Fair trade ma anche "risparmio etico"



Tempo fa su Camminare Informa, la newsletter dell'associazione La Boscaglia, Luca Gianotti (credo) ha scritto queste 
RIFLESSIONI DALLA TURCHIA. Immagino servano al dibattito aperto....

"…Camminando tra i villaggi in Turchia mi è venuta una riflessione: perchè noi occidentali (di area cattolica soprattutto) abbiamo un rapporto con il denaro così cattivo? Come sempre, noi occidentali siamo dualistici, il denaro è un dio ma al contempo "puzza", siamo suoi schiavi ma ipocritamente lo sentiamo come cosa sporca. Gli orientali invece, come sempre, vivono senza dualismi: il denaro per loro non è né buono né cattivo, e in una vendita la cosa più importante è che il compratore e il venditore siano entrambi soddisfatti, e se lo sono non esiste il concetto di "fregatura". 
In Italia ultimamente si è arrivati a un dualismo molto forte tra "profit" e "no profit", e si vuole far passare il concetto che tutto quello che è profit è meno buono, mentre il "no profit" è sempre buono. Ma riflettete un attimo: siamo proprio sicuri che sia così, o sono le nostre ipocrisie, i nostri sensi di colpa, i nostri dualismi che ci portano a distorcere la vita? Io sono arrivato alla seguente conclusione, osservando la serenità e la mancanza di ipocrisie dei Turchi, e pochi giorni dopo osservando il no profit alla fiera Terrafutura di Firenze: il dualismo profit/no profit è falso, anche le botteghe del commercio equo devono vendere, le associazioni devono vendere. L'importante è vendere in modo onesto, lavorando con passione e rispettando al massimo i comportamenti eticamente virtuosi, senza arrecare danni al prossimo, sia esso uomini, altri animali o ambiente naturale. Nessuno abbia vergogna a dire: io lavoro e voglio essere remunerato, perchè sto lavorando bene. Si può fare impresa, un'impresa sana, etica, rispettosa e responsabile. Cosa c'è di meglio?  Cosa ne pensate? Spero di sollevare un dibattito... "

ed io aggiungo: …QUALE RISPARMIO ETICO???
Credo possa servire ad allargare il dibattico una storia vera capitataci nel 2002, quando come Ecoistituto delle Tecnologie Appropriate convincemmo nostro padre (Giorgio Zavalloni, allora 73enne) ad abbattere un vecchia attrezzaia autocostruita negli anni, e alquanto fatiscente e ricostruire in bio-architettura un Centro per le Tecnologie Appropriate con laboratori delle tecnologie semplici e abilità manuali, sala incontri, laboratorio del gusto (cucina attrezzata di comunità), biblioteca specializzata…e altro (venite a trovarci per constatare di persona!!). Fra le caratteristiche della struttura: il risparmio energetico, fonti di energia solare, tetto e pareti ventilate, molto legno, laterizi ecologici, calce viva... Dimensione circa 600 metri quadrati. Costo approssimativo 600 milioni delle vecchie lire. Fra i pochi risparmi di nostro padre (che per una vita aveva fatto debiti per sopravvivere in campagna con tre figli, lavorando come coltivatore diretto biologico), l'anticipo del 5° o del TFR di noi fratelli e prestiti di amici (il nostro presidente Leonardo Belli e l'amico Roberto Papetti) e un po' di donazioni abbiamo raggiunto la quota di circa 300 milioni di lire. Aggiungendo 100 milioni di finanziamento a fondo perduto siamo arrivati a 400 milioni circa. Restavano altri 200 milioni da recuperare come mutuo ipotecario. Abbiamo pensato di far domanda alle realtà "etiche" che nostro ambiente, che per anni abbiamo anche noi pubblicizzato:  Banca Etica e MACRO-Credit. Avute le risposte…non siamo andati oltre. Forse potevamo rivolgersi alle MAG…ma eravamo un po' scoraggiati. E i soldi ci servivano per finire di pagare le ditte che avevavo lavorato o fornito i materiali. Volete sapere la risposta? Beh, chiedetela direttamente a loro!! Fa parte della suspance!!! Poi se avete voglia raccontateci cosa vi hanno risposto, ci farà piacere confrontarla con la risposta che abbiamo avuto noi.
Morale della favola: noi da due anni abbiamo un mutuo acceso con la Banca Popolare dell'Emilia Romagna……
Chi volesse vedere l'Ecoistituto delle Tecnologie Appropriate può sempre venirci a trovare a Cesena.

