Re: Fair trade - la grande onda e' partita



Mi viene in mente un articolo di Gesualdi su Altreconomia di febbraio: lì si
fa un paragone tra cosa sono diventate le coop (vicenda Unipol) perdendo
l'anima e cosa può diventare il commercio equo e solidale per la smania di
crescita (perdere l'anima...).
Gesualdi, così come Zanotelli richiamano all'imperativo morale di una
visione diversa, integralmente diversa, che come tale non può in alcun modo
percorrere sentieri, o utilizzare strumenti (supermercati, banche, etc..)
dell'economia di mercato tradizionale.
E' una visione che rispetto, perchè intrisa di valori buoni. Ma è anche una
visione che mi preoccupa per l'aspetto dei "tempi": abbiamo davvero davanti
tutto il tempo necessario per far diventare largamente diffusa questa
visione? O arriverà troppo tardi? O forse non riuscirà mai ad emergere dai
circoli di pochi proseliti?

A me piace vedere la cosa anche da un punto di vista diverso. Se vogliamo
più terra terra. 1) Al mondo la politica di cui vi è necessità vitale è la
redistribuzione di ricchezza  dal nord verso il sud. 2) Il commercio equo è
una delle forme più "volontarie" di redistribuzione: il consumatore del nord
che decide di pagare di più un caffè, attua una redistribuzione della
ricchezza: lui diventa più "povero" e il contadino del  sud più "ricco". 3)
il commercio equo e solidale non è beneficienza: si inserisce nel mercato e
riconosce il valore del lavoro e del bene scambiato.
Perchè avere timore che questa forma di redistribuzione sia in crescita? E'
una delle poche che abbiamo!

Mi sembra ci siano due paure di base: 1) se questo commercio viene
fagocitato dalle multinazionali è quasi automatico che perda anche la
caratteristica di essere redistributivo sia perchè fa guadagnare le
multinazionali che non sono certo i "poveri", sia perchè è anche possibile
che faccia guadagnare meno i "poveri" riutilizzando i consueti meccanismi
(ad esempio mettendoli in concorrenza tra loro); 2) anche se rimane
redistributivo può diventare pericoloso per le stesse comunità del sud che
verranno "contagiate" dalla smania di crescita.

Io sono d'accordo con la paura 1. E credo l'unico modo per tenere lontane
questa paura sia quello di definire limiti precisi su quali siano i soggetti
che possano partecipare al commercio equo, escludendo per esempio le
multinazionali. Purtroppo la realtà è già andata oltre (Nestlè che vende
caffè equo). ma qui si può lavorare.
Paura 2: nel sud c'è sì bisogno di crescita, ma credo vi siano anche
culture, tradizioni, non del tutto scomparse che possano funzionare da
antidoto alla smania di crescita e ai suoi eccessi. E comunque che decidano
loro!

Qualcuno ha confrontato l'attuale "movimento" di crescita del commercio equo
e solidale a quello avvenuto ormai più di dieci anni fa con l'agricoltuta
biologica: 15 anni fa erano ancora pochi i cittadini che conoscevano
l'agricoltura biologica e le sue virtù, adesso sono ancora pochi i cittadini
che conoscono il commercio equo. ma se nel primo caso è arrivata una
normativa europea che ha definito le produzioni biologiche nel secondo siamo
ancora lontani e sarebbe invece utile arrivarci in fretta.......

In Inghilterra c'è dunque una onda, gonfia di "se" e di "ma", qui da noi non
c'è neppure questa e io non sono tra quelli che ne giosce.

