Minime. 755



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 755 del 10 marzo 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Una bambina sta nascendo
2. Floriana Lipparini: Un'ipotesi alternativa di mondo
3. Gad Lerner: Il catalogo
4. Giulio Vittorangeli: La cattiva politica che corrompe teste e anime
5. L'otto marzo al centro sociale "Valle Faul" a Viterbo contro la violenza
sessista e razzista
6. Benito D'Ippolito: Et non inveni
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: UNA BAMBINA STA NASCENDO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione il testo di questa conferenza tenuta l'8 marzo
2009]

Da qualche parte, in questo momento, sta nascendo una bambina. Non sa ancora
nulla di quel che c'e' intorno a lei, percepisce lo sforzo della madre, le
sue emozioni, e percepisce il proprio sforzo e le proprie emozioni. Non c'e'
nient'altro, in questo momento, da parte di entrambe, che tensione verso la
luce. Molto di quel che sara' dopo, di lei e della madre, dipendera' da dove
le due si trovano.
Perche' per moltissima parte dei tre miliardi e trecento milioni di donne
che abitano sul pianeta Terra parole come guerra, violenza, repressione,
isolamento, ignoranza forzata e discriminazione costituiscono la base
quotidiana dell'esistenza. E le ricerche e le statistiche internazionali ci
ricordano che non c'e' una sola nazione in questo mondo che non abbia i suoi
peccati verso le donne. I paesi piu' poveri, ove spesso sono in corso
conflitti armati o che si trovano nel periodo post-conflitto, presentano
livelli di violenza che rendono terrificanti le vite delle donne; nei paesi
piu' ricchi le donne hanno piu' spesso a che fare con la violenza domestica
debitamente occultata, legislazioni repressive o discriminatorie e con la
tendenza dei governi a "scopare i loro problemi sotto il tappeto". In ogni
paese, le donne rifugiate o migranti risultano il gruppo piu' svantaggiato.
Le ricerche usano indicatori economici e sociali per stabilire la qualita'
delle vite delle donne, e cioe' il tasso di occupazione, quello di
alfabetizzazione, la possibilita' di accedere a cure sanitarie, il tasso di
mortalita' infantile e materna, e cosi' via.
Ma tutto potrebbe tradursi con la dicitura "sbilanciamento di potere". Una
parte dell'umanita' ne ha troppo, l'altra parte ne ha troppo poco. E finche'
quell'1% delle risorse economiche totali detenuto dalle donne non si alza
come percentuale, finche' non si alza la percentuale delle donne nelle
stanze dei bottoni, siano esse consigli di amministrazione o parlamenti,
finche' i soffitti di vetro restano impenetrabili e i tavoli di negoziazione
chiusi al nostro ingresso, la vecchia battuta "ormai comandano dappertutto
le donne" piu' che di ignoranza puzza di ipocrisia. Storicamente non abbiamo
mai chiesto di prendere il posto dei comandanti e di replicarne le logiche
di dominio, abbiamo sempre chiesto di condividere come uguali compagne
esistenze, lavoro, cura dei figli, governo delle citta' e dei paesi, e in
sintesi di poter intervenire fattivamente in tutte le decisioni che ci
riguardano. Se la parola libero arbitrio ha un senso, ha un senso per ambo i
sessi, e non solo per uno.
Comunque, eccovi brevemente la classifica dei dieci paesi peggiori per
nascerci come donna, basata sui dati dell'Alto commissariato delle Nazioni
Unite per i rifugiati e su quelli delle organizzazioni umanitarie.
Ovviamente i luoghi piu' terribili sono quelli dove e' in corso una guerra.
Al primo posto sta l'Afghanistan. Una donna afgana ha oggi una speranza di
vita di 45 anni, un anno in meno di un uomo afgano. Dopo trent'anni di
guerre e di repressione, un impressionante numero di donne e' analfabeta.
Piu' della meta' delle spose hanno meno di 16 anni (che sarebbe l'eta'
legale per contrarre matrimonio) e la violenza domestica e' cosi' comune che
l'87% delle donne ammette di farne esperienza. Piu' di un milione di vedove
sono letteralmente per strada, senz'altra possibilita' per sopravvivere e
mantenere i figli che prostituirsi. L'Afghanistan e' la sola nazione al
mondo in cui il tasso di suicidi e' piu' alto per le donne che per gli
uomini.
Al secondo posto sta la Repubblica democratica del Congo: la guerra nel
paese ha ormai reclamato piu' di tre milioni di vite. Il fronte comune a
tutti gli attori del conflitto sembra essere il corpo femminile. Gli stupri
sono cosi' brutali e sistematici che gli osservatori internazionali li hanno
definiti senza precedenti. Le vittime di violenza sessuale sono stimate
attorno al mezzo milione. Molte sono morte, moltissime hanno subito danni
