Nonviolenza. Femminile plurale. 278



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 278 del primo ottobre 2009

In questo numero:
1. Movimento Nonviolento: 2 ottobre 2009, Giornata internazionale della
nonviolenza. Iniziativa comune del Movimento Nonviolento in ogni regione
d'Italia
2. Anna Bravo: Storie da scoprire, storie da ripensare (parte prima)

1. INIZIATIVE. MOVIMENTO NONVIOLENTO: 2 OTTOBRE 2009, GIORNATA
INTERNAZIONALE DELLA NONVIOLENZA. INIZIATIVA COMUNE DEL MOVIMENTO
NONVIOLENTO IN OGNI REGIONE D'ITALIA
[Dal Movimento Nonviolento (per contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org , sito:
www.nonviolenti.org) riceviamo e diffondiamo]

L'Assemblea generale dell'Onu ha fissato al 2 ottobre di ogni anno la
Giornata internazionale della nonviolenza. La data e' stata scelta in quanto
anniversario della nascita di Gandhi, ispiratore dei movimenti per la pace,
la giustizia, la liberta' di tutto il mondo. In una risoluzione approvata
dai 192 Stati membri dell'Onu, su proposta del governo indiano, l'Assemblea
invita tutti i paesi, organizzazioni e individui a "commemorare questo
giorno per promuovere una cultura della pace, della tolleranza, della
comprensione e della nonviolenza". E' infatti con Gandhi che nasce la
nonviolenza moderna. Certo, essa e' sempre esistita, e' "antica come le
montagne", ma prima del Mahatma era sempre stata intesa come via personale
alla salvezza, come codice individuale, come precetto valido per
l'individuo. E' solo con la straordinaria esperienza gandhiana, prima in
Sudafrica e poi in India, che la nonviolenza diventa politica, strumento
collettivo di liberazione.
La nonviolenza e' stata la vera, grande, unica, rivoluzione del XX secolo.
Le ideologie del Novecento si sono frantumate alla prova della storia, sono
state sepolte nelle tragedie dei campi di sterminio e nei gulag, sono morte
nei massacri della prima e della seconda guerra mondiale.
Solo la nonviolenza resta ad indicare una nuova via. La nonviolenza e' un
mezzo e un fine, e' uno strumento per risolvere i conflitti che la vita ci
presenta, a livello individuale e sociale (poverta', discriminazioni,
esclusioni,  ecc.); la violenza mira a sconfiggere o eliminare l'avversario;
la nonviolenza vuole far emergere la verita' e offrire una via d'uscita per
tutti; preferisce convincere piuttosto che vincere. Non c'e' un nemico da
criminalizzare, ma un avversario da conquistare.
Oggi la vita stessa del pianeta e' a rischio. Crisi ecologica e crisi
belliche rendono il futuro incerto.
Dobbiamo rovesciare il motto "se vuoi la pace prepara la guerra" nel suo
giusto verso "se vuoi la pace prepara la pace", a partire dal ripudio della
guerra e degli strumenti che la rendono possibile: eserciti e armi. Dobbiamo
invertire la rotta, se siamo ancora in tempo. Dobbiamo disarmare, le nostre
menti innanzitutto, per "svuotare gli arsenali e riempire i granai".
In questa occasione il Movimento Nonviolento (fondato da Aldo Capitini, che
ha introdotto in Italia il pensiero ed il metodo di Gandhi), ha promosso una
iniziativa comune nazionale. Tutti gli iscritti, i simpatizzanti, i singoli
amici della nonviolenza, gruppi e centri del Movimento, hanno organizzato
nella propria citta' o nel proprio paese un'iniziativa pubblica: una
presenza in piazza, un banchetto, l'esposizione della nostra bandiera, una
conferenza, una fiaccolata, la distribuzione di un volantino; un'azione che
il 2 ottobre colleghera' idealmente tutte le realta' degli amici della
nonviolenza a livello nazionale. Abbiamo voluto coinvolgere soprattutto le
scuole (dalle elementari ai licei) affinche' presidi ed insegnanti
sensibili, insieme agli studenti, ricordino la figura di Gandhi e affrontino
il tema dell'educazione alla pace. E' stata anche realizzata una diffusione
straordinaria del numero speciale della rivista "Azione nonviolenta",
dedicato all'attualita' del pensiero di Gandhi.
Abbiamo notizie di eventi organizzati in ogni regione italiana, e segnaliamo
un'iniziativa anche in Svizzera...
*
Per informazioni e contatti: Movimento Nonviolento: tel. 0458009803, cell.
