Voci e volti della nonviolenza. 422



 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 422 del 13 settembre 2011

 

In questo numero:

1. Mao Valpiana: E dunque

2. Sette domande ad Anna Rita Bramerini

3. Sette domande a Massimiliano Smeriglio

4. Jean-Marie Muller: Significato della nonviolenza (parte seconda e conclusiva)

 

1. EDITORIALE. MAO VALPIANA: E DUNQUE

[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org) per questo intervento.

Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive e ha lavorato come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"); attualmente e' presidente del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Con Michele Boato e Maria G. Di Rienzo ha promosso l'appello "Crisi politica. Cosa possiamo fare come donne e uomini ecologisti e amici della nonviolenza?" da cui e' scaturita l'assemblea di Bologna del 2 marzo 2008 e quindi il manifesto "Una rete di donne e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza". Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e' nelle "Minime" n. 255 del 27 ottobre 2007; un'altra recente ampia intervista e' in "Coi piedi per terra" n. 295 del 17 luglio 2010]

 

La marcia Perugia-Assisi e' per la pace e la fratellanza dei popoli, e dunque e' antimilitarista, antifascista, antirazzista.

 

2. VERSO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI. SETTE DOMANDE AD ANNA RITA BRAMERINI

[Ringraziamo Anna Rita Bramerini (per contatti: annarita.bramerini at regione.toscana.it) per questa intervista.

Anna Rita Bramerini e' assessore all'ambiente e all'energia della Regione Toscana. Dal sito www.regione.toscana.it riprendiamo anche la seguente breve notizia biografica: "Sono nata il 25 agosto 1968 a Castel del Piano, in provincia di Grosseto e risiedo a Grosseto. Mi sono laureata in giurisprudenza all'Universita' di Siena. Ho iniziato giovanissima la carriera politica e sono stata eletta consigliere comunale ad Arcidosso nel 1995, dove ho ricoperto fino al 1999 il ruolo di assessore comunale alla cultura, pubblica istruzione e politiche sociali. Nel 1999 sono stata rieletta nel consiglio comunale di Arcidosso e sono stata nominata assessore provinciale alla cultura, pubblica istruzione, politiche sociali. Dal 2001 al 2004 ho avuto le deleghe a cultura, rifiuti e pianificazione territoriale. Nel giugno 2004 sono stata riconfermata assessore con delega ad ambiente, energia, territorio. Nel 2005, dopo aver vinto le primarie, sono stata eletta consigliere regionale nella circoscrizione di Grosseto e sono stata chiamata a far parte della Giunta regionale, ricoprendo il ruolo di assessore al turismo, commercio e termalismo, e poi dal luglio 2007 quello di assessore alla tutela ambientale e all'energia. Amo la musica, gli animali, sono impegnata nel volontariato e ho giocato per anni nella squadra femminile di pallacanestro di Arcidosso. In questa tornata elettorale sono stata eletta consigliere regionale nella lista del Pd nella circoscrizione di Grosseto dopo aver vinto ancora le primarie"]

 

- "La nonviolenza e' in cammino": Quale e' stato il significato piu' rilevante della marcia Perugia-Assisi in questi cinquanta anni?

- Anna Rita Bramerini: Innanzitutto l'occasione di incontro tra tante visioni e storie diverse che si uniscono su un obiettivo comune: manifestare contro la guerra. In secondo luogo credo che la marcia in se', in quanto azione che compie chi percorre un cammino, dia il senso profondo della condizione umana, una tensione verso qualcosa. E una marcia per la pace dunque, credo sia il segno tangibile e costante del fatto che l'uomo sceglie di andare verso la realizzazione di un desiderio, un desiderio di pace che poi fa parte di ognuno di noi. La pace si prepara anche cosi': costruendo segni che annunciano lo stesso messaggio, ogni anno, per cinquant'anni e spero per molti altri ancora. Perche' la ripetizione ci e' necessaria. Ci vogliono due fattori per far crescere un seme: il primo e' dargli il nutrimento, la ripetizione, cioe' alimentazione continua. Il secondo e' il tempo. Al netto delle attualizzazioni e delle rivisitazioni che sono indispensabili a ogni manifestazione ricorrente, penso che questi siano i significati che ci ha lanciato negli anni e continua a lanciarci la marcia Perugia-Assisi.

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- "La nonviolenza e' in cammino": E cosa caratterizzera' maggiormente la marcia che si terra' il 25 settembre di quest'anno?

- Anna Rita Bramerini: Spero che la marcia di quest'anno porti con se' una riflessione sul momento di grave crisi sociale che stanno vivendo il nostro Paese e il mondo intero. E sulla necessita' di rafforzare la dimensione di comunita' a scapito di quella individualistica che sta minando nel profondo anche il senso di cittadinanza e quindi di politica nel significato piu' vero della parola.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quale e' lo "stato dell'arte" della nonviolenza oggi in Italia?

