Telegrammi. 677



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 677 del 13 settembre 2011

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

 

Sommario di questo numero:

1. Cessi la partecipazione italiana alle guerre in Afghanistan e in Libia, cessi la persecuzione razzista dei migranti

2. Angela Dogliotti Marasso: Il lavoro quotidiano della nonviolenza

3. Lea Melandri: Senza scampo

4. Roberta Yasmine Catalano presenta "Volevo essere una farfalla" di Michela Marzano

5. Luciana Percovich presenta "Quando dio era una donna" di Merlin Stone

6. Segnalazioni librarie

7. La "Carta" del Movimento Nonviolento

8. Per saperne di piu'

 

1. EDITORIALE. CESSI LA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLE GUERRE IN AFGHANISTAN E IN LIBIA, CESSI LA PERSECUZIONE RAZZISTA DEI MIGRANTI

 

Che cessi la partecipazione italiana alle guerre in Afghanistan e in Libia; che cessi la persecuzione razzista dei migranti.

Sono nel nostro paese i due impegni piu' urgenti di ogni persona decente.

 

2. VERSO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI: ANGELA DOGLIOTTI MARASSO: IL LAVORO QUOTIDIANO DELLA NONVIOLENZA

[Ringraziamo Angela Dogliotti Marasso (per contatti: maradoglio at libero.it) per averci messo a disposizione questo suo intervento tenuto all'incontro svoltosi a Rivalta (To) l'8 settembre 2011 su "Guerra, immigrazione, democrazia: le strade della nonviolenza" organizzato in preparazione della Marcia Perugia-Assisi del 25 settembre 2011, a 50 anni dalla prima Marcia per la Pace organizzata da Aldo Capitini.

Angela Dogliotti Marasso, rappresentante autorevolissima del Movimento Internazionale della Riconciliazione e del Movimento Nonviolento, svolge attivita' di ricerca e formazione presso il Centro studi "Sereno Regis" di Torino e fa parte della Commissione di educazione alla pace dell'International peace research association; studiosa e testimone, educatrice e formatrice, e' una delle figure piu' nitide della nonviolenza in Italia. Tra le opere di Angela Dogliotti Marasso segnaliamo particolarmente Aggressivita' e violenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino; il saggio su Domenico Sereno Regis, in AA. VV., Le periferie della memoria, Anppia - Movimento Nonviolento, Torino-Verona 1999; con Maria Chiara Tropea, La mia storia, la tua storia, il nostro futuro, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2003; con Elena Camino (a cura di), Il conflitto: rischio e opportunita', Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2004. Un'ampia intervista ad Angela Dogliotti Marasso e' nelle "Notizie minime della nonviolenza in cammino" n. 220; due piu' recenti interviste sono nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 345 e n. 439]

 

Nel preparare il breve intervento di questa sera riflettevo, nei giorni scorsi, sull'approssimarsi del decimo anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle, l'11 settembre prossimo, tra tre giorni.

E' stato, quello, un evento che ha segnato in modo funesto l'inizio del nuovo secolo, aprendo, o meglio incrementando, una nuova stagione di guerre. Gia' a partire dal 1991, con la prima guerra del Golfo, vi erano stati sintomi di una nuova stagione di rilegittimazione della guerra. Dopo l'Iraq, le guerre balcaniche e l'intervento in Kossovo, l'Afghanistan, e oggi la Libia, la guerra e' diventata parte della nostra "normalita'". Certo sono situazioni differenti e il dibattito nel movimento per la pace e' a volte aspro su questi diversi casi e modi di reagire agli interventi armati in situazioni di guerra civile o di fronte agli attacchi terroristici. Certamente la pretesa di sconfiggere il terrorismo con la guerra si e' rivelata un'illusione, e dieci anni di presenza in Afghanistan sono li' a dimostrarlo.

Ma cosa fa il movimento per la pace, cosa possiamo fare noi cittadini di fronte a questi processi che sembrano travolgerci? Certo, riuscire a fermare la guerra quando e' iniziata e' molto difficile, se non impossibile. Come possiamo, allora, contrastare la cultura di guerra, la preparazione e la realizzazione degli interventi militari, in modo da renderli obsoleti e non piu' proponibili, in modo da "cacciare la guerra fuori dalla storia"? E come, allo stesso tempo, affrontare le prepotenze, le disparita', le oppressioni e i conflitti che ne conseguono? E' un processo che richiede un lavoro lungo e costante, ma che e' alla portata di tutti noi. Si articola su piu' livelli.

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Uscire dalla spirale della violenza che vuole porre fine alla violenza

La guerra e' sempre "giusta/giustificata", c'e' sempre qualche buona ragione per legittimare l'intervento armato (la prima guerra mondiale non era stata giustificata come la guerra che avrebbe posto fine alle guerre?). E' necessario allora fare questo primo passaggio mentale, culturale: la violenza non ferma la violenza, ma non fa che incrementarla, perpetuarla. Anche quando sembra, apparentemente, "risolvere" un conflitto, in realta' pone le basi per il prossimo. Perche', come scrive Etty Hillesum, "ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor piu' inospitale" (Diario, p. 212); perche' se io voglio avere potere su di te, tu farai il possibile per avere potere su di me; se io voglio soggiogare te, tu vuoi soggiogare me: e' il gioco simmetrico-mimetico di un'umanita' bambina. Se non interviene un elemento di razionalita' nuova, che sa scorgere un orizzonte piu' ampio, insieme ad una capacita' di empatia, che sa cogliere anche il punto di vista dell'altro, la sua sofferenza, le ragioni che spingono a compiere certi atti, le necessita', le urgenze che premono provocando certi fenomeni (si pensi alle migrazioni, ad esempio), non se ne esce; si perpetua la spirale della violenza che legittima nuova violenza, all'infinito.

