canzoni
preferite, gli sport praticati, ecc. e alla fine "Lei va a messa la
domenica?". Risposi che non avevano diritto di pormi la domanda, che non era
rilevante politicamente. Avrei potuto rispondere di no,  oppure che ho
superato l'eta' entro la quale vi era l'obbligo di rispettare il precetto, o
che dopo il Vaticano secondo il precetto non e' piu' tale, o che il
cristianesimo non e' una religione dell'osservanza e gia' Dante sapeva che
l'attenzione alle forme esteriori della religione era bigottismo ignorante,
dimostrando che ne sapevo piu' del giornalista che mi aveva posto la
domanda. Ma oggi credo che occorra resistere soprattutto al coinvolgimento
religioso ossequiente e attenersi con scrupolo a dire che nessuno ha diritto
di chiedere notizie sull'appartenenza religiosa.
Il diritto di non essere religiosi deve essere affermato perche' oggi e' ben
poco riconosciuto e ormai Ruini si permette di definire sprezzantemente
"pallottole di carta" le critiche che gli vengono mosse. A quando il
foglietto con l'attestato del precetto pasquale o la dichiarazione di
battesimo sulla pagella scolastica? Alla condanna di un magistrato che non
vuole crocefissi nelle aule di tribunale ci siamo gia'.
Per fortuna (nostra, non loro) ci sono le costituzioni islamiche con le
quali il papa se la prende perche' non rispetterebbero abbastanza i diritti
e i privilegi della chiesa cattolica. Cosi' si capisce che persino per
garantire la liberta' religiosa le religioni sono un ostacolo, una
difficolta', mentre lo stato laico le tutela per sua intrinseca natura di
sostenitore e garante delle liberta', tutte, non solo quella religiosa.

5. RIFLESSIONE. MICHELE DO: CREDO DI ST. JACQUES
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione il seguente testo di don Michele Do, recentemente
scomparso.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Su Michele Do riportiamo alcuni frammenti da un piu' ampio ricordo scritto
da Enrico Peyretti che abbiamo pubblicato nel n. 1118 di questo foglio: "E'
morto sabato 12 novembre 2005 ad Aosta, don Michele Do, un uomo autentico,
un prete cristiano, un testimone dell'umana sete di Dio. Nato a Canale,
presso Alba (provincia di Cuneo), il 13 aprile 1918, abbandono'
l'insegnamento in seminario nel 1945, ritirandosi nella frazione di St.
Jacques di Champoluc (Aosta), allora senza strada, villaggio di alta
montagna, nel quale don Michele cercava la vita ritirata, pensosa. E' stato
rettore di quella piccola chiesa fino a quando, nella vecchiaia, si e'
ritirato nella Casa Favre, sulla pendice del monte, sopra il villaggio, una
pensione-fraternita', luogo di amicizia e spiritualita' aperta. Il suo
maggiore riferimento, nella linea del modernismo piu' spirituale - il cuore
umano come primo luogo della sete religiosa e dell'evangelo universale - fu
don Primo Mazzolari, insieme a tanti altri spiriti ardenti della chiesa e di
ogni focolare religioso. I suoi maggiori amici e fratelli di cammino furono
David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, padre Acchiappati, Ernesto Balducci,
sorella Maria di Spello e, tramite lei, Ernesto Buonaiuti, padre Rogers e
sua moglie (anglicani) e tanti, tanti altri, non solo credenti, ma tutti
assetati e commensali di verita' e autenticita' vissuta. Appartato, ma senza
polemiche superficiali, rispetto alle strutture ecclesiastiche, e' stato un
centro vivissimo di aperte amicizie e accoglienze, che ha attirato una
quantita' di cuori vivi in ricerca, da tutte le condizioni umane. E' stato
una grande anima, uno spirito acceso dal fuoco vivo dello Spirito. Un
cercatore instancabile di Dio. Fremeva e cercava, in ogni colloquio e
incontro, l'aiuto e l'ascolto nostro per una rilettura essenziale del
cristianesimo e di tutta la ricerca spirituale umana, e comunicava tracce
preziose di luce..."]