irreversibili o sono state contagiate dal virus Hiv. Il provvedere cibo ed
acqua alle loro famiglie espone le donne ad ogni tipo di violenza: senza
denaro, senza trasporti, senza piu' rete sociale, non hanno via di scampo.
Al terzo posto c'e' l'Iraq. La guerra ha imprigionato le donne in un inferno
di violenze: settarie e non. Il tasso di alfabetizzazione delle donne, che
prima della guerra era il piu' alto del mondo arabo, e' ora precipitato ai
minimi livelli, perche' le famiglie temono i rapimenti, i lanci di acido e
gli stupri, e non mandano piu' le figlie a scuola. Similmente, le donne che
ancora avevano un lavoro l'hanno per lo piu' lasciato grazie alle medesime
minacce. Un milione di donne irachene sono profughe nel loro stesso paese, e
cioe' le loro case, i luoghi in cui vivevano, hanno subito una completa
distruzione. Due milioni di donne irachene non hanno il minimo mezzo per
procurarsi da mangiare.
Nepal al quarto posto: i matrimoni e i parti precoci uccidono le ragazze,
gia' malnutrite, cosicche' una su 24 muore durante la gravidanza o il parto.
Le bambine che non sono sposate possono essere vendute ai trafficanti di
carne umana molto prima di raggiungere solo l'adolescenza. Le vedove
soffrono di abusi e discriminazioni, e vengono letteralmente perseguitate
come "bokshi", ovvero streghe. La guerra, discontinua in intensita', ma
persistente nel tempo, fra governo e ribelli maoisti ha ulteriormente
prostrato la popolazione femminile. I sedicenti maoisti, tra l'altro,
rapiscono le donne delle campagne per arruolarle di forza nei gruppi di
guerriglieri.
Sudan al quinto posto: la piaga del Darfur e' piu' che mai aperta.
Rapimenti, stupri, rimozione forzata di interi villaggi, hanno gia' ucciso
piu' di un milione di donne. Le milizie chiamate janjawid usano infatti lo
stupro come arma da guerra.
Guatemala, sesto posto. Violenza domestica, violenza sessuale, e il tasso di
sieropositive e ammalate di Aids piu' alto dopo l'Africa sub-sahariana.
Un'orripilante sequenza di omicidi irrisolti di donne ne ha ormai uccise
centinaia: molti cadaveri portavano segni di torture e mutilazioni, su altri
sono stati letteralmente intagliati, nella carne, messaggi di odio.
Mali, settimo posto. E' uno dei paesi piu' poveri del mondo. Grazie alla
pratica diffusa delle mutilazioni genitali, e ai matrimoni precoci, una
donna su dieci muore durante la gravidanza o il parto.
Pakistan, ottavo posto. Nelle aree tribali di confine del paese le donne
subiscono stupri di gruppo quale punizione per crimini commessi da uomini
delle loro famiglie. I cosiddetti "delitti d'onore" sono diffusi e la nuova
ondata di estremismo religioso ha organizzato attentati contro donne
politiche, donne che lavorano nel campo dei diritti umani, e avvocate. Nella
valle di Swat, il governo ha ceduto il controllo dell'area a questi
personaggi, per cui la proibizione per le donne di andare a scuola e di
andare al lavoro e' ormai legge.
Arabia Saudita, nono posto. Nel paese le donne hanno lo status di "minori a
vita", e cioe' sono sempre sotto tutela legale da parte di un parente
maschio. Cosi' non possono guidare un'automobile, o lavorare con colleghi di
sesso maschile, uscire senza accompagnatore; possono essere date in mogli a
cinque anni, e se sgarrano alle regole del codice di abbigliamento e
comportamento previsto la "legge" le punisce a frustate, che sono previste
pure per le vittime di violenza sessuale.
Somalia, decimo posto. Anche qui, la guerra civile ha trovato un nemico
comune, le donne. Tradizionalmente i capisaldi delle famiglie, oggi sono
esposte quotidianamente ad aggressioni di gruppi armati e stupri, hanno
perso l'accesso alla sanita' pubblica, e muoiono come mosche, di parto, di
violenza sessuale, o di fucile.
Sapete gia' quali sono i posti migliori per nascerci come donna, e cioe'
l'Islanda, la Norvegia, l'Australia, eccetera. L'Italia sta sempre in basso,
oscilla in tutte le classifiche attorno alla meta' inferiore della lista.
*
Naturalmente mettere in fila tutto questo "male", ascoltarlo, vederlo, non
solleva gli spiriti. Ma sapete una cosa? In tutti i paesi che vi ho
sommariamente descritto, le donne resistono, protestano, chiedono di aprire
negoziazioni, chiedono cambiamenti nelle leggi, si organizzano per aiutarsi
l'un l'altra, attraversano i confini tracciati dalla guerra o dalla politica
e incontrano quelle che dovrebbero essere le loro nemiche, creano reti
nazionali e internazionali, e sono decise a continuare a vivere. A vivere,
non semplicemente a sopravvivere. Cosi', dove andare a scuola e' proibito,