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Prendere coscienza dei processi che stanno alla base della violenza

- La violenza strutturale del disordine economico mondiale responsabile del depauperamento e della fame di intere popolazioni; la violenza strutturale delle trasformazioni globali prodotte dal nostro tipo di "sviluppo" e dai nostri stili di vita, come ad esempio i cambiamenti climatici (una ricerca interdisciplinare condotta dalla Columbia University e pubblicata su "Nature" mette in evidenza come il ciclo climatico globale influenzi gli aumenti periodici delle guerre, in quanto il peggioramento del clima provoca squilibri come siccita' o alluvioni che distruggono i raccolti, rendendo piu' scarse le risorse, provocando fame e disperazione, che alimentano migrazioni, conflitti armati e guerre. Vedi: Luca Troiano, www.uomoplanetario.org).

- La lotta per il controllo geopolitico militare delle aree del mondo, in particolare quelle ricche di risorse energetiche. Come scrive Luisa Morgantini in un suo recente intervento in occasione della delegazione pacifista italiana a Kabul: "Il ritiro delle truppe Usa e' previsto per il 2014, ma non se ne andranno tutti, restera' una base militare Usa, cosi' come e' rimasta in Kosovo, cosi' come e' in Iraq, cosi' come sara' in Libia. Le guerre per la liberta' e la democrazia che si svelano: controllo geopolitico-militare delle aree del mondo".

- La paura e l'odio che "continuano a radicarsi nel cuore degli uomini", come scrivevano i Premi Nobel per la Pace dopo l'attentato alle Torri gemelle, quando invitavano in un loro appello a non perseguire le strade della ritorsione e  della guerra: "La risposta degli Stati Uniti e dei suoi alleati non dovrebbe essere guidata da un cieco desiderio di vendetta quanto piuttosto da una rinnovata determinazione a lavorare per un mondo pacifico e giusto. L'unico grande male che deve essere combattuto non e' un gruppo di persone o un altro quanto piuttosto la paura e l'odio che continuano a radicarsi nei cuori degli uomini".

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Lavorare concretamente, in un impegno costante a diversi livelli

- Educativo, per far crescere una cultura della pace e della nonviolenza a partire dai rapporti quotidiani, che sappia interagire con le zone d'ombra presenti negli individui e nelle societa', per prendere coscienza del "nemico" dentro di noi, delle ombre presenti nelle nostre societa', della tentazione del male con la quale fare i conti, non rimuovendolo, o proiettandolo su un "nemico" esterno, ma portandolo alla luce, riconoscendolo e trasformandolo. Credo sia questo il cuore dell'educazione alla pace a livello personale.

- Culturale, di presa di coscienza individuale e collettiva della necessita' di cambiamento nelle nostre scelte quotidiane, nei nostri stili di vita e di relazione.

- Politico, per una partecipazione diretta e attiva, dal basso, che sappia esprimere una nuova democrazia, per sostanziare istituzioni democratiche svuotate dal monopolio dell'informazione, dalla personalizzazione della politica, dal prevalere di modelli fondati sull'apparire e sul potere del denaro. La prima marcia Perugia-Assisi organizzata nel 1961 da Aldo Capitini e' stata questo. Capitinianamente: potere dal basso, prendere in mano il proprio destino, dire no in prima persona, operare delle scelte personali di dissociazione, di obiezione di coscienza, non collaborare con il sistema che uccide, per superarlo. Cosi' sono nati i movimenti per l'obiezione di coscienza al servizio militare, alle spese militari ecc.

- Elaborazione di progetti politici di difesa alternativa: invece del sistema di difesa armato, la Difesa Popolare Nonviolenta, i Corpi Civili di Pace, sul modello del progetto presentato da Alex Langer al Parlamento Europeo. Cio' comporterebbe il finanziamento e la creazione di una istituzione, i Corpi Civili di Pace, appunto, appositamente formata e predisposta ad intervenire in situazioni di conflitto, sia nel momento della prevenzione, quando la fase acuta del conflitto puo' essere evitata, sia con interventi adeguati di mediazione e trasformazione nonviolenta, quando il conflitto e' in corso. Si puo' anche prevedere una sorta di "Polizia internazionale" che possa  impiegare una forza coercitiva, ove necessaria per la tutela dei civili, ma con un effettivo ruolo di polizia, sotto precisa regolamentazione internazionale. La polizia non e' l'esercito; come all'interno di uno stato il corpo di polizia e' una istituzione volta alla tutela del cittadino e dell'ordine democratico, che puo' impiegare la forza ma mai la violenza gratuita (e quando cio' accade e' una distorsione che va sanzionata), cosi' a livello internazionale una cosa e' avere una simile istituzione, un'altra e' usare gli eserciti per intervenire in modo indiscriminato con mezzi militari.

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Ecco, il cinquantesimo anniversario della prima Marcia per la pace ci ricorda tutto questo e ci impegna a perseguire questi obiettivi con un lavoro quotidiano, a partire da se', da qui e da ora, perche' le mete si raggiungono un passo dopo l'altro, fino al traguardo.

 

3. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: SENZA SCAMPO

[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo originariamente pubblicato su "Gli altri" del 2 settembre 2011.

Lea Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista "L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis", e' impegnata nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne. Tra le opere di Lea Melandri segnaliamo particolarmente L'infamia originaria, L'erba voglio, Milano 1977, Manifestolibri, Roma 1997; Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988, Bollati Boringhieri, Torino 2002; Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralita' indicibile, Franco Angeli, Milano 2000; Le passioni del corpo, Bollati Boringhieri, Torino 2001; Amore e violenza, Bollati Boringhieri, Torino 2011. Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni: L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997); Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991; La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000; Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato, insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista, Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]

 

Ci sono tanti modi non cruenti per uccidere una persona. Si puo' portarla alla disperazione, sbarrarle ogni via d'uscita da una vita infernale, metterla rovinosamente contro se stessa tanto da indurla alla decisione di "chiudere la sua esistenza col suicidio".

E' questa espressione raggelante, nella sua formalita' quasi notarile, che si legge nella "dichiarazione" dei genitori di Maria Concetta Cacciola rilasciata subito dopo la tragica morte della figlia, a far nascere dubbi, interrogativi, intorno a una vicenda che si presenta apparentemente chiara, corredata com'e' di documenti e "spiegazioni" pubbliche da parte dei protagonisti stessi.

