[Nonviolenza] La domenica della nonviolenza. 341



 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 341 del 18 ottobre 2015

 

In questo numero:

1. Hannah Arendt: La Resistenza nonviolenta in Danimarca

2. Anna Bravo: Resistenza civile

 

1. MAESTRE. HANNAH ARENDT: LA RESISTENZA NONVIOLENTA IN DANIMARCA

[Da Hannah Arendt, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964, 1993, alle pp. 177-182. E' un brano che abbiamo gia' altre volte riprodotto su questo foglio.

Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel 1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951), Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen (1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti, Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli, Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e' apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano, 1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004; la recente Antologia, Feltrinelli, Milano 2006; i recentemente pubblicati Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005; Alois Prinz, Io, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1999, 2009; Olivia Guaraldo, Arendt, Rcs, Milano 2014. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

 

La storia degli ebrei danesi e' una storia sui generis, e il comportamento della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro paese d'Europa, occupato o alleato dell'Asse o neutrale e indipendente che fosse. Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le universita' ove vi sia una facolta' di scienze politiche, per dare un'idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l'avversario e' violento e dispone di mezzi infinitamente superiori. Certo, anche altri paesi d'Europa difettavano di "comprensione per la questione ebraica", e anzi si puo' dire che la maggioranza dei paesi europei fossero contrari alle soluzioni "radicali" e "finali". Come la Danimarca, anche la Svezia, l'Italia e la Bulgaria si rivelarono quasi immuni dall'antisemitismo, ma delle tre di queste nazioni che si trovavano sotto il tallone tedesco soltanto la danese oso' esprimere apertamente cio' che pensava. L'Italia e la Bulgaria sabotarono gli ordini della Germania e svolsero un complicato doppio gioco, salvando i loro ebrei con un tour de force d'ingegnosita', ma non contestarono mai la politica antisemita in quanto tale. Era esattamente l'opposto di quello che fecero i danesi. Quando i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione tra gli ebrei di origine danese (che erano circa seimilaquattrocento) e i millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca prima della guerra e che ora il governo del Reich aveva dichiarato apolidi. Il rifiuto opposto dai danesi dovette stupire enormemente i tedeschi, poiche' ai loro occhi era quanto mai "illogico" che un governo proteggesse gente a cui pure aveva negato categoricamente la cittadinanza e anche il permesso di lavorare. (Dal punto di vista giuridico, prima della guerra la situazione dei profughi in Danimarca non era diversa da quella che c'era in Francia, con la sola differenza che la corruzione dilagante nella vita amministrativa della Terza Repubblica permetteva ad alcuni di farsi naturalizzare, grazie a mance o "aderenze", e a molti di lavorare anche senza un permesso; la Danimarca invece, come la Svizzera, non era un paese pour se debrouiller). I danesi spiegarono ai capi tedeschi che siccome i profughi, in quanto apolidi, non erano piu' cittadini tedeschi, i nazisti non potevano pretendere la loro consegna senza il consenso danese. Fu uno dei pochi casi in cui la condizione di apolide si rivelo' un buon pretesto, anche se naturalmente non fu per il fatto in se' di essere apolidi che gli ebrei si salvarono, ma perche' il governo danese aveva deciso di difenderli. Cosi' i nazisti non poterono compiere nessuno di quei passi preliminari che erano tanto importanti nella burocrazia dello sterminio, e le operazioni furono rinviate all'autunno del 1943.

Quello che accadde allora fu veramente stupefacente; per i tedeschi, in confronto a cio' che avveniva in altri paesi d'Europa, fu un grande scompiglio. Nell'agosto del 1943 (quando ormai l'offensiva tedesca in Russia era fallita, l'Afrika Korps si era arreso in Tunisia e gli Alleati erano sbarcati in Italia) il governo svedese annullo' l'accordo concluso con la Germania nel 1940, in base al quale le truppe tedesche avevano il diritto di attraversare la Svezia. A questo punto i danesi decisero di accelerare un po' le cose: nei cantieri della Danimarca ci furono sommosse, gli operai si rifiutarono di riparare le navi tedesche e scesero in sciopero. Il comandante militare tedesco proclamo' lo stato d'emergenza e impose la legge marziale, e Himmler penso' che fosse il momento buono per affrontare il problema ebraico, la cui "soluzione" si era fatta attendere fin troppo. Ma un fatto che Himmler trascuro' fu che (a parte la resistenza danese) i capi tedeschi che ormai da anni vivevano in Danimarca non erano piu' quelli di un tempo. Non solo il generale von Hannecken, il comandante militare, si rifiuto' di mettere truppe a disposizione del dott. Werner Best, plenipotenziario del Reich; ma anche le unita' speciali delle SS (gli Einsatzkommandos) che lavoravano in Danimarca trovarono molto da ridire sui "provvedimenti ordinati dagli uffici centrali", come disse Best nella deposizione che rese poi a Norimberga. E lo stesso Best, che veniva dalla Gestapo ed era stato consigliere di Heydrich e aveva scritto un famoso libro sulla polizia e aveva lavorato per il governo militare di Parigi con piena soddisfazione dei suoi superiori, non era piu' una persona fidata, anche se non e' certo che a Berlino se ne rendessero perfettamente conto. Comunque, fin dall'inizio era chiaro che le cose non sarebbero andate bene, e l'ufficio di Eichmann mando' allora in Danimarca uno dei suoi uomini migliori, Rolf Guenther, che sicuramente nessuno poteva accusare di non avere la necessaria "durezza". Ma Guenther non fece nessuna impressione ai suoi colleghi di Copenhagen, e von Hannecken si rifiuto' addirittura di emanare un decreto che imponesse a tutti gli ebrei di presentarsi per essere mandati a lavorare.

Best ando' a Berlino e ottenne la promessa che tutti gli ebrei danesi sarebbero stati inviati a Theresienstadt, a qualunque categoria appartenessero - una concessione molto importante, dal punto di vista dei nazisti. Come data del loro arresto e della loro immediata deportazione (le navi erano gia' pronte nei porti) fu fissata la notte del primo ottobre, e non potendosi fare affidamento ne' sui danesi ne' sugli ebrei ne' sulle truppe tedesche di stanza in Danimarca, arrivarono dalla Germania unita' della polizia tedesca, per effettuare una perquisizione casa per casa. Ma all'ultimo momento Best proibi' a queste unita' di entrare negli alloggi, perche' c'era il rischio che la polizia danese intervenisse e, se la popolazione danese si fosse scatenata, era probabile che i tedeschi avessero la peggio. Cosi' poterono essere catturati soltanto quegli ebrei che aprivano volontariamente la porta. I tedeschi trovarono esattamente 477 persone (su piu' di 7.800) in casa e disposte a lasciarli entrare. Pochi giorni prima della data fatale un agente marittimo tedesco, certo Georg F. Duckwitz, probabilmente istruito dallo stesso Best, aveva rivelato tutto il piano al governo danese, che a sua volta si era affrettato a informare i capi della comunita' ebraica. E questi, all'opposto dei capi ebraici di altri paesi, avevano comunicato apertamente la notizia ai fedeli, nelle sinagoghe, in occasione delle funzioni religiose del capodanno ebraico. Gli ebrei ebbero appena il tempo di lasciare le loro case e di nascondersi, cosa che fu molto facile perche', come si espresse la sentenza, "tutto il popolo danese, dal re al piu' umile cittadino", era pronto a ospitarli.