Gianfranco Zavalloni

Abitazione
via Del Faggeto 4
47020 Sorrivoli di Roncofreddo
telefono casa 0547.326320
telefono portatile 335.5342246
-------------------------------------------
Lavoro come Dirigente Scolastico dell'Istituto Comprensivo Statale 
Sogliano al Rubicone               
via Aldo Moro 6                                                                    
47030 Sogliano al Rubicone (FC)                               
telefono: 0541.948631                              
-------------------------------------------
Socio fondatore dell'Ecoistituto delle Tecnologie Appropriate
via Germazzo 189
Località Molino Cento
Cesena (FC) - Italia -
telefono 0547.323407
cellulare 335.5342213 (Daniele)
------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Il giorno 09/mar/06, alle ore 23:09, daniele ha scritto:

Mi viene in mente un articolo di Gesualdi su Altreconomia di febbraio: lì si
fa un paragone tra cosa sono diventate le coop (vicenda Unipol) perdendo
l'anima e cosa può diventare il commercio equo e solidale per la smania di
crescita (perdere l'anima...).
Gesualdi, così come Zanotelli richiamano all'imperativo morale di una
visione diversa, integralmente diversa, che come tale non può in alcun modo
percorrere sentieri, o utilizzare strumenti (supermercati, banche, etc..)
dell'economia di mercato tradizionale.
E' una visione che rispetto, perchè intrisa di valori buoni. Ma è anche una
visione che mi preoccupa per l'aspetto dei "tempi": abbiamo davvero davanti
tutto il tempo necessario per far diventare largamente diffusa questa
visione? O arriverà troppo tardi? O forse non riuscirà mai ad emergere dai
circoli di pochi proseliti?

A me piace vedere la cosa anche da un punto di vista diverso. Se vogliamo
più terra terra. 1) Al mondo la politica di cui vi è necessità vitale è la
redistribuzione di ricchezza  dal nord verso il sud. 2) Il commercio equo è
una delle forme più "volontarie" di redistribuzione: il consumatore del nord
che decide di pagare di più un caffè, attua una redistribuzione della
ricchezza: lui diventa più "povero" e il contadino del  sud più "ricco". 3)
il commercio equo e solidale non è beneficienza: si inserisce nel mercato e
riconosce il valore del lavoro e del bene scambiato.
Perchè avere timore che questa forma di redistribuzione sia in crescita? E'
una delle poche che abbiamo!

Mi sembra ci siano due paure di base: 1) se questo commercio viene
fagocitato dalle multinazionali è quasi automatico che perda anche la
caratteristica di essere redistributivo sia perchè fa guadagnare le
multinazionali che non sono certo i "poveri", sia perchè è anche possibile
che faccia guadagnare meno i "poveri" riutilizzando i consueti meccanismi
(ad esempio mettendoli in concorrenza tra loro); 2) anche se rimane
redistributivo può diventare pericoloso per le stesse comunità del sud che
verranno "contagiate" dalla smania di crescita.

Io sono d'accordo con la paura 1. E credo l'unico modo per tenere lontane
questa paura sia quello di definire limiti precisi su quali siano i soggetti
che possano partecipare al commercio equo, escludendo per esempio le
multinazionali. Purtroppo la realtà è già andata oltre (Nestlè che vende
caffè equo). ma qui si può lavorare.
Paura 2: nel sud c'è sì bisogno di crescita, ma credo vi siano anche
culture, tradizioni, non del tutto scomparse che possano funzionare da
antidoto alla smania di crescita e ai suoi eccessi. E comunque che decidano
loro!