Quando a farsi collaboratrice di giustizia e' una giovane donna che i genitori dichiarano di aver "assistito e mantenuto", assieme ai suoi tre figli, "sin dalla nascita in condizione di massima agiatezza economica e soprattutto amorevole e affettiva", e quando i presunti colpevoli sono i suoi famigliari piu' intimi, un padre e un fratello, e' inevitabile che le ragioni "personali" finiscano per mettere in ombra o per cancellare le implicazioni che attengono alla sfera pubblica: la giustizia, la legge, lo Stato, l'etica collettiva.

Nel suo commento su "Calabria Ora", Piero Sansonetti si chiede - precisando che si tratta di una domanda non facile e di risposta non scontata - "se e' giusto infischiarsene della condizione umana delle persone, per ottenere risultati sul piano della affermazione della giustizia contro la mafia", "se c'e' sostanza etica nello spingere una figlia ad accusare un padre non per reati commessi contro di lei".

In questo aspetto "cinico", indifferente alle condizioni psicologiche di chi si ha di fronte, non c'e' dubbio che la macchina dello Stato sconta la separazione millenaria dalla "persona", dalle condizioni esistenziali profonde, spesso inconsapevoli, che stanno dietro le sue scelte, cosi' come la mancanza di una cultura politica capace di vedere l'intreccio che annoda da sempre il rapporto di potere tra i sessi, all'interno della famiglia, e le forme piu' diverse di potere che attraversano la societa' e le istituzioni pubbliche.

Le eventuali forzature da parte di carabinieri e magistrati possono essere fatte oggetto di indagine e punite come meritano; molto piu' difficile e' spostare l'attenzione sulla violenza, gli abusi di potere, gli inganni psicologici, le armi sottili della dipendenza affettiva e il peso della solitudine, che passano da sempre inosservati o ritenuti trascurabili nel chiuso delle case e delle famiglie.

Appartengono a questa zona d'ombra i passaggi piu' inquietanti della tragica morte di Maria Concetta. Innanzi tutto lo scarto evidente, quanto a lucidita', intelligenza di se', desiderio di liberta' e volonta' di cambiamento, tra la lettera alla madre del maggio 2011 e la registrazione - quanto spontanea o indotta? - "lasciata in casa", si suppone a suoi famigliari, pochi giorni prima del suicidio. Sono trascorsi solo tre mesi, ma segnati violentemente da quali e quante "torture" psicologiche, sentimenti contrastanti e condizionamenti intrecciati da parte di due massime autorita', come la famiglia e lo Stato? Se e' impossibile valutare dall'esterno quanto profondo fosse "lo stato psico-depressivo" di Concetta, non altrettanto si puo' dire del quadro esistenziale che emerge impietoso dai "documenti" offerti all'opinione pubblica per evitare, come scrivono il padre e la madre, "equivoci" e "strumentalizzazioni".

Tra il primo scritto - la lettera alla madre - e i due documenti successivi - il racconto "viva voce" della donna sui passaggi essenziali della sua messa sotto protezione e la dichiarazione dei genitori a morte avvenuta -, la perdita di padronanza di se', la resa a un potere maschile che sa usare le mani quanto il ricatto economico ed affettivo, e il silenzio complice di una madre, sono quasi palpabili.

Con passione e lucidita', Concetta descrive il suo dolore di figlia che ha cercato e ancora cerca inutilmente il sostegno della donna che l'ha generata e che e' piu' simile a lei per sorte, la delusione per aver inseguito "un po' di liberta'" in un matrimonio precoce rivelatosi un altro inferno, la preoccupazione di riservare ai suoi figli "gli spazi" e l'affetto che a lei sono mancati, la consapevolezza della solitudine a cui sarebbe andata incontro per aver gettato "vergogna" sulla famiglia, il desiderio di "capire come trovare la pace in se stessa". Sugli uomini di casa, da cui ha deciso di prendere distanza, solo un accenno velato ma forte abbastanza per lasciare intendere le loro colpe. "Non lasciarli a loro", dice dei figli, "non sono degni di loro, di nessuno". Di quali colpe sta parlando? Sicuramente si riferisce ai maltrattamenti che ha subito all'interno della famiglia, ma anche ai reati, veri o ritenuti tali, per cui ha deciso di denunciarli.

Nelle due ricostruzioni successive, lo sguardo giudicante e' ormai uno solo, quello della famiglia d'origine: incerta, quasi balbettante, la "viva voce" di Concetta, perentoria, ufficiale, composta quanto serve a riconquistare consenso pubblico, la dichiarazione del padre e della madre. La vicenda che ha interessato la giustizia scompare dietro un quadro in cui si danno esclusivamente condizioni personali e rapporti famigliari.

Quasi con le stesse parole, il padre, la madre, la figlia riportata a casa, parlano di "disagio famigliare e patologico", di "rabbia" contro genitori che "non facevano uscire", "alzavano le mani", impedivano amicizie, e a cui di conseguenza si voleva "farla pagare", di forzature e invenzioni suggerite con l'inganno dalla polizia o peggio ancora, dette "per ingraziarsi le simpatie dei magistrati". La sofferenza personale, la violenza subita, diventano "debolezza psicologica", "scene di ordinaria e naturale gelosia", la collaborazione con la giustizia solo un espediente "allo scopo di andare via di casa". Quasi ossessivamente, come se dovesse convincere se stessa, Concetta ripete nella sua registrazione: "ero arrabbiata, volevo farla pagare, per rabbia dicevo cose che non c'erano", "avevo problemi in famiglia".

L'orizzonte intravisto di una "liberazione", di una "vita migliore" e di "un po' di pace" e' ormai diventato anche per lei solo il subdolo inganno di uno Stato ostile alla famiglia, da cui difendere le giovani donne che possono essere "rapite e violentate psicologicamente".

A testimonianza di un desiderio e di una volonta' propria restano solo pensieri frammentari, quasi sfuggiti al controllo, e contraddizioni evidenti tra quello che viene descritto come uno stato di "serenita'" e tranquillita' ritrovata in famiglia, e il suicidio a pochi giorni di distanza. Dopo una breve sosta a Reggio Emilia, sulla macchina dei famigliari che dovrebbero riportarla a casa, benche' dichiari di aver capito che il padre l'aveva "gia' perdonata" e che la paura di tornare in Calabria non riguardava lui ma il paese, Concetta decide "di sua spontanea volonta'" di mettersi nuovamente sotto la protezione dei carabinieri e di andare con loro a Genova.