- Anna Rita Bramerini: Direi in generale c'e' ancora lavoro da fare e mi riferisco soprattutto a quello nelle scuole, dove e' auspicabile cresca la sensibilizzazione ai temi della nonviolenza e della pace, dei diritti di cittadinanza, dell'educazione civica. E poi della storia che forse e' una materia che meriterebbe piu' attenzione e piu' approfondimenti perche' possiede un valore formativo estremamente elevato e contribuisce a creare la coscienza di una societa' democratica avanzata. Per il resto, per fortuna nel nostro Paese ci sono esempi pregevoli come l'attivita' di associazioni come Emergency o Libera di don Ciotti con la sua battaglia per la legalita', solo per citarne due. Poi c'e' il lavoro silenzioso dei molti movimenti nonviolenti che affondano le radici in quel substrato del nostro Paese che non fa rumore ma che ha tradizioni e cultura di democrazia che vengono da lontano e che promuovono e diffondono il senso civico, la cooperazione, l'accoglienza e la solidarieta'.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quale ruolo puo' svolgere il Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, e gli altri movimenti, associazioni e gruppi nonviolenti presenti in Italia?

- Anna Rita Bramerini: Far circolare e far conoscere soprattutto tra i giovani e i giovanissimi i fondamenti della democrazia che poi sono tutti nella nostra Costituzione ancora troppo misconosciuta per non dire minacciata, visti i continui attacchi ai quali e' sottoposta da un po' di tempo a questa parte. Nella nostra Costituzione ci sono tutti i principi per l'affermazione della nonviolenza. L'articolo 2 che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarieta' politica, economica e sociale; l'articolo 11 che ripudia la guerra: sono fari che tendiamo troppo spesso a dimenticare e di cui invece occorre parlare di piu' e che bisogna impegnarci tutti a far conoscere e tenere presenti.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quali i fatti piu' significativi degli ultimi mesi in Italia e nel mondo dal punto di vista della nonviolenza?

- Anna Rita Bramerini: Mi viene in mente la Siria con le repressioni sui manifestanti che da mesi vengono massacrati dai militari del regime in nome della democrazia. Mi vengono in mente il Messico dove la guerra tra i narcos ha provocato oltre quarantamila morti ma dove da un po' di tempo, gente comune, fra cui diversi sindaci, intellettuali, medici, invece di arrendersi o attraversare la frontiera con gli Stati Uniti hanno deciso di mettere la dignita' davanti alla paura, affrontando il terrore. Mi viene in mente Wangari Maathai, la biologa keniota Premio Nobel per la pace che oltre trent'anni fa fece partire la sua campagna di piantumazione degli alberi come metodo per arrestare l'erosione del suolo e per incoraggiare le comunita' locali, a partire dalle donne, ad alzare la testa non solo per se stesse a livello sociale ma per l'intera collettivita' a livello politico. Mi vengono in mente le parole con cui il delegato del governo di Oslo alle Nazioni Unite, Gjermund Saether, ha aperto la riunione dell'Assemblea Generale al Palazzo di Vetro, dopo la terribile strage dicendo: "La Norvegia rispondera' al peggiore attacco della sua storia dalla seconda guerra mondiale con democrazia, apertura e trasparenza". In Italia penso, come ho detto, all'attivita' delle tante associazioni e movimenti, in particolare, al lavoro capillare che stanno facendo al Sud le associazioni come Libera per sollecitare la societa' civile nella lotta alle mafie e promuovere legalita' e giustizia attraverso la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalita' democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attivita' antiusura.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Su quali iniziative concentrare maggiormente l'impegno nei prossimi mesi?

- Anna Rita Bramerini: La Toscana e' una regione che ha ben saldi nelle sue caratteristiche sociali e culturali il senso civico, il rispetto, la solidarieta' e la lezione della nonviolenza. Del suo Dna fanno parte grandi uomini che qui sono nati o hanno operato come Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, Giuseppe Gozzini, Alexander Langer. Per parlare di storie attuali, a Firenze ci sono i fermenti delle comunita' di don Enzo Mazzi o di don Alessandro Santoro. Per esempio, tra le nostre scelte piu' recenti c'e' stata l'accoglienza dei giovani tunisini e dei richiedenti asilo provenienti da Lampedusa, dichiarando la nostra piena disponibilita' a partecipare al piano nazionale di emergenza umanitaria e accogliendo cosi' l'appello del Presidente della Repubblica. Per quanto riguarda il prossimo futuro, stiamo portando avanti una serie di progetti di cooperazione internazionale. Quest'anno ne abbiamo finanziati 34 dal  Camerun al Kenya al Ciad, dall'Uganda alla Repubblica Domenicana alla Bolivia, dal Kosovo a Scutari fino alla Palestina e a Gerusalemme. Si tratta di un'ampia rete di interventi che verranno messi in atto da operatori sanitari, enti locali, associazioni, e altri organismi. Da sette anni ormai, e anche quest'anno, con un impegno di risorse, siamo al fianco dei campi di lavoro, studio e animazione organizzati nelle terre tolte alla mafia in Sicilia, Calabria e Puglia per la diffusione della cultura della legalita'.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Se una persona del tutto ignara le chiedesse "Cosa e' la nonviolenza, e come accostarsi ad essa?", cosa risponderebbe?

- Anna Rita Bramerini: Che nonviolenza e' sostanzialmente rispetto per ogni essere umano e piu' in generale per l'altro, che ha diritto di esistere conducendo l'esistenza che la sua specie porta in se', unita alla convinzione che il dialogo e l'ascolto sono le "armi" migliori che l'uomo puo' e deve usare per "combattere" per la pace e l'affermazione dei diritti. Lo spiega bene questa frase di padre Balducci: "Un amore per la giustizia che prescinda dalla pace diventa inevitabilmente terrorismo. Ma un amore della pace senza giustizia diventa la menzogna insediata nel mondo".