3482863190, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org , sito:
www.nonviolenti.org

2. MAESTRE. ANNA BRAVO: STORIE DA SCOPRIRE, STORIE DA RIPENSARE (PARTE
PRIMA)
[Ringraziamo Anna Bravo (per contatti: anna.bravo at iol.it) per averci messo a
disposizione il seguente saggio apparso col titolo "Storie da scoprire,
storie da ripensare" nel fascicolo della rivista "Parolechiave", n. 40,
2009, monografico sulla nonviolenza.
Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha
insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e
genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non
omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni
nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha
diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione
nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Societa' italiana delle
storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza
in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni
culturali. Luminosa figura della nonviolenza in cammino, della forza della
verita'. Opere di Anna Bravo: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli,
Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991;
(con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della
deportazione dall'Italia,  Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone),
In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995,
2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999;
(con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne
nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra
Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia
contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna
2003; A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008]

Quale nonviolenza
Le guerre del novecento e di questi primi anni duemila hanno a tal punto
inverato i timori e gli avvertimenti dei pacifisti che sentirne ventilare di
nuove suona incredibile. L'unica a conservare l'immagine del conflitto
giusto e necessario e' la seconda guerra mondiale. Guerra annunciata e resa
difficilmente evitabile dalla politica di Germania, Italia, Giappone. Guerra
a forte componente ideologica, civilta' contro barbarie, democrazie contro
totalitarismi - una visione cosi' radicata e funzionale che ancora oggi c'e'
chi tende a dimenticare il patto Molotov-Ribbentrop, e ad arruolare
implicitamente fra le democrazie l'Urss del '41-'45.
Dopo gli esiti dello strumento guerra e il crollo incruento dei regimi
all'est, ci si poteva aspettare uno spostamento delle opinioni publiche
verso la nonviolenza, e in parte e' avvenuto. Ma interesse non equivale a
informazione. La nonviolenza rischia il destino di quei classici che tutti
dicono di conoscere senza averli letti, chi di nonviolenza scrive e parla ha
spesso l'impressione di dover ogni volta ricominciare da zero. La si scambia
con una rinuncia ai conflitti, quando e' una politica per gestirli in modo
evoluto; con una pratica per anime belle, capeggiata da esotici visionari,
riservata a societa' con tasso minimo di tensioni interne, o a situazioni in
cui gli avversari pongono alcuni limiti alla propria distruttivita'. Al
contrario, l'India era un paese gremito di contraddizioni, e Gandhi un
leader sperimentato, abile nel negoziare e nell'organizzare grandi scene di
teatro politico da esporre agli occhi del mondo; quanto alla condotta delle
controparti, si da' vita a lotte nonviolente persino nell'Europa sotto
dominio nazista. Invece che un umanesimo dalle molte radici, alcuni vedono
nella nonviolenza un'emanazione esclusiva delle religioni, e nelle religioni
il vecchio oppio dei popoli che Kurt Vonnegut ha reinterpretato cosi': "Come
amico sincero degli oppressi, (Marx) voleva dire che era contento che
avessero qualcosa con cui alleviare almeno un po' le loro pene" (1). Fra i
militanti dei movimenti no global, c'e' chi ha mostrato di considerare la
nonviolenza una modalita' transitoria da impiegare in attesa dello scontro
"vero", oppure una semplice tattica di piazza, mentre implica una
rivoluzione interiore ed esige un apprendistato continuo.
Ma quando l'apprendistato c'e', non sempre e' benvisto. Durante le
"rivoluzioni di velluto" all'est, su alcuni giornali si "denunciava" la
presenza di militanti di Otpor, l'organizzazione serba per la resistenza
civile contro Milosevic, che sarebbero andati in giro per l'Europa
insegnando le tecniche delle manifestazioni nonviolente, ma che dovevano pur
avere altri fini! - la nonviolenza da sola non sarebbe valsa la pena.
Ancora oggi, in Italia molti scrivono "non violenza" invece della dizione
consolidata "nonviolenza" cara a Capitini; e' vero che un termine impreciso
e' comunque meglio della disattenzione, e' vero che non necessariamente le
parole devono seguire la coscienza, possono anche precederla. Ma il fatto
testimonia quantomeno una scarsa familiarita' con il linguaggio nonviolento.
Quante somiglianze con il femminismo, che pur essendo sempre piu' citato,
non e' certo altrettanto conosciuto. Deve essere il destino dei temi che
minacciano di disorganizzare l'orizzonte simbolico dominante, e che in parte
hanno gia' contribuito a modificarlo.