L'inimicizia tra Stato e famiglia, se pesa ugualmente su ogni individuo, stretto tra poteri e forme diverse di controllo e dipendenza, per una donna diventa in molti casi la condizione senza scampo di chi non ha un luogo proprio ne' dall'una ne' dall'altra parte.

 

4. LIBRI. ROBERTA YASMINE CATALANO PRESENTA "VOLEVO ESSERE UNA FARFALLA" DI MICHELA MARZANO

[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) col titolo "'Volevo essere una farfalla', di Michela Marzano. Una filosofa racconta di come l'anoressia le abbia insegnato a vivere".

Su Roberta Yasmine Catalano dal sito www.robertayasminecatalano.it riprendiamo la seguente notizia biografica: "Yasmine Roberta Catalano e' nata nel 1975 a Roma. Di origine libanese, e' maghrebina nell'anima. Ha vissuto quindici anni in Marocco ed e' poi tornata a Roma dove si e' laureata in Letterature comparate. Collabora con diverse case editrici. Ha tradotto testi, pubblicato recensioni e saggi su numerose riviste letterarie. Ha vinto tre premi letterari giovanili".

Su Michela Marzano dalla Wikipedia estraiamo la seguente scheda: "Maria Michela Marzano (Roma, 20 agosto 1970) e' una filosofa e docente italiana, residente in Francia. Nata nel 1970 a Roma, ha studiato all'universita' di Pisa e alla Scuola Normale Superiore. Dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è diventata docente all'Università di Parigi V (Rene' Descartes), dove è attualmente professore ordinario. Autrice di numerosi saggi e articoli di filosofia morale e politica, ha curato il "Dictionnaire du corps" (Puf, 2007). Si occupa di filosofia morale e politica e in particolar modo del posto che occupa al giorno d'oggi l'essere umano, in quanto essere carnale. L'analisi della fragilità della condizione umana rappresenta il punto di partenza delle sue ricerche e delle sue riflessioni filosofiche. Ambiti di ricerca: il corpo umano e il suo statuto etico; etica sessuale; etica medica; aspetti teorici del ragionamento morale e delle norme e dei valori che possono giustificare una condotta. Bibliografia: a) in francese: Penser le corps, Presses universitaires de France 2002; La fidelite' ou l'amour a' vif, Hachette 2005; Alice au pays du porno (con Claude Rozier), Ramsay 2005; Le Corps: Films X : Y jouer ou y etre, entretien avec Ovidie, Autrement 2005; Je consens, donc je suis... Ethique de l'autonomie, Puf 2006; Malaise dans la sexualite', J.C. Lattes 2006; La philosophie du corps, Puf 2007; Dictionnaire du corps, Puf 2007; La mort spectacle, Gallimard 2007; La pornographie ou l'epuisement du desir, Buchet-Chastel, 2003, Hachette 2003, 2007; L'ethique appliquee, Puf 2008; Extension du domaine de la manipulation, de l'entreprise a' la vie privee, Grasset et Fasquelle 2008; Visage de la peur, Puf 2009; Le Fascisme. Un encombrant retour?, Larousse 2009). b) in italiano: Straniero nel corpo. La passione e gli intrighi della ragione. Milano, Giuffre' Editore, 2004; Estensione del dominio della manipolazione. Dalla azienda alla vita privata. Milano, Mondadori, 2009; Critica delle nuove schiavitu'. Lecce, Pensa MultiMedia, 2009 (con Yves Charles Zarka e Christian Delacampagne); Sii bella e stai zitta. Perche' l'Italia di oggi offende le donne, Milano Mondadori, 2010; La filosofia del corpo, Il Melangolo, 2010; Etica oggi. Fecondazione eterologa, "guerra giusta", nuova morale sessuale e altre questioni contemporanee, Edizioni Erickson, 2011"]

 

Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori, Milano 2011, pp. 210, euro 17,50.

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Alzi la mano chi non ha sudato sette camicie sui libri di filosofia, tra profondi entusiasmi e terribili scoraggiamenti. Puo' capitare tuttavia di riavvicinarsi a una delle piu' ostiche materie scolastiche grazie a una brillante filosofa, che scrive libri illuminanti e accattivanti. Michela Marzano e' una giovane filosofa italiana che vive e insegna in Francia. Mentre cercavo approfondimenti per un lavoro sulle donne, ho incontrato il suo notevole Sii bella e stai zitta, divorandolo tutto d'un fiato. Poi e' stata la volta di Della fedelta' o il vero amore, anche qui una piacevolissima sorpresa. E ho pensato che non avrebbe potuto stupirmi di piu'. Mi sbagliavo. Avevo appena terminato di leggere il suo pensiero sulla fedelta', quando e' uscito Volevo essere una farfalla. Come l'anoressia mi ha insegnato a vivere. Mi chiedevo se sarebbe riuscita a trattare un argomento cosi' delicato e difficile e doloroso con la stessa nitidezza di pensiero, con la stessa lucida semplicita'. Ci e' riuscita.

Credo di aver letto quasi tutti i libri sui disturbi alimentari e mi incuriosiva lo sguardo di una filosofa. Ho trovato lo sguardo di una donna. Che ha avuto un coraggio ragguardevole. Perche' non e' facile dire "anch'io". Perche' i panni sporchi si lavano in casa e c'e' sempre qualcuno pronto a ricordartelo. Perche' mostrare le proprie debolezze significa mettersi a nudo, esporsi allo sguardo altrui che spesso e' uno sguardo giudicante.