le donne insegnano alle bambine e alle ragazze in scuole segrete. Dove le
proibizioni e i castighi vengono fatti risalire a testi sacri, le donne
compilano studi accuratissimi dove dimostrano il contrario e li rendono
pubblici. Dove gli stati contraddicono se stessi, magari accoppiando ad una
Costituzione che attesta l'eguaglianza leggi discriminatorie o sessiste, le
donne vanno a chiederne conto nei tribunali con centinaia di migliaia di
firme a sostegno delle loro petizioni. E come a Gaza e' ricominciato
l'inferno, nessun media ve l'ha raccontato, ne' quelli ufficiali, ne' quelli
alternativi, le prime a protestare sono state le donne israeliane e
palestinesi. E insieme, cosa che non sembra riuscire agli uomini israeliani
e a quelli palestinesi, hanno rilasciato questa dichiarazione: "Noi, donne
appartenenti ad organizzazioni pacifiste con il piu' diverso ed ampio
spettro di visioni politiche, chiediamo la fine dei bombardamenti e degli
altri strumenti di omicidio, e che vi sia immediatamente la deliberazione a
parlare di pace, e non a guerreggiare. La danza della distruzione e della
morte deve finire. Noi chiediamo che la guerra non sia piu' un'opzione
praticabile, ne' la violenza una strategia, ne' l'uccidere un'alternativa.
La societa' che desideriamo e' quella in cui ogni individuo puo' condurre la
propria vita in sicurezza, personale, economica e sociale. Ci e' chiaro che
il prezzo piu' alto viene pagato dalle donne e da chi si situa nelle
cosiddette periferie: geografiche, economiche, etniche, sociali e culturali,
e che come sempre tutto cio' e' escluso dall'occhio pubblico e dai discorsi
dominanti. Noi crediamo che il tempo delle donne sia ora. Noi chiediamo che
le parole e le azioni siano condotte in un altro linguaggio". Segue una
lista di 23 sigle di associazioni femminili/femministe, che vanno dalle
lesbiche palestinesi di Aswat, alle studentesse dell'Universita' di Tel
Aviv, passando per centri d'impiego per le donne e coalizioni per la
leadership femminile.
*
Potrei raccontarvi dozzine e dozzine di storie sulle donne in guerra. Anche
su quelle che vengono forzate a prendere le armi o che scelgono di prendere
le armi, ed entrambe pero' sono decisamente molto molto meno di quelle in
cui le donne cercano di farle tacere, le armi, possibilmente per sempre. Ma
volevo sceglierne una che riuscisse a tenere insieme il tema che mi e' stato
affidato e le cose che voi avete scritto di voi stesse e delle vostre vite.
Percio' vi racconto quella che ho intitolato:
Come fermare una guerra partendo dal mercato rionale
Parla del distretto di Wajir, nel Kenya del nordest, che e' abitato
prevalentemente da clan somali. Alla caduta del governo somalo, nel 1989, il
distretto si disgrego' ed ebbe inizio una guerra tra clan, con conseguente
flusso di rifugiati e di armi. Dekha Ibrahim, la protagonista della nostra
storia, ricorda bene la notte del 1993 in cui le sparatorie eruppero accanto
a casa sua. Corse a prendere il suo figlio piccolo e si nascose con lui
sotto il letto, mentre le pallottole attraversavano la stanza fischiando: di
colpo, Dekha ricordo' se stessa bambina, fra le braccia della madre, nella
medesima situazione. Al mattino, aveva deciso che questo non doveva piu'
accadere.
Altre donne del vicinato avevano storie simili da condividere. All'inizio si
riunirono in circa una dozzina: "Volevamo semplicemente mettere insieme le
nostre teste, capire cosa sapevamo e cosa potevamo fare", racconta Dekha
Ibrahim, "Decidemmo che il posto da cui cominciare era il mercato. Il
mercato doveva essere sicuro per ogni donna che vendesse o comprasse, di
qualsiasi clan facesse parte". Poiche' sono in maggioranza donne ad
occuparsi del mercato nel Wajir, la decisione fu subito condivisa e si
propago' velocemente. Le donne sorvegliavano il mercato, e se qualche
infrazione all'accordo avveniva, il piccolo comitato iniziale era chiamato
ad intervenire. A questo punto si diedero un nome: erano l'Associazione di
Donne del Wajir per la Pace.
Presto scoprirono, pero', che quella vittoria non era abbastanza. Il
conflitto continuava ad interessare pesantemente le loro vite. Sedettero
insieme di nuovo, e la seconda decisione fu quella di andare a parlare con
gli anziani di tutti i clan. Non era una cosa facile, in una societa'
altamente patriarcale: "Temevamo che ci rispondessero: Chi sono le donne per
venire qui a darci consigli o a fare pressioni? Percio' riflettemmo
parecchio su come il sistema degli anziani era strutturato, su quali erano
le persone-chiave, su quali connessioni e contatti potevamo utilizzare",
dice ancora Dekha.