 

3. VERSO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI. SETTE DOMANDE A MASSIMILIANO SMERIGLIO

[Ringraziamo Massimiliano Smeriglio (per contatti: ass.lavoro at provincia.roma.it) per questa intervista.

Massimiliano Smeriglio, nato a Roma nel 1966, e' attualmente assessore al lavoro e formazione nella Provincia di Roma; eletto nel 2001 Presidente del Municipio Roma XI, nel 2006 e' stato deputato alla Camera con il Prc e segretario romano del partito. E' responsabile nazionale di "Sinistra ecologia e liberta'" per le tematiche del lavoro e dell'economia]

 

- "La nonviolenza e' in cammino": Quale e' stato il significato piu' rilevante della marcia Perugia-Assisi in questi cinquanta anni?

- Massimiliano Smeriglio: La grande capacita' di previsione che ha avuto, nella promozione del disarmo e della nonviolenza come paradigma generale di interpretazione delle relazione umane.

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- "La nonviolenza e' in cammino": E cosa caratterizzera' maggiormente la marcia che si terra' il 25 settembre di quest'anno?

- Massimiliano Smeriglio: Credo ci sara' un'attenzione maggiore alla guerra a bassa intensita' che ha trasformato il Mediterraneo da ponte fra civilta' a cimitero.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quale e' lo "stato dell'arte" della nonviolenza oggi in Italia?

- Massimiliano Smeriglio: Un approccio culturale assai diffuso oggi tra alcuni corpi intermedi giovanili, e, allo stesso tempo, una lontananza grande dalla rappresentanza politica.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quale ruolo puo' svolgere il Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, e gli altri movimenti, associazioni e gruppi nonviolenti presenti in Italia?

- Massimiliano Smeriglio: E' un'eredita' importantissima per i giovani e per il mondo, un'eredita' che deve continuare a vivere con l'ambizione di promuovere, difendere, incrementare quella rivoluzione culturale di cui tanto abbiamo bisogno.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Quali i fatti piu' significativi degli ultimi mesi in Italia e nel mondo dal punto di vista della nonviolenza?

- Massimiliano Smeriglio: A novembre abbiamo vissuto con grande sollievo la fine degli arresti della leader birmana Aung San Suu Kyi. Era importante che l'attenzione internazionale rimanesse alta su un caso di palese violazione dei diritti umani, e il fatto che oggi possa parlare e abbia ricominciato a fare incontri e' un segnale fortissimo.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Su quali iniziative concentrare maggiormente l'impegno nei prossimi mesi?

- Massimiliano Smeriglio: Tra qualche giorno probabilmente l'Onu e' chiamata a pronunciarsi sul riconoscimento dello Stato palestinese. Arrivare a questo obiettivo favorira' il rilancio di un processo di pace serio e di nuovi negoziati.

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- "La nonviolenza e' in cammino": Se una persona del tutto ignara le chiedesse "Cosa e' la nonviolenza, e come accostarsi ad essa?", cosa risponderebbe?

- Massimiliano Smeriglio: Credo sia fondamentale ripartire dalla scelta delle parole che si usano. Disarmare il linguaggio e praticare l'empatia. Sarebbe gia' un bel passo avanti.

 

4. TESTI. JEAN-MARIE MULLER: SIGNIFICATO DELLA NONVIOLENZA (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)

[Riproponiamo ancora una volta questo testo di uno dei massimi studiosi e amici della nonviolenza; esso e' stato pubblicato nel 1974 e tradotto in italiano nel 1980 per le cure di Matteo Soccio in Jean Marie Muller, Significato della nonviolenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Torino 1980: da questo opuscolo abbiamo ripreso il testo del solo saggio mulleriano, ivi alle pp. 7-27.

Jean-Marie Muller, filosofo francese, nato nel 1939 a Vesoul, docente, ricercatore, e' tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento. E' direttore degli studi presso l'Institut de Recherche sur la Resolution non-violente des Conflits (Irnc). In gioventu' ufficiale della riserva, fece obiezione di coscienza dopo avere studiato Gandhi. Ha condotto azioni nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari francesi. Nel 1971 fondo' il Man (Mouvement pour une Alternative Non-violente). Nel 1987 convinse i principali leader dell'opposizione democratica polacca che un potere totalitario, perfettamente armato per schiacciare ogni rivolta violenta, si trova largamente spiazzato nel far fronte alla resistenza nonviolenta di tutto un popolo che si sia liberato dalla paura. Tra le opere di Jean-Marie Muller: Strategia della nonviolenza, Marsilio, Venezia 1975; Il vangelo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977; Significato della nonviolenza, Movimento Nonviolento, Torino 1980; Momenti e metodi dell'azione nonviolenta, Movimento Nonviolento, Perugia 1981; Lessico della nonviolenza, Satyagraha, Torino 1992; Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Desobeir a' Vichy, Presses Universitaires de Nancy, Nancy 1994; Vincere la guerra, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1999; Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004; Dictionnaire de la non-violence, Les Editions du Relie', Gordes 2005; Desarmer les dieux. Le christianisme et l'slam face a' la non-violence, Editions du Relie', Gordes 2009]

 

Lo sciopero

Lo sciopero, nel senso in cui l'intendiamo generalmente, e' un metodo che si apparente direttamente all'azione nonviolenta: e' una azione di non-cooperazione, di non-collaborazione con le strutture ingiuste. L'analisi sulla quale si fonda lo sciopero e' questa: se i borghesi, vale a dire i proprietari dei mezzi di produzione, non possono mantenere il loro potere e la loro ricchezza che grazie alla collaborazione dei lavoratori, si tratta per questi di cessare ogni attivita' per obbligarli a cedere.

