innovazione conoscenza economia



dal manifesto.it

L'impervia strada che dalla borsa valori conduce alla ricerca scientif

I capitani di ventura del sapere

Per tutti gli anni Novanta, l'innovazione e l'università sono stati
finanziate da «capitalisti di ventura» per poi essere trasformate in imprese
da quotare in borsa. Un sentiero di lettura che costituisce le basi di un
saggio pubblicato nel prossimo numero della rivista «Posse» edita da
manifestolibri

CHRISTIAN MARAZZI

La conoscenza che permette di innovare i processi produttivi, il «progresso
tecnico» che contribuisce ad aumentare la produttività del lavoro e a
massificare il consumo di beni e servizi, non cade dal cielo, non è esterna
al contesto in cui si dà crescita economica. La conoscenza innovativa è
qualcosa che si produce e che, per questo preciso motivo, deve essere
remunerata. In altre parole, si tratta di considerare il progresso tecnico
generato dalla produzione di conoscenza come un costo. È quanto risulta
dagli sviluppi teorici nel campo dell'analisi micro-economica dei fattori di
crescita. Le teorie della crescita endogena hanno infatti permesso di
liberarsi dall'idea neo-classica di una conoscenza innovativa libera e
esterna allo spazio dell'agire umano, quasi fosse suggerita a Robinson dal
suo pappagallo, oltretutto gratuitamente. Ma se l'innovazione è prodotta
endogenamente, chi e come la si paga? Dato che la produzione d'innovazione è
per sua natura incerta, nel senso che è difficile anticiparne i rendimenti
economici, come attirare l'interesse dei potenziali investitori? E poi, dato
che la conoscenza innovativa è un bene pubblico, soprattutto in un'economia
fortemente congitivo-comunicativa in cui la diffusione informale delle
innovazioni si contrappone alla possibilità di esercitare su di esse una
proprietà mercantile completa, quali sono i meccanismi che ne permettono
l'appropriazione o la sottrazione privata e/o pubblica?

Gli angeli della borsa

La risposta che normalmente si dà a questi interrogativi si basa sui modelli
di allocazione del risparmio come fonte principale del finanziamento della
crescita economica. Nel corso degli anni `80 i mercati finanziari
liberalizzati hanno favorito il dirottamento della massa dei risparmi su
titoli di proprietà che assicuravano rendimenti elevati in virtù del loro
essere forme di ricchezza rigide. Il mercato immobiliare è l'esempio più
noto di come la realizzazione di guadagni facili sia stata fluidificata
dalle trasformazioni dei prodotti finanziari sulla falsariga delle
modificazioni della struttura interna e della composizione sociale del
risparmio. I mercati finanziari liberalizzati hanno poi contribuito ad
accelerare le ristrutturazioni aziendali secondo i princìpi della produzione
snella, riducendo i costi di produzione a causa del costo eccessivo del
denaro. Più i mercati finanziari hanno permesso facili guadagni, più i
risparmi hanno lasciato il sistema bancario (disintermediazione) per
dirigersi verso titoli di proprietà mobili (quotati in Borsa), e più le
banche sono state costrette a mantenere elevati i tassi di interesse per
trattenere il risparmio.

Negli Stati Uniti la trasformazione delle idee in imprese attraversa i
campus universitari, è attivata da gruppi di capitalisti (Business Angels)
che tra loro coltivano relazioni di partenariato e apportano i capitali di
avvio (seed money) ai candidati imprenditori, vede in seguito l'entrata dei
fondi di investimento collettivi che garantiscono un sostegno azionariale
prima ancora di entrare in Borsa. Il lancio in Borsa (Nasdaq) di valori a
rischio attira i fondi pensione e i fondi comuni di investimento,
permettendo ai venture capitalist di uscire dalle imprese da loro avviate
realizzando plusvalori elevati. Queste «rendite di innovazione», da una
parte compensano le perdite subite nelle imprese che falliscono, dall'altra
vengono utilizzate per il lancio di nuove imprese.