Il Novecento dei genocidi, dei lager, del gulag, delle persecuzioni
"etniche", e' infatti anche il secolo che ha tentato di affermare il primato
dei diritti umani contro la pretesa degli stati a colpire i cittadini in
nome della propria sovranita'. Gradatamente il principio si e' fatto strada,
sul piano giuridico si stanno ponendo faticosamente le basi di un diritto
internazionale fondato sul principio di opposizione alla barbarie. Nasce da
qui il dilemma fra "mai piu' guerre" e "mai piu' Auschwitz" che ha segnato
gli ultimi decenni. E, attraverso un cammino tortuoso, nasce da qui
l'ossimoro "guerra umanitaria", con cui si cerca di affrontare il contrasto
fra le regole dell'ordinamento mondiale, che bandiscono l'uso della forza
contro stati sovrani, e le ripetute Dichiarazioni universali dei diritti,
emanate per proteggere gli individui dai loro governanti.
E' una complessita' che si e' riverberata in vari modi sulle teorie
nonviolente - uso il plurale non solo perche' il concetto ha storie e
origini diverse, ma perche' fotografa la realta' di oggi. La nonviolenza e'
un mondo variegato, non identificabile tout court con il pacifismo, che ne
e' piuttosto un'espressione legata al tempo o alla minaccia di guerra e che,
in Italia e non solo, e' piu' vicino alle forze politiche, piu' vistoso,
piu' rumoroso. Piuttosto che un pacifista, il nonviolento e' un facitore di
pace (2). Quale nonviolenza, pero'?
Da molti anni, si e' cristallizzata una controversia fra due componenti che,
molto  grossolanamente, si possono identificare nei pacifisti "senza se e
senza ma" e nei teorici dell'ingerenza umanitaria, favorevoli a operazioni
di polizia internazionale contro le violazioni dei diritti umani - e qui
spiccano alcuni ex dei movimenti anni Sessanta e Settanta, che secondo
Berman (3) avrebbero sostituito all'utopia della rivoluzione quella di un
mondo capace di farsi carico dei piu' vulnerabili, al di la' e a dispetto
degli stati in cui vivono. A prezzo di contraddizioni radicali. Perche' da
un lato quell'utopia si inserisce nella spinta alla delegittimazione della
violenza che caratterizza in occidente il passaggio del secolo. Dall'altro
e' costretta a scommettere sulla capacita' regolatrice di organismi che
hanno gia' dato cattiva prova di se'.
Ma anche il pacifismo "senza se e senza ma" sconta la contraddizione fra la
solidarieta' alle vittime e il rifiuto di qualsiasi azione militare, a
favore della trattativa a oltranza. Qui il secondo lascito della guerra
mondiale - il nazismo come spartiacque della storia e della memoria - gioca
nei due sensi. Per gli "interventisti" mostra dove puo' portare la linea
dell'appeasement, per i pacifisti "senza se e senza ma" e' il termine di
paragone rispetto al quale le dittature di oggi sbiadiscono. Ironia: per
avvalore questa tesi, l'antiebraismo di sinistra serpeggiante nei movimenti
pacifisti e' costretto a appoggiarsi proprio sulla Shoah, mentre i peggiori
tiranni possono a loro volta rivendicare di non essere paragonabili a
Hitler. Gioca nei due sensi anche il carattere selettivo delle scelte, in
cui i principi si intrecciano nel primo caso con la diversa fattibilita'
degli interventi (si' in Jugoslavia, no in Russia), nel secondo con una
sensibilita' a dir poco variabile da situazione a situazione - nessun corteo
di decine di migliaia di persone per il Tibet o il Darfur (4).
Nel frattempo, il terrorismo ha creato un quadro nuovo. Il vincolo alle
politiche di creazione dell'odio, l'avversione a ogni negoziato eccetto
quelli gestiti in prima persona, la clandestinita', la lontananza fisica,
minano gli strumenti elettivi della nonviolenza - l'esempio, l'educazione,
lo scandalo dell'inermita', la mediazione. Oggi a trovarsi in primissimo
piano sono gli ancora esili, semisconosciuti e in senso proprio eroici
gruppi nonviolenti all'opera in Medio Oriente, Africa, Asia - e quanti
lavorano per sostenerli.