Il libro catapulta immediatamente dentro il cuore del problema: "Nel bene come nel male, non riesco a non essere eccessiva... Se c'e' un termine che mi definisce veramente e' 'troppo'. Mi innamoro troppo. Mi appassiono troppo. Mi stanco troppo. Mi arrabbio troppo". E riconoscersi da' gia' le vertigini. Fino alla tregua: "Ormai so che, prima o poi, passera'. Non rispondere al telefono. Non accendere il computer. Non parlare. Non muovermi. Non fare nulla". L'unica soluzione possibile quando il cavallone si annuncia, arriva e ti travolge. Perche' "quando si soffre, si e' soli. E' come se l'altro percepisse il dolore da lontano e volesse proteggersene. Lo sente, ma lo nega. Se ne allontana. Torna al proprio lavoro. (...) Soprattutto quando non riesce a capire cosa succede, quelle lacrime improvvise, quel brusco 'non e' niente', quella paura che si spalanca...". E poi l'importanza dello sguardo altrui, perche' essere visti significa esistere, significa non essere trasparenti. E i sogni, che sono sempre incubi. E quel momento, perche' c'e' sempre quel momento, in cui tutto si spezza e, inesorabilmente, "nessuno si accorge di nulla". E allora ecco la fame, ma "la fame non e' appetito (...). La fame puo' anche essere una lotta. Un tira e molla quotidiano. Una sfida".

Bambine diligenti. Ragazze e donne perfette. Che si adattano a tutto. Accomunate dalla negazione di qualsiasi forma di debolezza, "come se non si avesse il diritto di esistere, ci si scusasse di 'occupare' un po' di spazio, si supplicasse il permesso di 'essere'...". "Se sta bene agli altri allora sta bene anche a me!". "Tutto pur di non 'pesare' sugli altri". E' tutta questione di volonta', perche' "ci vuole una forza di volonta' sovrumana per non mangiare, nonostante la fame. Ci vuole una forza di volonta' sovrumana per non 'cedere', anche quando si muore di freddo". Perche' imparare a dire no alla vita significa imparare a dire no al dolore, controllare tutto, annullare le emozioni, fino a non sentire piu' male, fino a non sentire piu' niente, e galleggiare sull'onnipotenza. "Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai piu' avuto bisogno di nessuno". Sbriciolare il passato, vomitare la rabbia, punirsi per essere sporche, sporche perche' non si e' state capaci di difendersi, complici, comunque colpevoli. Del resto, se lo sguardo degli altri non ha visto, non e' accaduto nulla. Raccogliamo veloci le briciole e buttiamole sotto il tappeto, che' li' forse non le vedra' nessuno.

Un libro importante, necessario. Anche per infrangere tabu' e disinformazione: "Basta allora con tutti questi luoghi comuni che dicono che 'le anoressiche' rifiutano il mondo, mentre le 'bulimiche' si lascerebbero andare al magma delle pulsioni! Non esistono le anoressiche e le bulimiche. Esistono solo tante persone che utilizzano il cibo per dire qualcosa. Che non sanno piu' bene come e quando 'aprirsi' o 'chiudersi' al mondo". E ancora, "ma perche' attaccarsi a questo maledetto sintomo e cercare a tutti i costi di far entrare tutte coloro che ne soffrono nello stesso schema? Perche' non ascoltare quello che ognuno dice, cerca, rivendica, supplica?".

"L'anoressia porta allo scoperto quello che non va nel profondo. E' un'occasione per mettere un po' tutto in discussione. Ma e' anche una protezione. Che mette a distanza la disperazione. Che contiene il magma che si agita all'interno". Ma attenzione, riprendere a mangiare non significa essere guariti: "Allora non basta ricominciare a mangiare. Non basta smettere di vomitare. (...) Niente cambia se non si scava dentro, profondamente, dove fa piu' male. (...) Si deve solo capire che non e' tanto il 'sintomo' che fa soffrire, ma la sofferenza che si trasforma in sintomo. Per negoziare con la realta' il prezzo della propria liberta'. Anche se le ferite non si cancellano mai". La ricetta e' tutta li': smettere di fingere che vada tutto bene. Abbandonare il maledetto "come se". Ed e' gia' rivoluzione. E allora parlare, scrivere, denudarsi, perche' "certe cose non esistono veramente finche' non vengono raccontate. (...) Perche' ci vuole un coraggio immenso per smetterla di soffrire".

Nella storia delle persone che soffrono di disturbi alimentari, c'e' sempre un genitore che per proteggersi ha scelto l'anaffettivita', o la considerazione spasmodica di cosa dira' la gente, o le regole imposte senza via di scampo, e allora bisogna essere figlie irreprensibili, corrispondere perfettamente a quel modello. Spesso sono le madri. Qui c'e' un padre, che commette l'errore piu' grave, e cosi' dannatamente frequente: non mettersi mai in discussione. Che poi e' l'ennesimo modo di fare "come se", come se fosse giusto, come se fosse normale, come se fosse naturale. E allora si scatena l'esercito dei "se": se riuscissi a dirglielo, se potessi spiegarglielo, se solo fossi in grado di parlargliene. Sono storie in cui e' evidente che qualcosa non ha funzionato. "E' chiaro che c'e' stato un non-amore". L'unico modo per uscirne e' partire da li'. Scardinarlo, fotografarlo, dirlo e ridirlo, raccontarlo per esorcizzarlo. E infine perdonarsi, per perdonarlo.

La cosa più difficile e' far capire agli altri, quando apparentemente non ci sono segni, quando sembra che vada tutto bene. "Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilita'. Una famiglia, degli amici, dei diplomi. (...) per gli altri sei tu all'origine del tuo male". E quant'e' difficile spiegare, soprattutto quando non se ne ha alcuna voglia. Dire l'abisso, le tenebre, la paura di uscire, la sensazione di non valere nulla, l'ossessione, la disperazione, il terrore di non essere accettati, un dolore legato all'infanzia che all'improvviso ricompare, a tradimento, come un rigurgito violento, e "in quei momenti, non e' la morte che fa paura. E' la vita".

Si puo' guarire. Si puo' usare quest'esperienza atroce per imparare a vivere. Imparando a dire no. Usando il fermo immagine e indugiandoci davanti: osservare, prendere tempo, spegnere tutto e riposare il motore. Azzerare. Accettare di commettere il peccato mortale di perdere tempo. Si puo' fare. Ma, soprattutto, "smettere di voler riparare il passato".