Facendo portare la proposta ai vari clan da uomini che conoscevano, le donne
dell'Associazione riuscirono ad organizzare un incontro di tutti gli
anziani. Quello che piu' sembrava simpatizzare con le donne apparteneva ad
uno dei clan minori e meno coinvolti nella guerra, e divenne di fatto il
loro portavoce. "Per quale ragione, in realta', stiamo combattendo?", chiese
agli altri, "Chi sta beneficiando della guerra? Non certo le nostre
famiglie, che ne sono distrutte". Le sue parole provocarono lunghe
discussioni. Tuttavia, al termine dell'assemblea, persino gli anziani che
avevano progettato e promosso rappresaglie si dissero d'accordo sul cessare
i combattimenti: erano diventati il Consiglio degli Anziani per la Pace.
Le donne capirono presto che il passo successivo doveva essere il
coinvolgimento del governo, su base locale e nazionale. Sempre con gli
anziani al loro fianco, incontrarono deputati e rappresentanti governativi,
descrivendo loro cio' a cui avevano dato inizio, e come il processo si
sviluppava. Accordandosi sul fatto che il governo sarebbe stato puntualmente
informato, le donne ottennero la sua benedizione.
La questione, ora, era come coinvolgere direttamente i giovani, perche'
erano i giovani a combattere e morire. Un nuovo progetto prese vita, La
Gioventu' per la Pace, e le donne sapevano bene che se tramite esso avessero
convinto i ragazzi ad abbandonare le armi dovevano essere in grado di
fornire loro un'alternativa, qualcosa che occupasse il loro tempo e
provvedesse benefici a loro ed alle loro famiglie. A questo punto,
mobilitarono la locale comunita' di investitori e costruttori, ed un piano
di ricostruzione con conseguenti offerte di lavoro venne messo a punto.
Insieme, le donne del mercato, gli anziani, i giovani ex-combattenti, gli
uomini d'affari e i leader religiosi locali formarono il Comitato del Wajir
per la Pace e lo Sviluppo.
Commissioni del Comitato vennero create negli angoli piu' remoti per
facilitare il processo di disarmo delle varie fazioni, in collaborazione con
i distretti di polizia. Squadre di pronto intervento si formarono, al fine
di spegnere ogni piu' piccolo focolaio che avrebbe potuto riattizzare la
guerra.
Tutto questo e' ancora in moto, perche' ogni conflitto somalo si riflette
sulla regione. Ma il Comitato si riunisce regolarmente ed un grande senso di
cooperazione vive tra i villaggi, i clan, i funzionari governativi locali. E
le donne che fermarono la guerra tengono ancora d'occhio il mercato.
*
Ho scelto questa storia non solo perche' e' vincente, e piena di speranza,
ma perche' dimostra praticamente che l'esilio del femminile dalla comunita'
umana depriva l'umanita' di meta' della compassione, della saggezza, della
forza e delle benedizioni della vita.
Nessuna delle grandi religioni ad esempio celebra la nascita di una bambina,
di una salvatrice, di una principessa della pace, per quanto ognuna abbia le
sue sante e le sue mistiche. Ma da qualche parte, in questo momento, sta
nascendo una bambina. Non sa ancora nulla di quel che c'e' intorno a lei,
non sa che c'e' il rischio che non le si dica affatto "benvenuta", che la
sua nascita sia maledetta dai suoi stessi parenti perche' e' femmina, che le
lacrime di sua madre non siano di fatica e di gioia, ma di dolore.
Io oggi voglio immaginare, invece, che la sua venuta sia stata
preannunciata: da un angelo, da qualche antica canzone, da una profezia su
un rotolo di pergamena, da una poesia o da un calcolo matematico
probabilistico. Mi fa lo stesso. Voglio immaginare che uomini e donne si
siano messi in moto per portarle dei doni, e che al di sopra del tetto del
luogo che la ospita, un tetto di tela, di paglia, di fango, di legno, di
cemento, stia brillando una nuova stella.
Immagino un'ora di quiete, di silenzio e di attenzione. Stiamo attendendo il
suo arrivo. Vegliamo.
E poi ecco che su di noi si riversa la meraviglia. Un miracolo antico si e'
ripetuto, lei e' nata.
E noi ci alziamo per darle il benvenuto, la guardiamo, tocchiamo il suo
viso, prendiamo la sua piccola mano fra le nostre. Immaginate anche voi di
vederla. Guardatela. E' splendida da vedere. Non c'e' macchia in lei. Il
tempo e' venuto, e lei e' nata, un fiore che sboccera' ancora piu' bello
perche' noi ne avremo cura. Ditele che appartiene a questo luogo, e che
questo luogo e' in mezzo a noi. Ditele che siete felici che lei sia viva.
Circondatela di amore, di sicurezza e di risate. Lei e' la Bimba, nata in
tutte le epoche, venuta a portarci salvezza e grazia. E da parte mia, dico:
gloria alla Madre di tutti i viventi, e alla sua indomita, limpida,
bellissima, libera Figlia.

