Centri sociali antimperialisti a Napoli - altro che Revelli!...



------- Forwarded message follows -------
Date sent:      	Sat, 17 Mar 2001 12:39:46 +0100
From:           	"zone di conflitto (to)" <zonediconflitto at ecn.org>
To:             	movimento at ecn.org, cslist at ecn.org
Subject:        	cs: per napoli e oltre...


IN OCCASIONE DELL’APPUNTAMENTO NAPOLETANO DAL 14 AL 17 MARZO ABBIAMO
PROVATO A RIFLETTERE SU ALCUNE QUESTIONI E LE RIGHE CHE SEGUONO SONO
BREVEMENTE IL RISULTATO DELLE NOSTRE DISCUSSIONI.
NON SIAMO DEI “TECNICI” NÉ ELETTRONICI NÉ ECONOMICI, COMUNQUE CON LE
VALUTAZIONI POLITICHE ABBIAMO FATTO ANCHE QUALCHE SUPERFICIALE
CONSIDERAZIONE TECNICO-STORICA A NOSTRO AVVISO UTILI PER CHIARIRE I
PASSAGGI  DEL NOSTRO SCRITTO. SPERIAMO DI NON AVER SCRITTO SCIOCCHEZZE,
IN OGNI CASO ACCETTIAMO SEMPRE DI BUON GRADO CRITICHE E DIBATTITO.

gruppo ZONE DI CONFLITTO - torino


PREMESSA
Di fronte al crescente potere degli organi di governo economici,
politici e militari del capitalismo mondiale
(F.M.I.-B.M.-W.T.O.-G.8-O.C.S.E-N.A.T.O.), al nuovo ordine non più
bipolare e alle profonde trasformazioni dell'organizzazione produttiva e
dei rapporti sociali (di produzione), determinate dallo sviluppo
tecnologico e informatico, lo stato-nazione mette in discussione la
propria forma e il proprio ruolo, interno ed esterno.
Dopo la "rottura" del compromesso socialdemocratico tra capitale e
lavoro, è l'impresa a imporre i propri modelli organizzativi agli stati
nazionali. Il profitto diviene il fine unico degli apparati
amministrativi pubblici trasformatisi negli ultimi anni, in veri e
propri consigli di amministrazione societari.
Lo stato-nazione, lontano dall'estinguersi o dal dissolversi nel
processo definito di globalizzazione, "deve" così riformulare le proprie
caratteristiche e le proprie funzioni.
Modernizzazione dell'amministrazione pubblica in epoca digitale e
divario tecnologico tra Nord e Sud del mondo sono i temi di cui
discuteranno tra loro presidenti, ministri e globalizzatori di 40 paesi,
riuniti a Napoli in occasione del Third Global Forum dal 15 al 17 Marzo.

I potenti del pianeta proveranno a definire nei particolari quali
dovranno essere nel prossimo futuro i meccanismi amministrativi
nazionali e internazionali per garantire il mantenimento dell'attuale
ordine sociale davanti alla sfida digitale.

