Minime. 329



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 329 del 9 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Raffaella Mendolia: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
2. Alberto Trevisan: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
3. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
4. "Der Spiegel" intervista Wangari Maathai
5. Giuliano Battiston intervista Agnes Heller
6. Ettore Masina: I delitti della gente bene
7. L'Agenda dell'antimafia 2008
8. L'agenda "Giorni nonviolenti" 2008
9. Riletture: Piero Calamandrei, La burla di Primavera
10. Riedizioni. Paolo Griseri, Massimo Novelli, Marco Travaglio, Processo
alla Fiat
11. Riedizioni: Marco Travaglio (a cura di), Lucky Luciano
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. AMICIZIE. RAFFAELLA MENDOLIA: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Raffaella Mendolia (per contatti: raffamendo at libero.it) per
questo intervento.
Raffaella Mendolia fa parte del comitato di coordinamento del Movimento
Nonviolento, ed ha a suo tempo condotto per la sua tesi di laurea su "Aldo
Capitini e il Movimento Nonviolento (1990-2002)" una rilevante ricerca
sull'accostamento alla nonviolenza in Italia]

Mi abbono ad "Azione Nonviolenta"... perche' contribuisco alla sua
esistenza; perche' contribuisce alla mia formazione; perche' e' la nostra
memoria, di movimento e di cittadini; perche' e' la nostra prospettiva, come
luogo di elaborazione culturale; perche' oltre che di informazione e' un
canale di comunicazione, internamente al movimento e tra questo e l'esterno;
perche' fa tesoro dell'esperienza e si rivolge anche ai giovani; perche' se
la vuoi leggere non la trovi in edicola, e se non la trovi in edicola magari
vale la pena di leggerla...

2. AMICIZIE. ALBERTO TREVISAN: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Alberto Trevisan (per contatti: trevisanalberto at libero.it) per
questo intervento.
Alberto Trevisan, obiettore di coscienza al servizo militare prima che la
legge riconoscesse questo diritto e per questo tre volte incarcerato,
impegnato nel Movimento Nonviolento del cui coordinamento nazionale fa
parte, e' da sempre una delle figure di riferimento della nonviolenza in
Italia ed ha preso parte con ruoli di responsabilita' a molte rilevanti
esperienze per i diritti e la democrazia, di solidarieta' e di pace. Tra le
opere di Alberto Trevisan: Ho spezzato il mio fucile. Storia di un obiettore
di coscienza, Edizioni Dehoniane, Bologna 2005]

Mi ri-abbono ad "Azione Nonviolenta" perche' sono obiettore di coscienza
nonviolento e pur avendo "spezzato il mio fucile", quanti fucili dobbiamo
ancora spezzare? ancora molti.
Per questo "Azione Nonviolenta" s'impegna in silenzio quando ormai tutti
urlano.

3. INDICAZIONI PRATICHE. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964; e' un mensile di formazione, informazione e
dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Redazione, direzione e amministrazione sono in via Spagna 8, 37123 Verona,
tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax 0458009212,
e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona. Oppure
bonifico bancario sullo stesso conto presso BancoPosta ABI 07601 - CAB
11700. Speificare nella causale "Abbonamento a 'Azione nonviolenta'".
E' possibile chiedere una copia omaggio della rivista, inviando una e-mail
all'indirizzo an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione
nonviolenta'".

