ricchezza ecologica



da peacelink.it

E' possibile contrastare l'invadenza dell'economia mercantile in tutte le
sfere della vita umana organizando spazi in cui riscoprire i vantaggi della
produzione di valori d'uso e degli scambi fondati sul dono e reciprocità ?

"Ricchezza ecologica"

Maurizio Pallante ed.Il Manifesto

21 marzo 2004

Quintessenza del bene o quintessenza del male? Monsieur de La Palisse
direbbe che a fil di logica il mercato è lo strumento migliore per far
circolare le merci. Anzi che le merci e il mercato - lo dice la parola
stessa - sono inscindibili, come la vite e il bullone, il treno e i binari,
il caminetto e il fuoco. L'esperienza storica dimostra che le cose stanno
proprio così. La concorrenza tra i produttori e la dinamica tra la domanda e
l'offerta, sono gli strumenti più efficaci per avere le merci migliori ai
prezzi più convenienti. Non è compito dello Stato entrare nelle attività
economiche, né in tutto, come è accaduto nel socialismo reale, né in parte,
come è awenuto nei paesi capitalisti con le industrie di proprietà pubblica.
Nei confronti del mercato lo Stato ha due doveri imprescindibili. Il primo è
la definizione del contesto normativo entro il quale si devono svolgere la
concorrenza tra i produttori e la dinamica tra la domanda e l'offerta, per
impedire che la riduzione dei costi avvenga a scapito della sicurezza sui
luoghi di lavoro, dei diritti civili, della tutela dei minorenni,
dell'ambiente, dei diritti degli animali, della salute pubblica, ecc. Il
secondo è la definizione degli interessi pubblici da tutelare, privilegiare
e difendere mediante un uso discreto e attento delle leve tariffarie e
fiscali. In sostanza, stabilire cosa non si deve fare e incentivare i fini
sociali da perseguire attraverso le attività economiche e produttive.
All'interno di questi limiti e di queste priorità che garantiscono a tutti
gli operatori uguali condizioni e opportunità, il mercato è lo strumento più
efficace per selezionare le merci migliori qualitativamente e più
convenienti economicamente.

Il mercato sarebbe quindi la quintessenza del bene? Se tutta la produzione
umana fosse produzione di merci sì. Ma se merce e mercato linguisticamente
hanno la stessa radice e sono inscindibili, non tutti i prodotti del lavoro
umano sono merci. Il lavoro umano può dare origine a due tipi di prodotti
non paragonabili tra loro: i valori d'uso e i valori di scambio. I valori
d'uso, i beni prodotti per sé e i servizi autogestiti, non sanno cosa sia il
mercato perché non si valutano in base al prezzo. I prodotti di un orto a
gestione familiare hanno sicuramente un costo di produzione più alto delle
verdure comprate al supermercato, ma ciò non impedisce che molti
preferiscano coltivali anziché comprarli. Le ore di un infermiere costano
sicuramente meno di quelle di un professionista che rinunci a una parte del
suo lavoro per accudire un genitore malato, ma la qualità del rapporto umano
che si instaura tra chi svolge un servizio in cambio di denaro e chi lo fa
per affetto non è paragonabile. Il mercato, questa misteriosa entità
metafisica, lo sa. Sa che se certamente vince in termini monetari, in
termini qualitativi non può che perdere. E questo non lo tollera. Non
accetta una concorrenza che si svolga al di fuori del suo dominio, che è il
dominio del denaro. Per questo non può che fagocitare sistematicamente tutti
gli àmbiti dell'attività umana che ancora gli sfuggono. Ogni sacca di
resistenza in cui ancora si producano valori d'uso, sia nei territori su cui
già da tempo ha esteso il suo dominio, sia nei territori in cui ancora non è
arrivato, è un'intollerabile provocazione che mette in crisi la sua
onnipotenza. E una divinità non onnipotente non è una divinità. O è
onnipotente o non è. Per questo qualsiasi nicchia al di fuori del suo
dominio, per piccola o insignificante che sia, è intollerabile e va
distrutta. «Ma come, ho conquistato la Cina, con il suo miliardo e passa di
abitanti, e non riesco a piegare la resistenza di quel montanaro? Ma come,
ho sconfitto quelli che pensavano di tagliare la mia mano invisibile mentre
moltiplicavano la produzione di merci a danno dei valori d'uso, e
intellettuali incuranti delle fittizie barriere che ho innalzato tra destra
e sinistra riscoprono gli scambi fondati sul dono e sulla reciprocità? Ma
come, ho spostato milioni di persone dalle campagne alle città, dai paesi
del terzo mondo ai paesi dell'occidente avanzato, facendo luccicare vetrine
e tubi catodici e quel cittadino da tre generazioni ritorna in campagna?».