INTERNETE E-GOVERNMENT
Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una accelerazione dello
sviluppo tecnologico che ha coinvolto tutte le aree industrializzate del
pianeta.
Si è passato così dai primi p.c. commerciali, destinati in gran parte a
un uso ludico, ai telefoni satellitari attraverso la triste
constatazione dell’esistenza di sistemi di spionaggio e guerra (echelon,
scudi spaziali,…). In prospettiva un solo fine: immensi guadagni che
l’ondata di diffusione tecnologica avrebbe portato con sé.
Presto si è arrivati a una regolamentazione del mercato con la
conseguente nascita della Borsa dei titoli tecnologici: un meccanismo
che permette spostamenti di incalcolabili masse di capitali (spesso
VIRTUALI per i capitalisti, ma sempre reali per chi muore di fame) con
rapidi cambiamenti di mano che fanno la felicità di operatori del
settore e multinazionali. Le stesse multinazionali che, anche grazie a
ingenti investimenti pubblici, portano avanti ricerche ed esperimenti in
campo elettronico per la creazione di “sistemi operativi” e “macchine”
truffa studiati per rendere presto obsoleti e non aggiornabili i nostri
computer; un metodo che è garanzia di una stabile e redditizia fetta di
mercato per gonfiare i loro conti in banca.
Punta di diamante del nuovo mercato è senza dubbio Internet e tutto ciò
che a esso è collegato (telefonia e pubblicità solo per citare due
campi). Probabilmente a oggi non è il settore economicamente più
redditizio, ma sicuramente è il mezzo che (potenzialmente) è in grado di
raggiungere il numero più elevato di persone nel minor tempo possibile
e, proprio per questo, merita un capitolo a parte.
Il sistema di comunicazione in “rete” nasce e si sviluppa come progetto
militare (come la maggior parte delle innovazioni). Gli U.S.A., infatti,
studiarono un mezzo per comunicare in tempo reale nei vari angoli della
Terra e che potesse essere difficilmente intercettabile. Solo in seguito
vennero vagliate le varie applicazioni economiche (e di controllo
sociale) che derivavano da un’immissione del sistema nel normale
circuito commerciale.
Una grande campagna di sponsorizzazione da parte dei Media classici che
si prodigarono in un’opera di appiattimento culturale tendente a
convincere il pubblico dei miglioramenti della qualità della vita con
l’avvento di Internet. Il cavallo di battaglia è stato, e continua a
essere, la possibilità di fare liberi scambi e compravendite (fino ad
arrivare alla spesa quotidiana). Tutto ciò si è realizzato in parte,
perché solo i grandi gruppi finanziari sono stati in grado di
organizzarsi, mentre chi era stato indicato come il benefattore (leggi
CLIENTE) principale non ha potuto far altro che accogliere freddamente
quest’innovazione: carenza diffusa del mezzo, elevati costi e
insicurezza del sistema sono il limite principale alla  diffusione del
mercato telematico.
Almeno altre due questioni interne al sistema telematico sono da
affrontare: prima la rete usata come scambio e/o vendita di prodotti
illegali o coperti da copyright, seconda la “rete” come mezzo di
informazione alternativa e/o organizzazione delle lotte anticapitaliste.
Entrambi i problemi sono risultati degli “utili” imprevisti che a oggi
sembrano essere stati incalcolati e quindi occorre porvi un rimedio
istituzionale. L’immissione in rete di informazioni “coperte” dal
diritto d’autore, liberamente (o quasi) “scaricabili” ha portato a una
guerra legislativa a suon di censura spinta dalle multinazionali e dai
governi potenzialmente, e in parte realmente, perdenti a causa degli
introiti miliardari non ottenuti per i diritti non pagati dagli utenti
di Internet.
Dal punto di vista del controllo sulla rete, il lavoro da fare è molto
lungo. Non che sia impossibile, ma è di complessa attuazione. Uno degli
obiettivi è la battaglia contro l’anonimato telematico, fino a oggi una
della anime della diffusione di comunicazione in rete. Seconda, non per
livello di importanza, è la trasformazione definitiva di Internet in
piazza mercatale: clienti reali che pagano con denaro reale servizi
virtuali o merce.
Due livelli di censura. L’uno legato alle possibilità economiche che
l’accesso comporterà e l’altro ancora più vigliacco che ricatterà il
navigatore con la minaccia di ritorsioni legali a causa di ciò legge o
scrive.
Se il controllo sociale in rete riguarda un molto prossimo futuro,
altrettanto non si può dire per i media classici.
Senza scandalo alcuno, infatti, vi è un uso sempre più spudorato dei
media nella formazione dell’opinione pubblica da parte di lobby
politico-economiche.
“L’opinione pubblica è la costruzione finale di un processo attraversato
dall’azione di gruppi d’interesse e dal ricorso alla manipolazione. Non
vi è nulla che sia nature, bensì tutto è costruito. La tagliente formula
di Pierre Bourdieu <<l’opinione pubblica non esiste>>, intende proprio
liquidare il mito di una opinione pubblica presentata come espressione
autentica, e non fabbricata dall’alto, della vox populi.”
Esempi dell’efficacia dei lavaggi di cervelli perpetrati dai media si
sono avuti in occasione della guerre “umanitarie” che hanno insanguinato
gli ultimi dieci anni, dal Golfo alla Jugoslavia passando per la
Somalia.
In ognuna di questa occasioni i fabbricatori di opinione sono riusciti a
inculcare l’idea che fossero azioni giuste e dovute i bombardamenti
sulle città, sugli impianti industriali, l’uso di armi radioattive, i
massacri e le torture sulla popolazione civile. Convincendo le coscienze
collettive di quanto sarebbe peggiore l’esistenza di questi popoli se
l’Occidente buono non fosse sempre pronto a colpire il cattivo di turno,
ma contemporaneamente “dimenticandosi” di menzionare quanti e quali
interessi politico-economici si celino dietro queste spettacolari
operazioni di salvezza.
Anche a livello interno dei singoli stati la metodologia è la medesima,
è sufficiente ricordare le campagne elettorali: propaganda e
persuasione. Grandi sorrisi dei candidati che si affacciano da tutti i
muri e tutti gli schermi lanciando slogan inesistenti da dimenticare
appena eletti. Chi venderà meglio la speranza di un futuro migliore
vincerà le elezioni.
Non riesce con tutti il lavaggio del cervello ma per questa minoranza
risultano efficaci le forze classiche della repressione, aiutate da
campagne mediatiche mirate a zittire tutte le “voci fuori dal coro”.
L’OMOLOGAZIONE AL PENSIERO UNICO E IL CONTROLLO SOCIALE non arriva solo
dai mezzi di comunicazione di massa, ma anche da tutte le
riorganizzazioni tecnologiche nella Pubblica Amministrazione ( come ad
esempio la carta d’identità digitale contenente tutta la propria storia)
che “nascondono” la volontà di schedare e controllare tutto e tutti.
È interessante a tal proposito soffermarsi sul Piano D’Azione di
E-GOVERNMENT.
Tale piano, approvato dal Governo il 22 giugno del 2000, prevede una
serie di azioni volte a informatizzare l’erogazione dei servizi ai
cittadini e alle imprese e consentire, agli utenti, l’accesso telematico
ai servizi della Pubblica Amministrazione e alle sue informazioni.
Verranno così coinvolte nel progetto tutte le istituzioni: le regioni,
le provincie, i comuni, le scuole, gli ospedali, le ASL, i centri per
l’impiego e le camere di commercio.
Lo scopo dichiarato è quello di avvicinare i servizi ai cittadini,
ridurre la spesa pubblica, eliminare le procedure burocratiche, creare
posti di lavoro e “inventare” un mercato dell’informazione su scala
europea, per arrivare in breve tempo a governare il paese tramite la
rete attraverso un rapporto continuo di comunicazione tra governanti e
governati.
Per funzionare, il progetto avrà bisogno di un enorme banca dati dove
sia possibile (per i governanti) accedere a tutte le informazioni
relative a ogni individuo: si tratterà dunque di mettere in atto un
piano di schedatura di massa nascosto, ancora una volta, dietro le
promesse di un miglioramento della qualità della vita.