*
Oblio e incompetenza
Parlando di eventi e microeventi degli anni '68, Philippe Artieres (5) ha
riaffermato l'urgenza di una storia dell'oblio e delle procedure che l'hanno
costruito - meccanismi, interessi, inclinazioni non necessariamente
razionali e consapevoli. Ma la parola oblio si addice solo in parte alla
nonviolenza. Si dimentica quel che si e' conosciuto, come Gandhi e i
movimenti per i diritti civili degli afroamericani. Per lotte e idee
ignorate e travisate all'origine, meglio parlare di una percezione mancata o
distorta, di uno sguardo incompetente. E' una storia ancora in buona parte
da fare. Ne conosciamo le matrici di lungo e lunghissimo periodo:
l'associazione fra maschile e violenza/guerra (e fra donne e pace), cosi'
antica e pervasiva che le forme in cui si incarna non sembrano construzioni
simboliche, ma espressioni di un dato di natura. L'ideologia secondo cui il
vero cittadino e il vero uomo ha il diritto/dovere di portare le armi - e'
il prototipo trasmesso alla modernita' dalla rivoluzione francese (6), che
si e' via via dispiegato in una costellazione di idee e figure non sempre
coerenti fra loro e non sempre riducibili a una posizione politica:
dall'appoggio comunista alle guerre di liberazione all'immagine del ribelle
quarantottesco, dall'ardito dannunziano al combattente di Spagna, dal
proletario armato al guerrigliero, dal militante avanguardia della classe al
morituro che vanta il suo speciale diritto sul mondo - in una scritta murale
trovata in un acquartieramento tedesco a Pisa nel 1943 si leggeva: "Gli
uomini che devono combattere/ Debbono avere cio' che vogliono/ Lasciateli
bere, lasciateli baciare/ Chissa' quanto presto dovranno morire" (7).
Sono modelli, certo, semplificazioni, che hanno avuto (hanno?) un punto di
forza straordinario nell'ideologia leninista della violenza levatrice della
storia e della maturazione individuale. Non e' il pensiero di Marx in cui,
l'ha precisato Hannah Arendt, a costruire la storia e a formare l'uomo e'
invece il lavoro (8). Ma molti credono o hanno creduto che lo fosse.
Di queste genealogie della violenza abbiamo analisi irrinunciabili, mentre
scarseggiano le ricerche sui modi in cui soggetti, comunita', culture
l'hanno interpretata in date circostanze - penso ancora una volta alla
seconda guerra mondiale, che ha catalizzato fraintendimenti vecchi e nuovi.
*
Il paese sdraiato
Durante la guerra, era stata coniata l'espressione "sdraiarsi come un
danese". Perche' la Danimarca, consapevole della sproporzione di forze, non
si era opposta con le armi all'occupazione nazista, e il governo
socialdemocratico, pur protestando contro la violazione della neutralita',
era rimasto in carica, aveva consentito alla messa fuorilegge dei comunisti,
si lasciava usare come "vetrina democratica" del III Reich, collaborava
mantenendo relazioni economiche con la Germania. Dunque la Danimarca si era
"sdraiata", allo stesso modo di una donna che si sottometta all'assalto
maschile - i discorsi politici ricorrono spesso a metafore sessuali.
Strana collaborazione, pero', lontanissima dallo zelo di Vichy. Visto che la
Germania ha sottoscritto un memorandum in cui si impegna a non
intromettersirsi negli affari interni danesi, il governo sceglie di
prenderlo alla lettera, sfruttando le esitazioni di Hitler a infierire su un
popolo "tipicamente ariano" e muovendosi sul filo del rasoio con la tattica
del "come se": come se la Germania intendesse davvero rispettare i patti,
come se la minuscola Danimarca potesse negoziare da pari a pari. Spesso ci
riesce. Cosi', quando nell'ottobre 1942 i plenipotenziari nazisti premono
per far introdurre leggi antiebraiche, il governo minaccia di dimettersi,
denunciando un'ingerenza che il memorandum aveva escluso, e resta fermo su
questa linea: qualsiasi attacco agli ebrei danesi equivale a un attacco alla
Costituzione, che garantisce l'uguaglianza di tutti i cittadini.
A ottobre 1943, la vicenda piu' ammirevole. Appena si viene a sapere che gli
occupanti stanno preparando arresti di massa con deportazione immediata,
ecco che la popolazione - si puo' davvero dire "la popolazione" - si
organizza. Il rabbino della sinagoga di Copenaghen comunica ai fedeli la
minaccia; la resistenza, i partiti, le Chiese, la diffondono con i loro
canali. I cittadini attivano il loro tessuto associativo, nascondono i
ricercati, raccolgono denaro per affittare un numero di barche suffficiente
a caricare in varie riprese migliaia di persone, li accompagnano nottetempo
ai luoghi di imbarco, mentre lungo strade e sentieri di campagna vigilano i
membri della resistenza; infine li traghettano nella sicura Svezia (9).
Hanno collaborato almeno quaranta associazioni di vario tipo, organi
amministrativi, la polizia, la guardia costiera - per questo alcuni
poliziotti finiranno in Lager. Grazie al popolo "sdraiato", piu' del 90% dei
7.695 ebrei danesi (e tedeschi rifugiati in Danimarca prima della guerra)
passa dalla parte dei salvati. Esempio unico, e unico caso di uno Stato
insignito come tale del titolo di "Giusto tra le nazioni".