Credo in un solo Dio che e' padre
fonte sorgiva di ogni vita, di ogni bellezza, di ogni bonta'.
Da lui vengono e a lui ascendono tutte le cose.
Credo in Gesu' Cristo, figlio di Dio e figlio dell'uomo,
immagine visibile e trasparente dell'invisibile volto di Dio,
immagine alta e pura del volto dell'uomo
cosi' come lo ha sognato il cuore di Dio.
Credo nello Spirito Santo,
che vive ed opera nelle profondita' del nostro cuore
e di ogni creatura,
per trasformarci tutti ad immagine di Cristo.
Credo che da questa fede fluiscono
le realta' piu' essenziali e irrinunciabili della nostra vita:
la comunione dei santi e delle cose sante, che e' la vera chiesa,
la buona novella del perdono dei peccati
la fede nella Risurrezione, che ci dona la speranza
che nulla va perduto della nostra vita:
nessun frammento di bonta' e di bellezza,
nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato,
nessuna lacrima e nessuna amicizia. Amen.

6. LIBRI. MARIA TERESA CARBONE PRESENTA "SUITE FRANCESE" DI IRENE NEMIROVSKY
[Dal quotidiano "Il manifesto" del primo dicembre 2005.
Maria Teresa Carbone, traduttrice, saggista, organizzatrice culturale, cura
con Nanni Balestrini il sito di letture e visioni in rete www.zoooom.it
Irene  Nemirovsky, nata a Kiev nel 1903, emigrata a Parigi con la famiglia
dopo la rivoluzione d'ottobre, scrittrice, nella sua opera narrativa acuta
osservatrice della societa', mori' ad Auschwitz nel 1942. Tra le opere di
Irene Nemirovsky: Le mosche d'autunno, Feltrinelli, Milano 1989; David
Golder, Feltrinelli, Milano 1992; Un bambino prodigio, La Giuntina, Firenze
1995; Il ballo, Adelphi, Milano 2005; Suite francese, Adelphi, Milano 2005]

Il clamore che lo scorso anno in Francia ha accolto la pubblicazione di
Suite francese di Irene Nemirovsky, culminato con l'assegnazione postuma del
Prix Renaudot e con la vendita dei diritti del romanzo in piu' di venti
paesi, pone con particolare evidenza una questione che, sia pure in misura
minore, riguarda l'accoglienza riservata a qualsiasi libro - fino a che
punto cioe' il successo di un testo dipenda dalle sue qualita' intrinseche,
e quanto invece sia dovuto a fattori esterni, legati alle vicende
biografiche dell'autore o, come in questo caso, alle drammatiche peripezie
dell'opera stessa. Quanto ha influito sui lettori francesi la consapevolezza
che il testo che avevano fra le mani era stato febbrilmente composto da
Irene Nemirovsky nei mesi e nei giorni precedenti al suo arresto, seguito
dalla sua deportazione ad Auschwitz, dove sarebbe morta di tifo nel 1942? In
quale misura la lettura del libro e' stata condizionata dalla storia
avventurosa del manoscritto che, affidato dal marito della scrittrice,
Michel Epstein (anch'egli poi scomparso nei campi di sterminio), alla figlia
maggiore, la tredicenne Denise, era stato da lei gelosamente custodito nel
corso di una fuga disperata da un nascondiglio all'altro per tutti gli anni
della guerra? Domande tanto piu' pertinenti se si tiene conto che il testo -
ora uscito anche in Italia per Adelphi nella traduzione di Laura Frausin
Guarino (pp. 416, euro 19) - arriva al lettore corredato da alcuni materiali
che sottolineano appunto l'eccezionalita' della sua vicenda editoriale:
accanto alla postfazione firmata dalla saggista francese di origine polacca
Myriam Anissimov, l'appendice contiene gli appunti di lavoro di Irene
Nemirovsky, le fotografie di due pagine del manoscritto di Suite francese e
una serie di lettere che, dal 1936 al 1945, gettano luce sugli ultimi anni
di vita della scrittrice e sul periodo immediatamente successivo alla sua
scomparsa.