Probabilmente sarebbero dovuti rimanere nascosti per tutta la durata della guerra se la Danimarca non avesse avuto la fortuna di essere vicina alla Svezia. Si ritenne opportuno trasportare tutti gli ebrei in Svezia, e cosi' si fece con l'aiuto della flotta da pesca danese. Le spese di trasporto per i non abbienti (circa cento dollari a persona) furono pagate in gran parte da ricchi cittadini danesi, e questa fu forse la cosa piu' stupefacente di tutte, perche' negli altri paesi gli ebrei pagavano da se' le spese della propria deportazione, gli ebrei ricchi spendevano tesori per comprarsi permessi di uscita (in Olanda, Slovacchia e piu' tardi Ungheria), o corrompendo le autorita' locali o trattando "legalmente" con le SS, le quali accettavano soltanto valuta pregiata e, per esempio in Olanda, volevano dai cinquemila ai diecimila dollari per persona. Anche dove la popolazione simpatizzava per loro e cercava sinceramente di aiutarli, gli ebrei dovevano pagare se volevano andar via, e quindi le possibilita' di fuggire, per i poveri, erano nulle.

Occorse quasi tutto ottobre per traghettare gli ebrei attraverso le cinque-quindici miglia di mare che separano la Danimarca dalla Svezia. Gli svedesi accolsero 5.919 profughi, di cui almeno 1.000 erano di origine tedesca, 1.310 erano mezzi ebrei e 686 erano non ebrei sposati ad ebrei. (Quasi la meta' degli ebrei di origine danese rimase invece in Danimarca, e si salvo' tenendosi nascosta). Gli ebrei non danesi si trovarono bene come non mai, giacche' tutti ottennero il permesso di lavorare. Le poche centinaia di persone che la polizia tedesca era riuscita ad arrestare furono trasportate a Theresienstadt: erano persone anziane o povere, che o non erano state avvertite in tempo o non avevano capito la gravita' della situazione. Nel ghetto godettero di privilegi come nessun altro gruppo, grazie all'incessante campagna che in Danimarca fecero su di loro le autorita' e privati cittadini. Ne perirono quarantotto, una percentuale non molto alta, se si pensa alla loro eta' media. Quando tutto fu finito, Eichmann si senti' in dovere di riconoscere che "per varie ragioni" l'azione contro gli ebrei danesi era stata un "fallimento"; invece quel singolare individuo che era il dott. Best dichiaro': "Obiettivo dell'operazione non era arrestare un gran numero di ebrei, ma ripulire la Danimarca dagli ebrei: ed ora questo obiettivo e' stato raggiunto".

L'aspetto politicamente e psicologicamente piu' interessante di tutta questa vicenda e' forse costituito dal comportamento delle autorita' tedesche insediate in Danimarca, dal loro evidente sabotaggio degli ordini che giungevano da Berlino. A quel che si sa, fu questa l'unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare che quelli di loro che vi si trovarono coinvolti cambiarono mentalita'. Non vedevano piu' lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia. Avevano urtato in una resistenza basata su saldi principi, e la loro "durezza" si era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur timido, di un po' di vero coraggio. Del resto, che l'ideale della "durezza", eccezion fatta forse per qualche bruto, fosse soltanto un mito creato apposta per autoingannarsi, un mito che nascondeva uno sfrenato desiderio di irreggimentarsi a qualunque prezzo, lo si vide chiaramente al processo di Norimberga, dove gli imputati si accusarono e si tradirono a vicenda giurando e spergiurando di essere sempre stati "contrari" o sostenendo, come fece piu' tardi anche Eichmann, che i loro superiori avevano abusato delle loro migliori qualita'. (A Gerusalemme Eichmann accuso' "quelli al potere" di avere abusato della sua "obbedienza": "il suddito di un governo buono e' fortunato, il suddito di un governo cattivo e' sfortunato: io non ho avuto fortuna"). Ora avevano perduto l'altezzosita' d'un tempo, e benche' i piu' di loro dovessero ben sapere che non sarebbero sfuggiti alla condanna, nessuno ebbe il fegato di difendere l'ideologia nazista.

 

2. MAESTRE. ANNA BRAVO: RESISTENZA CIVILE

[Nuovamente riproponiamo il seguente saggio di Anna Bravo (che nuovamente ringraziamo per avercelo messo a disposizione) originariamente pubblicato come voce "Resistenza civile", in Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, 2 voll., Einaudi, Torino 2000-2001.

Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Societa' italiana delle storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Luminosa figura della nonviolenza in cammino, della forza della verita'. Tra le opere di Anna Bravo: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia,  Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003; A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008; (con Federico Cereja), Intervista a Primo Levi, ex deportato, Einaudi, Torino 2011; La conta dei salvati, Laterza, Roma-Bari 2013; Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014]

 

I. Forme di lotta

Con la significativa eccezione delle enclaves di alto prestigio e potere, non esistono nella resistenza compiti o settori dove non compaiano donne. E' cosi' nello scontro armato, nel lavoro di informazione, approvvigionamento e collegamento, nella stampa e propaganda, nel trasporto di armi e munizioni, nell'organizzazione sanitaria e ospedaliera, nel Soccorso rosso, la struttura delegata a sostenere i militanti in difficolta' e le loro famiglie. Dello schieramento resistenziale fanno parte anche le militanti dei Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della liberta', l'organizzazione femminile di massa fondata nell'autunno '43 da alcune esponenti dei partiti del Cln.

Nell'opera dei Gruppi, e in una certa misura anche delle partigiane, rientrano molte pratiche tipiche della resistenza civile, un termine oggi usato per indicare l'area dei comportamenti conflittuali delle popolazioni che in tutta l'Europa sotto dominio nazista accompagnano, a volte precedono, la resistenza armata, e che si valgono non delle armi ma di strumenti immateriali come il coraggio morale, l'inventiva, la duttilita', le tecniche di aggiramento della violenza, la capacita' di manovrare le situazioni, di cambiare le carte in tavola ai danni del nemico. Ma le donne attive in questo campo sono molte di piu' di quelle integrate nella resistenza e riconosciute come tali.

Il punto di inizio della resistenza civile italiana sono i giorni successivi all'8 settembre, quando i tedeschi si sono ormai impadroniti dei 4/5 del paese e decine di migliaia di soldati si sbandano sul territorio cercando di sfuggire alla caccia degli occupanti. Ne nascono storie splendide, uscite dall'anonimato solo di recente. Come quella di M. S., una non piu' giovane donna torinese di classe operaia, che non esita a accogliere e rivestire in borghese i primi militari che bussano alla sua porta, ma che subito si rende conto del carattere di massa dell'emergenza. Fa allora incetta di indumenti borghesi in tutto il quartiere, da conoscenti e vicini fino alle suore di un istituto di carita', e trasforma la propria casa in un efficientissimo centro di raccolta dove sull'onda del passaparola gli sbandati si presentano sempre piu' numerosi. M. S. li sfama, li fa riposare in un dormitorio improvvisato nelle cantine, li riveste da capo a piedi, preccupandosi persino di tingere in nero le scarpe militari, punto debole di ogni travestimento. Poi li accompagna uno per uno alla stazione, dove cerca di eludere i controlli polizieschi baciandoli e abbracciandoli come fossero parenti in visita (Bravo-Bruzzone 1995).