*
Un nuovo punto di vista
Pratiche antinaziste inermi si sviluppano in tutta Europa prima ancora che
nasca la lotta armata: si va dalla noncooperazione agli scioperi, dalle
proteste pubbliche per la penuria di viveri alla protezione dei piu'
vulnerabili, alla resistenza alle razzie di lavoratori da gettare nelle
fabbriche del III Reich. In Polonia si crea una rete di scuole clandestine
contro il disegno nazista di ridurre quel popolo alla condizione servile. In
Belgio e nei paesi del nord, insegnanti, magistrati, medici, sportivi,
spesso appoggiati dalle Chiese, rifiutano di iscriversi ad associazioni di
mestiere nazificate; in Norvegia non ci sara' piu' alcuna gara fino alla
conclusione della guerra - il che contribuisce ad aprire gli occhi a molti
giovani. Ovunque durissimo, il braccio di ferro porta ad arresti e
deportazioni, ma le istituzioni collaborazioniste sono completamente
svuotate, la parvenza di normalizzazione cui aspirano gli occupanti resta un
miraggio.
Pochissime, almeno fino agli anni Novanta, le ricerche che mettono a tema il
carattere disarmato di queste lotte, e dovute quasi in esclusiva a studiosi
dell'area nonviolenta. Fra loro, lo storico francese Jacques Semelin, che
alla fine del decennio Ottanta mette a punto il concetto di resistenza
civile (10). E' una svolta. Semelin da' a quelle pratiche eterogenee un
solido statuto teorico e ne chiarisce la specificita': assenza delle armi e
metodi in genere nonviolenti, protagonisti i cittadini in quanto tali,
autonomia degli obiettivi, diretti a contrastare il  dominio nazista sulla
societa'. Altra cosa, e piu' complessa, del ruolo di appoggio ai partigiani.
Semelin argomenta con grande equilibrio. Previene gli equivoci fissando
alcuni punti chiave: la resistenza civile non e' in competizione con la
lotta armata, non ricomprende qualsiasi atteggiamento conflittuale ma solo
quelli dotati di un'intenzione o di una funzione antinazista, non equivale
automaticamente ad azione nonviolenta, e quest'ultima non e' un dogma da
seguire in qualsiasi contesto (11). Ma e' altrettanto fermo nel confutare le
interpretazione che riducono le pratiche inermi ad appendici del movimento
partigiano, nel rappresentare la societa' come il luogo di un antagonismo
non interamente rappresentabile dalla lotta armata, ne' integrabile nelle
categorie usate fino allora. E' un punto di vista nuovo, interessante, senza
alcun cedimento all'iconoclastia. Eppure viene accolto con una certa
diffidenza, a volte tacciato di revisionismo, piu' spesso semi-ignorato.
Come se la falsa percezione delle pratiche nonviolente si fosse estesa alla
loro narrazione. E' cosi' in tutta Europa. Aveva ragione Lidia Menapace,
quando nel '97 diceva di temere che in nome dell'autodifesa si perdesse la
capacita' di avviare un discorso che non fosse "ne' una celebrazione
continua ne' una svalutazione in blocco" (12).
Quando, grazie alla disponibilita' degli Istituti Cervi e Gramsci, Semelin
partecipa nel '95 a Roma a un convegno sulla Resistenza, dira' che e' la
prima volta che viene invitato a un incontro di tipo accademico.
Cosa hanno da perdere i partigiani e i loro storici? Da un lato niente,
anzi. La partita e' fra la minoranza dei resistenti senza armi e la
maggioranza che ha evitato di prendere posizione, e potrebbe far vacillare
un'infinita' di autoassoluzioni: se la lotta armata chiede corpi giovani e
sani, capaci di reggere grandi fatiche, quella senza armi e' praticabile in
molti piu' luoghi e forme, accessibile a molti piu' soggetti, dalla madre di
famiglia al prete a chi ha un'eta' anziana. "Fai come me" e' un invito che
il resistente civile puo' estendere ben al di la' di quanto possa fare il
partigiano, e che aiuta a ripensare il tema della responsabilita' personale
esaltando l'aspetto della scelta caro agli antifascisti.