DIGITAL DIVIDE
"A Napoli ci proponiamo di discutere come i governi di tutti i paesi
possano e debbano usare le nuove tecnologie per la crescita e lo
sviluppo dei popoli che rappresentano e come si può superare il-digital
divide- trasformandolo anzi in -digital opportunity-" (F.Bassanini)
"Combattere la povertà con Internet" (Documento G.8 Okinawa)
Forse sarebbe il caso di domandare a questi illuminati globalizzatori se
pensano di sconfiggere la fame e la miseria dei 4/5 dell'umanità con il
commercio elettronico ma prima dovrebbero spiegarci come.
Internet continua a essere un privilegio delle "civiltà avanzate" ( il
95% degli utenti risiede nel mondo occidentale ) e nel sud del mondo, in
mezzo a poche "oasi" ( che sono sempre di meno ) di modernità e
opulenza, "resistono" forme di sfruttamento feudali e pre-capitalistiche
( utili e necessarie al capitale globale )
Dopo secoli di invasioni, genocidi, sfruttamento e programmi di
Riaggiustamento Strutturale imposti dal F.M.I. e dalla B.M. oggi nel
mondo, un miliardo e mezzo di donne e di uomini vivono con meno di un
dollaro al giorno e la maggior parte dei dannati della terra non
possiede un tetto e  non può usufruire di acqua potabile ed energia
elettrica.
Ciò che in realtà traspare dalle affermazioni citate, al di là della
criminale demagogia, è la volontà del potere, di utilizzare le nuove
tecnologie digitali come ulteriore strumento di dominio. Bloccare l'uso
di Internet come mezzo di contro-informazione, rendendolo unicamente
strumento di un moderno colonialismo attraverso il quale imporre i
propri valori su scala planetaria. Un altro passo verso quella che
alcuni anni fà Serge Lathouche definì "l'occidentalizzazione del
pianeta".
L'industria della comunicazione è infatti la più dinamica di tutta
l'economia mondiale e rappresenta al meglio il processo di
globalizzazione neo-liberista: frammentazione della sovranità politica
da un lato, concentrazione di capitali e formazione di enormi e
potentissimi oligopoli dall'altro.
La rivoluzione digitale, l'era telematica della storia umana, si sta
trasformando nell'ennesima occasione di conquista attraverso la quale,
il capitale potrà imporre la sua dittatura: quella del pensiero,
dell'immagine e della parola unici.
La dittatura del consumo, dello sfruttamento reciproco e del terrore.