Sebbene sia raro incontrare altrettanto spirito imprenditorale e altrettanta cura per la verosiglianza, in quei giorni un numero imprecisato ma vastissimo di donne - anche se non solo di donne - si impegna in una mobilitazione che imprime il suo segno nel paesaggio. Come scrive Luigi Meneghello, uno dei maggiori protagonisti/interpreti della resistenza, si vedevano "file praticamente continue di gente (...) tutti abbastanza giovani, dai venti ai trentacinque, molti in divisa fuori ordinanza, molti in borghese, con capi spaiati, bluse da donna, sandali, scarpe da calcio. Abbondavano i vestiti da prete (...) Pareva che tutta la gioventu' italiana di sesso maschile si fosse messa in strada, una specie di grande pellegrinaggio di giovanotti, quasi in maschera, come quelli che vanno alla visita di leva" (Meneghello 1986).

E' una gigantesca operazione di salvataggio, forse la piu' grande della nostra storia (Galli Della Loggia 1991), che viene condotta in assenza di direttive politiche e in gran parte ad opera di donne cosiddette comuni; un fenomeno che non si ripetera' piu' con queste caratteristiche e dimensioni. Ma nei venti mesi successivi, la resistenza civile italiana prende altre forme. Tra queste, sabotaggi e scioperi per ostacolare lo sfruttamento delle risorse nazionali perseguito dai nazisti; tentativi di impedire la distruzione di cose e beni essenziali per il dopo; lotte in difesa delle condizioni di vita; isolamento morale del nemico, una pratica decisiva per minarne la tenuta psicologica; rifiuto da parte di magistrati e altri dipendenti pubblici di prestare giuramento alla repubblica di Salo'. Spicca anche, ed e' probabilmente l'aspetto piu' diffuso, la protezione verso chi e' in pericolo: basta ricordare la lunga ospitalita' offerta ai prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento italiani dopo l'armistizio (Absalom 1991); l'aiuto agli ebrei, banco di prova della resistenza civile in tutta Europa; e, certo non da ultimo, l'appoggio alle formazioni partigiane attraverso infinite piccole e grandi iniziative - sarebbe dunque assurdo considerare la resistenza civile come separata e contrapposte a quella armata, anche perche' almeno in alcuni casi non di rifiuto delle armi si tratta, ma dell'impossibilita' di procurarsele.

E' vero invece che il termine abbracccia un ventaglio di comportamenti eterogenei, apparentati essenzialmente dal fatto di essere compiuti senza armi e ad opera di soggetti a loro volta cosi' diversi che a accomunarli e' quasi solo la condizione di cittadini di uno stesso paese: sono uomini di varia eta', ceto, cultura, posizione professionale, politicizzati e non; a volte bambine e bambini; religiosi/e; ma soprattutto donne, proletarie e aristocratiche, contadine e borghesi, spinte all'esterno dalla necessita' di provvedere a se stesse e alla famiglia e spesso piu' capaci di esporsi, anche perche' contano, a volte illudendosi, sul minore sospetto che tradizionalmente desterebbe la figura femminile.

Riflettono questa molteplicita' le motivazioni: contano la fede e le indicazioni politiche, ma spesso contano di piu' la stanchezza della guerra, la pietas cristiana, l'odio per tedeschi e fascisti, la solidarieta', a volte l'orgoglio patriottico, di gruppo, di mestiere, ideali anarchici e antimilitaristi, spirito di insubordinazione e di avventura. L'8 settembre per le donne c'e' una sfumatura particolare: gli sbandati sono giovani uomini in pericolo che si rivolgono loro come a figure forti e salvifiche, vale a dire materne. E proprio a causa di questa vulnerabilita', le donne li considerano spesso figli virtuali, e per proteggerli danno vita a un maternage di massa che rappresenta una delle espressioni specificamente femminili della resistenza civile italiana.

Al suo interno spicca l'azione individuale. C'e' chi opera in modo estemporaneo, come la parrucchiera che durante una retata nasconde un partigiano fra le clienti. Chi in modo continuativo, come la diciottenne impiegata di uno stabilimento ausiliario che va regolarmente al comando tedesco a chiedere i lasciapassare per gli operai, e regolarmente inserisce nell'elenco partigiani e qualche ebreo; se la sua collaborazione con il Cln resta informale, in altri casi il medesimo incarico puo' portare all'inserimento negli organici, a dimostrazione di quanto sia difficile in quell'orizzonte concitato e frammentato applicare criteri omogenei.

Frutto ora di una tessitura minuziosa, ora di precipitazioni impreviste, le lotte collettive sono per lo piu' non violente, ma non sempre: lo testimoniano gli assalti ai magazzini viveri e a treni carichi di derrate o combustibili e alcune aggressioni contro esponenti e favoreggiatori di Salo' - in quest'ultimo caso pero' e' difficile distinguere tra i fatti, le dicerie, le versioni amplificate.

Variano di molto le modalita' organizzative. La mobilitazione puo' riecheggiare le parole d'ordine dei partiti antifascisti o dei Gruppi di difesa, puo' esserne il risultato diretto, puo' valersi dei loro canali; altre volte - e' il caso di M. S. - nasce da forme di concertazione informale lontane dal circuito politico e fondate su un tessuto sociale di paese, di quartiere, di parrocchia, su reti parentali, di colleganza, di amicizia.

Variano anche i risultati: si salvano persone e si vanificano i piani nazisti, come quando le donne di Carrara resistono agli ordini di sfollamento totale emanati nel luglio '44 per garantire alle truppe tedesche una via di ritirata attraverso territori sgombri (Commissione pari opportunita' Massa-Carrara 1994); si strappano miglioramenti delle condizioni di vita e si delegittimano le istituzioni di Salo'. Ma l'azione e' in ogni caso frutto di una decisione personale non meno difficile della scelta partigiana. Cosi' come solo una minoranza prende le armi, solo una minoranza si impegna infatti nella lotta senza armi, e sarebbe ingiusto usarla per accreditare il mito di un'unanime mobilitazione antifascista e antinazista - vale invece la pena sottolineare che da noi la solidarieta' verso gli ebrei scatta nel momento in cui e' chiaro che e' la loro vita a essere in pericolo, ma anche che la Germania ha ormai perso la guerra.

Su questo sfondo, il significato della resistenza civile trova ancora piu' risalto. Si tratta nel suo insieme di un enorme lavoro di tutela e trasformazione dell'esistente, vite, rapporti, cose, che si contrappone sul piano sia materiale sia simbolico alla terra bruciata perseguita dagli occupanti; di un rifiuto di sottomettersi le cui conseguenze possono andare dalla denuncia alla deportazione e alla pena di morte per chi fornisca documenti falsi ai ricercati, dia aiuto a partigiani o, recita un decreto di Salo' del 9 ottobre 1943, dia rifugio a prigionieri e militari alleati o ne faciliti la fuga. Alcune donne di Carrara vengono arrestate; alcune/i soccorritori dei prigionieri di guerra sono uccisi. La piemontese quindicenne Natalina Bianco, "colpevole" di aver portato viveri ai fratelli partigiani, finira' a Ravensbruck; cosi' la studentessa padovana Milena Zambon, attiva in una rete che fa passare in Svizzera i prigionieri alleati (Gios 1987). Del resto, nell'ordine senza diritto imposto dall'occupazione, basta un rifiuto occasionale di obbedienza a innescare ritorsioni gravi.

