Nonviolenza. Femminile plurale. 225



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 225 del 18 dicembre 2008

In questo numero:
1. Fausta Speranza: Francesca Sanvitale (1999)
2. Maria Teresa Carbone intervista Liu Sola
3. Ida Dominijanni presenta "L'aborto e la responsabilita'" di Cecilia
D'Elia
4. Nicole Martina presenta "L'entrata di Cristo a Bruxelles" di Amelie
Nothomb

1. PROFILI. FAUSTA SPERANZA: FRANCESCA SANVITALE (1999)
[Dal mensile "Letture", n. 559, agosto-settembre 1999 col titolo "Francesca
Sanvitale. Sotto il romanzo l'inquietudine" e il sommario "'Vorrei
raggiungere il contrario della rassicurazione', afferma la scrittrice,
indicare al lettore 'qualche sentimento al quale non aveva fatto caso'. In
evidenza la difficolta' dei rapporti umani, tra Storia e destini singoli"]

"Entra di forza nell'aristocrazia della letteratura di questi anni". Ci
piace presentare cosi' la narrativa di Francesca Sanvitale, prendendo in
prestito questa espressione di Geno Pampaloni, nata parecchi anni fa in
riferimento all'incipit di un solo romanzo della scrittrice, Madre e figlia
(1980). Ad autorizzare oggi solennemente questo allargamento di orizzonte e'
senz'altro il premio Pirandello, consegnato alla scrittrice il 9 dicembre
1998, quale riconoscimento alla carriera, cioe' con lo sguardo proiettato
all'insieme della produzione narrativa. Puo' rappresentare anche un
ufficiale invito ad ampliare nei manuali di letteratura contemporanea le
pagine dedicate a Francesca Sanvitale, nata a Milano nel 1928, vissuta
soprattutto a Firenze e ormai da molti anni a Roma. Le pagine, infatti, sono
ben scarse in confronto ai significativi premi attribuiti a molti dei suoi
libri e alle piu' che gratificanti recensioni.
Ma, si sa, guardare alla contemporaneita' e' come osservare un oggetto da
vicino pur servendosi di un cannocchiale utile a scrutare lontano. Non e'
facile, come, d'altra parte, non e' affatto facile la scrittura di Francesca
Sanvitale. Questo va detto subito, senza tentare di comprenderla
riportandola entro moduli gia' conosciuti. Sfugge. Se tentiamo di dare
definizioni precise, ci restano solo dubbi e contraddizioni. La narrativa di
Francesca Sanvitale sfugge anche alla generica e onnicomprensiva definizione
di "modernita'": basta ricordare che, a proposito di Madre e figlia, Giorgio
Luti ha detto che "fa ripensare la sorte funesta attribuita al romanzo", ed
Enzo Siciliano ha affermato di aver "raramente letto, per la mano di uno
scrittore di oggi, un libro cosi' abbandonato alla musica segreta del
romanzo".
*
Nessuna trama tradizionale
Inoltre, a richiamarci con forza a un'idea di classicita' c'e' la
riflessione di Clotilde Marghieri a proposito di alcune pagine che si
intromettono come "oasi di evasione" nel flusso dei ricordi che da' sostanza
al racconto. Sono digressioni, riflessioni del narratore, note di poesia. E
Clotilde Marghieri sottolinea: "Sono tra le emozioni forti del romanzo,
momenti di pausa che favoriscono un certo distacco, utile all'osservazione e
alla riflessione, assolvendo in un certo senso alla funzione del coro nelle
tragedie greche". Eppure, nessuno dei libri di Francesca Sanvitale puo'
essere semplicemente definito romanzo, neanche Madre e figlia. Non c'e',
infatti, una trama nel senso tradizionale e, nel rapporto con il lettore, la
voce narrante gioca su diversi livelli. Spesso, secondo i piu' moderni
stilemi, si pone di fronte ai ricordi o ai sogni di alcuni personaggi senza
nessuna cognizione in piu' rispetto al lettore, che e' lasciato solo di
fronte a quello che assomiglia, ma solo in alcuni momenti, a un flusso di
coscienza.
D'altra parte, se tentiamo un confronto con altri scrittori contemporanei,
potremmo ritrovarci a concordare con Walter Mauro, che sottolinea "la
ribellione rispetto ai moduli espressivi del suo tempo" e "l'originalita' e
la distanza da mode equivoche e ambigue". Madre e figlia, infatti, nasce
negli anni della contestazione e del femminismo, ma di quegli anni non porta
il timbro. La Sanvitale, d'altra parte, e' sempre stata un'intellettuale
molto attenta agli aspetti politico-civili della societa', come testimoniano
i suoi numerosi saggi raccolti solo in parte in Mettendo a fuoco, ma non si
e' mai sentita di far parte di alcun partito o movimento. Pur approvando
molte rivendicazioni femminili, non ha mai accettato ruoli attivi nel
"movimento" delle donne. Non si vogliono affatto esprimere giudizi su chi ha
fatto in quegli anni scelte diverse. Per capire, pero', la narrativa di
Francesca Sanvitale va detto che lei si e' ritagliata un proprio spazio per
una riflessione e un'espressione creativa che in base alla sua personalita'
potevano essere veramente libere di emergere soltanto in quel modo.
Certamente, si puo' aggiungere che difendere tale spazio, in uno di quei
periodi storici in cui sembrava che tutto dovesse avere un'etichetta
ideologica, sia stata un'affermazione non banale di profonda coerenza con se
stessa. La forza di questa autenticita' e' proprio l'impronta vera della sua
produzione narrativa. E' l'energia che sorregge una rigorosa ricerca di
verita', nel proprio vissuto, in quello degli altri, nella realta'. E tale
ricerca riteniamo sia l'anima della scrittura cosi' multiforme della
Sanvitale.