4. KENYA. "DER SPIEGEL" INTERVISTA WANGARI MAATHAI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione la seguente intervista a
Wangari Maathai, apparsa nel sito "Spiegel Online" il 7 gennaio 2008 (non
viene riportato il nome di chi ha effettuato líintervista) col titolo "La
violenza e' incredibilmente brutale" e il sommario "Premio Nobel per la pace
ed attivista ambientalista, la kenyota Wangari Maathai ha fatto parte del
governo del presidente Kibaki sin dal 2005. Ha parlato a 'Der Spiegel' dello
scoppio della violenza e delle prospettive di pace in Kenya".
Wangari Muta Maathai (Nyeri, 1940), premio Nobel per la pace nel 2004,
biologa, docente universitaria, gia' presidente del Consiglio nazionale
delle donne del Kenya, sottosegretario nel Ministero dell'Ambiente e delle
Risorse naturali del Kenya, con un lungo impegno in difesa dei diritti umani
e dell'ambiente (impegno che l'ha portata a subire minacce, aggressioni,
persecuzioni), ha fondato nel 1977 il movimento "Green Belt", un movimento
formato da donne che hanno piantato decine di milioni di alberi in Kenya e
in altri paesi africani: in particolare Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho,
Etiopia e Zimbawe, promuovendo difesa dell'ambiente e diritto al lavoro, e
valorizzando la centralita' delle donne nel mondo rurale. Dal sito
www.greencrossitalia.it riprendiamo per estratti la seguente scheda a cura
di Sergio Ferraris: "E' donna, e' ecologista, e' africana. E' Wangari
Maathai, il premio Nobel per la Pace 2004, viceministro per l'ambiente del
Kenia, rappresentante della Carta della Terra per l'Africa e membro di Green
Cross. Il comitato norvegese per il premio Nobel ha assegnato il prestigioso
riconoscimento per la pace all'ecologista kenyana, 64 anni, prima donna
africana nella storia a ricevere l'importante premio. Alla Maathai e' stato
riconosciuto il suo impegno nella lotta per la preservazione dell'ambiente e
la difesa dei diritti umani. 'La causa ecologista e' un aspetto importante
della pace - ha affermato Wangari Maathai, immediatamente dopo la notizia
del premio - perche' nel momento in cui le risorse si rarefanno, noi ci
battiamo per riappropriarcene. Piantiamo i semi della pace, ora e per il
futuro'. L'ecologista keniana e' anche avvocato dei diritti umani. Dopo il
conferimento del premio la biologa ha detto: ''Continuero' nella mia
campagna e chiedo ai keniani di unirsi a me'. L'impegno di Wangari Maathai
sul fronte ambientale e' storico. E' stata la fondatrice del movimento
'Green Belt' (cintura verde) che ha piantato oltre trenta milioni di alberi
lungo il continente africano per lottare contro la desertificazione. La
deforestazione, infatti, e' un grave problema per l'Africa che spinge, ogni
anno, milioni di persone nella poverta'. L'organizzazione fondata da
Maathai, il 'Movimento della cintura verde' ha anche dato, tra le altre
cose, lavoro a decine di migliaia di persone... La motivazione con cui il
Comitato del premio Nobel per la pace, con sede a Oslo, ha assegnato il
premio per la pace recita: 'Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di
assegnare il premio Nobel per la pace nel 2004 a Wangari Maathai per il suo
contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace. La pace
sulla terra dipende dalla nostra capacita' di assicurare l'ambiente dove
viviamo. Maathai e' in prima linea nella lotta per promuovere ecologicamente
lo sviluppo sociale, economico e culturale in Kenya e in Africa. Ella ha
adottato un approccio olistico allo sviluppo sostenibile che comprende
democrazia, diritti umani e diritti delle donne in particolare, pensando
globalmente e agendo localmente. Maathai ha contrastato coraggiosamente il
precedente regime oppressivo in Kenya. Le sue iniziative in prima persona
hanno contribuito ad attirare l'attenzione sull'oppressione politica, sul