2. EDITORIALE. FLORIANA LIPPARINI: UN'IPOTESI ALTERNATIVA DI MONDO
[Ringraziamo Floriana Lipparini (per contatti: effe.elle at fastwebnet.it) per
questo intervento]

Non credo che le donne abbiano voglia di "festeggiare" l'otto marzo. E
nemmeno che si debba fissare un giorno per denunciare le calamita' che
l'universo femminile continua a sopportare, dall'esclusione alle violenze,
incluso il fatto che nonostante decenni di femminismo alcune giovani ancora
accettino di omologarsi a un umiliante modello di non-persona, generato da
un immaginario maschile profondamente malato.
Inoltre, lo spettro della poverta' e della disoccupazione - tragedie che
come la guerra colpiscono in particolare le donne e la loro condizione -
automaticamente rafforza la pesante impronta maschile del sistema di poteri
che governa le nostre vite e ne enfatizza gli aspetti piu' regressivi. In
Italia ne abbiamo un chiarissimo esempio, con l'emergere di elementi
autocratici, razzisti e fascisti in una societa' in larga parte pronta al
consenso servile.
L'universo femminile, in tali casi, puo' addirittura ritrasformarsi nella
riserva di salvifica generosita' su cui sempre la societa' degli uomini si
e' basata in tempi difficili. Non basta, infatti, una crisi del capitalismo
per modificare la struttura sessista del potere, perche' e' la struttura
stessa del potere ad essere intimamente verticista e maschile, e
immodificabile fin quando riuscira' a sopravvivere in questa forma.
Eppure, non possiamo certo rinunciare al diritto/desiderio di operare
trasformazioni che incidano sulla vita di ciascuna di noi e
sull'organizzazione delle societa' in cui viviamo. C'e' un'ipotesi
alternativa di mondo che resta continuamente fuori della scena pubblica.
Per Hannah Arendt una delle caratteristiche dell'eta' moderna e' la perdita
del mondo, intesa come perdita della sfera pubblica, ossia quello spazio
dove si puo' apparire, dove ci si puo' reciprocamente vedere, dove si puo'
discutere e deliberare delle cose pubbliche, dove si puo' vivere la propria
cittadinanza attiva mediante il discorso e l'azione. Questo, per Arendt, e'
il senso dello stare al mondo.
Ma, nei millenni, l'esclusione delle donne dalla costruzione sociale, civile
e politica ha configurato lo spazio pubblico come una sfera separata dallo
spazio della vita, uno spazio "professionale", burocratico, sempre piu'
alienante, dove si consuma a perfezione quella divisione mente/corpo e
pubblico/privato che sta alla base di una generale perdita di senso della
vita e della possibilita' stessa di pensare il futuro.
Come potrebbe essere uno spazio pubblico inteso invece come spazio della
parola femminile storicamente negata? Potremmo pensarlo come possibile
sintesi fra pensiero e pratiche, come luogo di confronti e trasformazioni,
come laboratorio-incubatrice di forme e visioni politiche alternative.
Potremmo usarlo per andare oltre le ricorrenti emergenze che ci costringono
ad agire sempre di rimessa, come se fossimo senza peso e senza storia.
Non e' certo di elaborazione che le donne mancano, e' ricchissima la
produzione femminile di pensiero politico critico, ricchissimo il corredo di
saperi, esperienze e pratiche costituitosi nel tempo, nel segno della
differenza. Purtroppo pero' e' come se questa linfa, questa massa
lussureggiante e vitale restasse invisibile e muta. Non si trasforma in
parola pubblica e autorevole, nemmeno quando le voci provengono da sedi
istituzionali, forse perche' questo tipo di istituzioni e di strutture non
ci corrisponde affatto, ma non riusciamo a iniziarne la trasformazione.
Manca una dimensione adeguata al modo di intendere e fare politica cui
puntano le donne impegnate nel femminismo, un modo personale, relazionale,
circolare, orizzontale... Un modo ancora in parte da teorizzare e costruire,
e una dimensione che non si fermi ai vuoti riti della rappresentanza
istituzionale tipici della democrazia formale, logora ricetta di cui ormai
abbiamo visto tutti i limiti.
Mi piacerebbe molto - e' solo un sogno? - iniziare a mettere in discussione
l'idea che le uniche forme di democrazia siano queste, bianche, occidentali
e patriarcali. Tutto un sistema costruito sulla presunzione che non esista
altro, che non si possano nemmeno immaginare modalita' differenti nel
deliberare, legiferare, decidere: in altre parole, nel convivere e fare
societa'.
Arendt l'aveva perfettamente capito: quando la rappresentanza diviene il
sostituto della democrazia diretta, i cittadini possono esercitare il loro
potere di agency solo il giorno delle elezioni, "ancora una volta i
cittadini non sono ammessi sulla scena pubblica, ancora una volta gli affari
di governo sono divenuti privilegio di pochi [...]. Il risultato e' che i
cittadini devono o sprofondare in letargo, prodromo di morte della liberta'
pubblica, oppure conservare lo spirito di resistenza a qualunque governo
abbiano eletto, poiche' l'unico potere che conservano e' il potere estremo
della rivoluzione" (Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunita',
Milano 1983, 1996, pp. 274-275).