Di tutto cio' ci rendiamo conto se ci inoltriamo senza preconcetti nel
rapporto tra madre e figlia e nel confronto tra generazioni e societa'
diverse, cosi' come li offre il romanzo. E' illuminante in questo senso
l'interpretazione di Walter Mauro: "Lo sforzo della Sanvitale e' proprio
quello di scaricare del tutto il potenziale di risentimento che sorregge
anche il possibile raffronto storico e di sostituirlo con un dato della
poeticita' che, lungi dal significare resa ai sentimenti, pone invece il
problema della storia delle vittime nel tempo, dell'impotenza di fronte al
muro dell'incomprensione".
*
La figlia illegittima
Ricordiamo che il "raffronto storico" e' quello tra la realta' della nobile
famiglia di Marianna e la nuova misera condizione sociale in cui si trovano
lei e la figlia illegittima, avuta dalla relazione con un ufficiale, dopo il
rovinoso declino economico della famiglia. E poi ci sara' la nuova
condizione di benessere piccolo-borghese della figlia, Sonia, una volta
divenuta adulta. Tutto cio' e' lo sfondo del rapporto tra Marianna e Sonia e
della loro esistenza, che resta parallela a quella del padre. L'uomo,
infatti, e' come un'ombra che a volte si materializza nelle giornate delle
due donne, con visite frettolose, distaccate o aspramente cariche di
rimorsi. "L'impotenza di fronte al muro dell'incomprensione" sta soprattutto
nel legame a filo doppio tra madre e figlia. E' sul piano di questo legame
che si gioca il massimo del coinvolgimento emotivo e dello scavo
psicologico. Si tratta di pagine che lasciano emergere tracce
autobiografiche. Piuttosto che tentare di rintracciarle, e' interessante
ricordare questa affermazione della scrittrice: "Rifiuto il termine
autobiografico. Certo, abbiamo come unico serbatoio noi stessi, questo
serbatoio e' una voragine, bisogna vedere quanto coraggio uno ha nel tirare
fuori il meglio e il peggio, la voglia di guardarci dentro sul serio".
Marianna, ragazza viziata, resta fino alla morte ingabbiata da inettitudine
e rassegnazione. E' come se in lei ogni sentimento non raggiungesse mai
compiutezza: in un momento in cui ha provocato massimo dolore a Sonia, si
legge che riesce ad esprimere solo "un abbozzo di supplica". Questo si
traduce in superficialita' e in mancanza di responsabilita' nei confronti
della figlia e giustifica quel "muro dell'incomprensione" che si erge come
un baluardo e tiene distante Sonia da una possibile serenita'. Le ragioni,
diciamo cosi', sociali che hanno schiacciato l'esistenza di Marianna sotto
il peso della vergogna e del disonore per la maternita' illegittima si
traducono in lei in una forma colpevole di vittimismo: "Il disarmato candore
della signora Marianna pareva una raffinata vendetta". Nella solitudine di
Sonia, invece, il disagio, l'inquietudine, l'ansia si traducono in uno
slancio vitale che, seppure mortificato dal vissuto quotidiano, cerca
disperatamente la strada per esprimersi.
Sonia non riuscira' mai a liberarsi completamente da questo groviglio di
sentimenti. Una nuvola nera sovrasta il suo matrimonio e neanche la
straordinaria esperienza della maternita' riuscira' a dissiparla: "Chissa'
quali pianti sovrapponeva ai pianti di suo figlio! Pianti intollerabili che
erano rimasti come grappoli inaciditi dentro al cuore". Nel tempo "accumulo'
rimorsi come si accumulano demoniache ricchezze". Questo vissuto e'
elaborato attraverso un processo di recupero dei ricordi e uno scavo
psicologico sottile e acuto. In una pagina la voce narrante si intromette,
spezzando il racconto, e confessa: "Quando entro nel buio del sonno, di
colpo, 'conosco' che e' li' il grande antro enigmatico dal quale con fatica
dovrei estrarre dati, poiche' e' li' che sta annidato, appare e scompare, il
significato della mia vita, e quindi anche di Sonia e di Marianna".
Giovanni Raboni individua "la ricchezza di pagine di una densita', di una
penetrazione davvero insolite e struggenti". Clotilde Marghieri afferma:
"Madre e figlia trasforma il lettore, oltre ad essere un evento letterario
e' un fatto umano". Possiamo dire con le parole di Luigi Baldacci che questo
accade grazie a "quel flusso sottile che si indovina tra la vita e la
pagina". La tensione piu' forte e piu' vera che sorregge l'esistenza di
Sonia si concentra nel tentativo di trovare un riscatto al proprio dolore.
E' la scommessa estrema di conservare dignita' alla propria esistenza quando
il dolore nega gioia, felicita'.
Questa tensione appartiene a ogni persona, uomo o donna, cosi' come
appartiene a ogni epoca. Siamo sul piano universale della letteratura, sul
quale siamo contemporanei di Tolstoj, di Elsa Morante; sul quale
riconosciamo l'essere umano fotografato nell'interiorita' dilaniata di Anna
Karenina, o nell'approccio alla vita del piccolo Useppe. Esattamente su
questo piano riteniamo si ponga la testimonianza di Sonia. Cosi' come su
questo piano si pone anche il valore del ricordo come recupero di un
rapporto diverso con il vissuto, con il passato. E' un recupero che apre
delle possibilita' di riscatto, di conquista di identita'.
*
L'incapacita' di vivere
Nel tentativo di mettere a fuoco innanzitutto l'originalita', ma anche la
profondita' della scrittura di Francesca Sanvitale, ci siamo immersi subito
nel secondo romanzo, Madre e figlia, scritto a ben otto anni di distanza dal
primo, Il cuore borghese (1972). E' forse una riprova di quanto sia
coinvolgente Madre e figlia, che riteniamo resti, accanto a Il figlio
dell'Impero, il romanzo piu' comunicativo. E' esemplare, in questo senso, il
confronto con il suo primo libro, Il cuore borghese, dove il rigore logico
dell'analisi di rapporti di coppia non lascia spazio alle emozioni. La
lucidita' della ragione sembra abdicare solo di fronte alla rigidita' di
alcune affermazioni di volonta', mai al sentimento. Si traduce in una
scrittura controllata, a tratti quasi ermetica. Questo libro ha ottenuto
alla sua uscita un ampio consenso di critica, insolito per un'opera prima.