La rivincita dell'economia è cominciata negli ultimi decenni del secolo
attraverso la sua internazionalizzazione sempre più spinta. Lo sviluppo
dell'elettronica, dell'informatica e della telematica hanno consentito ai
grandi gruppi industriali e finanziari di decentrare le attività produttive
a livello mondiale sfuggendo al controllo degli Stati e di operare sui
mercati finanziari di tutto il mondo accumulando enormi capitali in grado di
esercitare sulle politiche economiche nazionali un potere superiore a quello
dei governi. La mondializzazione dei mercati ha dato all'economia un potere
sempre maggiore nei confronti della politica e l'ha portata a sconfinare
sistematicamente nel suo dominio. Non essendo soggetto ai limiti che la
democrazia impone al potere politico, il potere economico ha costituito
autonomamente i suoi organismi operativi a livello mondiale (Banca Mondiale,
Fondo Mondiale degli Investimenti, World Trade Organization), li ha fatti
riconoscere a tutti gli Stati e attraverso di essi impone la sua volontà
alla politica. I suoi funzionari sono nominati dai consigli di
amministrazione delle società industriali e finanziarie che controllano
l'economia mondiale e non essendo eletti, non devono sottoporre le loro
scelte al gradimento e alla verifica elettorale. Per contro, tutti i
parlamenti e tutti i governi devono sottoporre le proprie scelte di politica
economica al loro gradimento e alla loro verifica, per cui agiscono in una
condizione di libertà limitata. Esercitandosi al di fuori di ogni controllo
pubblico, questo potere agisce sempre in forme impersonali, o attraverso
l'entità metafisica e onnipotente dei mercati, o attraverso l'entità fisica
ma invisibile ai comuni mortali degli organismi internazionali che eseguono
le loro volontà. La scelta di fondo che i mercati, attraverso gli organismi
che ne sono i portavoce, hanno fatto in relazione alle economie nazionali è
stata di abolire tutte le attività economiche e produttive che non rientrino
in una logica mercantile e di abolire insieme ad esse tutte le differenze
culturali non conformi a questa logica. La mondializzazione dei mercati
finanziari e delle attività industriali ha imposto la standardizzazione dei
comportamenti umani.

Se l'economia occupa il territorio della politica e i fini dell'attività
produttiva vengono indicati dai mercati, il lavoro perde la sua connotazione
di attività finalizzata a migliorare le condizioni di vita degli uomini e si
riduce a essere il mezzo per massimizzare il profitto anche a costo di
peggiorarle. La vittoria conseguita dall'economia sulla politica e la
mondializzazione hanno trasformato il mondo in un serbatoio di risorse e in
un deposito di rifiuti, uniformando il comportamento, i valori e i modi di
pensare degli individui, impoverendo insieme alle diversità culturali le
biodiversità, riducendo gli uomini a semplici ingranaggi di un meccanismo
economico e produttivo di cui non controllano più il funzionamento, che li
riduce a passivi esecutori sia nel momento della produzione, sia nel momento
del consumo di ciò che hanno prodotto.

Ciò di cui c'è bisogno nei paesi industriali avanzati, proprio in
conseguenza del fatto che negli scorsi decenni l'attività produttiva è stata
finalizzata alla crescita del p.i.l., senza nessuna preoccupazione per le
conseguenze ambientali che ne potevano derivare sia in termini di
inquinamento, sia in termini di esaurimento delle risorse, sono i beni e i
servizi che consentono di ridurre l'impatto ambientale dei processi di
produzione e più in generale delle attività umane. Solo incentivando,
attraverso gli strumenti della politica economica, lo sviluppo di questi
beni e servizi è possibile creare un'occupazione quantitativamente
significativa e stabile. Se si continua a perseguire la crescita del
prodotto interno lordo, ovverosia una crescita connotata semplicemente in
termini quantitativi, si aggraveranno sia la crisi ambientale (in entrambi
gli aspetti in cui si manifesta: esaurimento delle risorse e inquinamento),
sia la crisi occupazionale, perché per sostenere la concorrenza
internazionale occorrerà ridurre progressivamente l'incidenza della
manodopera sul valore aggiunto. Per evitare che questi effetti indesiderati
si verifichino, le innovazioni tecnologiche non devono più essere
indirizzate ad accrescere la produttività del lavoro, ma a ridurre il
consumo di risorse, le emissioni inquinanti e i rifiuti dei processi di
produzione e dei beni di consumo. In questo àmbito c'è molto da fare, non
solo per riparare i guasti già fatti, ma per evitare di farne in futuro.
Tutto il sistema economico e produttivo deve essere riconvertito in termini
di stringente compatibilità ecologica. Le conoscenze scientifiche attuali
consentono di farlo e poiché, in ultima analisi la riduzione dell'impatto
ambientale dei processi di produzione e dei prodotti passa attraverso una
sempre maggiore efficienza nell'uso delle risorse, la riduzione degli
sprechi che ne deriverebbe non si traduce soltanto in una riduzione
dell'inquinamento e dei rifiuti, ma in una riduzione direttamente
proporzionale dei costi di produzione. Riducendo gli sprechi e utilizzando
meglio le materie prime e l'energia, non solo si rallenta il loro
esaurimento e si riducono le varie forme di inquinamento, ma si ottengono
risparmi economici con cui si possono ammortizzare i costi d'investimento
nelle tecnologie che consentono di usare meglio le materie prime e
l'energia. Un ampio processo di riconversione ecologica dell'economia
richiede grandi quantità di lavoro e libera grandi quantità di risorse
economiche con cui se ne possono pagare i costi. Nei paesi industriali
avanzati non c'è altra strada per accrescere l'occupazione e non ne
deriverebbe un'occupazione purchessia, ma utile e qualificata. Il compito
dei governi non dovrebbe pertanto ridursi a utilizzare i tradizionali
strumenti della politica economica per rilanciare la crescita quantitativa,
ma dovrebbe incentrarsi su un uso discreto e attento delle leve fiscali e
tariffarie, di incentivi e disincentivi mirati, al fine di indirizzare gli
investimenti del sistema produttivo in direzione delle tecnologie
ecologiche, lasciando alla libera concorrenza il compito di selezionare i
mezzi più efficienti e più efficaci per raggiungere con l'attività
produttiva i fini sociali individuati mediante il confronto e la dialettica
politica.