E' del 10 ottobre 1938, fra l'altro, un messaggio inviato all'editore di
Irene Nemirovsky, Albin Michel, dalle milanesi Edizioni Genio, che al tempo
stesso testimonia come la scrittrice negli anni Trenta fosse nota anche al
di fuori dei confini francesi e preannuncia la tragedia che si sarebbe
consumata di li' a poco: "Vi preghiamo molto gentilmente di saperci dire se
la signora I. Nemirovsky e' di razza ebraica. In base alla legge italiana,
non dev'essere considerata di razza ebraica la persona che abbia uno dei
genitori, il padre o la madre, di razza ariana". Manca la risposta, e quindi
non sappiamo se Albin Michel informo' la casa editrice italiana che "la
signora I. Nemirovsky" era da considerarsi senza ombra di dubbio "di razza
ebraica".
*
Nata nel 1903 a Kiev, la scrittrice era infatti ebrea per parte di padre e
madre: lui, Leon Nemirovsky, affermato banchiere, "amministratore delegato
della Banca Unione di Mosca, membro del consiglio della Banca Privata del
Commercio di San Pietroburgo"; lei, Faiga detta Fanny, donna bella e
pochissimo incline alle cure della maternita', che dalla figlia sarebbe
stata detestata (e in parte ferocemente ritratta nel racconto lungo Il
ballo, pubblicato da Adelphi la scorsa primavera) e che sarebbe poi morta a
Parigi a 102 anni, nel 1989, senza aver mai voluto rivedere dopo la guerra
le due nipoti, orfane di entrambi i genitori.
Famiglia dunque molto ricca, vacanze ogni anno in Crimea o in Francia, sulla
Costa Azzurra o a Biarritz, educazione privata di ottimo livello, letture
voracissime. A quattordici anni Irene, che nel frattempo si era trasferita
con la famiglia a Pietroburgo e parlava correntemente - oltre al russo - il
francese e l'inglese, comincio' a scrivere. Di queste primissime prove non
molto si sa, se non che furono, come e' naturale, una sorta di palestra in
cui affino' una tecnica, ispirata a quella di Ivan Turgenev, che avrebbe poi
adottato per i libri della maturita': "Di un romanzo - spiega Myriam
Anissimov nella postfazione a Suite francese - stendeva non solo la vicenda,
ma anche le riflessioni che questa le ispirava, il tutto in un flusso
libero, senza cancellature o ripensamenti. E aveva un'idea molto chiara di
ciascuno dei personaggi, anche di quelli di secondo piano: riempiva quaderni
interi per descrivere la fisionomia, il carattere, l'educazione, l'infanzia,
le tappe cronologiche della loro vita. Quando tutti erano stati
minuziosamente delineati, sottolineava i tratti essenziali da conservare - a
volte solo poche righe. Passava quindi rapidamente alla composizione del
romanzo, la perfezionava, e infine redigeva la stesura definitiva".
*
Le Malentendu, il suo primo romanzo, sarebbe uscito nel 1926 in Francia, il
paese dove i Nemirovsky avevano deciso di stabilirsi nel 1919 dopo essere
fortunosamente fuggiti nel dicembre dell'anno precedente dalla Russia della
Rivoluzione e avere trascorso un breve soggiorno a Stoccolma. Proprio il
1926 segna una data importante per la scrittrice: non solo pubblica il primo
romanzo, ma si laurea alla Sorbona e soprattutto sposa Michel Epstein, un
uomo d'affari, ebreo russo come lei. Da quel momento, come notera' la figlia
maggiore, Denise, Irene Nemirovsky - che nei primi anni francesi aveva
condotto una vita molto libera e mondana - si dedica esclusivamente alla
scrittura e alla famiglia.