Sarebbe sicuramente derisorio, e cio' e' al di fuori del nostro proposito, pretendere di recuperare gli scioperi operai nel grembo della nonviolenza. Spesso gli scioperi sono stati condotti in un clima di violenza, anche se queste violenze sono state marginali in rapporto allo sciopero propriamente detto. Ci si puo' d'altronde chiedere se queste violenze non siano venute piuttosto a screditare lo sciopero che a rafforzarlo. Parecchi esempi (come lo sciopero di Perus in Brasile) ci mostrano che uno sciopero puo' essere condotto con piu' efficacia in una prospettiva nonviolenta.

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Il boicottaggio

Il boicottaggio e' ugualmente un metodo di non-cooperazione sul piano economico: rifiuto di far beneficiare l'altro del mio potere d'acquisto che diventa allora veramente un potere che io oppongo a quello del mio avversario. C'e' soltanto da constatare che questa forma di lotta e' stata pochissimo utilizzata se non in maniera troppo spontanea ed effimera; potrebbe certamente essere utilizzata meglio, in particolare nell'ambito delle lotte operaie.

Per togliere la segregazione nei grandi magazzini bianchi degli Stati Uniti, che avevano una fortissima clientela nera e nonostante cio' si rifiutavano di assumere personale nero - creando per conseguenza situazioni di sottoimpiego e dunque di miseria -, Martin Luther King e il suo gruppo decisero il boicottaggio di questi magazzini fino a che un numero sufficiente di posti di lavoro non fossero stati creati per i neri. Da quel giorno piu' nessun nero ando' a rifornirsi in quei magazzini. Molto rapidamente, dopo una settimana o due, i proprietari di quei magazzini decisero di soddisfare le richieste di M. L. King.

E' interessante chiedersi quali abbiano potuto essere le ragioni che hanno indotto i proprietari di quei magazzini a cedere alle rivendicazioni di Martin Luther King. Si erano forse convinti dei giusti diritti dei neri? Si erano forse convertiti? Forse. Noi avremmo torto ad escludere del tutto questa eventualita'. Tuttavia la piu' verosimile e' che la minaccia del fallimento, che incombeva su quei magazzini, li ha costretti e cedere: cio' traduce perfettamente la nozione di costrizione e tuttavia di una costrizione senza violenze.

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La lotta di classe

Esaminero' un altro esempio concreto, recente, che illustra in maniera notevolissima la possibilita' di condurre con la nonviolenza uno sciopero e un boicottaggio nel quadro della lotta di classe.

Si dice spesso che la nonviolenza puo' forse soddisfare le esigenze spirituali o intellettuali dei ricchi e dei benestanti, ma che non puo' assolutamente armare la lotta degli oppressi. Credo che tutto cio' sia fondato, soprattutto, su malintesi.

Gli ambienti spiritualisti, o notoriamente gli ambienti cristiani, hanno per molto tempo rifiutato di riconoscere non soltanto la lotta di classe, ma la realta' stessa della lotta di classe. Si diceva che il cristianesimo non insegnava la lotta di classe, ma l'amore delle classi, come se fosse possibile l'amore in situazioni di ingiustizia. E' una presa in giro predicare l'amore quando da una parte esistono poveri che restano poveri e dall'altra parte ricchi che intendono restare ricchi. Logicamente, cio' non vuol nemmeno dire che il fatto di riconoscere la lotta di classe e parteciparvi debba necessariamente sfociare in scontri violenti. Ma c'e' una certa nonviolenza che non merita nemmeno di essere presa in considerazione: quando i poveri sono pronti a scendere in piazza per far riconoscere i loro diritti, forse da quel momento i ricchi saranno tentati di parlare di nonviolenza. In questo senso vi e' un rischio di recupero della nonviolenza da parte delle classi privilegiate. Cio' spiega quella diffidenza, cosi' caratteristica di quelli che sono impegnati nella lotta per la giustizia, nei confronti della nonviolenza: hanno paura che essa generi una certa smobilitazione. Ma, al di la' degli equivoci, deve essere invece chiaro che non soltanto la nonviolenza non e' smobilitazione, ma che e' un appello alla mobilitazione, un appello alla lotta.

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L'azione di Cesar Chavez

L'azione di Cesar Chavez condotta in California, purtroppo poco conosciuta da noi, e' un esempio di come anche quelli che sono i meno preparati hanno la possibilita' di mettere in opera i metodi nonviolenti, a condizione che i responsabili dell'azione, i leaders del movimento, diano ordini precisi in questo senso.

Cesar Chavez non e' venuto in mezzo ai poveri, e' nato in mezzo a loro; e' nato in mezzo a quegli americani di origine messicana gli "chicanos", che costituiscono la mano d'opera preferita dai grandi proprietari agricoli degli Stati Uniti. Se i sindacati operai sono completamente integrati nello "establishment" della societa' americana, non e' la stessa cosa nel campo agricolo.