Grazie Nicoletta per i continui spunti di riflessione

saluti

daniele



----- Original Message ----- 
From: "Nicoletta Landi" <nicoletta at peacelink.org>
To: <consumocritico at peacelink.it>
Sent: Wednesday, March 08, 2006 2:10 PM
Subject: Fair trade - la grande onda e' partita


> Mi trovo a tradurre da un articolo che purtroppo non e' disponibile on
> line. Ma che articolo!
>
> http://news.independent.co.uk/uk/this_britain/article349319.ece
>
> Che succede in Inghilterra?
> Succede che il commercio equo e solidale, la sete di etico, sta facendo
> il salto tanto atteso/temuto.
>
> Virgin treni: d'ora in avanti tutta la catena ferroviaria Virgin
> servira' solo bevande equo solidali.
> Marks&Spencer ha cominciato questa settimana la vendita di abiti
> Fairtrade
> Sainsbury ha ordinato 200.000 magliette da People tree
> http://www.peopletree.co.uk/
> Top shop (catena di abbigliamento giovane di grande attrazione) inizia
> la vendita di abiti "etici", magliette da Gossypium
> http://www.gossypium.co.uk/, jeans da Hug,
> http://www.hug.co.uk/shop/showpage.asp?id=1, e bluse da PeopleTree).
> Cameron, leader di destra del partito dei Tories, si impegna
> pubblicamente per un "free e fair trade" e per il sollievo del debito.
>
> Dopo il grande evento MakePovertyHistory dell'anno scorso,
> http://www.makepovertyhistory.org/, con relativo concerto, tanto
> criticato, l'attenzione e la richiesta per il Fair Trade sono..
> scoppiate.
>
> Per i negozianti, non sembra vero poter vendere qualcosa che fa "sentire
> buoni". E' il sacro graal del commercio.
> Ma, l'articolo conclude, questa strada imboccata potrebbe avere pesanti
> ripercussioni. Quando il cliente entra in un negozio che vende cose
> prodotte come si deve, comincera' a chiedersi: e il resto? come e' stato
> fatto il resto?
> ****
>
> Personalmente, trovo queste notizie straordinarie e come tali, con forti
> interrogativi; molti li conoscete gia'.
> 1) grandi catene boicottate su altri versanti, che aprono nicchie al
> fair trade. come giudicarle?
> 2) l'etico venduto al supermercato porta con se' il carico di cultura e
> coscienza sullo stato del commercio, intrinseco nel messaggio del
> commercio equo solidale?
> 3) tali catene saranno affidabili, quando la moda cambiera', nel
> mantenere l'impegno preso con i produttori?
> 4) che ne e' se tutti cominciamo a comprare scarpe e vestiti
> ecosolidali, che ne e' delle risorse finite del mondo?
>
> Ma daltronde quando le onde arrivano, bisogna in qualche modo essere
> pronti a comprenderle.
> Supponiamo che un concerto, con "discutibili" personaggi sul palco,
> abbia portato un milione di giovani alla presa di coscienza di un
> commercio migliore.
> Ecco che tra calci e spinte, chi in buona fede chi in malafede, inizia
> il percorso di tanta tanta gente che vuole comprare diverso e c'e'
> quindi chi vuole vendere.
>
> Come si fa a tenere fuori chi se ne approfitta? Come fare a tenere sotto
> controllo il commercio?
>
> Sono confusa. Percepisco l'onda in arrivo con pericoli di deriva, ma
> daltronde e' l'onda della massa umana che comincia a muoversi.
> Non si tratta piu' di caffe' e banane all'esselunga. Forse siamo
> all'alba del "cambio dei gusti" del consumatore occidentale.
> Per fortuna non sono in una posizione di potere da dover prendere
> decisioni, non sarei proprio in grado. Ma sinceramente, ho proprio
> voglia di vedere ora che succede.
>
> un saluto affettuoso
> nicoletta
> -- 
>   Nicoletta Landi
>   nicolettalandi at fastmail.fm
>
> --
> Mailing list Consumo Critico dell'associazione PeaceLink.
> Per CANCELLAZIONI: http://www.peacelink.it/mailing_admin.html
> Se non riesci, scrivi a nicoletta at peacelink.org
> inserendo "cancella" nel Soggetto.
> Si sottintende l'accettazione della Policy Generale:
> http://www.peacelink.it/associazione/html/policy_generale.html
>