Va detto, pero', che Geno Pampaloni, alla luce del secondo libro, ha
affermato che il primo risulta "compresso dalle ragioni solitarie e isolanti
della letteratura". Se e' indubbio che l'originalita' e l'efficacia della
narrazione devono molto alla particolare formula narrativa, bisogna
affermare che la forza del libro sta nel mettere a fuoco l'incapacita' di
vivere, l'inquietudine e l'insoddisfazione di chi ha perso i valori
dell'esistenza e raccoglie, secondo quanto si legge, "i germi della
disperazione". Il tempo dilatato delle dimensioni interiori, l'inserimento
brusco del narratore, la mancanza di un protagonista, il dialogo secco e
asciutto sono i tratti di una scrittura molto moderna, attraverso la quale
emerge un modo di vivere borghese degli anni Settanta. L'intellettualismo di
lui e il narcisismo di lei sono i poli dell'incomunicabilita' della coppia.
Quel che resta al lettore e' un senso profondo di necessita' di essere
presenti a se stessi, di conservare volonta' e impulso
all'autodeterminazione di fronte a meccanismi e stili di vita che la
societa' propone o impone. Tutto cio' richiede l'impegno tenace a cercare di
capire se stessi, i rapporti con gli altri, il mondo. E' un po' uno scopo
della scrittura di Francesca Sanvitale, che ci sembra confessato in questa
affermazione: "Vorrei raggiungere il contrario della rassicurazione: rendere
inquieto il lettore, in modo che continui a pensare a qualche sensazione o
sentimento al quale non aveva fatto caso. E che le parole, i personaggi, le
situazioni girassero nella sua fantasia come punte, rebus, non come
piacevoli quadretti". Elsa Morante era convinta che "al pari del
filosofo-psicologo" lo scrittore debba presentare "un proprio e completo
sistema del mondo e delle relazioni umane". Con piu' cautela, e forse anche
con piu' sofferta consapevolezza, la Sanvitale afferma che lo scrittore puo'
rappresentare "una coscienza critica" della societa', mandando "ostinati,
insistenti, intermittenti messaggi nella bottiglia, sapendo che andranno
quasi tutti perduti. Con la speranza che uno almeno arrivi all'altra sponda,
cioe' agli altri". E, a proposito del rapporto con la scrittura, ha detto di
aver scoperto negli anni che "una storia resta nel cuore e nella mente degli
altri quando non ha schermi" e che "vuole semplicita', sublime semplicita'
che richiede un coraggio grandissimo e una sotterranea, complessa esperienza
del cuore e della ragione, assai difficile da raggiungere". A proposito del
rapporto con il lettore ha sottolineato: "Scrivere e' proprio come qualcosa
che si vuol dare e confrontare, come se poi dovesse ritornare una risposta".
Questa tensione, pero', non sempre emerge. Se vogliamo ritrovare qualcosa
che assomiglia all'apertura al lettore di Madre e figlia dobbiamo arrivare a
Il figlio dell'Impero (1993). Gli altri libri, sebbene molto diversi l'uno
dall'altro, sono accomunati da un'estrema essenzialita' che condensa tutto,
compresa la funzione comunicativa. Nel caso dei racconti e del romanzo Verso
Paola (1991), tutto cio' si traduce in brevita'. Nel caso del romanzo L'uomo
del parco (1984), si traduce nella stessa scarsita' di informazioni sui
personaggi, elaborata pero' con ampie pagine in cui il mondo della psiche e'
amplificato dai meccanismi onirici del sogno e delle fantasticazioni. Qui
perfino i dialoghi non sono discorsi realmente diretti perche' sono sempre
mediati, alterati dal ricordo.
Tale dilatazione mentale e l'esasperato orientamento sull'io dicono molto a
proposito del dramma vissuto dalla protagonista, che perde l'integrita' tra
mente e corpo, perde il controllo di se stessa. I luoghi-labirinto descritti
sono l'immagine dell'affannosa ricerca di un ordine nel caos. Stefano
Giovanardi individua "un'architettura di scrittura un po' complicata: quasi
un'architettura del barocco estremo".
L'esperienza di perdita di se stessi torna nei racconti, insieme con
l'avventura pirandelliana di ritrovarsi ad essere un altro da se', che si
osserva per la prima volta, spietatamente. E' quello che Renato Minore
definisce "un secondo sguardo infallibile e inesorabile anche nel percepire
il proprio malessere". La brevita' esige di rinunciare praticamente alla
storia dei personaggi, colti attraverso un particolare evento che fotografa
stati d'animo, sensazioni. Walter Mauro ha parlato di "un'immissione dura e
impietosa nell'attuazione del personaggio, folgorato e folgorante" e ha
affermato che "il reticolo di una realta' tutta da decifrare emerge nei suoi
nodi essenziali e determinanti".
*
Se si perde il baricentro
A questo proposito e' assai significativo il titolo di una raccolta di
racconti: La realta' e' un dono (1987). Decifrare, infatti, il "reticolo
della realta'" risulta estremamente difficile, in particolare per chi perde
il baricentro di se stesso e dei valori condivisi. Dall'esperienza di alcuni
personaggi, inoltre, risulta evidente quanto sia pericolosa l'illusione di
possedere la realta'. Mantenere un rapporto equilibrato, non ossessivamente
concentrato su se stessi, sembra proprio un dono prezioso. Ci puo' far
pensare molto anche soltanto questa riflessione del protagonista del
racconto intitolato "Cena del primo dell'anno con ospiti di riguardo":
"Poiche' gli altri non assolvevano piu' alla funzione di specchio che ero
abituato a trovare, non restituivano la solita immagine, mi ritrovavo senza
me". Il filo rosso che da' unita' a ogni raccolta di racconti e'
innanzitutto questo sguardo spietato, che torna come una luce intensa accesa
all'improvviso.