Tradizionalmente, i proprietari di vigneti californiani, che sono veri e propri imperi industriali, utilizzavano una popolazione di origine messicana, che costituiva un tipo di sottoproletariato, al tempo stesso disorganizzato e supersfruttato. Tutti gli sforzi che erano stati compiuti fino allora per giungere all'organizzazione di questa popolazione erano falliti. Tanto erano potenti i proprietari di questi vigneti.

Cesar Cbavez ha fatto prima di tutto, per parecchi anni, un lavoro di "coscientizzazione" e di organizzazione.

Indisse, poi, uno sciopero con certe esigenze precise riguardo alla nonviolenza, che si estese molto rapidamente. I proprietari, aiutati dalle autorita' federali, cioe' governative, poterono comunque reclutare altrettanto rapidamente altri lavoratori messicani che non chiedevano altro che guadagnare un po' di denaro per sopravvivere. C'erano dunque dei "crumiri" che hanno permesso il raccolto dell'uva, sebbene ci fossero stati picchetti di sciopero che, ancora una volta, non intendevano fare uso della violenza ma tentavano di mostrare il senso dello sciopero e che era nell'interesse di tutti parteciparvi.

A questo punto, davanti al rischio di veder fallire lo sciopero, Cesar Chavez decise di affiancare allo sciopero il bolcottaggio. Proclamo' cosi' il boicottaggio dell'uva, dapprima nelle grandi citta' degli Stati Uniti. Gli scioperanti organizzarono picchetti di boicottaggio in cui cercavano di spiegare le ragioni del loro movimento e i suoi obiettivi. Questo boicottaggio si dimostro', molto presto, di un'efficacia sorprendente. Cbavez ottenne subito il concorso dei militanti del movimento di M. L. King, e in particolare degli studenti impegnati in quel movimento. In breve tempo, il boicottaggio dell'uva divenne effettivo su tutto il mercato nazionale.

Allora, come in tutte le azioni nonviolente d'un qualche rilievo, la repressione si abbatte' su questo movimento: gli scioperanti ebbero a subire violenze fisiche; ci furono processi promossi dai proprietari, il presidente Nixon prese posizione contro gli scioperanti e arrivo' al punto di prendersi beffa di loro mangiando un grappolo d'uva davanti alle telecamere. Per vendere il loro prodotto i proprietari decisero di esportare l'uva: interi mercantili furono spediti a Londra; ma i dockers di Londra, per solidarieta' col movimento di Cesar Chavez, si rifiutarono di scaricare l'uva. Ultimo tentativo fu quello di spedire l'uva ai soldati americani nel Vietnam che dovettero mangiare uva dalla mattina alla sera. Ma cio' non e' stato sufficiente. Dopo uno sciopero e un boicottaggio durati cinque anni, i proprietari furono costretti a cedere alle rivendicazioni di Cesar Chavez.

Oggi, questi e' diventato il leader di tutti gli operai agricoli americani; i sindacati riprendono sempre di piu' questi metodi nonviolenti e tentano di accoppiare lo sciopero col boicottaggio.

Per mostrare come per Cesar Chavez la nonviolenza non fosse un aspetto secondario della sua lotta, conviene precisare il suo atteggiamento di fronte ai rischi di violenza che ha dovuto fronteggiate.

Se l'azione nonviolenta consiste in un primo tempo nel risvegliare l'aggressivita' dei poveri, nel creare il conflitto, e' dunque inevitabile che ci siano rischi di violenze. Se si risveglio la coscienza degli oppressi e se questi prendono coscienza del loro stato di oppressione, non ci sara' da stupirsi se da un momento all'altro, esasperati, ricorrono alla violenza. Ma a questo punto, Cesar Chavez, al fine di evitare la crescita della violenza, intraprese un digiuno sia per motivi personali che per ragioni tattiche (sapeva bene che se scoppiava la violenza, i proprietari avrebbero potuto benissimo scatenare una repressione brutale). Digiuno' per venticinque giorni, non perche' i proprietari cedessero alle sue esigenze, ma perche' gli operai stessi accettassero di attenersi ai principi dell'azione nonviolenta. Dopo quei 25 giorni di digiuno, essi giunsero ad un accordo, cio' che ha certamente reso possibile al movimento di durare e infine di riuscire.

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Il boicottaggio del caffe' dell'Angola

Ricordiamo anche il boicottaggio del caffe' dell'Angola organizzato nei Paesi Bassi agli inizi del 1972.

Una delle fonti piu' importanti per il finanziamento della guerra coloniale condotta dal Portogallo proveniva dalle imposte che pesavano sull'esportazione dei prodotti agricoli delle colonie.

Ora, da una parte, il caffe' dell'Angola rappresentava una parte importante dell'esportazione totale (32%) e, dall'altra parte, i Paesi Bassi erano il secondo paese importatore di questo caffe' (21% del totale).

Nel febbraio 1972 un comitato d'azione per l'Angola lancia il boicottaggio del caffe' organizzando una campagna d'informazione sulla situazione nelle colonie portoghesi e mostrando come il fatto di consumare del caffe' angolano e' un atto di collaborazione con la politica condotta dal Portogallo. Questa azione ebbe una larga eco tra la popolazione olandese e il boicottaggio riscontro' rapidamente un grande successo. Alla fine di un mese, nemmeno un grano di caffe' dell'Angola era piu' in vendita sul mercato dei Paesi Bassi.