Il passaggio dalla logica dei Business Angels, in cui contano le relazioni
personali con «tempi di semina» di 12 o 18 mesi, alla logica delle imprese
finanziarie (spesso filiali delle banche di investimento, dette «incubatori
di imprese»), che funzionano sulla base di criteri contabili, giuridici e di
marketing e su tempi brevi, è nel medesimo tempo leva del successo delle
start up e causa della loro crisi. La finanziarizzazione permette la messa
in forma aziendale del lavoro immateriale vivo, ma questa metamorfosi
presuppone la produzione di plusvalenze (premio del rischio) senza le quali
l'intero processo non potrebbe neppure incominciare. Il premio del rischio
che contrassegna il passaggio in Borsa delle start up, così come lo «scarto
d'acquisizione», o plusvalore (goodwill, in inglese), risultante dalla
differenza tra il valore di mercato e il valore contabile delle società
assorbite nei processi di fusione, sono il prezzo della sottrazione del
sapere o, simmetricamente, della eccedenza del general intellect, che
rappresenta la contraddizione specifica del nuovo capitalismo cognitivo. In
entrambi i casi si tratta della messa a bilancio di un attivo intangibile
che rappresenta la trasformazione in merce del sapere e della conoscenza, un
valore che è necessario per attirare capitali in una fase in cui la stessa
organizzazione locale e globale dei mercati finanziari orienta le scelte
degli investitori sulla base di logiche di rendimento competitive.

Innovazione a rischio

Il lavoro cognitivo innovativo è però per definizione open source,
cooperativo, relazionale, comunicativo e sempre più globale. Per essere
comandato e mercificato, cioè organizzato in attività imprenditoriale, deve
essere prima di tutto gerarchizzato e finanziarizzato, ciò che comporta
l'appiattimento e la sottrazione del sapere diffuso, e la sua regolazione
secondo i principi del business plan. Ma questa operazione non è indolore,
ha un suo premio/prezzo, che nel lancio delle strart up ingenera
sopravvalutazioni «folli» che destabilizzano l'andamento normale dei mercati
ampliandone la volatilità e l'instabilità, mentre nel caso delle
acquisizioni e fusioni di imprese (con le Offerte Pubbliche d'Acquisto, le
Opa) comporta la razionalizzazione e la flessibilizazzione del lavoro come
controparte della «messa a bilancio» degli attivi intangibili acquisiti.

In primo luogo, la finanziarizzazione dei processi economici sopra descritto
non deve essere vista con lo sguardo (fordista) di una perversione, di un
semplice fenomeno speculativo, moralmente condannabile, o di un semplice
prolungamento delle forme classiche del capitale finanziario (à la
Hilferding), ma come una vera e propria innovazione interna al funzionamento
del capitalismo che, a modo suo, esprime le caratteristiche del nuovo
periodo postfordista: fluidità e incertezza.

L'esplosione della bolla speculativa del marzo 2000 è quindi da considerare
la prima crisi finanziaria del capitalismo cognitivo. È, in primo luogo, una
crisi finanziaria che mira a scardinare le traiettorie «dal basso verso
l'alto» della imprenditorializzazione del general intellect, la sua «entrata
in Borsa» con le start up. Da questo punto di vista è la dimensione locale
del capitalismo cognitivo che viene attaccata dalla crisi borsistica, in
particolare la concentrazione nella Silicon Valley del maggior numero di
nuove imprese high tech, la cui proliferazione ha contribuito alla crisi da
«sovrapproduzione digitale» e alla successiva scomparsa di molte delle
imprese internettiane.

Ma la crisi del 2000 è anche la crisi della particolare spazializzazione
mondiale della new economy. La «convenzione Internet», che «tira» i mercati
tra il 1998 e l'inizio del 2000, non è che l'espressione del più vasto e
strutturale processo di «cognitarizzazione» del lavoro, dello spostamento
delle leve dell'innovazione dai «corpi separati» della Ricerca&Sviluppo di
fordiana memoria, ai corpi vivi della forza-lavoro. I capitali, che dal
resto del mondo confluiscono sui titoli azionari e obbligazionari di imprese
quotate sui mercati borsistici statunitensi, inseguono letteralmente i
flussi di ricercatori statunitensi, europei e asiatici che negli anni `90
vanno alla Silicon Valley, come un tempo i giovani attori andavano a
Hollywood.

I dannati della conoscenza

L'afflusso di capitali e di forza-lavoro cognitiva all'interno e verso gli
Stati Uniti è all'origine della crescita spettacolare del settore delle
tecnologie dell'informazione e della comunicazione e degli «effetti
ricchezza» generati dalle rendite finanziarie. La crescita del Pil è dovuta
in particolare alla crescita del settore delle nuove tecnologie, mentre la
domanda di beni e servizi è determinata dall'aumento dell'offerta. Gli anni
clintoniani della new economy sono contrassegnati da un'espansione
keynesiana di tipo nuovo, nel senso che, mentre diminuiscono i redditi
sociali erogati dal Welfare State, aumentano le entrate fiscali dovute alle
tasse sui capital gains, permettendo così al budget federale di realizzare
addirittura degli avanzi. Si può parlare di «keynesismo finanziario», di
regolazione macroeconomica basata sul deficit spending privato delle imprese
e delle famiglie.