piano nazionale e internazionale. Maathai combina scienza, impegno sociale e
politica attiva. Piu' che proteggere semplicemente l'habitat esistente, la
sua strategia tende ad assicurare e rafforzare la vera base per lo sviluppo
ecologicamente sostenibile. Ha fondato il movimento Green Belt (Cintura
Verde), con cui da circa 30 anni ha attivato donne povere per piantare 30
milioni di alberi. I suoi metodi sono stati adottati anche da altri Paesi.
Siamo tutti testimoni di come la deforestazione e la perdita del verde
abbiano portato alla desertificazione in Africa e minacciato altre regioni
del globo, compresa l'Europa. Proteggere le foreste dalla desertificazione
e' un fattore vitale nella lotta per rafforzare l'ambiente in cui viviamo
sulla nostra comune Terra. Attraverso istruzione, pianificazione familiare,
nutrizione e lotta contro la corruzione il movimento Green Belt ha aperto la
strada allo sviluppo a livello rurale. Riteniamo che Maathai sia una voce,
appartenente alle migliori forze dell'Africa, che parla per promuovere pace
e condizioni di benessere su questo continente. Wangari Maathai sara' la
prima donna africana a essere insignita del premio Nobel per la Pace. Sara'
anche la prima cittadina africana della vasta area tra il Sudafrica e
l'Egitto a ricevere il Nobel. Rappresenta un esempio e una fonte di
ispirazione per chiunque in Africa lotti per lo sviluppo sostenibile, la
democrazia e la pace'. 64 anni, la Maathai e' stata la prima donna in Africa
centrale-orientale a fare carriera unversitaria. Ha fondato il movimento
ambientalista kenyota nel 1977, e grazie a un progetto da lei ideato che ha
coinvolto soprattutto le donne, ha fatto si' che venissero piantati milioni
di alberi per impedire l'erosione del terreno e per fornire la legna da
ardere a tutto il Paese... Laureata in biologia all'Universita' del Kansas e
all'Universita' di Pittsburgh, ritornata in Kenya, Wangari Maathai ha
lavorato nel dipartimento di ricerca in medicina veterinaria all'Universita'
di Nairobi e, malgrado lo scetticismo e perfino l'opposizione degli allievi
e della facolta' tradizionalmente maschili, ha ottenuto il dottorato.
Wangari Maathai ha iniziato a lavorare per alleviare la poverta' della gente
del suo Paese cercando di creare progetti dal basso, partecipati, su base
comunitaria, per offrire occupazione e migliorare l'ambiente allo stesso
tempo... Wangari Maathai e' stata presidente nazionale del Consiglio
nazionale delle donne del Kenya, e nel 1997 si e' candidata alla presidenza
del paese, senza tuttavia poter concorrere perche' il suo partito ritiro' la
sua candidatura alcuni giorni prima delle elezioni... Nel 1998, Wangari
Maathai si guadagno' l'attenzione di tutto il mondo quando si oppose al
progetto del presidente del Kenya di costruire alloggiamenti di lusso
eliminando centinaia di ettari di foreste. Nel 1991, venne arrestata e
incarcerata, fu poi liberata in seguito a una campagna internazionale. Nel
1999 venne ferita alla testa mentre piantava alberi nella foresta di Karura,
a Nairobi, nel corso di una protesta contro il disboscamento continuo. E'
stata arrestata piu' volte dal governo del presidente Arap Moi e nel gennaio
del 2002, la Maathai ha accettato il posto di ricercatore alla facolta' di
agraria dell'universita' di Yale, occupandosi di silvicoltura sostenibile.
Dal gennaio 2003 e' sottosegretario al Ministero dell'ambiente, delle
risorse naturali e della fauna selvatica. Nel 2001 ha dato vita a 'Tree is
Life'... Il progetto di Tree is Life e' recentemente stato riconosciuto come
"buona pratica" dalle Nazioni Unite. Wangari Maathai e' la dodicesima donna,
la prima africana, a ricevere il premio Nobel per la pace". Opere di Wangari
Maathai: Solo il vento mi pieghera', Sperling & Kupfer, Milano 2007. Su
Wangari Maathai si veda il profilo scritto da Nanni Salio nel n. 792 de "La
nonviolenza e in cammino"]