ALCUNE RIFLESSIONI
Di fronte a una oggettiva evoluzione-trasformazione della "società
globale" nel suo complesso, che ha messo in discussione le categorie
politiche "classiche" della sinistra, ci sembra necessario ribadire la
centralità del conflitto capitale-lavoro e del territorio nell'agire
politico delle soggettività rivoluzionarie.
Nonostante, o meglio, grazie, alla trasformazione del sistema di
produzione, che negli ultimi anni ha dato il via al processo di
proletarizzazione di ampi strati di una classe media fino a ieri
protetta e garantita, il lavoro salariato è in forma sempre maggiore al
centro delle dinamiche di accumulo e di riproduzione di capitale.
Il conflitto capitale-lavoro è molto lontano dall'esaurirsi nella
presunta “autonomia ed egemonia sociale e politica dell'intellettualità
di massa" determinata dallo sviluppo del lavoro cognitivo e
"immateriale" e dalla sempre maggiore difficoltà nel distinguere i tempi
di produzione da quelli di riproduzione.
La deregolamentazione del mercato del lavoro, il ritorno ad alcune forme
contrattuali pre-fordiste e l'arroganza padronale evidenziata dagli
ultimi italici avvenimenti sottolineano come la lotta di classe sia
tutt'altro che un capitolo chiuso con la fine del '900.
Lo stato-nazione, per quanto in via di ridefinizione e di
"privatizzazione", pensiamo continui a svolgere un ruolo fondamentale di
garanzia nei processi di accumulazione capitalistica.
La nascita di macroregioni economiche, lo sviluppo delle imprese
multinazionali e l'influenza dei vari organi di governo sovranazionale,
non solo non annunciano l'estinzione degli stati nazionali, ma al
contrario sottolineano il peso sempre maggiore della politica statuale
(sociale, finanziaria ed estera) all'interno dei rapporti di forza
internazionali.
La globalizzazione economica non mette a rischio la sovranità nazionale
dei paesi sviluppati, ma piuttosto quella dei paesi geopoliticamente
deboli che stanno affrontando una nuova era di colonizzazione.
La metropoli occidentale, dove ormai in mezzo a un più generale scenario
di benessere diffuso, è possibile incontrare sacche di terzo quanto di
quarto mondo, è ancora il cuore dello sviluppo capitalistico.
Di conseguenza è il territorio ideale dove far esplodere e sfruttare le
contraddizioni insite nel capitalismo; contraddizioni che non possono
trovare soluzione senza rimettere in discussione la logica del sistema.
 Intralciare e disarticolare dal centro (direzionale e politico) "il
capitale globale".
"Pensare localmente e agire localmente", analizzando sempre il quadro
internazionale delle lotte e le dinamiche globali di sfruttamento (...ma
questa è una prerogativa dell'essere rivoluzionari e comunisti)

gruppo ZONE DI CONFLITTO (torino)