Negli Stati Uniti la crisi segna il passaggio dalla crescita sul lato
dell'offerta alla crescita sul lato della domanda. Tra la fine del 2000 e il
2003 la politica monetaria della Federal Reserve è tutta finalizzata a
sostenere la domanda delle economie domestiche facilitando l'indebitamento.
Con tassi di interesse praticati dalla Fed attorno all'1%, quindi negativi
in termini reali, si assicura il mantenimento del consumo a livelli elevati
grazie all'eliminazione del risparmio e all'indebitamento ipotecario
(remortgaging) delle famiglie favorito all'inflazione dei valori
immobiliari. Diversamente dalla grande depressione degli anni seguenti la
crisi del '29, contrassegnata dalla deflazione della domanda di consumo di
beni e servizi, gli anni che seguono la crisi della new economy sono
caratterizzati dalla deflazione della domanda di beni strumentali, in
particolare delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

L'uscita dalla crisi della new economy ridisegna spazialmente la ripresa del
capitalismo cognitivo su scala mondiale. Di nuovo, i capitali inseguono i
movimenti del cognitariato, ma questa volta dagli Stati Uniti verso i paesi
asiatici, con i processi di outsourcing e di offshoring in paesi in cui il
costo del lavoro vivo è dieci volte inferiore a quello dei paesi sviluppati.
La crisi della finanziarizzazione del lavoro cognitivo e innovativo degli
anni `90, l'impossibilità di riprodurre il circolo virtuoso delle start up e
delle Merge&Acquisitions sulla base dell'afflusso continuo di capitali negli
Stati Uniti, ma ciononostante la necessità di rilanciare l'accumulazione
capitalistica sulla base del lavoro immateriale innovativo, costringe il
capitale a compensare la perdita delle plusvalenze (dei premi del rischio e
dei goodwill) con la riduzione drastica del salario dei lavoratori
cognitivi.

Con la ripresa dei mercati borsistici a partire dal 2003 quale effetto del
risanamento finanziario delle imprese, nei primi mesi del 2004 si è avviata
una nuova ondata di Opa e di Mergers&Acquisition, non solo in Asia, dove il
numero di Opa e di start up è in forte aumento, ma anche in Europa e negli
Stati Uniti, seppure con minore intensità. Rispetto agli anni `90 e al 2000,
in cui gli investimenti erano principalmente orientati verso la rapida
capitalizzazione delle innovazioni prodotte da imprese emergenti, nella fase
attuale è la razionalizzazione delle imprese, la flessibilizzazione e
l'esternalizzazione della forza-lavoro, la riduzione dei salari e l'aumento
della produttività, che definiscono i criteri in base ai quali rilanciare
gli investimenti. In altre parole, oggi la filosofia manageriale è impatient
for profit but patient for growth.

La regola della precarietà

Siamo entrati in una fase in cui la dimensione globale del capitalismo
cognitivo, con l'inclusione di aree di sviluppo quali l'Asia e l'America
latina, è contrassegnata da politiche di regolazione «verso il basso» del
valore della forza-lavoro. Soprattutto nei paesi del centro, la produzione
di conoscenza e di innovazione a mezzo di precarizzazione è il segno
distintivo di questa nuova fase. Le scuole, i centri di ricerca, le imprese
flessibili, il mercato del lavoro, sono tutti «luoghi» in cui l'attacco al
valore della forza-lavoro ha quale obiettivo prioritario quello di eliminare
i margini di ricomposizione politica del proletariato cognitivo, del
cognitariato.

Nel corso della crescita del capitalismo industriale, la lotta di classe nei
paesi del centro, la lotta politica sul salario e la negoziazione collettiva
tra salariati e capitale, hanno sovvertito le regole di calcolo del saggio
di profitto. In epoca fordista si diceva che «un operaio del Michigan può
comprare con un'ora del suo lavoro il prodotto di una giornata intera del
suo collega vivente al Sud». I capitali si dirigevano dal Sud al Nord perché
i salari nei paesi del Centro erano superiori a quelli dei paesi della
periferia. Le lotte dell'operaio multinazionale hanno comunque screditato
l'idea secondo cui «è la classe operaia dei paesi ricchi che sfrutta la
classe operaia dei paesi poveri». Certo, il divario tra Nord e Sud non è
diminuito, si è anzi ampliato, ma il ciclo di lotte dell'operaio fordista ha
fatto saltare il modello fordista, costringendo il capitale a svilupparsi su
scala globale mettendo al lavoro le qualità più generali della forza-lavoro,
le sue facoltà cognitiva, relazionale e comunicativa.