Tre anni dopo, nel 1929, esce per Grasset quello che viene considerato il
suo vero testo d'esordio, David Golder, che - elogiato da figure molto
distanti come Joseph Kessel e Robert Brasillach - le apre le porte del mondo
letterario parigino. Ma per l'autrice il libro, drammatica epopea intorno
all'ascesa e al crollo di un magnate ebreo russo, che morira' sul mare in
tempesta balbettando parole sconnesse di yiddish, e' solo un "romanzetto".
Nonostante il successo di David Golder (da cui Julien Duvivier trarra' un
film con Harry Baur, cosi' come l'adattamento cinematografico del Ballo
sara' la prima prova importante della giovanissima Danielle Darrieux), Irene
Nemirovsky non si accontenta, anche perche' alla sua fulminea celebrita' e'
la prima a non credere: "Di questo libro - osserva in una lettera a
un'amica - ora parlano tutti, ma fra una quindicina di giorni sara' gia'
finito nel dimenticatoio, come tutto a Parigi".
La lucidita' e il disincanto sono del resto la cifra che caratterizza tutti
i libri che pubblica nel corso degli anni Trenta, Il ballo, Jezabel, Le vin
de solitude, Les chiens et les loups, testi che descrivono in modo spesso
impietoso il mondo ebraico russo, che la scrittrice conosce cosi' bene.
("Benche' sia di razza ebraica, mia moglie scrive degli ebrei senza alcuna
simpatia", sottolineera' il marito, Michel Epstein, nel tentativo di far
liberare la moglie, arrestata dai tedeschi).
In realta', quello che piu' di tutto preme a Irene Nemirovsky e' scrivere un
testo che sfidi il passare del tempo - un romanzo, in cui le vicende degli
individui si intreccino ai grandi casi della storia e che sottolinei la
caducita' delle une e, piu' ancora, degli altri. Fra gli appunti che
accompagnano la stesura di Suite francese, ce n'e' uno datato 2 giugno 1942,
undici giorni prima dell'arresto: "Non dimenticare mai che la guerra finira'
e la parte storica sbiadira'. Cercare di mettere insieme il maggior numero
di cose, di argomenti... che possano interessare la gente nel 1952 o nel
2052. Rileggere Tolstoj".
*
E sicuramente l'autrice, nel concepire questo movimento sinfonico in cinque
parti (solo due, in realta', Temporale di giugno e Dolce, compongono il
volume pubblicato in Francia e ora in Italia), prende come riferimento
Guerra e pace. Per tanti versi, dunque, e' un paradosso che un romanzo cosi'
ambizioso compaia in una forma monca, assai diversa da quella che aveva in
mente Irene Nemirovsky, e che debba il suo successo soprattutto alle
circostanze esterne che hanno accompagnato la sua pubblicazione. Pure, vale
la pena di leggere Suite francese. Questa saga avvolgente, che descrive con
uno sguardo acuminato e insieme partecipe la Francia sotto l'occupazione
nazista mettendo in scena una folla di personaggi - dai ricchi borghesi
Pericand, attenti custodi del loro patrimonio anche nella tempesta della
guerra, allo scrittore estetizzante Gabriel Corte, alla coppia dei Michaud,
due modesti impiegati capaci di mantenere, in una situazione cosi' estrema,
una forma di consapevole innocenza - non riesce a essere il capolavoro cui
aspirava la sua autrice, ma racconta con grande efficacia, forse proprio
grazie al suo respiro ampio, la vita durante la guerra, la contraddittoria,
continua coesistenza di eccezionalita' e di quotidianita', di tragedia e di
speranza.