L'impegno nella resistenza civile puo' dunque contare e costare quanto quello nella resistenza armata. Ma dei suoi protagonisti e del loro destino sappiamo ancora poco, e quel poco a volte emerge per caso, come avviene nel '98 con la storia dell'agente di custodia di san Vittore Andrea Schivo, deportato e ucciso a Flossemburg per aver "agevolato i detenuti politici ebrei coi loro bambini (...) soccorrendoli con delle uova, marmellata, frutta, di tutto quanto poteva essere possibile e utile" (Laudi 1998).

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II. La resistenza e la figura femminile

Consapevoli di quanto sia importante la conflittualita' diffusa, le forze della resistenza la sollecitano in varie forme; la considerano, pero', piu' un indispensabile complemento della lotta armata che l'espressione di un antagonismo che germina dalla societa'. Nelle interpretazioni allora piu' seguite, la politica si identifica infatti con l'azione delle avanguardie organizzate, non con la transeunte iniziativa popolare; la vera battaglia contro il nazismo e' quella che si combatte con le armi in pugno, mentre le lotte inermi e "spontanee" sono ritenute una forma minore dell'antifascismo, una componente utile ma secondaria, in qualche caso guardata con diffidenza da chi ricorda le non lontane mobilitazioni reazionarie delle masse italiane.

Quanto alle donne, la resistenza offre loro la prima occasione storica di politicizzazione democratica (Mafai 1987; Guidetti Serra 1977), e dunque le contraddizioni sono ancora piu' forti. Sebbene la guerra sottoponga l'intera struttura sociale a tensioni fortissime, non ne smantella infatti l'impronta patriarcale: restano forti sia l'ideologia secondo cui le donne appartengono alla famiglia e al privato e sono incompatibili con la sfera pubblica e la politica, sia i luoghi comuni sull'inaffidabilita' femminile. Partecipe di quella cultura anche se intenzionato a cambiarne molti aspetti, il movimento resistenziale da un lato teme l'"egoismo" familistico delle donne, dall'altro cerca di guadagnarle alla causa, ma soprattutto in quanto "madri e spose" (Pieroni Bortolotti 1978). Nasce da qui una prevalente ottica "continuista", che vede nell'opera delle donne il prolungamento di ruoli naturali di assistenza e di cura, espansi al di fuori del privato in deroga alla "normale" divisione degli spazi. Che a singole esponenti politiche siano assegnati incarichi di rilievo in qualcuno dei territori provvisoriamente liberati dai partigiani e amministrati dai Cln, e' un segnale importante, ma coesiste con il fatto che in nessuna di queste zone viene riconosciuto alle donne il diritto di voto per l'elezione degli organismi di autogoverno.

Non solo: perdurano - ed e' stupefacente se si pensa agli sconvolgimenti della guerra - l'assimilazione fra vita quotidiana e routine e quel suo risvolto simmetrico che identifica emergenza e caduta peccaminosa nel lassismo. Nessuna delle forze in campo si dimostra immune dall'uno o dall'altro stereotipo. La Chiesa rimprovera alle donne di sfuggire la domesticita' con il pretesto della situazione eccezionale, di non saper piu' educare cristianamente le figlie, di indulgere a sregolatezze di ogni tipo, da abbigliamenti provocanti a frequentazioni scandalose. All'estremo opposto, in una lettera della XL brigata Matteotti "alle Compagne" (Archivio centrale Udi 1996) le si invita a impegnarsi per procurare quanto necessario alla formazione, "abbandonando la vita metodica e casalinga" (sic).

Che nella lettera della Matteotti ci si rivolga alle militanti di un organismo riconosciuto dal Cln mostra che i pregiudizi non colpiscono soltanto le donne cosiddette comuni. Ne scontano gli effetti sia le donne dei Gruppi sia le stesse partigiane, gran parte delle quali sono impegnate nel lavoro logistico, un insieme di compiti complesso e pericoloso senza il quale nessun esercito potrebbe esistere. Meno che mai quello resistenziale, in cui il rapporto fra chi combatte e chi e' impegnato in compiti di sostegno supera di molto lo standard delle truppe regolari. Eppure le partigiane vengono comunemente definite con il termine vago e miniaturizzante di staffetta, il che non esclude affatto amirazione e gratitudine, ma conferma la difficolta' a vedere le donne fuori da un ruolo ancillare.

Quanto ai Gruppi di difesa, il loro intervento investe terreni cruciali per la vita materiale e simbolica della collettivita' e per una prospettiva di maggiore giustizia. Basta citare le lotte di fabbrica e contro le deportazioni, la gia' citata resistenza agli sfollamenti forzati, gli onori resi pubblicamente e collettivamente ai partigiani caduti e alle vittime dei tedeschi, la difesa intensiva delle condizioni di vita condotta con grande attenzione a principi di equita' nella gestione delle poche risorse (Archivio centrale Udi 1995). E' un'assunzione di responsabilita' che mette in campo pratiche e attitudini storicamente associate alle donne e fatte proprie dal primo emancipazionismo; ma lo sforzo di trasformarle in compito politicamente riconosciuto rappresenta un passo in piu', una opzione forte per la presenza femminile nei futuri organismi democratici. Peccato che questa potenzalita' non trovi risposte adeguate (Rossi-Doria 1994).

I criteri che regolano il riconoscimento della qualifica di resistente dicono molto sulla cultura e mentalita' dell'epoca. E' dichiarato partigiano chi ha portato le armi per almeno tre mesi in una formazione armata "regolarmente inquadrata nelle forze riconosciute e dipendenti dal Comando volontari della liberta'", e ha compiuto almeno tre azioni di guerra o di sabotaggio. A quanti sono stati in carcere, al confino, in campo di concentramento, la qualifica viene riconosciuta solo se la prigionia e' durata oltre tre mesi. Almeno sei sono necessari nel caso di servizio nelle strutture logistiche, mentre a chi, dall'esterno delle formazioni, abbia prestato aiuti particolarmente rilevanti viene attribuito in qualche regione il titolo di benemerito. Resta dunque saldo uno dei fondamenti tradizionali della cittadinanza, che lega la sua esprressione piu' alta al diritto/dovere di portare le armi, facendo degli inermi per necessita' o per scelta figure secondarie quanto meno sul piano simbolico. Si sancisce anche l'assoluta dominanza del legame politico - di partito, di gruppo, di organismo di massa - rispetto ad altri tipi di vincolo e mediazione. Nello stesso schieramento antifascista si fatica a prendere coscienza delle implicazioni di questo dualismo.

Vengono cosi' esclusi molti soggetti, dai reduci dei lager agli oppositori non collegati alle formazioni ufficiali e ai partiti del Cln; e la grandissima parte delle donne. Le cifre ufficiali di 35.000 partigiane e 70.000 operanti nei Gruppi di Difesa sono ragguardevoli, a maggior ragione se si tiene conto che il desiderio/bisogno di sottrarsi ai bandi di arruolamento nelle truppe della Repubblica sociale non riguarda le donne; ma per ammissione ormai generale sottorappresentano ampiamente la presenza femminile.