Cio' accade sia in La realta' e' un dono sia in Separazioni (1997). La
narrazione, anche se spezzata nelle vicende di diversi racconti, si mantiene
sempre sulla corda della tensione verso una possibile riappropriazione di
se' da parte dei personaggi. C'e' da dire, infatti, che anche in
Separazioni, dedicato in particolare a rapporti di coppia oramai
compromessi, la separazione, prima ancora che tra uomo e donna, viene
individuata proprio nell'interiorita' di ognuno. Ciascuno, prima di
disconoscere il rapporto con l'altro, ha preso le distanze in modo
drammatico da se stesso. E' come se un velo si fosse squarciato. Un
personaggio ammette: "So che non tornero' piu' come prima. Il diavolo con un
colpo di coda ha interrotto il ritmo della mia felice voracita' vitale. Un
ematoma si e' formato nel mio spirito. La sfera perfetta della mia esistenza
ha questa macchia interna che non ho strumenti per rimuovere".
*
Crisi di mezza eta'
Tutto cio' si verifica soprattutto nella mezza eta', che e' un dato
ricorrente nei racconti. E' la particolare fase della vita in cui si
rielabora il proprio sguardo sul mondo. Accade che nel prendere
consapevolezza della propria maturita' cambi lo sguardo al futuro, venga
meno la curiosita' per il domani. L'istinto suggerisce di fermarsi, di
bloccare il presente. Ma se la mente subisce un arresto e si fissa restando
quasi sospesa, il flusso della vita naturalmente scorre inesorabile e il
fisico tradisce le tappe di questo fluire. Si legge: "Lo sguardo mentale...
decide di non avanzare piu' e da ora in avanti avanzera' solo il corpo,
dannato al cambiamento e all'azione". La maturita' sostituisce la
giovinezza, che nell'immaginario collettivo viene generalmente identificata
con il mito della bellezza e con l'incoscienza della morte. In questo caso,
viene definita come "eta' dell'oro" in relazione a una particolare
disposizione d'animo che le appartiene: si tratta della semplicita' con la
quale si leggono i comportamenti degli altri.
Si parla dei giovani come di "personaggi puri come pietre lavate dai fiumi".
Anche qui sembra affacciarsi l'idea della gratuita': libero e autentico e'
un modo di porsi in cui conta la persona prima di qualunque condizionamento
esterno. E il rapporto con il mondo resta sano. C'e' da dire che lo stile
diretto, incalzante di alcuni racconti tradisce un'esasperata ricerca di
scandagliare la verita' di alcuni rapporti e si vede abbassato il livello
letterario della narrazione.
Ma, tornando alla caratteristica della brevita', oltre ai racconti ci
imbattiamo in Verso Paola (1991). Questo romanzo appare come uno
straordinario e affascinante paradosso: in poche pagine dice molto proprio a
proposito delle potenzialita' del linguaggio umano. Oltre al controllo della
propria esistenza, il protagonista Alessandro ha perso anche i punti di
riferimento dei propri valori etico-civili. Da una giovinezza di ideologie,
utopie, lotte politiche e' passato a un benessere borghese senza essere in
grado di dare un senso alle proprie scelte di vita. E' un professore e cerca
percio' di confidare nel linguaggio, come forma di conoscenza del reale.
Verifica, pero', che il linguaggio e' solo un codice attraverso il quale si
possono smontare le falsita' proprio perche' si puo' anche camuffare la
verita'. Lo fa durante un emblematico viaggio in treno dal Nord al Sud
d'Italia, in cui attraversa e incontra situazioni sociali e persone molto
diverse.
Nonostante l'avarizia delle parole, l'orizzonte si dilata, tanto che Enzo
Siciliano ha affermato: "L'Italia devastata nella natura e nel morale
diventa il riflesso di quell'animo lacerato [...]. Quello che ha disgregato
la mente di Alessandro e' anche un nesso di storia, di storia oggettiva e
corale". Anche in questa prospettiva, dunque, il protagonista sperimenta le
altre facce del linguaggio: la bugia, l'afasia, per arrivare a desiderare il
silenzio. E' la ricerca di un silenzio come pausa per ridare significato al
linguaggio, ma diventa anche la riscoperta della realta' del silenzio che
maggiormente e' ricca di significati: e' la realta' del monastero, uno dei
"luoghi di solitudine che parlano, che rispondono alle domande estreme".
Alessandro mette a fuoco che le societa' attuali "negano rapporti reali con
la vita e le cose".
*
Uno stritolato dalla Storia
In questo nostro viaggio non sistematico, quasi intermittente, tra i libri
della Sanvitale, ritroviamo tale rapporto tra societa' e individuo come uno
dei nodi cruciali di Il figlio dell'Impero (1993). Quanto siano diversi i
romanzi tra loro e' senz'altro evidente: Il figlio dell'Impero si snoda per
630 pagine, e' legato a un soggetto storico, ha un protagonista che vive e
parla solo attraverso la contraddittoria documentazione sopravvissuta.
In questo libro, cosi' distante non solo da Verso Paola ma anche
dall'impostazione degli altri, la priorita' della ragion di Stato muove con
la sua logica le fila dell'esistenza di un individuo. E' la storia
tremendamente coinvolgente di un'esperienza di abbandono, di negazione, di
non-vita. E' anche la rappresentazione esemplare di come la Storia dei
grandi e degli eroi stritoli tra i suoi cingoli tante vittime, tanti singoli
individui. E' l'altra faccia degli annali ufficiali.