Michela Marzano ci fa attraversare frammenti di dolore indicibile, laddove piangere non e' concesso, dove il dolore e' classificato come malattia mentale. E lo fa in punta di piedi, dicendo solo poco, piccoli flash, che' tanto non c'e' bisogno di dire altro, si respira tutta la disperazione.

La Marzano analizza anche la relazione amorosa, l'innamoramento, il difficile equilibrio, la necessita' di aprirsi, di confrontarsi, "perche' per amare bisognerebbe potersi abbandonare". Perche' gli amori impossibili non sono veri amori.

Ma anche l'importanza della psicoterapia, la difficolta' di lasciarsi andare, di analizzare e rianalizzare. Risalire al momento in cui si e' smesso di mangiare per dire no a tutti, "smettere di mangiare per far capire una buona volta per tutte a quella bambina che doveva smetterla di chiamare. Tanto nessuno le avrebbe mai risposto".

Infine, la filosofa ci offre la preziosa occasione di comprendere la difficolta' di vivere e scrivere in due lingue, "perche' non basta sapere come si dice qualcosa. Bisogna trovare la sfumatura giusta. Spezzare la distanza che esiste tra la parola e la cosa. Scivolare nei segni. Riuscire ad abitarli. Cambiare i gesti che li accompagnano". Fa pensare allo splendido Amour bilingue di Abdelkebir Khatibi, dove l'autore si innamora in una lingua e si disinnamora in un'altra. Quando vivere in due lingue significa vivere due vite, scindersi in due, col rischio di perdersi. Sembrano cose semplici, ma non lo sono affatto. Come dire "ama il prossimo tuo come te stesso": come la mettiamo con quel "come te stesso"? Perche' la cosa piu' difficile non e' amare il prossimo, ma amare se stessi.

Questo non e' solo un libro sull'anoressia. E' un viaggio che partendo da li' attraversa il male di vivere, i conti col quotidiano, la vita. "La vita non e' meravigliosa. E' difficile, piena di inceppi, faticosa. Talvolta anche deludente. Ma e' un'avventura... E allora capita anche di essere felici". Bisogna imparare a stare bene, anche se nessuno ce lo insegna. Capire cosa ci piace e darci il permesso di farlo. Di desiderarlo. Imparare la gioia, abdicare a essa. "Stare di fronte alla montagna e decidere di non scalarla. (...) E non fare altro che ascoltare il passo delle nuvole sul prato". Imparare a dire di no agli altri che non significa dire di no a noi stessi. Perdonarci. Per amarci. Finalmente.

 

5. LIBRI. LUCIANA PERCOVICH PRESENTA "QUANDO DIO ERA UNA DONNA" DI MERLIN STONE

[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it) riprendiamo la seguente recensione.

Luciana Percovich, saggista, docente e ricercatrice della Libera Universita' delle donne di Milano (del cui comitato di gestione fa parte); ha diretto la collana di saggistica "Il Vaso di Pandora" per La Salamandra edizioni, cura la collana di storia, mito e spiritualita' femminile "Le Civette/Saggi" per l'Editrice Venexia; ha collaborato con La Tartaruga edizioni e con diverse riviste, tra cui "Fluttuaria", "Lapis", "Madreperla", "Memoria", "Orsaminore", "Reti", "Sottosopra"; suoi saggi sono apparsi anche in vari volumi collettanei, tra cui Verso il luogo delle origini, La Tartaruga, Milano 1992; Donne del Nord / donne del Sud, Angeli, Milano 1994; Figuras de la madre, Catedra, Madrid 1996; e' autrice e curatrice di vari volumi. Su Luciana Percovich dal sito della Libera universita' delle donne di Milano riprendiamo la seguente scheda: "Attiva nel movimento delle donne dall'inizio degli anni Settanta (Movimento per una medicina delle donne, Libreria delle donne di via Dogana), ha tenuto numerosi corsi per la Libera Universita' delle Donne di Milano, diretto collane di saggistica e scritto su varie riviste occupandosi di medicina delle donne, scienza, antropologia, mitologia e spiritualita' femminile. Attualmente cura la collana Le Civette/Saggi per l'Editrice Venexia. Tra le pubblicazioni, i saggi apparsi su Orsaminore, Reti, Lapis, Fluttuaria, Madreperla; le dispense dei corsi tenuti per la Libera Universita' delle donne (Passaggi, Momenti della costruzione di se', 1993; Guerre che non ho visto: sull'aggressivita' femminile, 1995; Islam e islamismo: ne parlano le donne,1996; La rivoluzione Cyber, Nuove reti di Donne, 1997; Donne, Medicina, Scienza, 1998; Mitologie del Divino: Immagini del Sacro femminile, 2000; Storie di Creazione: Immagini del Sacro femminile, 2001; Mito-Archeologia d'Europa: Immagini del Sacro femminile, 2002; Il viaggio metapatriarcale di Mary Daly, 2003); e i volumi: Posizioni amorali e relazioni etiche, Melusine, 1993 (tradotto in Figuras de la madre, Madrid, 1996); La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta, Fondazione Badaracco/Franco Angeli, 2005; Oscure Madri Splendenti. Le radici del sacro e delle religioni, Venexia, 2007; Colei che da' la vita, Colei che da' la forma. Miti di creazione femminili, Venexia, 2009. Ha curato l'edizione italiana di I sentieri dei sogni. La religione degli aborigeni dell'Australia Centrale, Mimesis,1997. Nel sito www.universitadelledonne.it cura la rubrica "Mito e Religioni".

Merlin Stone (1931-2011) e' stata scrittrice, scultrice, docente di arte e storia dell'arte. Tra le sue opere: The Paradise Papers: The Suppression of Women's Rites; When God Was a Woman; Ancient Mirrors of Womanhood; Ancient Mirrors of Womanhood, Volume 2; 3000 Years of Racism. In italiano: Quando dio era una donna, Venexia, 2011]

 

Merlin Stone, Quando dio era una donna, Venexia, 2011, pp. 250, euro 22.