7. MEMORIA. MARIA TERESA CARBONE INTERVISTA DENISE EPSTEIN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del primo dicembre 2005. Denise Epstein,
figlia di Irene Nemirovsky; scampate alla Shoah, ha curato l'edizione
dell'ultimo romanzo-testimonianza della madre assassinata dai nazisti]

Impegnata in una sorta di tournee per le presentazioni internazionali di
Suite francese, Denise Epstein, la figlia di Irene Nemirovsky, e' stata una
vera "fata madrina" per questo libro dalle vicende tanto travagliate. Fu
lei, appena adolescente, a proteggere il manoscritto durante la guerra, dopo
la scomparsa della madre e del padre. Ed e' stata poi ancora lei a decifrare
e a trascrivere il testo piu' e piu' volte, parola per parola. Semplice e
minuta, quasi una ragazzina ultrasettantenne, Denise Epstein e' fiera del
suo lavoro: "L'unico sollievo all'amarezza della mia situazione di
sopravvissuta - dice -  e' sapere che anche grazie a questo libro mia madre
ha ripreso il suo posto nel grande panorama della letteratura".
*
- Maria Teresa Carbone: Dalla fine della guerra all'uscita di Suite francese
sono passati sessant'anni: come mai il libro e' rimasto cosi' a lungo
inedito?
- Denise Epstein: Per anni ho considerato il quaderno di mia madre come un
tesoro di famiglia, un oggetto a cui ero legata anche sul piano fisico: lo
accarezzavo, lo annusavo, per sentirmi piu' vicina a lei. Al tempo stesso,
non avevo mai avuto il coraggio di leggerlo per intero: sfogliandolo, mi era
capitato di scorgere appunti da cui emergeva chiaramente la sua
consapevolezza di una fine imminente. Che contenesse un romanzo, l'ho capito
solo negli anni Settanta, quando mia sorella e io abbiamo affidato tutti i
materiali di nostra madre all'Institut Memoires de l'Edition Contemporaine.
Prima di lasciarlo andare, l'ho letto e ho deciso di trascriverlo: a mano, e
con grande difficolta', perche' mia madre, per risparmiare sulla carta che
in tempo di guerra scarseggiava, aveva adottato una grafia minutissima,
tanto che per decifrare il testo, ho dovuto utilizzare una potente lente di
ingrandimento. Per questa prima stesura ho impiegato oltre due anni, e al
termine ho ribattuto a macchina il testo. In seguito, anni dopo, l'ho di
nuovo copiato, questa volta al computer.
*
- Maria Teresa Carbone: Come si e' giunti infine alla pubblicazione di Suite
francese lo scorso anno?
- Denise Epstein: In realta' ero convinta che il romanzo, essendo
incompiuto, fosse destinato a rimanere inedito. A farmi cambiare idea e'
stata Myriam Anissimov (autrice fra l'altro di Primo Levi o la tragedia di
un ottimista, Baldini e Castoldi - ndr), che aveva scritto cose molto belle
sui libri di mia madre, al tempo della loro uscita nella collana dei
"Cahiers rouges" di Grasset, negli anni Ottanta. Nella primavera del 2004 le
ho accennato per caso dell'esistenza di questo testo, e subito mi ha
invitato a mandarlo al suo editore, Olivier Rubinstein. Due giorni dopo lui
mi ha chiamato: "Lei ha una meraviglia fra le mani, lo pubblichiamo
immediatamente". A questo punto sono entrata in crisi: temevo di andare
contro quella che sarebbe stata la volonta' di mia madre. Ma Rubinstein ha
dissolto i miei scrupoli, consigliandomi di considerare la questione non
solo dal punto di vista affettivo e rassicurandomi sul valore del testo.
*
- Maria Teresa Carbone: Eppure, come appare evidente dalla postfazione della
stessa Anissimov e dalle fotografie del quaderno in appendice al volume, i
due romanzi che compongono Suite francese, Temporale di giugno e Dolce, non
avevano ancora raggiunto uno stadio definitivo.