Il Portogallo aveva perduto una battaglia e l'opinione pubblica olandese era mobilitata per altre battaglie.

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La disobbedienza civile

La piu' forte azione di non-collaborazione e' l'azione di disobbedienza civile.

Si rimprovera spesso alla nonviolenza di promuovere talvolta la disobbedienza alle leggi.

Se da sinistra siamo accusati di disinnescare la rivoluzione e di smobilitare le energie e le volonta' necessarie nella lotta per la giustizia, cosi' da destra siamo accusati di rimettere in discussione la legalita' e l'ordine stabilito e di preparare la strada ad una rivoluzione che non sarebbe affatto nonviolenta.

E' vero che la nonviolenza preconizza la disobbedienza alle leggi, ma non la preconizza a sproposito. In ogni societa' le leggi hanno una loro funzione. La funzione della legge e' insieme quella di mantenere l'ordine e di promuovere la giustizia; essa percio' deve difendere i diritti dei piu' poveri contro i privilegi dei piu' ricchi. C'e' da dire poi che le leggi non sono stabilite una volta per tutte: bisogna costantemente rimetterle in discussione per migliorarle. Quando la legge non adempie piu' alla sua funzione, anzi, al contrario, viene a difendere maggiormente gli interessi dei privilegiati, dei ricchi e dei potenti contro, invece, gli interessi dei piu' sfavoriti, quando la legge copre e garantisce l'ingiustizia, non soltanto e' un diritto, ma e' un dovere disobbedire ad essa.

Non si tratta evidentemente di predicare la disobbedienza alla legge in maniera sistematica; si tratta semplicemente di non predicare sistematicamente l'obbedienza alla legge.

La legge della maggioranza non puo' imporsi a noi su dei problemi di coscienza. E' ragionevole che noi ci sottomettiamo su problemi di ordine puramente tecnico alla legge della maggioranza, anche perche' su tali problemi le nostre non sono convinzioni ma soltanto opinioni. Su problemi che impegnano invece realmente la nostra responsabilita' morale, non ci e' possibile rimetterci in maniera pura e semplice alla legge della maggioranza. E' a questo punto che la nonviolenza preconizza la disobbedienza civile. Questa possibilita' di disobbedire alla legge e' necessaria all'equilibrio stesso della democrazia.

Infatti, non si tratta di cessare di essere solidali: colui che in coscienza obietta, accetta di essere solidale, ma si rifiuta di essere complice.

Nella dottrina ufficiale degli Stati, ogni cittadino ha veramente la possibilita' di esprimersi votando. Se non dobbiamo disprezzare il suffragio universale (penso a certi amici nostri che sono in lotta nei paesi totalitari per ottenere il suffragio universale) dobbiamo, pero', riconoscerne i limiti. Bernanos diceva che "il suffragio universale non rende alla fin fine piu' liberi gli uomini di quanto la lotteria nazionale non li renda ricchi".

Non conviene operare soltanto perche' il potere cambi politica o per provocare un cambiamento di potere, conviene esercitare effettivamente il proprio potere di cittadino libero rifiutando da questo momento, con un atto di disobbedienza civile, ogni collaborazione personale con l'ingiustizia. Gandhi afferma: "la vera democrazia non verra' dalla presa del potere da parte di qualcuno, ma dal potere che tutti avranno un giorno di opporsi agli abusi delle autorita'". Sulla strada che conduce alla vera democrazia, la presa del potere per il popolo e' una delle piu' pericolose deviazioni dove si finisce molto spesso per perdersi. La nonviolenza ci insegna, percio', a evitare questa deviazione: nel suo aspetto rivoluzionario, essa non ha per proprio fine la presa del potere per il popolo, ma la presa del potere direttamente da parte del popolo stesso. Non e' lo Stato forte a costituire la vera democrazia, ma i cittadini liberi.

Tra l'insufficienza della scheda elettorale e l'inefficacia del lancio di pietre, la disobbedienza civile appare qui come una via privilegiata per l'azione politica.

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La vera figura di Gandhi

Prendero' un esempio concreto di disobbedienza civile nella lotta condotta da Gandhi per l'indipendenza dell'India.

Voglio aprire una parentesi sulla figura di Gandhi perche' nella maggior parte dei casi mi pare lo si conosca male. Il suo personaggio e' stato volgarizzato da qualche immagine di Epinal che ce lo rappresenta seduto per terra, il dorso nudo, che fila la lana, e ci diciamo allora volentieri che questo saggio orientale non ha nulla da dirci sui nostri problemi.