D'altro lato, a rischiare di venire sovvertiti sono alcuni caposaldi della
storia della guerra. Aver raggiunto certi risultati senza usare le armi puo'
suggerire l'idea che si sarebbe potuto agire allo stesso modo in molte
situazioni in cui si dava per scontato che non ci fosse altra via. Chi le ha
usate puo' sentire minacciata la propria egemonia nell'immagine nazionale -
con l'eccezione della Germania, tutti gli stati europei hanno preso a
simbolo della rinascita postbellica la figura minoritaria del giovane
maschio combattente. Dare valore alla resistenza civile porterebbe in luce,
accanto e a volte al posto della virtu' eroica del combattimento, la virtu'
quotidiana che Todorov identifica nella cura (13). Rimetterebbe in
discussione quel che si intende per contributo di un gruppo, di una
categoria, di un paese, alla lotta antinazista. Oggi si continua a valutarlo
in termini di morti in combattimento; sarebbe sensato misurarlo anche sulla
quantita' di energie, di beni e soprattutto di vite strappate al III Reich.
Ne uscirebbe capovolta la gerarchia delle nazioni, con la Danimarca che
dall'ultimo posto salirebbe al primo, Russia e Stati Uniti che
scivolerebbero in basso - gli eserciti, e spesso i movimenti di resistenza,
vedono la salvezza degli ebrei piu' come un risultato della guerra
vittoriosa che non come un obiettivo; certo non la mettono al primo posto.
Ha scritto Hannah Arendt che l'esempio danese dovrebbe essere proposto agli
studenti di scienze politiche, perche' capiscano a quali risultati puo'
arrivare una lotta nonviolenta, sorretta da un buon livello della coesione
sociale e del riconoscimento popolare nelle istituzioni (14). Ma la vicenda
non e' entrata nella mitologia della guerra, il salvataggio e' stato visto
per lo piu' come un affare tra la Danimarca e gli ebrei, il paese come una
singolare piccola comunita' dal senso civico ipertrofico, con un governo
amichevole che ha concesso agli hippies di creare il quartiere di
Christiania e di viverci tranquilli. Un'olegrafia, e per di piu' ormai
menzognera.
*
Le italiane, fantasmi meritevoli
La resistenza civile italiana ha la particolarita' di sembrare piu'
discontinua, meno strutturata, meno "politica" di quanto non sia in Francia,
Danimarca, Olanda; ma, in forme quasi opposte a quelle danesi, anche
l'Italia ha avuto il suo momento unico.
Sono i giorni del dopo 8 settembre, quando la notizia  dell'armistizio con
gli alleati getta gli alti comandi nel caos, l'esercito si dissolve e
centinaia di migliaia di militari sono allo sbando, braccati da tedeschi e
fascisti. Per chi li protegge sono previste deportazione e pena di morte.
Eppure scatta una mobilitazione soprattutto femminile per nasconderli,
rivestirli in borghese, metterli sulla via di casa. "Pareva - scrive Luigi
Meneghello, uno dei pochissimi a capire il senso del fenomeno - che
volessero coprirci con le sottane", e aggiunge che sulle strade d'Italia si
vedevano "file praticamente continue di gente, tutti abbastanza giovani, dai
venti ai trentacinque, molti in divisa fuori ordinanza, molti in borghese,
con capi spaiati, bluse da donna, sandali, scarpe da calcio (...) Pareva che
tutta la gioventu' italiana di sesso maschile si fosse messa in strada"
(15). Dietro quei capi sottratti ad armadi gia' sguarniti, indossati in case
cautamente ospitali o in luoghi appartati, si nasconde la piu' grande
operazione di salvataggio della nostra storia (16).
Tutto avviene grazie a iniziative individuali e di microgruppi, in assenza
di direttive politiche, di appelli di figure eminenti. E si capisce perche'.
L'8 settembre l'Italia esce da vent'anni di un regime che ha frantumato
l'opposizione, infiltrato le strutture sociali e avviato la
"nazionalizzazione" delle masse; i sentimenti civici, gia' storicamente
deboli, sono sbriciolati, le risorse miserrime; le vecchie istituzioni
statali hanno perduto ogni credibilita', mentre i partiti e le nuove
organizzazioni di massa mancano di radicamento, quadri, mezzi, conoscenze,
una condizione che di per se' circoscrive il loro ruolo nella mobilitazione
popolare.
Fra le protagoniste di quei giorni, scoperte lungo una ricerca su donne e
guerra (17), svetta Rosa S., torinese di mezza eta', di famiglia operaia,
nata e cresciuta nel semiproletario Borgo san Paolo. Rosa S. si rende subito
conto delle dimensioni di massa del pericolo e del bisogno, e immersa com'e'
nelle reti di parentela, di fabbrica, di quartiere, di vicinato, di
parrocchia, comincia a fare incetta di indumenti borghesi un po' dovunque,
da familiari e conoscenti fino alle suore di un istituto di carita'. La sua
casa diventa cosi' un centro di raccolta dei militari, il suo dopo 8
settembre un exploit imprenditoriale. Riveste i primi sbandati, la voce
corre, ne arrivano sempre di nuovi. Lei li fa dormire nelle cantine
dell'edificio, li sveste, li riveste. Comprese le scarpe, perche' quelle
dell'esercito li tradirebbero; allora ne da' un paio di "civili" a uno, gli
toglie le sue, le tinge, e appena asciutte le passa a un altro - modello
catena di montaggio -, in piu' l'amore del lavoro ben fatto che puo' salvare
una vita. "La mia mamma era tremenda, ha raccontato la figlia Chiara, aveva
uno spirito d'iniziativa... alla fine li accompagnava alla stazione, li
baciava, li abbracciava, cosi' e cosa', mio parente, e li metteva sui carri
bestiame, perche' allora non c'era altro" (18). Di notte bruciava nel
cortile le divise abbandonate e buttava le armi nei tombini.