Non mancano ambivalenze neppure verso le partigiane combattenti, protagoniste di una rottura tanto piu' perturbante perche' segue al ventennio fascista di enfasi sfrenata sulle funzioni materne. Quanto allarme cresca intorno alla figura della donna in armi e' mostrato dalle leggende che circolano tra tedeschi e fascisti come fra la popolazione, narrando di reali o immaginarie condottiere sempre bellissime e sempre ferocissime. E' una riemersione dei miti sulla guerriera che ha il suo rovescio nella diffidenza con cui molti guardano alle partigiane concrete, donne per lo piu' giovani uscite dalla casa per entrare non solo nella sfera della politica, ma in quella della violenza armata, ritenuta massimamente incompatibile con la femminilita'.

Puo' essere cosi' anche fra i resistenti. Il coraggio con cui la dirigenza partigiana bolla come arretratezze i pregiudizi maschili (Pavone 1991) e apre alle donne, non azzera i dubbi sulla loro attitudine al combattimento ne' i timori di promiscuita' nelle bande, e convive con una pratica di divisione dei compiti modellata sulla gerarchia di genere. Per molte che combattono, poche accedono a ruoli politici o militari di rilievo, pochissime diventano comandanti o commissari politici (l'equivalente del vicecomandante). Il grado piu' alto attribuito alle donne e' quello di maggiore, che riguarda comunque una piccola minoranza; quelli piu' diffusi, tenente e sottotenente. L'avarizia nell'assegnazione di riconoscimenti militari riguarda tutta la resistenza europea, ma nei paesi latini si arriva a casi limite: da noi una donna si vede attribuire la qualifica di soldato semplice proprio dal giovane partigiano che lei stessa aveva messo a capo di una formazione di quartiere quando esercitava in via provvisoria il comando del I settore della piazza di Torino; a un'altra classificata come partigiana semplice viene riconosciuto dal comando alleato il grado di ufficiale superiore e la liquidazione in denaro corrispondente (Alloisio-Beltrami 1981).

Nell'insieme, il modo con cui nel mondo resistenziale si guarda alle donne registra un interessante intreccio fra volonta' ugualitaria, slanci innovativi e cedimenti ai vecchi stereotipi. Non per caso: sono in gioco la divisione sessuale dei compiti e la separazione degli spazi fra donne e uomini; nodi principali del sistema di genere resi piu' dirompenti dalle materie che investono: partecipazione politica, uso delle armi, rapporti uomo/donna nella vita di formazione e in prospettiva nel futuro. Della complessita' della situazione non tutti si rendono conto; su come affrontarla si danno a volte indicazioni opposte. Emerge cosi' un quadro movimentato, dove giocano in modo decisivo le differenze culturali, politiche, geografiche, ideologiche, e le inclinazioni personali. Gioca, soprattutto, la volonta' delle protagoniste di contrattare spazi di autonomia e di autoaffermarsi di fronte ai compagni.

E' significativo che i Gruppi di difesa della donna insistano di continuo per sostituire il termine staffetta con definizioni professionali (informatrice, collegatrice, portaordini, infermiera) utili per superare l'immagine indistinta della donna che aiuta, da' una mano, si presta; che invitino caldamente le militanti a esigere la presenza femminile negli organismi politici e in ogni struttura di base, a non aver paura di sbagliare, a agire di propria iniziativa, a sapersi imporre (Archivio centrale Udi 1995). E' significativo che molte partigiane rivendichino uguali diritti e responsabilita', e che alcune accettino di curare i compagni feriti, ma rifiutino fermamente di servirli (Bruzzone-Farina 1976).

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III. Il senso comune storiografico

Sebbene qualsiasi generalizzazione implichi una forzatura, si puo' dire che per decenni gran parte della storiografia ha aderito alle idee-base della resistenza, presentandola come un evento quasi esclusivamente armato e identificandone la politica nei partiti e negli organismi di massa. Quanto agli stereotipi sulla femminilita', gli storici sembrano averli vissuti in modo molto meno conflittuale e vitale che non i resistenti, tanto da aver quasi ignorato l'esperienza delle partigiane e ancor piu' quella dei Gruppi o delle "donne comuni".

Non che della presenza femminile si sia taciuto del tutto. E' anzi raro che non venga nominata e magari insignita di aggettivazioni iperboliche; ma, appunto, semplicemente nominata, non assunta a tema di ricerca. Nella memorialistica se ne parla come di un aiuto provvidenziale ricordato a volte con tenerezza e commozione; nei lavori di sintesi compare come lo scenario della lotta armata, quasi una componente ambientale che aderisce, sabota o si astiene in una partita giocata tra fascisti e partigiani.

Il vuoto di analisi traspare dai vuoti di linguaggio. Si parla di "contributo", un termine che marca il divario fra l'atto fondativo e il suo contorno o supporto, e lascia talmente nel vago il suo oggetto che la medesima parola viene usata per indicare l'attivita' delle partigiane ma anche l'insieme delle pratiche femminili ritenute utili alla resistenza. Si parla di rapida politicizzazione (senza pero' minuziosamente verificarla) oppure di umanitarismo istintivo (una categoria che andrebbe a sua volta spiegata perche' la solidarieta' non scatta sempre ne' per chiunque). E, ancora, di oblativita' femminile, vale a dire materna. Ma una maternita' tradizionale, vincolata al privato e allo spazio domestico, e destinata a tornarci finita l'emergenza.

Il risultato e' che un intero universo di comportamenti resta confuso nel paesaggio della guerra civile, perche' non esistono ne' un orizzonte simbolico capace di accoglierli, ne' un termine che li ricomprenda e li caratterizzi. Tra alcune figure esemplari - la partigiana eroica, la madre salvifica, all'estremo opposto la spia - e le donne come massa indifferenziata, non c'e' posto per le protagoniste concrete, che non hanno nome ne' identita' riconosciuta, tanto meno una fisionomia politica. Le stesse divergenze fra partigiane, fra organizzazioni femminili e al loro interno, vengono lasciate fra parentesi in una immagine di quieto unanimismo (Rossi-Doria 1994), a conferma che per gli storici il rapporto donne/politica restava a dir poco ininteressante. E' un elemento di continuita' con il passato che in Italia viene acuito dalla prevalenza della cultura cattolica, da una mentalita' debitrice della tradizione contadina e dalla tendenza ancora diffusa nelle sinistre a subordinare la cosiddetta questione femminile alla soluzione dei problemi sociali.

Un destino in linea di massima simile e' toccato alla mobilitazione disarmata dei civili e alle iniziative autorganizzate, sulle quali, all'opposto di quanto e' avvenuto per il partigianato e i gruppi politici, c'e' stata pochissima ricerca e riflessione. Esaltato l'aspetto di prezioso sussidio alla resistenza armata, ignorati gli elementi di autonomia e i caratteri specifici, le lotte di questo tipo affiorano dalle ricerche in ordine sparso, mentre a partire dagli anni settanta, sono spesso sussunte nella categoria delle lotte operaie e popolari e in quella di mondo contadino.