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When God was a Woman, "la storia della soppressione dei riti femminili", viene pubblicato negli Stati Uniti nel 1978, ma due anni prima, nel 1976, era gia' uscito in Inghilterra, presso la casa editrice femminista indipendente Virago Press, con il titolo The Paradise Papers (Le carte del paradiso).

Alcune altre date di titoli che appartengono allo stesso filone di ricerca, sviluppatosi tra Stati Uniti e Gran Bretagna e pubblicati nello stesso periodo, forniscono la cornice entro cui va collocato questo straordinario libro di Merlin Stone, che soltanto adesso, con oltre trent'anni di ritardo, viene tradotto in Italia: antesignano fu il libro di Raphael Patai, The Hebrew Goddess (La dea degli ebrei), che ebbe le sue prime due stampe nel 1967 e nel 1978. Quindi The First Sex (Il primo sesso), di Elizabeth Gould Davis, nel 1971; e, a concludere il decennio, Womanspirit Rising. A Feminist reader (Il risorgere della spiritualita' delle donne. Un compendio femminista), curato da Carol P. Christ e Judith Plaskow, nel 1979, testo che riunisce le migliori teste pensanti del movimento delle donne statunitense in campo teologico, e infine Unspoken Worlds. Women Religious Lives in Non-Western Cultures (I mondi mai detti: la vita religiosa delle donne nelle culture non occidentali), suo equivalente antropologico, curato da Nancy A. Falk e Rita M. Gross, nel 1980.

Tra il 1968 e il 1980 Marija Gimbutas sta conducendo le sue campagne di scavi archeologici in Europa e pubblicando i suoi primi studi sull'eta' del bronzo; nel 1974 viene pubblicato The Gods and Goddesses of Old Europe. 7000 to 3500 B.C.: Myths, Legends and Cult images, mentre per Il Linguaggio della Dea bisognera' aspettare il 1989.

Da un lato quindi la rivoluzionaria ricerca di Merlin Stone si colloca nel pieno della fase incandescente del nuovo femminismo che, anche se in maniera meno nota alla maggioranza delle donne piu' attratte da approcci psico-socio-politici, nutre al suo interno il seme potente della spiritualita' femminile e lo scandaglio nella storia remota delle civilta' umane, allo scopo di creare una prima mappatura del materiale rimosso che si colloca prima della Storia. Dall'altro, si basa per necessita' quasi esclusivamente sul lavoro di rari accademici maschi che, specialmente in campo archeologico, non hanno potuto non imbattersi in inquietanti vestigia di una storia mai narrata, straripante di presenza femminile. "E' sconvolgente accorgersi di quanto poco sia stato scritto sulle divinita' femminili venerate nelle piu' antiche civilta' umane, cosi' com'e' esasperante dover constatare che anche lo scarso materiale esistente e' stato quasi totalmente ignorato tanto dalla letteratura popolare, quanto dalla cultura generale".

E questo suo primo lavoro diventa subito il pilastro di riferimento, la prua che apre una nuova rotta tra quei detriti del passato considerati dalle caste di bramini di ogni latitudine di scarsa o nessuna importanza. Perche' Merlin Stone va dritta al cuore del problema, puntando all'origine prima della secondarieta' e dell'oppressione delle donne e individuando nella nascita del pensiero religioso giudaico-cristiano il nucleo radiante che, come piu' volte afferma nel corso dei capitoli, arriva pienamente al presente, condizionando la formazione psichica e culturale di tutti e tutte, anche di quante/i si sono staccate/i da qualsiasi pratica religiosa o se ne ritengono immuni, dato che permeano capillarmente, come presupposti taciti e impliciti, ogni forma di pensiero e di organizzazione sociale, culturale e politica, non certo solo l'ambito religioso. "La teologia e', in ultima analisi, politica".

Con implacabile lucidita', simile a quella di Mary Daly, teologa e filosofa radicale femminista che pubblica i suoi primi testi negli stessi anni, ma con uno stile molto piu' piano e a tratti solo lievemente ironico quando il dolore si fa troppo forte, elenca e accosta miriadi di frammenti emersi da scavi e documenti del Vicino e Medio Oriente e raccolti da studiosi al di sopra di ogni sospetto di ideologia femminista. In tal modo costruisce una sorta di stringente istruttoria giudiziaria, basata su prove materiali che mostrano lo smembramento della dea e la nascita del potere patriarcale che prende lentamente il posto, soppiantandole con modalita' cruente e insistenti, delle societa' e culture di tipo matriarcale, risalenti alle prime forme di organizzazione sociale umana e di pensiero religioso.

Un processo che tra la Mesopotamia e il Mediterraneo tocca il suo culmine tra il 2000 e il 1000 a.c., portando a quella trasformazione delle forme di vita aggregata e dell'immaginario che arriva fino al nostro presente. Perche' all'inizio, invece, ovunque e in forme ormai mature la' dove venne alla luce il padre di tutti i monoteismi androcratici, la dea era donna, si venerava nel corpo di una donna. Obiettivo, allora come oggi, inculcare la credenza che l'origine e il fine ultimo della creazione umana e' un dio maschio senza corpo, geloso, rabbioso, epitome di una sola parte dell'umano e maestro di contenimento e distruzione dell'altra.

Potra' non esserci identita' di vedute sull'origine dei popoli guerrieri, alla cui comparsa nel mondo mediterraneo e piu' ampiamente pelasgico (esplorato, tra gli altri, da Momolina Marconi) si innesca il meccanismo di trasformazione tra la penisola anatolica, l'Egitto e la Mesopotamia (questa e' l'area geografica da lei presa in esame in questo libro, mentre nel successivo, Ancient Mirrors of Womanhood pubblicato solo tre anni dopo, nel 1979, spaziera' in tutti i continenti). Secondo Merlin Stone si tratta infatti di popoli del Nord, che lei vede come discendenti delle culture maglemosiana e kunda del neolitico nordeuropeo; c'e' un solo accenno alla teoria dei Kurgan che Gimbutas stava elaborando in quello stesso periodo, e che sposta la loro area di provenienza nelle steppe tra il Caucaso e gli Urali. Ma le modalita' e i risultati che questa migrazione porta nel raffinato mondo mediterraneo e mesopotamico orientato al femminile sono gli stessi.