3. UNA SOLA UMANITA'. GAD LERNER: IL CATALOGO
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 7 marzo 2009 col titolo "Il catalogo dei
reati etnici"]

Per conservare udienza (o meglio: audience), non piu' solo i politici ma
anche gli studiosi ormai rischiano di assoggettarsi al "clamore" della
cronaca.
Cosi' l'inchiesta sul cosiddetto "stupro di San Valentino" nel parco romano
della Caffarella ha scatenato un uso capzioso, falsamente oggettivato, della
scienza statistica. Lo scopo? Catalogare la criminalita' in base alla sua
matrice etnica, nazionale o religiosa nell'Italia descritta grossolanamente
come la Mecca del crimine. Lo so bene: chi denuncia la divulgazione
strumentale di queste ricerche viene subito accusato di negare l'evidenza al
solo scopo di difendere la nefasta ideologia "buonista". O peggio viene
tacitato come complice degli stupratori, ottuso al punto di ignorare la
sofferenza patita dalle loro vittime innocenti. Eppure bisogna pur dirlo,
che si sta passando il limite.
In questa elaborazione di dati "politicamente scorretti" - e dunque di gran
moda - consegue un notevole successo il professor Luca Ricolfi, che su "La
Stampa" non si stanca mai di ribadire la propria assoluta neutralita' di
studioso. Da sociologo dotato di competenza tecnica, Ricolfi ha elaborato le
percentuali delle violenze sessuali denunciate nel 2007. Per trarne la
seguente conclusione: i romeni immigrati hanno una "propensione allo stupro
circa 17 volte piu' alta di quella degli italiani". Un divario, per giunta,
in crescita. Sempre i romeni risultano a Ricolfi "2 volte piu' pericolosi
degli altri stranieri" quanto a rapine, "3-4 volte piu' pericolosi nei
furti", mentre sono "leggermente meno pericolosi" nel tentato omicidio e
nelle lesioni dolose.
Non ho motivo di dubitare dell'esattezza di tali calcoli aritmetici. Semmai
fa sorridere che in altri interventi lo stesso (neutrale) Ricolfi raccomandi
di evitare l'allarmismo e l'invenzione di emergenze. Ma se questa ha da
essere l'ispirazione, mi chiedo se l'autore non dovrebbe in futuro dedicarsi
a portare fino in fondo le conseguenze di tale metodologia applicata nella
comunicazione pubblica.
Non siamo forse interessati ad altre scoperte? Per esempio: pubblicare tutte
le liste di propensione reato per reato, magari distinguendo il grado di
pericolosita' su basi di reddito e mestiere, oltre che di nazionalita'?
Altri magari gradirebbero che s'introduca pure un censimento degli italiani
pericolosi regione per regione: perche' no? S'annidano piu' stupratori
potenziali in Calabria o in Trentino Alto Adige? In citta' o in campagna?
Onde evitare poi spiacevoli discriminazioni, sara' il caso di mettere in
guardia l'opinione pubblica riguardo alle illegalita' cui sono piu' dediti
gli stessi professori universitari e i giornalisti: suppongo non ne
manchino.
Naturalmente il sociologo che elabora con cura le sue statistiche (peccato
che la grande maggioranza degli stupri non vengano denunciati, inficiando la
validita' di quelle cifre suggestive) si dichiara estraneo all'uso distorto
che ne fanno i mass media; cui peraltro ha strizzato l'occhio sostenendo che
"l'Italia e' diventata la Mecca del crimine". Definizione, quest'ultima, non
proprio scientifica e peraltro contraddetta dai dati del Viminale. Ma che
importa? Giungeranno comunque applausi scroscianti, e pazienza se fra gli
estimatori c'e' chi lucra politicamente e finanziariamente dalla diffusione
di falsita' grossolane.
Ormai il senso comune e' plasmato dalla disinformazione. Molti cittadini in
buona fede sono convinti che nel nostro paese la piu' parte degli stupri
siano commessi da immigrati stranieri. In tv passa frequentemente la falsa
notizia che gli stranieri costituirebbero l'80% della popolazione
carceraria. Nel novembre 2007, dopo l'omicidio della signora Reggiani a Tor
di Quinto, circolo' sui giornali la notizia che fossero di nazionalita'
romena addirittura il 75% delle persone arrestate nella capitale dall'inizio
dell'anno. Marzio Barbagli la defini' "un'ondata di panico morale".
Con la scusa di controbattere un'inesistente rimozione (figuriamoci!) del
pericolo rappresentato dalla criminalita' straniera, quell'ondata di panico
morale si e' cronicizzata sotto forma di isteria collettiva. Fino a
condizionare la serenita' delle indagini di polizia, oltre che le scelte del
governo.
Legittimando l'emotivita' della folla, o peggio mettendosi al servizio della
politica, gia' in passato la scienza si ritrovo' a giustificare pregiudizi e
a certificare la necessita' di discriminazioni. Magari senza accorgersene.
Vi furono sociologi che, esibendo cifre all'apparenza inoppugnabili,
additarono la "sproporzione" con cui talune categorie occupavano posti di
potere e altri delinquevano in eccesso. Siamo sicuri che tale pericolo non
si ripresenti?
Nessuno chiede di sottacere i problemi, ne' di censurare la ricerca sulla
devianza. Ma la propaganda degli indici di pericolosita' etnici, nazionali o
religiosi e' robaccia contro cui le societa' piu' evolute della nostra hanno
gia' da tempo preso delle contromisure. Le persone responsabili hanno il
dovere di non rifugiarsi dietro alla falsa neutralita' delle cifre,
oltretutto elaborate con criteri parziali e soggette a deformazione.