Anche in questo caso, e forse piu' che mai, la formula narrativa sfugge alle
definizioni. A dispetto del titolo, non e' un romanzo storico nel senso
tradizionale. Nell'anomala ricostruzione storica della vicenda del figlio di
Napoleone, in cui e' evidente lo sforzo di una ricerca minuziosa che ha
raccolto praticamente tutti i possibili pezzi del puzzle, la Sanvitale
avverte il lettore fin dall'inizio che non potra' confidare su certezze di
carattere documentaristico. Mette in luce la fragilita' e la mobilita' della
verita' storica che sta ricostruendo. Con il rigore critico che la
contraddistingue, sottolinea i trabocchetti della realta', che in questo
caso sono i limiti della Storia raccontata nei documenti ufficiali, che non
coprono l'abisso che c'e' tra logiche politiche e vita delle persone, tra
vincitori e vinti. A un certo punto, a proposito di una delle notazioni che
emergono da resoconti non ufficiali, la narratrice si domanda: "E' un
particolare poco significativo? Oppure si tratta di uno degli innumerevoli
indizi che fanno barcollare l'impalcatura attraverso la quale ci illudiamo
di ripercorrere il tempo che non c'e' piu'?". Ancora una volta emerge
l'invito a pensare, oltre al piacere di una lettura vivissima.
D'altra parte, Il figlio dell'Impero non puo' essere definito neanche come
la storia romanzata di una vita: manca lo sviluppo di un'esistenza, mancano
amori, vicende, avventure, proprio perche' al figlio di Napoleone, essendo
morto giovanissimo, e' mancata completamente la vita. In questo senso, Geno
Pampaloni puo' affermare che l'intuizione geniale del libro e' proprio
quella di concepire "un romanzo non gia' di formazione ma di non
formazione", ma poi deve immediatamente ribadire che comunque "emerge un
eroe da romanzo che ha una sua autonoma cittadinanza nella nostra
letteratura contemporanea".
Secondo Ferruccio Parazzoli, la Sanvitale "racconta la storia del figlio di
Napoleone attraverso un cannocchiale sapiente di storia, di arte, di
cultura", cosi' che ne emerge "la ricostruzione di un'epoca". Per dirla con
le parole di Nello Ajello, e' "un affresco storico, maestoso, coinvolgente".
Fondamentale, pero', e' anche la notazione con cui Luigi Baldacci sottolinea
che "la valenza simbolica prevale sul contenuto storico alludendo ad altre
violenze, sradicamenti, impossibilita' ad essere se stessi".
La scrittrice ci immerge e ci guida in una rappresentazione simbolica
dell'umanita' che soffre, che lotta, che subisce. E lo fa attraverso i
diversi piani della raffigurazione di un'epoca e di una storia tutta
individuale. E' come cogliere il punto in cui due parallele del mondo
riescono a incontrarsi.
E' un'intuizione che appartiene anche agli altri scritti della Sanvitale e
che ci sembra tratteggiata molto bene in questo brano di Madre e figlia:
"Per un'immagine o un richiamo mentale o una coincidenza fortuita e per
fatti di cui vengo a conoscenza, mi trovo a confrontare la parola Storia con
la vita di Sonia o di persone di cui ho incrociato i destini. Mi rappresento
un moto vorticoso di avvicinamento, un attrito incandescente, una divergenza
velocissima: una traiettoria di corpi di dimensioni incomparabilmente
diverse che s'interseca in un punto non determinabile e poi, mentre il
mastodontico e sconosciuto corpo si allontana in un milionesimo di secondo,
i corpuscoli infinitesimali componenti dell'altro, depauperati di energia e
quindi di luce, restano vaganti ombre a testimoniare un fenomeno di cui, in
qualunque caso, non hanno avuto coscienza".
*
Accanto agli altri uomini
Di un'altra intuizione profonda che impreziosisce la scrittura di Francesca
Sanvitale abbiamo parlato all'inizio. Si tratta della magia della
rappresentazione, dell'alchimia che permette di essere accanto ad altri
uomini, di ogni secolo, ceto, sesso, eta', attraverso una forma
rappresentata del vissuto: una pagina letteraria, una messa in scena
teatrale, un quadro, un brano musicale, un documento. Non ha niente a che
fare con la cieca fiducia nella possibilita' di riproporre un'esperienza
vissuta. Al contrario, e' l'appassionante avventura di sentire anche con la
sensibilita' di altri. E' quello che entusiasma e consola la piccola
protagonista di Madre e figlia, quando si trova per la prima volta di fronte
a un teatrino: "Che cosa poteva volere di piu' Sonia, che vedeva e sentiva
la verita' dei suoi dolori?". Per l'umanita' e' la possibilita' di fare un
passo in avanti grazie al recupero del passato.
In Il figlio dell'Impero si legge: "Attimi spaziati nel tempo che sarebbero
piombati nel buio e ora invece stanno davanti a noi, documenti di
impercettibile essenzialita'".
A questo punto finale dell'immersione nella narrativa della Sanvitale, ci
piace riproporre uno dei brani conclusivi di Madre e figlia: "Non riesco a
staccarmi da queste pagine perche' mi dispiace che anche tu come me chiuda
il libro e ti stacchi dalle mie emozioni. Non te ne andare. Non pensare ad
altro per un po'. Le storie non finiscono". Le storie di Francesca Sanvitale
non finiscono perche' aprono orizzonti di riflessione e spiragli di
sensibilita'. Che cosa si puo' volere di piu' di emozioni dell'umanita' che
sarebbero piombate nel buio?
