Piccolo contributo per l’assemblea di domani a Palazzo Giusso



Piccolo contributo per l’assemblea di domani a Palazzo Giusso

 

In preparazione dell’assemblea di domani a Palazzo Giusso, con Marinella Correggia, un mio piccolo contributo per cercare di capire il principale  motivo per cui tanti compagni di quello che fu il movimento pacifista non ritengono importante mobilitarsi contro l’attuale aggressione alla Siria e la imminente guerra.

La loro posizione, sostanzialmente è: “Assad è un dittatore ed è un bene che cada; e l’”aiuto” dell’Occidente (propaganda, sanzioni, azioni militari...) pur non apprezzato, passa in secondo piano rispetto ai crimini del regime siriano e alla prospettiva di una “rivoluzione” nella quale, come è stata per quella egiziana e tunisina, noi ci riconosciamo.”

Ora che Assad che, sia un dittatore, non ci piove. Lo era anche Geddafi, Saddam, Milosevic, Ceasescu... (sulla Romania e sulla dinamica di quella “rivoluzione” che fu la prima costruita a tavolino dall’Occidente varrebbe la pena di approfondire la questione, ma certamente non qui). Ma oggi, il suo consenso di massa è inferiore a quello di un anno fa? Purtroppo, no. Chiunque abbia visto (ogni tanto passano pure in TV) le oceaniche manifestazioni a Damasco e in altre città della Siria e abbia un minimo di onestà intellettuale non può certo addebitarle a una qualche sapiente regia di regime; ma ammetterà che oggi più che mai la stragrande maggioranza del popolo siriano sta con Assad. Ancora peggio, oggi in Siria ogni dissidente è additato, dalla popolazione tutta, come un traditore, come la testa di ponte di una invasione che, certamente riproporrà gli orrori della Libia.

Questa è la situazione oggi in Siria, che piaccia o no.

E chi si ostina a parlare di “rivoluzioni in atto” oggi in Siria dovrebbe avere l’accortezza di mostrare un filmato (almeno uno!) che mostri un corteo con più di dieci persone manifestare oggi contro Assad.

Una “rivoluzione” è fatta prima di tutto da gente in piazza. Manifestazioni di massa contro il regime non ce ne erano a Bengasi (che pure era presentata come la “roccaforte della rivoluzione”) prima dell’attacco NATO, non ce ne sono oggi in Siria. Certo, nessuno sottovaluta la repressione e la censura del regime ma (scusate se insisto) un video, almeno uno, prodotto pure con un videofonino avrebbero pure potuto mostrarcelo chi oggi parla di “rivoluzione siriana”.

 Questo non significa certo che in Siria non ci siano state proteste e rivolte. Ce ne sono state anche in Libia. Ma queste sono state stroncate, più che dalla repressione, dall’irrompere in queste di “ribelli”, cioè di banditi, al soldo dell’Occidente (Francia, Quatar, Turchia..) che hanno inasprito la repressione e fatto scappare la gente. Dissolte le proteste sono rimasti i “ribelli”, come quelli che per settimane hanno occupato alcuni quartieri di  Homs e che, con missili forniti dall’occidente, hanno bombardato caserme e abitazioni civili. Altro che “rivoluzione” come vaneggiano alcuni settori del pacifismo.

Cosa dovrebbe fare il movimento pacifista in Occidente per interrompere questa spaventosa situazione? Prima di tutto (lo ripeto, prima di tutto) fermare l’aggressione contro la Siria. E cioè, chiedere la rimozione delle sanzioni, la ripresa dei rapporti diplomatici con Damasco, la revoca del CNS quale “unico rappresentante del popolo siriano” al Consiglio d’Europa e alla Farnesina, la fine di ogni aiuto militare e politico al sedicente “Esercito Siriano di Liberazione”...

Ma questo, dirà qualcuno, significherebbe abbandonare i “rivoluzionari siriani”, le persone che pure si sono opposte al regime di Assad alla più atroce delle rappresaglie. Secondo me, è vero il contrario. Perché? Ne parleremo alla assemblea domani a Palazzo Giusso. Non mancate.

Francesco Santoianni