- Denise Epstein: Era proprio questa la ragione dei miei dubbi. Con
Rubinstein siamo partiti dal principio che, non potendo sapere i cambiamenti
che mia madre avrebbe apportato, la soluzione piu' onesta per non tradirla,
fosse quella di pubblicare solo quello che appariva certo. I brani
cancellati, le frasi fra parentesi, non sono stati inclusi. Al tempo stesso,
ho insistito perche' i due romanzi venissero pubblicati in un unico volume:
mia madre infatti aveva chiaramente espresso la sua volonta' di raccogliere
insieme tutti i testi della saga, che ai suoi occhi appariva piuttosto come
una sinfonia in cinque movimenti. Per i temi musicali, del resto, lei aveva
una vera ossessione, cosi' come per i film: la prima fase della sua
scrittura consisteva in una visualizzazione quasi cinematografica dei vari
momenti della trama, cui faceva seguito una descrizione minuziosa di tutti i
personaggi, anche di quelli che sarebbero apparsi solo per poche righe. A
quel punto, quando aveva attribuito a ognuno il ruolo che avrebbe dovuto
giocare nella messinscena, restava solo la stesura.
*
- Maria Teresa Carbone: Se da un lato Suite francese rivela i suoi legami
con la grande narrativa russa, emerge anche l'influenza della letteratura
francese che fra l'Ottocento e il Novecento conta numerosi esempi di
"saghe". Quali erano i rapporti di sua madre con il paese che la ospitava?
- Denise Epstein: I miei genitori erano apolidi, e mia madre non ha mai
smesso di sentirsi straniera. Al tempo stesso, il francese era per lei una
seconda madrelingua, perche' nel suo ambiente, in Russia e in Ucraina, lo
parlavano tutti. Adorava la Francia, insisteva perche' noi bambine
parlassimo una lingua impeccabile, ci leggeva Dumas, la contessa di Segur,
L'uccellino azzurro di Maeterlinck... E mio padre a volte ci cantava le
canzoni di Mistinguette, di Josephine Baker. Della Russia parlavano poco,
credo che per loro l'esilio fosse molto doloroso. In russo fra di loro
comunicavano di rado, solo quando non volevano che noi bambine potessimo
sentire - una situazione che con lo scoppio della guerra si e' fatta sempre
piu' frequente.
*
- Maria Teresa Carbone: La guerra ha sconvolto la vostra vita. Cosa ricorda
di quel periodo?
- Denise Epstein: Nel '39, quando la guerra e' stata dichiarata, avevo dieci
anni, e all'inizio ho pensato che fosse una cosa molto eccitante: ci eravamo
trasferiti in un piccolo paese dove godevo di liberta' che normalmente
sarebbero state inimmaginabili. Prima, a Parigi, avevamo avuto una esistenza
molto protetta per scelta precisa di mia madre che, nonostante la sua fama
di scrittrice, detestava ogni mondanita'. Lei, che da ragazza, subito dopo
il suo arrivo in Francia, si era comportata con grande liberta', passando da
una festa all'altra, con il matrimonio aveva avuto una vera trasformazione.
Solo tre cose contavano: la scrittura, il marito e noi figlie, in
quest'ordine. I primi tempi della guerra quindi per me sono stati
bellissimi: frequentare la scuola del paese, non portare piu' le scarpe di
vernice, mangiare dolciumi prima proibiti, e soprattutto, avere tutti e due
i miei genitori a casa, era la felicita'. Ma presto ho cominciato a vedere
la miseria intorno a me, e l'atmosfera in famiglia e' cambiata. Anche se i
miei cercavano di non lasciare trapelare nulla, l'angoscia si percepiva.
Ricordo quando mi hanno detto che dovevo portare la stella gialla, io non
capivo, ma quando si ha paura, non c'e' il tempo di pensare: si accetta la
situazione cosi' come e'. E cosi' e' stato anche dopo, quando mia madre, e
poi mio padre, sono stati portati via. Con la donna che si prendeva cura di
noi, sono cominciati gli anni della fuga, nascondendoci di volta in volta
dove trovavamo accoglienza: in un convento, in una famiglia, in una cantina,
con la sensazione continua di essere braccate. "Nascondi il tuo naso", mi
diceva, perche temeva che i tratti del mio viso potessero tradirmi. E io
ubbidivo, senza neanche riflettere.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1133 del 3 dicembre 2005

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