*
Mettendo a fuoco sentimenti e relazioni
Francesca Sanvitale e' nata a Milano nel 1928. Ha vissuto a Firenze, dove si
e' laureata in Letteratura italiana, e dal 1961 vive a Roma. I temi della
sua narrativa convergono sempre sulla violenza dei sentimenti e sulla
difficile, inclemente storia delle relazioni umane. Sostiene che uno
scrittore deve usare tutti i mezzi tecnici a disposizione per intervenire e
"fare cultura", non perdendo mai di vista un rapporto diretto con la
realta'. E' stata condirettore di "Nuovi Argomenti"; fa parte del consiglio
di redazione di "Micromega". Ha collaborato a diverse testate giornalistiche
e per 26 anni si e' occupata di spettacolo e programmi culturali della
televisione italiana. Tra le sue opere piu' importanti segnaliamo:
Il cuore borghese, Vallecchi, 1972; Oscar Mondadori, 1986. Il romanzo ha
vinto, ex aequo con Monsieur Kitch di A. De Benedetti, il premio Viareggio
Opera Prima. Si e' piazzato tra i finalisti del premio Strega.
Madre e figlia, Einaudi, 1980; Oscar Mondadori, 1986; Einaudi Tascabili,
1994. E' il romanzo del successo.
L'uomo del parco, Mondadori, 1984; Oscar Mondadori, 1986. Il romanzo e'
giunto secondo al premio Strega.
La realta' e' un dono, Mondadori, 1987. E' una raccolta di racconti, che si
e' piazzata tra i finalisti del premio Viareggio-Versilia e ha vinto il
premio Lerici.
Mettendo a fuoco, Gremese, 1988. Scritti nei quali si misura con la cronaca,
gli avvenimenti civili e letterari.
Traduzione de Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet, per la collana
"Scrittori tradotti da scrittori", Einaudi, 1989; ora nei Tascabili.
Verso Paola, Einaudi, 1991.
Il figlio dell'Impero, Einaudi, 1993. E' arrivato secondo al premio Strega.
Tre favole dell'ansia e dell'ombra, il Melangolo, 1994. Tre racconti in
chiave psicoanalitica.
Separazioni, Einaudi, 1997. Quattordici racconti sul tema della coppia.
Camera ottica, Einaudi, 1999. Raccolta di saggi letterari.
*
Hanno scritto di lei
Luigi Baldacci, introduzione a Il cuore borghese, Mondadori, 1986.
Geno Pampaloni, introduzione a Madre e figlia, Mondadori, 1986.
Antonio Porta, introduzione a L'uomo del parco, Mondadori, 1987.
Margherita Fazio, Narrare percorsi possibili, Longo, 1989.
Fiammetta Filippelli, "Memoria e realta' nell'itinerario narrativo di
Francesca Sanvitale", Annali dell'Istituto orientale, Napoli 1991.
Maria Teresa Giuffre', "Francesca Sanvitale e il romanzo di idee al
femminile", Tempo Presente, novembre 1994, pp. 45-49.
Claudio Marabini, "Diario di Lettura", Nuova Antologia, ottobre-dicembre
1997, pp. 149-151.

2. LIBRI. MARIA TERESA CARBONE INTERVISTA LIU SOLA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 giugno 2008 col titolo "Incontri. Un
dialogo con Liu Sola, autrice del romanzo La piccola storia della grande
famiglia Ji. Fra vere e false leggende, i drammi di una rivoluzione"]

"Questo libro parla della gente del futuro, ma il motivo per cui l'ho
scritto e' stato mio padre": cosi' Liu Sola comincia il poscritto alla sua
Piccola storia della grande famiglia Ji, da poco uscito per Einaudi nella
traduzione di Maria Rita Masci (pp. 246, euro 13,50). E in effetti al padre,
eroe della rivoluzione cinese e poi vittima di purghe negli anni '60, e allo
zio, famoso generale comunista morto nel '36, e' idealmente dedicato questo
libro intenso e composito, che traspone in chiave narrativa le vicende di
una famiglia e di un paese, mescolando miti e cronache, pagine di diario e
dialoghi teatrali. Una tecnica che Liu, musicista oltre che scrittrice (nei
giorni scorsi a Roma per un concerto all'interno del festival cinese
all'Auditorium), adotta anche nelle sue composizioni musicali, dove gli
influssi delle melodie tradizionali cinesi si miscelano al blues e al jazz.
*
- Maria Teresa Carbone: Il suo romanzo e' ambientato in un futuro lontano,
dopo la caduta di un meteorite che distrugge la civilta' moderna e che
tuttavia mantiene la Cina "gloriosamente al centro del mondo". Il tono
ironico e' evidente, ma si tratta solo di un paradosso?
- Liu Sola: In effetti, la mia generazione e' cresciuta nella convinzione
che il centro del mondo fosse la Cina. A darci questa certezza non erano
solo gli insegnamenti del comunismo rivoluzionario, ma anche un
atteggiamento piu' antico, che risaliva ai tempi delle dinastie imperiali.
In seguito, a partire dagli anni '80, abbiamo scoperto che la situazione era
ben piu' complessa. Del resto, la chiusura verso l'esterno ha rappresentato
uno dei motivi per cui ho vissuto a lungo all'estero: volevo essere
un'artista e in quanto tale mi era necessario confrontarmi con quello che
succedeva "fuori", non potevo accontentarmi di un successo ottenuto in una
sfera autoreferenziale come era allora quella cinese.
*
- Maria Teresa Carbone: Tutta la prima parte della Piccola storia della
grande famiglia Ji sembra ricalcata sulle leggende tradizionali cinesi,
mentre successivamente le stesse vicende vengono raccontate da prospettive
molto diverse, tanto che nei titoli di alcuni capitoli si parla
esplicitamente di ritagli e di collage. Come si e' delineata la struttura
del romanzo?