E' una storia di slancio, generosita', inventiva, coraggio, gli aspetti che
un'altra torinese, Lisa Foa (19), ricorda di aver incontrato tante volte
durante la Resistenza. E non e' affatto una storia privata: cambiare status
a un individuo, da militare trasformarlo in civile, attiene al giuridico
allo stesso modo del suo precedente inverso, che ha trasformato il civile in
militare. E' anche la testimonianza che fra popolazione e nazisti/fascisti
si e' aperto un contenzioso su aspetti cruciali dell'esistenza collettiva e
del sistema di legittimita', come i criteri di innocenza e colpevolezza. E'
politica, che altro?
Ma nelle interpretazioni di allora, la politica si identifica con l'azione
delle avanguardie organizzate, non con la transeunte iniziativa popolare; le
lotte inermi e "spontanee" sono giudicate una forma minore
dell'antifascismo, una componente utile ma secondaria. Tanto piu' quando si
tratta di donne (e donne odiosamente definite "comuni" o "umili"), che sono
ritenute incompatibili con la sfera pubblica e che operano, come Rosa S.,
attraverso reti informali, inattingibili dalle categorie della poltica. Ci
si trova di fronte a casi lampanti di autoorganizzione, e non si vede altro
che un ampliamento del ruolo materno fuori dalla famiglia oppure una
espressione di pietas - e' vero, e' straordinario, ma non e' tutto. Donne,
meritevoli fantasmi. Italiani, osservatori incompetenti.
Senza armi, senza tessere o contatti di partito, la manager del salvataggio
e esperta di pubbliche relazioni Rosa S. non e' prevista nelle mitografie e
storiografie resistenziali, a cominciare da quella azionista delle due
Italie, la prima incarnata dai "pochi pazzi" disposti a sacrificarsi per
l'onore comune, la seconda dai "troppi savi" votati in esclusiva a
proteggere se stessi. Rosa S. sta fuori, a lato, in un altro intreccio
narrativo.
Anche nei mesi successivi, ai circuiti politici si affiancano, a volte si
mischiano, concertazioni di piccolo raggio e exploit individuali - il che
non aiuta la comprensione. Le due centrali egemoniche di allora, la
comunista e la cattolica, sono lontanissime dal valorizzare la categoria di
cittadino, colpevole di scavalcare le distinzioni di classe e insieme la
legge di dio (20). E bollano l'affermazione dell'individualita' come
egoismo -quando, a ben vedere, l'individualista e' il solo che puo' dare una
solidarieta' gratuita all'altro da se'; chi si identifica in una comunita' -
familiare, politica, religiosa, culturale - agisce sempre anche a proprio
favore.
Da molti punti di vista, l'Italia rappresenta un picco di frantendimenti e
di oblio. Beninteso, non c'e' alcun complotto per tenere lontane dalla
storia le donne (e gli inermi); bastano la routine storiografica e la
convinzione di molti partigiani, e in genere dei combattenti, di non dover
condividere con nessuno il merito di aver lottato per riscattare la patria.
C'e' se mai candore: quella dell'eroismo e' una partita fra maschi, cosi'
come il riconoscimento del valore militare del nemico, o della sua buona
fede.
Del resto, neppure il concetto di resistenza civile puo' rendere davvero
giustizia alle donne. Anzi, sgombrato il campo dalla gerarchia
armati/inermi, diventano persino piu' evidenti altri fattori di esclusione.