La requisitoria culmina verso la fine del libro, nel capitolo X, dedicato alla decostruzione del mito fondante il patriarcato occidentale, il mito di Adamo ed Eva. "Un gesto 'mitico' del passato, le cui conseguenze durano nel presente", "l'invenzione di una giustificazione" avvenuta in "tempi antichi che non sono poi cosi' lontani come potremmo immaginare o preferiremmo credere".

Se oggi siamo in grado di comprendere e articolare meglio il senso di concetti come religione, sacro, divino quando vengano declinati al femminile e se nutriamo non pochi dubbi sull'interpretazione letterale, di fonte maschile, dell'Uccisione del Re per un anno, quando Merlin Stone affronta il tema della cosiddetta Prostituzione Sacra e la visione sottesa della sessualita' e della liberta' delle donne, suffragata dalle testimonianze scritte dei diritti civili di cui un tempo godevano le donne, ci troviamo davanti a un tema e a un approccio molto convincenti.

Stone lesse il libro di R. Patai solo nel 1978, come racconta nell'introduzione alla nuova edizione ampliata di The Hebrew Goddess, nel 1990, in cui scrive: "Se avessi conosciuto The Hebrew Goddess durante gli anni della mia ricerca, avrei risparmiato molto tempo e molta fatica", ed esprime il suo apprezzamento per questo libro in cui, con meticolosa ermeneutica, Patai ricostruisce la presenza persistente della dea nei territori che diventeranno i due regni di Giuda e Israele, nel tempio stesso di Gerusalemme oltre che in numerosi passaggi della Bibbia: e tuttavia la dea ebrea, l'asherah, occupa in questo testo la stessa centralita' illuminante.

A questo proposito, due sono gli elementi di originalita' della Stone: la connessione che individua tra i Leviti e i Luviti, un clan di guerrieri indoeuropei spintosi e insediatosi nel sud-est dell'Anatolia, che dara' forma al regno ittita e che, incontrandosi poco piu' a sud con le tribu' semite, diventera' la casta sacerdotale di Yahweh, i Leviti appunto, simili sotto molti aspetti a quella dei brahmini in India. In questo incontro esplosivo tra elementi indoeuropei e semiti si forgia, secondo l'autrice, il nocciolo duro dell'ideologia religiosa e della politica androcratica che ha governato e devastato prima le donne e poi l'intero pianeta, dilagando, attraverso la sua filiazione cristiana, in tutti i continenti e travolgendo sul suo cammino ogni civilta' altra. E, come secondo elemento, il collegamento stretto che Stone individua, fuori da ogni esitazione metodologica, tra visione del sacro, religione e ordinamento sociale. Puntualmente annota le corrispondenze tra l'addomesticamento sessuale violento e la perdita di status economico, familiare e religioso. "Proprio come le antichissime usanze matriarcali... dovettero cedere il passo alla graduale ascesa degli uomini, un analogo mutamento ebbe luogo tra le divinita'".

La resistenza delle donne e' stata forte, la persistenza dell'immaginario divino femminile altrettanto, ma i massacri reiterati hanno infine avuto la meglio in Canaan e da li', come un'infezione, si sono propagati nello spazio limitrofo fino ad abbracciare il mondo intero; e nel tempo, attraverso "episodi" piu' o meno fedelmente registrati dalla Storia, che vanno da Ipazia ai Secoli dei Roghi, fino al XIX secolo, quando le donne hanno cominciato la lenta ripresa di coscienza, trovando il coraggio di nominare la fonte dell'oppressione e della minorita' economica e politica. Alla prima conferenza sui diritti delle donne a Seneca Falls, New York, nel 1848, "fu redatta la [prima] Dichiarazione d'Indipendenza delle Donne e, ancora una volta, le donne si opposero pubblicamente alla posizione d'inferiorita' che la Chiesa aveva assegnato loro".

Fanno davvero rabbrividire le citazioni dalla Bibbia che registra a scopo didattico infinite cronache ricche di "morbosa dovizia di particolari raccapriccianti", di "massacri a sangue freddo e carneficine impietose di chi ancora si rifiutava di accettare Yahweh", eseguite "per ordine di Yahweh" e snocciolate dai riveriti profeti: lo smembramento della dea e' passato attraverso l'uccisione dei maschi delle societa' orientate al femminile e alla riduzione in schiavitu' delle femmine. La riduzione in schiavitu' ha giocato e gioca le carte della sessualita' sadica e della riproduzione della vita, come il primo femminismo aveva naturalmente capito, indicando nella repressione della sessualita' la leva del controllo psichico, politico e affettivo delle donne, chiuse in casa come beni mobili in passato o esibite come merce nell'ipocrita liberazione sessuale del presente.

"E' tempo di riportare alla luce la realta' delle antiche religioni femminili, rimaste nascoste troppo a lungo. Grazie alla conoscenza di questa realta' potremmo... spazzare via secoli di confusione, fraintendimenti e occultamento d'informazioni... per aprire finalmente la strada a un riconoscimento piu' realistico delle capacita' e delle potenzialita' di bambini e adulti, femmine o maschi, come semplici esseri umani. Grazie a una migliore comprensione delle origini antiche degli stereotipi odierni, il mito del giardino dell'Eden non potra' piu' perseguitarci".

 

6. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Harriet Beecher Stowe, La capanna dello zio Tom, Rizzoli, Milano 1953, 1977, pp. XXII + 506.

- James Fenimore Cooper, L'ultimo dei Mohicani, Garzanti, Milano 1974, pp. XX + 436.

- Frederick Douglass, Autobiografia di uno schiavo, Savelli, Roma 1978, pp. 224.

- Henry Wadsworth Longfellow, La divina tragedia, Edizioni Paoline, Roma 1966, pp. 190.

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Riedizioni

- Bernard Malamud, I primi sette anni e altri racconti, Il sole 24 ore, Milano 2011, pp. 80, euro 2 (in supplemento al quotidiano "Il sole 24 ore").

 

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

8. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 677 del 13 settembre 2011

 

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it, sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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