Facciamo nostra la sprezzante espressione di Churchill che derideva Gandhi accusandolo di non essere che un "fachiro magro e nudo". Se riconosciamo che Gandhi ha potuto acquistare l'indipendenza del suo paese di fronte all'impero britannico, attribuiamo allora il merito di questo al "fair-play" dei gentlemen britannici, come se a quell'epoca l'impero britannico fosse pronto a lasciare le Indie e come se fosse bastata la santita' attribuita, a torto o a ragione, a Gandhi perche' gli Inglesi accettassero di partire. Credo che sarebbe interessante studiare a fondo quali siano le azioni di Gandhi e quale fu la sua strategia. E' utile sottolineare, a questo proposito, che i membri del Congresso dell'India, primo dei quali Nehru, non condividevano le convinzioni religiose e morali di Gandhi. Se Nehru accetto' di seguire Gandhi nella pratica della nonviolenza e' soltanto perche' questa si dimostro' efficace. E il popolo indiano non era per niente pronto ad attenersi alle esigenze della nonviolenza di Gandhi, che e' estranea alla tradizione religiosa dell'India. Come tutti gli altri popoli, e forse piu' ancora degli altri, il popolo indiano oscilla tra la rassegnazione e la violenza. Infatti, la nonviolenza di Gandhi non e' orientale ma occidentale, non invita alla meditazione al di fuori dei conflitti ma all'azione all'interno dei conflitti.

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La marcia del sale

Nel 1930, Gandhi decise di sfidare il governo (ogni azione di disobbedienza civile e' una sfida al governo) organizzando la disobbedienza ad una legge che nel contesto globale della dominazione britannica appariva irrisoria: si trattava della legge sul sale. Essa imponeva a tutti gli indiani di pagare una tassa relativamente alta al governo inglese. Questa minima ingiustizia veniva a simboleggiare tutta l'ingiustizia della dominazione britannica.

Gandhi organizzo' una lunga marcia attraverso l'India per diverse centinaia di chilometri. In ogni villaggio che attraversava, coscientizzava gli abitanti e li invitava alla disobbedienza civile. Giunto sulla spiaggia del mare, compi' il simbolico gesto di raccogliere dell'acqua per poterne estrarre il sale. Da quel momento preciso, Gandhi per l'impero britannico era diventato un ribelle. Il governo, a dir la verita', era molto imbarazzato perche', o arrestava Gandhi, facendone cosi' un martire e aumentandone di conseguenza il prestigio presso le masse indiane, o non lo arrestava affatto, dimostrando cosi' di tollerare la sfida aperta e dando, in tal modo, prova di debolezza. Il riflesso professionale delle autorita' ebbe il sopravvento nella risoluzione di questo dilemma: si arresto' Gandhi ma si dovettero arrestare pure tutti quelli che lo avevano imitato; perche' questi, non soltanto accettavano di andare in prigione, ma esigevano di andarci. Esiste, pero', un limite di saturazione delle prigioni oltre il quale un governo non puo' piu' governare in completa serenita'. Si puo' discutere sulla proporzione necessaria di quelli che sono disposti ad andate in prigione per far si' che un popolo sia piu' forte di qualsiasi governo - Martin Luther King parlava di un 5 per cento.

Alla fine il governo dovette cedere e accettare di negoziare con Gandhi: non soltanto discussero del problema del sale, ma anche del problema dell'indipendenza.

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La violenza e' l'arma dei ricchi

Vorrei ancora insistere su questo punto che mi pare essenziale: di fronte alle situazioni d'ingiustizia, arriviamo spesso a pensare e a dire che non esiste piu' che una sola soluzione e che questa soluzione e' la violenza.

Ma dobbiamo chiederci: quale soluzione puo' essere la violenza? E anche: la violenza puo' veramente essere una soluzione?

Prendo un esempio su cui abbiamo molto parlato: quando M. L. King mori', ovunque si sostenne che con lui la nonviolenza era finita, che se egli aveva potuto migliorare di qualcosa la sorte dei neri, spettava ora ai movimenti violenti di condurre in porto il lavoro che lui aveva incominciato. Pareva allora che il "Potere Nero", il partito delle "Pantere Nere", i "Musulmani Neri", fossero in grado, e solamente loro, di liberare i neri. Ci si poteva chiedere, gia' da allora, se era ragionevole credere che i neri ponendosi sul piano della violenza, sarebbero stati in grado di riuscire vincitori e di stabilire un rapporto di forza in loro favore.

Quando si pensa alla capacita' di repressione di cui dispone il potere bianco, era realista per i neri situarsi sul piano della violenza per intraprendere la prova di forza?

Ora, accadde quello che poteva gia' essere previsto: i movimenti neri che si richiamano alla violenza si trovarono nella incapacita' di mettere in opera azioni rilevanti all'infuori di qualche colpo di mano che potevano effettuare. La stampa ne parlo': il partito delle "Pantere Nere" che e' stato il piu' rappresentativo di questo movimento violento e' attualmente smantellato, si trova ad essere completamente disorganizzato sotto i colpi della repressione del potere bianco. Certamente Eldridge Cleaver puo' moltiplicare, da Algeri dove si trova in esilio, le dichiarazioni fracassanti contro il potere bianco, ma cio' non puo' venire in aiuto ai neri che sono negli USA; cosi' pure Stokely Carmichael, che fu uno dei leaders del "Potere Nero", che milito' nelle file delle "Pantere Nere" e che si trova ora in Guinea, di la' non puo' proporre ai suoi fratelli degli Stati Uniti che un impossibile ritorno verso la madre terra Africa.

Cosi' nel nome stesso del realismo, non cadiamo troppo facilmente nella affermazione che solo la violenza puo' essere una soluzione?

Sapete pure che questo argomento e' stato trattato da dom Helder Camara quando gli e' stato chiesto se non sarebbe, almeno in un primo momento, necessario usare la violenza. "Certo, potremo avere qualche arma, ma il nostro avversario avra' sempre un numero maggiore di armi e piu' perfette delle nostre; e' vano voler intraprendere su questo terreno la nostra prova di forza".