L'inversione dei flussi di capitali dal centro verso i paesi di nuova
industrializzazione non permetterà sicuramente a un'ora di lavoro di un
operaio indiano o cinese di comperare il prodotto di una giornata del suo
collega americano o europeo. Ma le lavoratrici dei supermercati della
Wal-Mart o i produttori di software del Nord lavorano effettivamente di più
per un salario inferiore. Il che significa che la lotta contro la precarietà
e per l'aumento del reddito ha ormai una dimensione globale che unisce i
destini della moltitudine.



UNIVERSITA'

Il cervello globale di Harvard

LISA MASIER

In un'epoca di sempre maggiore specializzazione, professionalizzazione e
frammentazione del sapere è necessario fornire una conoscenza ampia,
interdisciplinare agli studenti, che li consideri individui curiosi,
riflessivi e che li guardi nel futuro come cittadini di una società globale.
No, a sostenerlo non è né Susan George né Walden Bello né un collettivo
italiano in rivolta contro la riforma Moratti. L'indicazione viene da
Harvard, Cambridge, Massachusetts, fondata nel 1636, 2.300 professori al
servizio di 6.500 studenti, sette presidenti degli Stati Uniti tra i suoi ex
allievi (John F. Kennedy e Franklin Delano Roosevelt, per citarne solo due).
Per la prima volta in trenta anni l'università americana ha rivisitato i
suoi piani di studio arrivando alla conclusione che è necessario aprire le
finestre sul mondo, far seguire ai suoi studenti più corsi all'estero. Il
più famoso ateneo statunitense aveva infatti commissionato una indagine a un
comitato - formato da Edith e Benjamin Geisinger, docenti di storia e da
William C. Kirby, preside della facoltà di arti e scienze, che ne è stato il
coordinatore - per valutare «cosa significa educare un uomo o una donna nel
primo quarto del XXI secolo». La risposta è stata netta, precisa e niente
affatto scontata: soltanto attraverso una maggiore conoscenza e familiarità
con il resto del mondo l'università adempirà al suo compito di formare le
nuove classi dirigenti. Dal momento che Harvard ha il compito di formare
studenti che abiteranno e lavoreranno non solo in America ma in ogni angolo
del globo, dovrà renderli capaci «non solo di capire gli altri, ma anche di
vedere se stessi e gli Stati uniti così come gli altri li vedono», come ha
spiegato Kirby. Che ha aggiunto: «non basta presumere che in un mondo sempre
più anglofono tutte le culture si andranno ad assomigliare. In questa epoca
di crescente influenza americana istituzioni come Harvard hanno la
responsabilità di educare gli studenti a sapersi muovere con perfetta
conoscenza del resto del mondo: conoscere le lingue, la cultura, le economie
e la politica dei paesi con cui interagiranno una volta entrati nel mondo
del lavoro». In altri termini, la prestigiosa università statunitense deve
attivamente contribuire alla formazione di una élite capace di avere una
global vision. Più prosaicamente, deve formare una «élite globale» che
difenda gli interessi statunitensi, ma che sappia muoversi in contesti
culturali, economici e etnici fortemente differenziati.

La strada indicata da Harvard, dato il suo prestigio, produrrà con molta
probabilità un effetto-domino su altre università degli States. Le
precedenti revisioni del curriculum di Harvard, negli anni Quaranta e
Settanta, aprirono infatti la strada a profonde riforme dell'insegnamento
accademico delle università degli Stati uniti. Ma furono anche il precedente
che diede l'avvio al quel dualismo nel sistema statunitense della formazione
che vede, da una parte, «centri di eccellenza» che attirano finanziamenti
pubblici e privati (il Pentagono e altri enti federali sono sempre stati
generosi in quanto a finanziamenti) e, dall'altra parte, un numero elevato
di università pubbliche, college e scuole superiori di specilizzazione che
hanno costituito lo scheletro della formazione di massa negli Stati uniti
per quasi quarant'anni.

Questo dualismo ha sicuramente garantito agli Stati uniti un numero elevato
di uomini e donne laureati, nonché un rapporto di collaborazione tra
università e attività economica. E tuttavia è stato un dualismo che ha
provacato una formazione univerisitaria spesso standardizzata e niente
affatto flessibile. A denunciare il carattere burocratico dei programmi di
insegnamento ci ha pensato il filosofo della scienza, nonché storico della
tecnologia David Noble nel libro Digital Diploma Mills, mentre è ricorrente
trovare sui quotidiani e sulle riviste oltreoceano la denucnia sulla poca
preparazione dei laureati americani. Ora Harvard ritorna alle origini, cioè
nel proposito di «insegnare ad apprendere» che il filosofo John Dewey aveva
considerato il filo rosso della sua nomumentale opera Democrazia e
educazione, considerata sì uno dei pilastri del sistema formativo
statunitense, ma anche quello più disatteso nella storia degli Stati uniti
d'America dall'Ottocento in poi.