Anche nella resistenza civile ha corso lo stereotipo dell'estraneita'
femminile alla politica, e sono all'opera meccanismi che possono tenere le
donne ai margini, per esempio il difetto di democrazia interna imposto dalla
clandestinita' e il vizio della cooptazione. E' un paradosso: si inaugurano
pratiche inermi associate al femminile, si conservano stili politici e
modelli organizzativi largamente maschili. Fortunatamente il buon confronto
con gli studi delle donne ha dato frutti. All'inizio, Semelin privilegiava
le mobilitazioni istituzionali e le iniziative tendenzialmente di massa e
politicamente organizzate, riservando a quelle individuali e di piccoli
gruppi lo statuto piu' debole di disubbidienza o dissenso; oggi tende a
ricomprenderle a pieno titolo nella categoria di resistenza civile. Ma
quello fra nonviolenza e donne (e femminismo) e' un rapporto aperto - per
intuirne la complessita' basta pensare all'adozione da parte di Gandhi di
valori e pratiche tradizionalmente femminili. E, almeno in Italia, la
situazione e' un po' sbilanciata: grande interesse da parte di molti
nonviolenti, decisamente meno, salvo preziose eccezioni (21), da parte delle
femministe.
*
Note
1. Kurt Vonnegut, Ricordando l'apocalisse, Feltrinelli, Milano 2008, p. 26.
2. L'espressione e' di Alex Langer, Minima personalia, Fondazione Langer,
Bolzano 2004, p. 6.
3. P. Berman, Il Sessantotto. La generazione delle due utopie, Einaudi,
Torino 2006.
4. Per un'informazione sulle attivita' e sul dibattito nel mondo della
nonviolenza segnalo, senza alcuna pretesa di esaustivita', i notiziari
dell'Accademia apuana della pace e del torinese Centro studi Sereno Regis e
specialmente la rivista "La nonviolenza e' in cammino" (tutti e tre on
line), "Testimonianze", "Azione nonviolenta" e i relativi Quaderni.
5. P. Artieres, Reves d'histoire, Les Prairies ordinaires, Paris 2006, pp.
122-23.
6. Mi limito a citare l'ormai classico J.B. Elshtain, Donne e guerra, Il
Mulino, Bologna 1991, e il tuttora utile G. Bonacchi, A. Gruppi (a cura di),
Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, Laterza,
Roma-Bari 1993.
7. I versi sono citati da F. Battistelli, Guerrieri ingiusti. Inconscio
maschile, organizzazione militare e societa' nelle violenze in guerra, in M.
Flores (a cura di), Stupri di guerra, di prossima pubblicazione.
8. H. Arendt, Du mensonge a' la violence, Calmann-Levy, Paris 2006 (I ed.
1969), pp. 114-116.
9. H. Arendt, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli,
Milano 1993, pp. 177-182 (ed. or. 1964). Vedi anche J. Bennet, La Resistenza
contro l'occupazione tedesca in Danimarca, Edizioni del Movimento
Nonviolento, Perugia 1979.
10. J. Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler. La resistenza civile in Europa
(1939-1943), Sonda, Torino 1993, da cui traggo le notizie precedenti.
11. Negli ultimi anni, fa notare Sergio Luzzatto (La crisi
dell'antifascismo, Einaudi, Torino 2004, pp. 26-27), si e' invece diffusa
una sensibilita' che ha trasformato in luogo comune (a volte rinnegato nei
fatti) la tesi secondo cui non c'e' progetto, non c'e' ideale personale o
collettivo che giustifichi lo spargimento di sangue: assolutizzazione
pericolosa, che puo' approfondire il solco fra le diverse forme di
resistenza.
12. L. Menapace, Occhio sul mondo, "Il paese delle donne", 37/38, 1997.
13. Per la distinzione tra virtu' "eroiche" e "quotidiane" T. Todorov, Di
fronte all'estremo, Garzanti, Milano 1992.
14. Arendt, La banalita' del male cit., pp. 177-182.
15. L. Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori, Milano 1986, p. 27.
16. E. Galli della Loggia, Una guerra "femminile"?, in A. Bravo (a cura di),
Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 2008.
17. La ricerca, svolta fra l'88 e il '94, comprende 120 interviste
biografiche a donne quasi tutte residenti in Piemonte e parecchie
videointerviste a cura di Anna Gasco.
18. Il racconto e' in A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie
di donne 1943-1945, Laterza, Roma-Bari 2000, al capitolo Madri.
19. Lisa Foa, Momenti magici, "Una citta'", 31, 1994.
20. Ma anche in Francia, dove quel concetto e' parte fondativa
dell'autoimmagine nazionale, la situazione non e' cosi' diversa.
21. Sui limiti di genere, cfr. A Dogliotti, Uno sguardo pedagogico alla
cultura della nonviolenza. Donne ed educazione alla pace, "Notizie minime
della nonviolenza", n. 110, 4 giugno 2007. Nell'impossibilita' di dare conto
di tutti i contributi, mi limito a citare il recente G. Providenti, La
nonviolenza delle donne, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2007.
Moltissimo spazio e' dedicato alla questione in "La nonviolenza e' in
cammino".
(Parte prima - segue)

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 278 del primo ottobre 2009

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