- Liu Sola: Quando ho deciso di riprendere certe vicende della storia della
mia famiglia, e della Cina, per farne un romanzo, mi e' stato subito chiaro
che la mia angolazione non sarebbe stata la stessa dei miei genitori, e
della loro generazione. Ma non potevo non tenere conto anche del loro punto
di vista. Cosi' ho pensato che sarebbe stato interessante adottare
all'inizio una prospettiva molto contrastata, nella quale fosse subito
chiaro chi sono i buoni e chi sono i cattivi. L'idea di attingere alla
mitologia cinese nasce da qui, anche se mi sono mossa molto liberamente.  Il
mito del maiale-tartaruga, per esempio, e' una mia invenzione: ricordando le
bestie fantastiche che popolavano i testi classici della nostra letteratura,
ho pensato che sarebbe stato buffo accostare due animali cosi' diversi. Poi,
man mano che il libro procede, i personaggi assumono uno spessore diverso,
viene fuori che le stesse storie si possono leggere diversamente, e possono
essere manipolate a seconda di chi le racconta. Da qui deriva l'uso del
"collage", ma anche dei copioni o dei brani di sceneggiature, dove si vede
l'eroe che muore, e poi il regista che ordina di tagliare la scena, quasi a
riflettere le parti di storia che non conosciamo, o che sono state
raccontate in modo diverso a seconda dei periodi.
*
- Maria Teresa Carbone: A cosa e' legato invece l'inserimento di una figura
"eccentrica" come quella di Gesu'-Giovanni?
- Liu Sola: Mio padre e mio zio appartenevano alla prima generazione di
rivoluzionari, avevano creduto fino in fondo in quella causa. Quando mio
padre torno' a casa dall'accademia militare, apri' le porte del suo palazzo
e incito' i poveri a prendere quello che volevano, a fare lo stesso altrove.
E la storia di mio zio, morto nel 1936, cosi' come mi e' stata raccontata
dai miei familiari, era davvero quella di qualcuno che era venuto sulla
terra per sacrificarsi. In fondo, questa e' una figura che si ritrova in
tutte le culture, e quindi inserire nella storia questo strano Gesu' era un
modo per affrontare questa dimensione quasi messianica, e per lasciar
trasparire il conflitto interno, che mio padre fino alla morte non ha mai
voluto esprimere. Gran parte del mio romanzo, del resto, e' basata sul libro
che mia madre aveva scritto sulla vita di mio zio, e per il quale era stata
fortemente criticata. Quando ho letto il suo libro, vivevo gia' all'estero,
e non ho potuto fare a meno di piangere, pensando al dolore di cui quelle
pagine erano piene.

3. LIBRI. IDA DOMINIJANNI PRESENTA "L'ABORTO E LA RESPONSABILITA'" DI
CECILIA D'ELIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 4 novembre 2008 col titolo "Genealogia
dell'aborto"]

In attesa di veder svanire - speriamo - l'incubo Sarah Palin, inedita figura
di parassita antifemminista della rivoluzione femminista che pretenderebbe
con una mossa sola di legittimare un mito neo-tradizionalista della madre e
di delegittimare la liberta' di scelta femminile sull'aborto, diamo uno
sguardo a un agile e prezioso libro di Cecilia D'Elia appena uscito per
Ediesse, che sotto il titolo L'aborto e la responsabilita' ricostruisce
quattro decenni di dibattito pubblico sull'aborto nel nostro paese. Cecilia
D'Elia, attualmente vicepresidente e assessora alla cultura della Provincia
di Roma, e' una femminista di seconda generazione, formatasi politicamente e
intellettualmente negli anni Ottanta, che ha sempre praticato una relazione
genealogica forte e dichiarata con "le madri" degli anni Settanta. Ed e'
questa relazione che a mio avviso struttura il suo libro, che infatti si
segnala - fra i molti che sull'aborto continuano ad uscire come se il tema
lo portasse ogni volta la cicogna, il presidente del consiglio di turno o
"il Foglio" - per il fatto di restituirgli invece la sua origine vera. Che
e' un'origine radicata nella presa di coscienza femminista degli anni
Settanta. Un'origine che tanto ne condiziona i successivi sviluppi, quanto
dai successivi sviluppi viene continuamente rimossa. Cecilia - che le
lettrici del "Manifesto" conoscono per i suoi interventi sul giornale in
materia di procreazione - lo dichiara con chiarezza: "Il libro nasce dal
desiderio di non perdere un patrimonio che donne di generazioni diverse
hanno prodotto e che rischia di essere offuscato dal discorso pubblico.
Sulla grande stampa, salvo rare eccezioni, si discute di aborto come se le
donne non ci fossero e come se non avessero detto nulla di significativo. Si
pontifica di morale non dando nessun valore alla parola femminile, come se
fosse irrilevante 'chi' abortisce". L'abbiamo visto bene, l'ultima volta,
pochi mesi fa, durante la campagna teo-cons per la moratoria sull'aborto e
per la revisione delle norme sull'aborto terapeutico. Ma lo vediamo bene
anche tutte le volte che, da sinistra, la questione aborto viene declinata
solo nei termini riduttivi della laicita' dello stato e della difesa di un
diritto. Percio', come scrive D'Elia, "ritornare all'origine puo' aiutarci a
uscire da una rappresentazione non veritiera del dibattito in corso,
schiacciato sull'imperativo della difesa della vita, e puo' mostrarci gli
elementi di debolezza di una risposta a favore della scelta delle donne
tutta giocata sulla laicita', sulla grammatica dei diritti e sul rischio di
un ritorno alla triste realta' dell'aborto clandestino".