Qualcuno ha confrontato l'attuale "movimento" di crescita del commercio equo
e solidale a quello avvenuto ormai più di dieci anni fa con l'agricoltuta
biologica: 15 anni fa erano ancora pochi i cittadini che conoscevano
l'agricoltura biologica e le sue virtù, adesso sono ancora pochi i cittadini
che conoscono il commercio equo. ma se nel primo caso è arrivata una
normativa europea che ha definito le produzioni biologiche nel secondo siamo
ancora lontani e sarebbe invece utile arrivarci in fretta.......

In Inghilterra c'è dunque una onda, gonfia di "se" e di "ma", qui da noi non
c'è neppure questa e io non sono tra quelli che ne giosce.

Grazie Nicoletta per i continui spunti di riflessione

saluti

daniele



----- Original Message ----- 
From: "Nicoletta Landi" <nicoletta at peacelink.org>
Sent: Wednesday, March 08, 2006 2:10 PM
Subject: Fair trade - la grande onda e' partita



Mi trovo a tradurre da un articolo che purtroppo non e' disponibile on
line. Ma che articolo!


Che succede in Inghilterra?
Succede che il commercio equo e solidale, la sete di etico, sta facendo
il salto tanto atteso/temuto.

Virgin treni: d'ora in avanti tutta la catena ferroviaria Virgin
servira' solo bevande equo solidali.
Marks&Spencer ha cominciato questa settimana la vendita di abiti
Fairtrade
Sainsbury ha ordinato 200.000 magliette da People tree
Top shop (catena di abbigliamento giovane di grande attrazione) inizia
la vendita di abiti "etici", magliette da Gossypium
Cameron, leader di destra del partito dei Tories, si impegna
pubblicamente per un "free e fair trade" e per il sollievo del debito.

Dopo il grande evento MakePovertyHistory dell'anno scorso,
http://www.makepovertyhistory.org/, con relativo concerto, tanto
criticato, l'attenzione e la richiesta per il Fair Trade sono..
scoppiate.

Per i negozianti, non sembra vero poter vendere qualcosa che fa "sentire
buoni". E' il sacro graal del commercio.
Ma, l'articolo conclude, questa strada imboccata potrebbe avere pesanti
ripercussioni. Quando il cliente entra in un negozio che vende cose
prodotte come si deve, comincera' a chiedersi: e il resto? come e' stato
fatto il resto?
****

Personalmente, trovo queste notizie straordinarie e come tali, con forti
interrogativi; molti li conoscete gia'.
1) grandi catene boicottate su altri versanti, che aprono nicchie al
fair trade. come giudicarle?
2) l'etico venduto al supermercato porta con se' il carico di cultura e
coscienza sullo stato del commercio, intrinseco nel messaggio del
commercio equo solidale?
3) tali catene saranno affidabili, quando la moda cambiera', nel
mantenere l'impegno preso con i produttori?
4) che ne e' se tutti cominciamo a comprare scarpe e vestiti
ecosolidali, che ne e' delle risorse finite del mondo?

Ma daltronde quando le onde arrivano, bisogna in qualche modo essere
pronti a comprenderle.
Supponiamo che un concerto, con "discutibili" personaggi sul palco,
abbia portato un milione di giovani alla presa di coscienza di un
commercio migliore.
Ecco che tra calci e spinte, chi in buona fede chi in malafede, inizia
il percorso di tanta tanta gente che vuole comprare diverso e c'e'
quindi chi vuole vendere.

Come si fa a tenere fuori chi se ne approfitta? Come fare a tenere sotto
controllo il commercio?

Sono confusa. Percepisco l'onda in arrivo con pericoli di deriva, ma
daltronde e' l'onda della massa umana che comincia a muoversi.
Non si tratta piu' di caffe' e banane all'esselunga. Forse siamo
all'alba del "cambio dei gusti" del consumatore occidentale.
Per fortuna non sono in una posizione di potere da dover prendere
decisioni, non sarei proprio in grado. Ma sinceramente, ho proprio
voglia di vedere ora che succede.

un saluto affettuoso
nicoletta
-- 
  Nicoletta Landi

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Mailing list Consumo Critico dell'associazione PeaceLink.
Se non riesci, scrivi a nicoletta at peacelink.org
inserendo "cancella" nel Soggetto.
Si sottintende l'accettazione della Policy Generale:



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