Questa "distrazione" si tramanda per decenni, dagli anni cinquanta, quando il clima di processo alla resistenza mantiene in primissimo piano la lotta armata e i suoi valori, agli anni sessanta/settanta che vedono la concentrazione sul tema della resistenza tradita e sulla radicalita' di classe. Piu' degli orientamenti politici e culturali di fase, pesa una forma mentale che neppure concepisce di poter estendere il titolo di resistente a chi non abbia portato le armi. Per gli Imi (i 65O.OOO militari internati in Germania dopo l'8 settembre) che rifiutano in stragrande maggioranza di arruolarsi nell'esercito di Salo', si parla di "resistenza passiva", un termine gia' in uso all'epoca, che per la cultura occidentale ha un segno negativo e che risulta davvero stonato. Come si fa a definire "passivo" un no opposto ai nazisti dall'interno di un campo di prigionia?

Lo scarto e' ancora maggiore per la sistemazione storico/teorica. Sul nodo guerra di liberazione/guerra civile c'e' stato e c'e' tuttora un dibattito a volte aspro cresciuto intorno a un'opera spartiacque (Pavone 1991); il tema lotta armata/lotta non armata e il modello di cittadinanza uscito dalla resistenza sono rimasti - e per molti aspetti ancora rimangono - ai margini della storiografia accademica come della divulgazione.

Nell'insieme, l'esiguita' di ricerca e celebrazione ha contribuito a dare l'idea che l'opposizione civile sia stata pressoche' inesistente, e quella delle donne limitata a una "materna" azione di aiuto ai partigiani.

Tuttavia per le donne nella seconda meta' degli anni settanta c'e' una svolta. E' allora che, in un felice interscambio con il femminismo e il nuovo interesse per gli "invisibili" della storia, alcune studiose e protagoniste denunciano, sia pure con diversa radicalita', i limiti della resistenza e dei suoi interpreti nei confronti delle donne, rivendicando il diritto di partigiane e deportate politiche al pieno accesso alla sfera del pubblicamente memorabile (Bruzzone-Farina 1976, Guidetti Serra 1977, Pieroni Bortolotti 1978, Beccaria Rolfi-Bruzzone 1978, Alloisio-Beltrami 1981). Negli stessi anni Lidia Menapace, partigiana e militante della nonviolenza, allarga il discorso alle donne che non hanno avuto alcun riconoscimento, e che non hanno neppure pensato a chiederlo: "Se si prende come metro di misura delle donne nella resistenza questa presenza (...), come si puo' valutare se dopo la liberazione la sua eco e il suo risultato siano stati adeguati?" (Rossanda 1979).

Grazie a questi studi, si apre la strada per nuove ricerche all'interno della storia delle donne intesa come disciplina autonoma e politicamente motivata. Una strada che in questi ultimi anni, e non solo in Italia, ha guardato sia alle partigiane sia alle donne cosiddette comuni, sia alle azioni collettive sia a quelle individuali e di piccolo gruppo, nel tentativo di comprenderne i significati rispetto al quadro complessivo e di ridefinire contenuti e confini del termine resistenza.

Perche' il tema dell'opposizione nella societa' guadagni spazio bisogna invece aspettare la fine del decennio successivo, quando l'irruzione della storia sociale mette fine al lunghissimo predominio dei temi politico-istituzionali, e pone le premesse per una nuova sensibilita'.

Un sommario sguardo all'oggi mostra una situazione fluida. Gli  storici piu' avvertiti concordano sull'importanza anche teorico/politica di questi temi: che senso ha, per esempio, continuare a discutere sulla dimensione numerica della resistenza riferendosi ai criteri di oltre cinquant'anni fa? Ma c'e' anche una diffusa tendenza a ritenere la resistenza civile "affare delle donne" - le protagoniste di allora, le ricercatrici del presente - eludendone il carattere di critica generale al senso comune storiografico.

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IV. Il concetto di resistenza civile

Usato in precedenza episodicamente e senza un forte statuto storiografico, questo concetto e' stato messo a punto alla fine degli anni ottanta dal francese Jacques Semelin, storico di formazione psicosociologica e militante della nonviolenza. Per Semelin (1993), la resistenza civile si identifica nelle iniziative conflittuali disarmate delle istituzioni politiche, professionali, religiose, o delle popolazioni, o di entrambe; e rappresenta la risposta specifica della societa' civile contro il dominio che il nazismo pretende di esercitare sulla sua vita e sulle sue strutture. Una collocazione di primo piano ha naturalmente il sostegno alla lotta armata, ma il fatto nuovo e' che vengono assegnati un nome e una rilevanza inedita alle pratiche dell'autodifesa sociale, di cui l'autore offre una ricca casistica relativa al centro e nord Europa. Si va dai grandi scioperi minerari francesi e belgi del maggio-giugno 1941 contro il crollo dei livelli di vita, al rifiuto di aderire a qualsiasi associazione nazificata da parte di insegnanti, medici, funzionari e altri gruppi, compresi gli sportivi, che in Norvegia con il blocco di ogni attivita' agonistica contribuiscono ad aprire gli occhi a molti giovani; dalle denunce pubbliche di alcune Chiese nazionali alle lotte della primavera-estate '43 in Francia e Paesi Bassi contro la deportazione in Germania di centinaia di migliaia di lavoratori/trici, alla meravigliosa mobilitazione del popolo danese, che nell'ottobre '43 riesce a portare in salvo in Svezia la grandissima maggioranza dei "suoi" ebrei.

Consapevole di muoversi su un terreno delicato, Semelin fissa chiramente alcuni punti: la resistenza civile non e' in competizione con la lotta armata, non ricomprende qualsiasi atteggiamento conflittuale ma solo quelli dotati di un'intenzione o di una funzione antinazista, non equivale automaticamente a lotta nonviolenta, e quest'ultima non e' un dogma da seguire in qualsiasi contesto. Ma e' altrettanto fermo nel rivendicare la matrice comune a queste lotte e la loro autonomia, e nel confutare le interpretazione che le riducono ad appendici del movimento partigiano; proprio per questo, le analizza nei primi anni dell'occupazione, quando l'aspetto armato era ancora assente o in nuce, e insiste sulla necessita' di valutarne le differenze alla luce delle specificita' nazionali e di fase, come il tipo di collaborazione praticato dai governi, le tradizioni locali, le modalita' della politica nazista, la coesione sociale preesistente, vale a dire il grado di riconoscimento nelle istituzioni e i sentimenti di appartenenza alla collettivita'. Due obiettivi gli stanno soprattutto a cuore: "demilitarizzare" la resistenza, mostrando che si puo' lottare efficacemente in molti altri modi e su moltissimi terreni; indicare nella societa' il luogo di un antagonismo non interamente ricomprensibile e rappresentabile dalla lotta armata, facendo dei cittadini e dei gruppi sociali non i comprimari ma i protagonisti, portatori di obiettivi propri anziche' cassa di risonanza dello scontro partigiani/nazisti.