4. UNA SOLA UMANITA'. GIULIO VITTORANGELI: LA CATTIVA POLITICA CHE CORROMPE
TESTE E ANIME
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento]

Viviamo in una situazione estremamente delicata, stretti tra crisi economica
ed emergenze (come quella sullo stupro) ed allarmi (come quello sulla
sicurezza), piu' o meno presunti, che veicolano un sentimento diffuso di
precarieta' e paura, indirizzato verso facili, deboli e fragili, capri
espiatori.
Cosi' per "paura" dei romeni, dello straniero, dello sconosciuto, si ricorre
alla pericolosa scorciatoia della giustizia "fai da te" e si finisce con
l'incendiari corpi, negozi, sentimenti e tutto quello che abbia a che fare
con l'immigrazione. E' cattiva politica, quella che corrompe teste e anime,
e purtroppo non sta solo a destra. Dire che "la sicurezza non e' ne' di
destra ne' di sinistra" e', insieme, una banalita' e una sciocchezza, quando
non un consapevole inganno.
L'aspirazione alla sicurezza, o meglio ad una vita serena, e' certamente
comune a tutti i cittadini, ma bisogna definire la politica migliore per
soddisfare tale aspirazione. Anche la salute, l'ambiente, la giustizia, sono
aspirazioni universali ma, per perseguirle, si confrontano e scontrano
politiche diverse e talora contrapposte. E' questo il terreno su cui si
distinguono destra e sinistra, conservatori e progressisti. Invece, in tema
di sicurezza, prevale un pensiero unico (semplice e rassicurante) che la
ricollega essenzialmente alla microcriminalita'. La parola d'ordine, a
destra come a sinistra, e' che nell'espansione della microcriminalita' sta
la causa dell'insicurezza, rimovendo i fattori sociali.
La societa' e' insicura perche' l'ambiente in cui vive e' insicuro, perche'
i legami sociali si sono indeboliti, perche' le citta' sono diventate spesso
invivibili e sempre meno vissute, perche' il territorio si e' degradato,
perche' le persone si sentono vulnerabili e isolate, perche' la politica,
invece di offrire certezze, insegue e moltiplica l'insicurezza.
*
Ha scritto Mihai Mircea Butcovan: "Vedo in questi giorni alcuni cittadini
italiani inclini a ronde, pronti a farsi giustizia da soli, propensi ai
linciaggi in strada. Forse c'e' la percezione di una giustizia che non
funziona? In Italia non e' poi cosi' infrequente vedere altri cittadini
impedire alla polizia di eseguire il mandato d'arresto nei confronti di
mafiosi o altri criminali. Forse c'e' la percezione di una giustizia che non
deve funzionare? Nel paese c'e' un problema sicurezza? Questo e' legato in
modo indissolubile agli immigrati e ai romeni? Penso che anche Roberto
Saviano abbia un 'problema di sicurezza'. C'entrano gli immigrati? C'entrano
i romeni? Anche certi giudici, tutori della legalita', che si chiamavano
Falcone e Borsellino, avevano un problema di sicurezza. Anche i loro agenti
di scorta avevano un problema di sicurezza. Senza paura sono saltati per
aria insieme ai giudici che proteggevano. Uccisi non certo dagli immigrati.
Hanno piu' di un problema di sicurezza i lavoratori e le lavoratrici senza
tutele che s'infortunano o muoiono sul luogo di lavoro, quel lavoro che
fonda la repubblica democratica e che scompare sempre piu' nelle fauci di
una crisi annunciata. Gli immigrati: quando sono vittime si dimentica la
nazionalita', quando sono carnefici la loro provenienza viene enfatizzata in
modo strumentale. Di questo modo di fare informazione dovremmo avere paura.
E reagire con la conoscenza reciproca, che richiede sforzo, spazi
editoriali, vetrine e finestre aperte sull'altro. A partire dalle finestre
aperte sulla nostra storia. Per non essere costretti a subirla nuovamente,
nei suoi aspetti piu' drammatici. E per non farci piu' la guerra. Di questa
ultima dovremmo invece avere paura. Gli ultimi provvedimenti "in chiave
sicurezza" minacciano, questo si', i valori fondamentali della Costituzione
italiana. Non l'abbiamo ancora applicata per intero. Si muore ancora, con o
senza scorta, per difendere i valori e gia' li vogliono cambiare. Di questa
ultima prospettiva dovremmo aver molto paura".