Allegato 1


IMMIGRAZIONE
LIBERA CIRCOLAZIONE PER LE PERSONE, NON PER LE MERCI

Sono passati tre anni dall’entrata in vigore della legge 40 che ha
“normalizzato l’emergenza” immigrazione.
In Italia ogni contraddizione o difficoltà sociale viene percepita come
una “malattia” da estirpare. Ogni problema è un tumore in grado di
diffondersi e che per questo va operato, anche se l’operazione porta
allo sventramento di una parte della società insomma, il rimedio è di
gran lunga peggiore del “male”. Questa visione medica dei problemi
sociali si individua facilmente in tutti i mezzi di comunicazione che,
essendo al servizio degli industriali e dei loro politicanti, fabbricano
ogni giorno emergenze finte che fanno vittime vere: non informano ma
inventano allarmi, trasformano messaggi di vitalità in minacce
all’incolumità delle persone.
Questo è il sistema con cui si continua a affrontare la questione
immigrazione; non persone che fuggono da paesi poveri ma potenziali
mostri da fermare prima che possano farci del male. Nella sostanza
l’emergenza giustifica sempre la repressione e non affronta mai il
problema; così la legge 40 Turco-Napolitano crea in Italia centri di
permanenza temporanea per immigrati: carceri per stranieri, persone
sconosciute senza un foglio di carta che le autorizzi a rimanere sul
territorio italiano. Da un lato si “abbattonoa2 le frontiere per unire
l’Europa, dall’altro si creano ghetti e si erigono muri per difendere il
territorio da persone che hanno “osato” varcare le frontiere. Che possa
più o meno piacere, la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini
nel mondo vive in povertà, mentre noi occidentali coliamo grasso e
sprechiamo risorse naturali rubate in ogni angolo della terra. È dunque
impossibile, per una ricca minoranza, difendersi dall’inevitabile: chi
ha fame, chi è perseguitato per motivi politici o religiosi non ha nulla
da perdere, e non saranno dei muri (anche se con il filo spinato) a
fermare chi è intenzionato a migliorare le proprie condizioni di vita e
ha deciso di farlo in Italia piuttosto che in Francia.
Le migrazioni sono un derivato dei soprusi su scala mondiale: tale
fenomeno ci accompagnerà fino a quando non saranno estirpate le
ingiustizie che lo hanno provocato.
Noi crediamo che sia un atto parziale e prepotente dare più valore alle
merci che alle persone: in Europa però sono i prodotti da vendere ad
avere la precedenza, possono infatti circolare liberamente a differenza
di quanto possano fare le persone. Gli unici (o quasi) ammessi nella
fortezza europea sono i lavoratori; in Italia, per esempio, viene
stabilito un numero massimo di stranieri a cui viene data la possibilità
di soggiornare: ovviamente tale numero coincide quasi perfettamente con
le esigenze della Confindustria alla quale non sembra vero di poter
disporre di manodopera a bassissimo costo. Gli stranieri che non
rientrano nel numero massimo tollerato sono ancora più ambiti dagli
imprenditori italiani: in questo caso si tratta di lavoratori senza
alcun diritto (per la legge italiana, infatti, non esistono),
costantemente sotto ricatto a causa del mancato possesso del permesso di
soggiorno, in una situazione che molto si avvicina allo schiavismo.
Noi pensiamo che il permesso di soggiorno e la politica dei flussi non
debbano continuare a esistere: è necessario permettere a tutte le
persone di circolare liberamente anche togliendo agli sfruttatori ogni
arma che possa consentire loro di schiavizzare chi ha un forte bisogno
di lavorare.
È inoltre necessario cancellare la concezione delle masse migranti come
governabili in base a meri criteri economici e a calcoli di
compatibilità sociale.
Va da sé che, rivendicando la libera circolazione degli individui,
pensiamo debba essere eliminato qualsiasi luogo che privi le persone
della libertà personale e che le costringa a condizioni di vita
disumane.
CHIUDIAMO I CENTRI DI DETENZIONE PER IMMIGRATE/I
CASA, SANITÀ, SCUOLA PER TUTTE/I

gruppo ZONE DI CONFLITTO (torino)



------- End of forwarded message -------