Si offre in questo modo un solido terreno di unita' a grandi lotte, comportamenti sparsi e a volte dati per scontati, episodi altamente creativi - e' cosi' ad esempio per i momenti di resistenza vissuti nella situazione estrema del Lager con la creazione di strutture politiche clandestine e piu' spesso attraverso lo sforzo di contrastare l'esperimento di controllo totale dei comportamenti perseguito dall'ideologia concentrazionaria. Per quanto riguarda l'Italia, trovano identita' e visibilita' innanzitutto i nostri deportati/e, gli Imi, ma anche molti soggetti imprevisti: come quegli impiegati/e pubblici che all'indomani dell'8 settembre riempiono centinaia di fogli di via con i nomi degli sbandati, per farli viaggiare verso casa come se fossero in regolare licenza (Ferrandi 1994); o quei dipendenti comunali romani che, ben prima di essere coordinati dal Cln, organizzano un ingegnoso sistema per procurare ai ricercati una "regolare" falsa identita', scegliendo per il domicilio edifici bombardati e evacuati, per il luogo di provenienza irraggiungibili comuni a sud del fronte, per gli stati di famiglia numeri d'ordine di serie anteguerra; e, ancora, quei loro colleghi/e che insieme agli sterratori del Verano disseppelliscono le bare dei fucilati cui i nazisti vietano di apporre segni di riconoscimento, le aprono, prendono nota delle ferite, dei tratti fisici, dei vestiti, e le contrassegnano perche' possano essere identificate in futuro (Lunadei 1996).

Per descrivere la parte avuta dalle donne in questa guerra, il concetto di resistenza civile e' uno sfondo propizio. Lo e' per la loro amplissima partecipazione; per gli strumenti, che sono quelli comunemente associati al femminile, resi piu' visibili dall'assenza delle armi; per i contenuti, che mostrano come fra tedeschi/fascisti e strati di popolazione esista un contenzioso su temi cruciali dell'esistenza collettiva e pertinenti ai ruoli e all'esperienza delle donne, per esempio il diritto a condizioni vitali minime, l'atteggiamento dei militari verso i civili, la tutela dei piu' deboli, il rispetto dovuto ai morti, i limiti che il conflitto non deve oltrepassare. Lo e' anche per le motivazioni, dove non si stabiliscono gerarchie fra quelle politiche e quelle di altra natura, che del resto non affiorerebbero senza un precedente disconoscimento della legalita' fascista e senza l'individuazione almeno embrionale di una legittimita' altra. Lo e' soprattutto se si tiene conto di come le caratteristiche dell'Italia del '43-'45 modellino il conflitto e l'azione sociale.

L'8 settembre il paese esce da vent'anni di un regime che ha frantumato l'opposizione, infiltrato le strutture sociali e avviato la "nazionalizzazione" delle masse; i sentimenti civici, gia' storicamente deboli, sono sbriciolati, le risorse miserrime; le vecchie istituzioni statali hanno perduto ogni credibilita', mentre i partiti e le nuove organizzazioni di massa mancano di radicamento, quadri, mezzi, conoscenze, una condizione che di per se' circoscrive il loro ruolo nella mobilitazione popolare (ma anche la loro capacita' di direzione sulle prime bande).

Si capisce cosi' perche' la resistenza civile italiana appaia particolarmente discontinua, meno strutturata, meno "politica" di quanto non sia in Francia, Danimarca, Olanda. Perche', in altre parole, siano tanto importanti quelle iniziative informali e di piccolo raggio che spesso sono state ricomprese nella categoria seducente quanto vaga di  spontaneita', quei gia' ricordati comportamenti fondati su parentele, quartiere, caseggiato, parrocchia, comunita', precisamente gli ambiti in cui le donne sono storicamente piu' presenti e autorevoli: donne che hanno saputo far continuare la vita nei tre anni di guerra ricavandone esperienza e consenso sociale, molto spesso madri dotate di un solido potere nella famiglia e di un'influenza particolarmente forte sulla condotta dei figli.

Non si tratta di esaltare l'"impoliticita'", ma di ribadire come proprio questa accentuata compresenza di iniziative solitarie, di gruppo, di massa, questo affiancarsi di reti politiche e di forme di concertazione diverse rappresenti una delle ricchezze della nostra resistenza civile. E' anche cio' che rende complicato definirla, perche' e' complicato valutare l'incidenza di ciascuna modalita', soprattutto dell'accordo informale, che puo' a volte coincidere con il legame politico, a volte essere utilizzato per mascherarlo; che, soprattutto, ha lasciato ben poche tracce nella documentazione. L'importante e' assumere questi e altri problemi come oggetti storiografici di spicco, parte eminente di un movimento che non e' ne' il braccio disarmato della lotta partigiano ne' un sottoprodotto dei partiti, e neppure un limbo inorganizzato, impolitico, istintuale.

Se si pensa alla difficolta' degli storici a superare un'interpretazione "maternalista", e alla difficolta' delle stesse donne a pensarsi fuori dai ruoli familiari e di cura, si tratta di un passo decisivo. Si potrebbe anzi dire che la resistenza civile si addice alle donne, e viceversa, tanto che rischiano di essere lasciate in ombra la sua componente maschile e persino l'esperienza delle partigiane combattenti.

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V. Resistenza civile e resistenza delle donne

Dopo essere state le prime a misurarsi con il concetto, (alcune) storiche hanno pero' messo in guardia da una identificazione troppo stretta fra resistenza civile e resistenza delle donne. Sgombrare il campo dalla gerarchia armati/inermi e' solo un primo passo. Se anche nella resistenza civile le donne, numerosissime nelle realta' di base, raramente prendono parte ai processi di consultazione e decisione, e ancora piu' raramente sono cooptate nelle leadership, non e' solo perche' un'organizzazione clandestina o semiclandestina non puo' rispettare criteri di avvicendamento della dirigenza, ne' regolari meccanismi di confronto e controllo. Conta anche il pregiudizio sulle capacita' politiche femminili, che non viene smontato di per se' dalla scelta non armata o addirittura nonviolenta.

Ma persino ai livelli piu' informali agiscono strutture in cui le donne possono scomparire. Innanzitutto la famiglia, che nell'Europa occupata e' il bersaglio delle deportazioni, dello sfruttamento diffuso, del terrore, e nello stesso tempo un luogo primario di iniziativa e reclutamento; lo e' tanto piu' facilmente in Italia, data la particolare forza e estensione dei legami familiari.

Puo' allora succedere che una donna, spinta e legittimata a esporsi in nome e per tramite della famiglia, venga assorbita dalla sua immagine di unita' organica, di soggetto unitario che "compare" come protagonista in sua vece, mentre la figura di moglie e madre torna a sovrastrare quella della resistente, e la sua iniziativa a essere classificata come contributo.

Non solo: se ci si attenesse alla formulazione originaria del concetto di resistenza civile, lo stesso numero delle donne considerate attive scemerebbe radicalmente. Semelin riservava infatti quel termine alle iniziative tendenzialmente di massa e organizzate, preferendo nel caso di piccoli gruppi sparpagliati la categoria piu' debole di disubbidienza o dissenso. Lo stesso vale per quella modalita' largamente femminile rappresentata dall'azione solitaria, su cui pesa per di piu' il debole riconoscimento assegnato per decenni alla lotta individuale, vista come surrogato poco pregevole di quella collettiva.

E' un paradosso della resistenza civile antinazista usare pratiche associate al femminile, e uno stile politico e modelli organizzativi tipicamente maschili.