Il Padre Comblin e' venuto a confermarci nell'aprile '72 le affermazioni di dom Helder Camara: "Una piccola parte dell'opposizione e' entrata nella clandestinita', ha creato dei piccoli movimenti di guerriglia, ha lanciato delle operazioni di terrorismo. Questo ha provocato da parte del potere un apparato di repressione estremamente potente, che e' riuscito praticamente non solo a contenere questa opposizione violenta ma anche a ridurla sempre piu'. E, in questo momento, il potere alimenta una psicosi d'angoscia che sta creando un "circolo vizioso del terrore" che coinvolge lo stesso potere: sentendosi minacciato, esso reagisce in maniera angosciosa, donde dei controlli sempre raddoppiati, cosa che mantiene nelle masse un sentimento di paura, la quale provoca a sua volta una piu' grande angoscia nei dirigenti... e cosi' di seguito". ("Informations catholiques internationales", 15 aprile '72).

Forse che noi non possiamo arrivare a questa ipotesi di lavoro: la capacita' di violenza degli oppressori sara' sempre smisuratamente piu' grande della capacita' di violenza degli oppressi? Abbandonare il piano della giustizia per porci sul piano della violenza e', in fondo, un errore strategico: quando un movimento di resistenza ricorre esso stesso alla violenza, viene ad offrire all'avversario le ragioni di cui ha bisogno per giustificare la sua repressione.

Ogni dibattito pubblico che sara' aperto da atti di violenza non vertera' sulle motivazioni politiche che hanno ispirato quegli atti, ma sui mezzi, sui metodi che sono stati utilizzati. L'azione armata attira l'attenzione dell'opinione pubblica sulla violenza che io commetto, non sull'ingiustizia che io combatto.

La forza della nonviolenza consiste nel rifiutare di offrire all'avversario i pretesti che giustifichino la sua repressione. Con questo non voglio dire che i movimenti nonviolenti non diano luogo a repressione - e' certo che in una prova di forza che si prolungasse, ci sarebbe una repressione esercitata sul movimento nonviolento e la sua forza consistera' nella misura della capacita' che avra' di resistere a questa repressione - ma questa repressione restera' senza vera giustificazione; essa arrivera' al contrario a screditare quelli che l'esercitano e ad accreditare, per cio' stesso, il movimento.

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La nonviolenza e' preferibile

Data l'ignoranza e insieme il disprezzo nei quali e' stata tenuta fino ad ora la nonviolenza, non e' concepibile che essa sia in grado di risolvere tutti i nostri problemi e subito.

Molti conflitti si sono sviluppati in un crescendo di violenza dall'una e dall'altra parte; non e' facile, a partire di la', tentare di intravvedere una soluzione nonviolenta.

Ma noi potremmo almeno metterci d'accordo su questa ipotesi di lavoro: se la nonviolenza e' possibile, allora essa e' preferibile.

Ad un algerino che durante e dopo la rivoluzione algerina aveva ricoperto cariche di grossissima responsabilita' nel governo rivoluzionario, chiedevo se credesse che la nonviolenza avrebbe potuto essere impiegata dal popolo algerino. Mi diede questa risposta paradossale: "In linea di fatto, Gandhi era il maestro al quale ci ispiravamo". Perche' diceva questo? Precisamente perche' Gandhi fu il primo a scuotere il giogo del colonialismo. Ci siamo lasciati prendere forse troppo dall'idea che il colonialismo britannico fosse un colonialismo dove il "fair-play" prevaleva sulla brutalita' - cio' costituisce, invece, una contro-verita' storica. Gandhi appariva in effetti ai popoli colonizzati come colui che, per primo, si oppose a questa oppressione. Ma, aggiungeva quest'algerino, non conoscevamo proprio niente di questa nonviolenza, non ne eravamo per niente preparati, e non ci era assolutamente possibile costruire la nostra lotta in questa prospettiva. Diceva ancora - ed e' proprio questo che mi pare molto interessante: "attualmente mi interesso e studio sulla possibilita' della nonviolenza, perche' se la nonviolenza e' possibile, sarebbe criminoso per un rivoluzionario usare la violenza".

Se la nonviolenza e', dunque, da preferire, ci spetta ora il compito di studiare le possibilita' offerte dalla nonviolenza.

Bisogna ammettere che finora non l'abbiamo mai fatto. Ci siamo sempre accontentati di idee ricevute, di schemi prefabbricati e di vere e proprie caricature della nonviolenza; cio', evidentemente, ci permetteva di condannarla piu' facilmente.

Se misuriamo gli investimenti che a destra o a sinistra sono stati fatti per la violenza, e se misuriamo gli investimenti che non sono stati compiuti per la nonviolenza, allora avremo la giusta misura di cio' che puo' essere fatto, cercando di discernere cio' che e' possibile da cio' che non lo e'. Comunque, se la nonviolenza non puo' permetterci di risolvere subito tutti i nostri problemi, ci permette almeno di impostarli in maniera giusta.

E concludo con questa riflessione di Rilke: "entrando insieme nelle vere questioni, finiremo certamente con l'entrare insieme nelle vere risposte".

 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Numero 422 del 13 settembre 2011

 

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