5. INIZIATIVE. L'8 MARZO AL CENTRO SOCIALE "VALLE FAUL" A VITERBO CONTRO LA
VIOLENZA SESSISTA E RAZZISTA

Presso il centro sociale autogestito "Valle Faul" di Viterbo domenica 8
marzo, nella giornata internazionale della lotta di liberazione delle donne,
si e' svolta una iniziativa contro la violenza sessista e razzista, per il
riconoscimento di tutti i diritti umani a tutti gli esseri umani.
*
La giornata antirazzista ed antimaschilista e' iniziata con un momento di
socializzazione e convivialita'.
Sono poi seguite alcune testimonianze di impegno contro la violenza
razzista, fascista, maschilista e patriarcale.
Tra gli interventi particolarmente acuto ed appassionato quello della
dottoressa Antonella Litta, medico, rappresentante a Viterbo della
prestigiosa Associazione medici per l'ambiente (International Society of
Doctors for the Environment - Italia), impegnata anche come medico
volontario in Africa.
Nel corso delle testimonianze sono state ricordate esperienze di
solidarieta' condotte dal Centro sociale fin dalla sua nascita, ed e' stato
commemorato Claudio Dian, deceduto alcuni anni fa, che del Centro sociale e
del suo impegno per i diritti umani e' stato uno degli animatori.
E' stato anche ricordato che l'articolo 10 della Costituzione italiana
afferma che "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo
esercizio delle liberta' democratiche garantite dalla Costituzione italiana,
ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica". I provvedimenti
razzisti del cosiddetto "pacchetto sicurezza" sono incostituzionali e
criminali, scandalosamente disumani.
Infine un concerto dello storico e prestigioso ensemble ethno-jazz tedesco
"Embryo", che ha costituito una straordinaria occasione di fruizione di
musica colta di altissima qualita'.

6. LE PAROLE E LE COSE. BENITO D'IPPOLITO: ET NON INVENI

I.
Il crudo sasso e l'ultimo sigillo
lo scudo fatto d'ombra e il grave pondo
e' questo nero il mondo
in cui s'asconde l'intima paura
della sventura?

O non e' fiamma e spade
ed erbe e vento e nubi
e l'infinito nel deserto perdersi?

O tutto si fa ciarla e si fa roggia?
O e' la morte l'unica speranza?

Provo disgusto della folle danza
e provo orrore dell'immoto stare.
Potessi non essere mai nato
non avessi conosciuto questo mare.

II.
La maschera che uccide se la indossi
la pioggia che dilava e tutto stinge
la voce che si perde tra le foglie
e le infinite voglie sempre morte.
E questa sfinge, e queste chiuse porte.

Nessuna nel cielo stella
nessuna legge nel cuore.
Solo dolore
lama di specchio
sirocchia e rubella.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 755 del 10 marzo 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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