All'origine, infatti, ben altra fu, nella presa di parola femminile, la
complessita' e la ricchezza del discorso. Sintomo di uno scacco nel vissuto
della sessualita' e della relazione con l'altro, l'aborto era solo un
capitolo di una piu' vasta materia che comprendeva la distinzione fra
sessualita' e maternita', l'analisi del desiderio di essere o di non essere
madre, il cambiamento del rapporto con gli uomini, l'elaborazione di un
linguaggio autonomo delle donne su se stesse e sull'altro. Tutt'altro campo
discorsivo rispetto a quello consentito dal fronte politico ´"progressista"
dell'epoca, che in casa radicale e socialista si limitava a parlare di un
diritto civile, e in casa catto-comunista, peggio ancora, di una "piaga
sociale" da combattere a suon di asili nido e servizi sociali. Attraverso
l'analisi dei testi del femminismo radicale (e dei cambiamenti intervenuti
nelle organizzazioni femminili piu' tradizionali come l'Udi che radicali non
erano), Cecilia ricostruisce il discorso femminista in tutte le sue
eccedenze dal discorso politico e da quello giuridico. Rilegge il dibattito
parlamentare sulla 194 e il carattere compromissorio di quella legge, oggi
diventata una trincea difensiva ma allora oggetto di critiche asperrime nel
movimento. E passando ai decenni successivi, segue le pieghe successive che
il discorso pubblico ha preso, prima, negli anni Ottanta, con il tentativo
di rimettere la legge e la parola del padre di traverso alla coppia
madre-concepito, poi, negli anni Novanta, con il tentativo di contrapporre
il diritto del feto a quello della madre, e infine, nel decennio ancora in
corso, con il tentativo di eclissare la figura materna riducendola a un
utero-contenitore sottoposto alla norma del diritto e della scienza.
Tentativi non riusciti, o riusciti solo in parte. Ma che mostrano
dell'aborto, di volta in volta, piu' il lato sintomatico delle nevrosi
sociali che quello di un'esperienza umana femminile da far parlare e sapere
ascoltare.

4. LIBRI. NICOLE MARTINA PRESENTA "L'ENTRATA DI CRISTO A BRUXELLES" DI
AMELIE NOTHOMB
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 4 dicembre 2008 col titolo "Amelie
Nothomb gioca con il ghiaccio" e il sommario "Strenne. Due favole per adulti
della scrittrice belga"]

Due favole per adulti, partorite dalla fantasia inesauribile di Amelie
Nothomb, vengono ora confezionate in una strenna natalizia che la Voland,
fortunato editore della scrittrice belga, ha mandato in libreria in questi
giorni con il titolo L'entrata di Cristo a Bruxelles (trad. di Monica
Capuani, pp. 103, euro 12).
Nella prima fiaba si racconta di un uomo alla ricerca della sua fortuna
economica, non perche' mosso da avidita' ma in quanto certo che nessuno si
curera' di lui a meno di saperlo in pingui finanze. Gia' dall'eta' di
vent'anni, infatti, lui stesso non si sopporta piu', e altrettanta
insofferenza, dunque, immagina di suscitare negli altri. In cerca della sua
buona stella, si aggrappa a quella del suo ricco zio, che vedendolo tanto
solerte gli offre un posto di segretario; e Salvator accetta pensando che la
mossa necessaria a diventare l'erede universale dello zio implichi il suo
rendersi indispensabile. Ma, com'e' ovvio, la delusione lo attende dietro la
porta: lo zio si sposa con una ragazza che Salvator aveva creduto di potere
lui stesso conquistare e di li' all'indispensabile nasce l'erede.
Ogni speranza di potersi impossessare delle fortune dello zio abbandona il
misero Salvator, che accecato dalla sventura pensa bene di piantare un lungo
chiodo nella testa del potenziale usurpatore e liberando la famiglia dal
neonato riprendersi la sua porzione di eredita'. Se non fosse che persino
Salvator e' dotato di una coscienza, e orripilato dal suo gesto, si appresta
a partire per l'Oriente affermando: "Non voglio essere piu' niente di quello
che sono stato".
Adesso chi legge vorra' sapere come va a finire, ma noi gli daremo appena un
assaggio rivelandogli, intanto, che Salvator aprira' un chiosco di ombrelli
a Hong Kong pensando che "c'e' una forma di onesta' nel vendere un riparo".
E poi, siccome una fiaba non puo' dirsi tale se quel che era stato seminato
per via non viene raccolto e fatto fruttare, state certi che ritroverete
impigliato nella trama tutto cio' che credevate perduto.
Quanto alla seconda fiaba, forse per l'insolita ambientazione, o forse
perche' Amelie Nothomb esaspera la sua propensione a imporci un ritmo di
lettura veloce, costellando tuttavia la scrittura di citazioni e di
soluzioni spiritose e brillanti, fatto sta che e' ancora piu' interessante e
avvolgente della prima. Ed e' anche piu' sottilmente crudele. Ha per sfondo
la Finlandia, "da qualche parte tra Faaaa e Aaaaa" e per protagonista un
romantico signore che pensa bene di partire su una slitta trainata dai cani
alla ricerca dell'amore della sua vita, che lui immagina trovarsi tra i
ghiacci del Nord. Troppo innamorato (se non altro della sua idea) per
impiegare il cervello in fantasie tanto prosaiche, dimentica che mangiare e'
pur necessario, e nel bel mezzo della prima notte polare si ritrova a patire
la fame. Senza farsi piu' problemi di quelli implicati nelle operazioni di
cottura, decide di sacrificare il primo cane e spartire quella carne con gli
infreddoliti superstiti.
Uno dopo l'altro tutti i cani meno uno faranno la stessa fine, finche' il
dilemma si riduce a chi dei due sopravvissuti mangera' l'altro. Impaurito
dalle fameliche occhiate che l'ultimo cane gli rivolge, l'uomo scappa e
scappando vede all'orizzonte una variante del famoso lumicino, e poi una
casa, e poi i suoi abitanti, cosi' inebetiti dalla televisione che quando
lui entra nemmeno lo notano. Sconcertato, l'uomo si aggira per l'enorme
casa, e visto che nessuno gli bada, si fa un bagno e si ristora, e una volta
capito che gli altri hanno preso nota silenziosamente della sua comparsa,
come se da tempo lo aspettassero, si mette a interrogarli, ricavandone poco,
ma pur sempre qualcosa piu' di niente.
Molto si potrebbe ancora dire senza percio' svelare la ragione di quella
sorta di incantesimo in cui la casa sembra piombata insieme ai suoi
abitanti; ma ancora una volta ci fermeremo prima di avvicinarci al cuore
della fiaba. Chi leggera' vedra'.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 225 del 18 dicembre 2008

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