Thailandia: migliaia di buddisti in fuga




Migliaia di buddisti hanno lasciato il sud della
Thailandia a causa delle violenze che hanno
colpito la regione a partire dal gennaio 2004. A
riferirlo è il governo di Bangkok: negli ultimi
sei mesi oltre 34.500 persone hanno abbandonato
le province di Narathinat, Pattani, Songhkla e
Yala, dove i radicali musulmani continuano a
sferrare attacchi contro la comunità buddista:
decapitazioni, bombe nei mercati e incendi di
edifici pubblici a cui le autorità hanno risposto
con l'instaurazione di uno stato di polizia e una
dura repressione. Nelle estreme province
tailandesi, al confine con la Malesia, è in corso
un vero e proprio conflitto che ha provocato
finora - nell'indifferenza della comunità
internazionale - 880 morti e 1500 feriti.

L'esodo degli insegnanti. Tra le persone in fuga
ci sono molti insegnanti che sono considerati dai
militanti islamici un simbolo dell'establishment
tailandese e possono rappresentare quindi un
possibile obiettivo degli attacchi. "Gli
insegnanti sono terrorizzati e abbattuti perché
almeno 24 loro colleghi sono già stati uccisi
negli ultimi mesi", ha dichiarato il ministro
dell'Educazione Adisai Bodhamirik. "Per questo
vogliono lasciare la regione e noi non possiamo
fermarli". Il governo, infatti, ha già
predisposto il trasferimento di 2700 maestri
delle scuole pubbliche che saranno sostituiti da
volontari. Una misura discutibile come quella
ancor più eclatante di permettere loro di portare
armi in classe: in particolare il kit di difesa
prevede pistole di seconda mano e giubbotti
antiproiettili. Oltre a qualche ora di
addestramento con soldati dell'esercito.

La repressione del governo. Il sud del Paese
rischia così di diventare un far west, mentre il
pugno di ferro imposto dal primo ministro Thaksin
Shinawatra non riesce a tenere la situazione
sotto controllo. Circa duecento vittime sono
state causate dalla stessa polizia in due
interventi repressivi che sono stati condannati
dalle organizzazioni umanitarie di tutto il mondo.
Il 28 aprile 2004 la polizia ha ucciso un
centinaio di insorti, dopo che erano state
attaccate e saccheggiate diverse basi delle forze
dell'ordine. Quello stesso giorno è stata rasa al
suolo anche una moschea dove si erano rifugiati e
hanno poi perso la vita almeno trenta militanti
islamici. Tra le vittime c'erano molti
giovanissimi, tra i quindici e i venticinque
anni. Il 25 ottobre 2004, invece, è ricordato
come il giorno del massacro di Tak Bai, un
villaggio della provincia di Narathiwat dove la
polizia, nel tentativo di fermare una
manifestazione pacifica, ha provocato la morte di
86 persone. Centinaia di musulmani stavano
dimostrando per la liberazione dal carcere di
alcuni concittadini accusati di terrorismo,
quando le forze dell'ordine hanno cominciato a
sparare contro di loro e a caricarne una gran
parte sulle camionette. Sette uomini sono caduti
per i colpi d'arma da fuoco, altri 78 sono
soffocati dopo essere stati ammassati a decine
dentro i furgoni della polizia.

Le radici del conflitto. Le ragioni delle
violenze non sono chiare. Secondo il governo i
militanti musulmani apparterrebbero a gruppi
separatisti che erano attivi nell'area fino a
metà anni Ottanta. Non si esclude inoltre che i
ribelli possano avere legami con altri movimenti
islamici di guerriglia del Sud est asiatico.
Nelle ultime sei settimane sono stati decapitati
sette civili e il ministro della Difesa Gen
Thammarak Isarangura ha azzardato un paragone:
"Gli insorti stanno emulando le decapitazioni
irachene per terrorizzare la gente".
Un'affermazione che rimanda all'ipotesi di un
fondamentalismo importato a cui i militanti
tailandesi potrebbero aderire, come altri
guerriglieri dell'Estremo Oriente.
Unica cosa certa intanto è che il sud della
Thailandia, dove si concentra il 4 per cento
della minoranza musulmana del Paese
prevalentemente buddista, è la regione tailandese
più emarginata e povera e dove è più forte il
malcontento verso il governo. Qui il 70 per cento
della popolazione vive sotto la soglia della
povertà, mentre imperversano corruzione, traffico
di stupefacenti, criminalità e prostituzione.

(Francesca Lancini)

Da: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=3164