Anche in questo universo bisogna allora mettersi in cerca dei luoghi e modi delle donne per farli emrgere laddove non trovino visibilita' e per distinguerli dallo sfondo che potrebbe offuscarne le caratteristiche. Tra queste, una delle piu' evidenti e' la capacita' di "usare" una contraddizione tipica del tempo di guerra, in cui sfumano i confini gia' mutevoli tra sfera privata e sfera pubblica e nello stesso tempo si rafforza il legame simbolico che identifica la femminilita' con la prima, la mascolinita' con la seconda. Molte azioni nascono proprio nella zona a statuto incerto fra pubblico e privato e si realizzano grazie a rapporti a loro volta di confine. Donne - una minoranza di donne - scrivono e ciclostilano in case che sono nello stesso tempo abitazioni e centri di resistenza. Stringono relazioni a partire dalla vita quotidiana trasformandole in circuiti magari provvisori di inziativa antinazista. Coinvolgono parenti e vicine. Frequentano i mercati facendo insieme spesa e propaganda politica. E sistematicamente fanno del riferimento al privato e al familiare il massimo strumento di diversione e manipolazione del nemico: contrabbandano le riunioni per incontri amicali, trasformano una militante politica in una parente sfollata, un ricercato in figlio, marito, amante - come la brava moglie torinese che per proteggere un antifascista sorpreso a casa sua dichiara di avere una relazione amorosa con lui, e affronta il processo e la perdita della rispettabilita' (Bravo-Bruzzone 1995). Fanno di un libro il contenitore per una rivoltella, del proprio corpo il nascondiglio di documenti, di un fiore un simbolo o un segnale. Assumono la maschera della ragazzina ingenua o della giovane bella e svagata.

Il fatto e' che molte hanno intuito uno dei punti deboli del nemico, il bisogno di sottrarsi momentaneamente al clima di muro contro muro per godere di un simulacro di rapporti svincolati dalla guerra: fame di privato, si potrebbe chiamare. E di questa intuizione fanno un uso sapiente, spostando nell'universo delle armi le armi della sfera privata e personale: seduzione, capacita' di recitare piu' ruoli, appello agli affetti, fragilita' esibita, impudenza calcolata, spesso la tattica del piccolo dono - un pezzo di pane bianco, una sigaretta - offerto al nemico in segno di pace. C'e' precisamente questo raffinato gioco delle apparenze alla base degli episodi infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro sporte piene di volantini o munizioni - piene di politica e di guerra - esibendo i simboli della routine domestica o della femminilita' inoffensiva.

A venire in primo piano e' soprattutto il registro materno. Puo' essere il maternage individuale o di massa che tutela le vite in pericolo. Puo' essere il lavoro di cura indirizzato ai resistenti dall'interno e dall'esterno delle formazioni partigiane, o l'assistenza alle popolazioni promossa da gruppi femminili. Puo' essere l'uso tattico dei simboli della maternita', o il richiamo al suo carattere universale, in nome del quale si autolegittimano l'intervento presso tedeschi e fascisti per ottenere un rilascio o la rinuncia a una rappresaglia, ma anche la sfida, la riprovazione, lo scoppio di collera vendicativa in cui riaffiora il tradizionale diritto delle madri a insorgere in difesa della comunita' (Bravo 1991).

E' altrettanto importante guardare a organizzazioni come i Gruppi di difesa, sia per il loro programma di affermazione di diritti e opportunita', sia perche' una struttura politica interessata a rivendicare la titolarita' delle iniziative femminili rappresentava gia' un argine all'assorbimento delle donne nella famiglia e un tramite per valorizzare le iniziative sparse: nelle Direttive dei Gruppi del novembre 1944 che invitano alla mobilitazione per impedire la partenza dei treni destinati alla Germania, "liberare i soldati nelle caserme" e "nelle carceri i detenuti condannati alla deportazione", ci si richiama esplicitamente all'8 settembre come modello da seguire e come patrimonio femminile.

Nonostante la maggior attenzione di questi ultimi anni, lo stato della ricerca non permette una valutazione definitiva. Segnala piuttosto che e' urgente mettere insieme una casistica piu' ampia, senza rinunciare allo spartiacque dell'intenzione e della funzione antinazista ma valutando in quale modo fossero vissute dalle donne di allora; che' e' importante rendere visibili le rotture e le continuita', le tradizioni di saperi femminili attivate nel faccia a faccia con la guerra, senza cedere alla mitizzazione del materno, ma senza dimenticare che si tratta di un fatto e di un simbolo troppo ricchi e complessi per prestarsi a un'interpretazione univoca.

Quanto al concetto di resistenza civile, pur avendo una storia in larga parte autonoma dal discorso di genere, ha gia' dato molto, innanzitutto spostando alcune storie importanti dalla memoria privata a quella publica: la vicenda di M. S. e' rimasta per tutti questi decenni affidata al ricordo della figlia; la diciottenne procacciatrice di lasciapassare non riteneva neppure di aver fatto la resistenza. Quel concetto resta percio' uno dei riferimenti piu' importanti, anche per la duttilita' con cui si e' aperto al confronto con gli studi delle donne, in particolare a proposito dell'azione individuale. Forse, e' proprio da questo interscambio che possono venire gli insegnamenti piu' limpidi per la coscienza contemporanea. E' infatti attraverso la figura femminile, tradizionale simbolo della condizione inerme e della vocazione alla pace, che trovano il massimo di verosimiglianza l'idea che anche per gli indifesi e' possibile opporsi, e la prospettiva di una lotta accessibile a molti piu' soggetti, dalla madre di famiglia al prete al nonviolento, ma anche a chi ha un'eta' anziana, o e' infermo, magari fisicamente inetto. "Fai come me" e' un invito che il resistente civile puo' estendere enormemente al di la' di quanto possa fare il partigiano in armi; e che appunto per questo testimonia come anche l'aspettare, non vedere, non "immischiarsi", sia stata una questione di scelte.

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Nota bibliografica

- J. Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler. La Resistenza Civile in Europa. 1939-1943, Sonda, Torino 1993.

- M. Alloisio, G. Beltrami, Volontarie della liberta', Mazzotta, Milano 1981.

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- F. Pieroni Bortolotti, Le donne della Resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia-Romagna: 1943-1945, Vangelista, Milano 1978.

- Archivio centrale Udi, I Gruppi di difesa della donna. 1943-1945, Ed. Archivio centrale Udi, Roma 1995 (presenta  l'inventario e un'ampia scelta dei materiali 1943-'45 dei Gruppi).

- A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Sorie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995.

- L. Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori, Milano 1986.

- G. Ferrandi, Una ricerca sulla "resistenza civile" in Trentino, in Atti del convegno La lotta non armata nella resistenza, Centro studi difesa civile, Roma, Quaderno n.1, 1994.

- E. Galli Della Loggia, Una guerra "femminile?", in A. Bravo (a cura di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991.

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- P. Gios, Dal soccorso ai prigionieri inglesi ai campi di sterminio, Associazione Volontari della liberta', Padova 1987.

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- S. Lunadei, Donne a Roma 1943-1944, Cooperativa Libera stampa, Roma 1996.

 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

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Numero 341 del 18 ottobre 2015

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