- "Der Spiegel": Signora Maathai, il Kenya e' stato scosso da una sommossa
violenta. Che cosa puo' essere fatto per fermare la violenza?
- Wangari Maathai: L'opposizione, in particolar modo, deve chiamare alla
prudenza la sua gente. Deve convincere i suoi sostenitori a porre termine ai
saccheggi, agli omicidi ed alle devastazioni. I leader dell'opposizione
devono parlare alle persone nel loro stesso linguaggio. Hanno molta
influenza. Pero' bisogna fare in fretta, perche' ad un certo punto
raggiungeremo quel livello in cui la violenza diverra' un fine in se stessa
e non riusciremo piu' a fermarla.
*
- "Der Spiegel": E' l'opposizione la sola responsabile?
- Wangari Maathai: Non ha l'esclusiva, ovviamente, ma fino ad ora la maggior
parte degli omicidi sono stati commessi dai sostenitori dell'opposizione, il
Movimento democratico arancione.
*
- "Der Spiegel": Questo scoppio di violenza l'ha sorpresa?
- Wangari Maathai: Mi rende profondamente triste. Non avrei mai pensato che
cio' potesse accadere in Kenya, che delle persone sarebbero state spinte
dentro una chiesa e che poi all'edificio venisse dato fuoco. Questa violenza
e' incredibilmente brutale, ed e' molto intensa e non direzionata. Tuttavia,
si tratta di uno sviluppo che era prevedibile. Un largo segmento della
popolazione ha sentito per lungo tempo e in modo assai forte di essere
trattato ingiustamente.
*
- "Der Spiegel": Cosa c'e' dietro?
- Wangari Maathai: La politica in Kenya e' pesantemente condotta lungo linee
etniche, in special modo dal partito di governo. Membri di gruppi etnici
diversi dai Kikuyu si sentono tagliati fuori e negletti. La crisi che giunge
ora a compimento e' iniziata cinque anni fa, quando Kibaki ando' al potere.
*
- "Der Spiegel": Anche lei era un membro del suo gabinetto.
- Wangari Maathai: Si', quella che ha sempre detto: Basta con il perseguire
politiche di parte. L'approccio del governo ha diviso il paese. Questo e'
divenuto particolarmente chiaro durante la controversia sulla nuova
Costituzione, che avrebbe conferito a Kibaki ancor piu' potere. Per fortuna
il progetto e' stato sconfitto da un referendum. Ho lasciato il governo dopo
questo fatto.
*
- "Der Spiegel": Come giudica i risultati di queste elezioni?
- Wangari Maathai: Mi sembra strano che l'opposizione abbia vinto
chiaramente il Parlamento e Kibaki abbia di nuovo vinto come presidente. Ma
e' la Commissione elettorale che ha la responsabilita' di questo: non ha
fatto bene il suo lavoro, perche' ha preso troppo tempo per annunciare i
risultati. L'intero processo e' stato privo di trasparenza. I conteggi
avrebbero dovuto essere annunciati direttamente alle postazioni elettorali,
anche per prevenire che persone del tutto estranee si presentassero a
Nairobi, che e' quanto e' accaduto. Ma in effetti chi ha vinto le elezioni?
Non ne ho idea. Potrebbero averle vinte gli uni o gli altri.
*- "Der Spiegel": Il candidato dell'opposizione Raila Odinga ha chiesto
nuove elezioni tra tre mesi, e ha detto che vedrebbe bene un governo di
transizione sino ad allora.
- Wangari Maathai: Mi sembra una proposta ragionevole. Ma non credo che tre
mesi siano abbastanza. Potrebbe funzionare in sei.

5. RIFLESSIONE. GIULIANO BATTISTON INTERVISTA AGNES HELLER
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 4 gennaio 2008, col titolo "Una societa'
totalmente giusta non e' affatto auspicabile" e il sommario "Incontro con la
filosofa ungherese, che in questa pagina racconta i principali passaggi
della sua vita, a partire dall'incontro casuale con Lukacs. All'universita'
la inizio' alla filosofia e ora torna nei suoi ricordi come 'una
rivelazione'. 'Inizialmente non compresi neanche una parola di quel che
Lukacs diceva; mi fu chiaro, pero', che era molto importante, per me,
riuscire a capire proprio cio' che non capivo'". Dalla stessa fonte
riportiamo anche la seguente scheda: "Nata a Budapest nel 1929, espulsa una
prima volta dal Partito comunista ungherese nel 1949, allieva e poi
collaboratrice di Lukacs, dopo il '56 Agnes Heller venne destituita dai suoi
incarichi accademici. Tra i principali animatori del gruppo che si raccolse
attorno al filosofo ungherese negli ultimi anni della sua vita, dal 1963 al
1973 ha lavorato come ricercatrice presso l'Istituto di Sociologia della
capitale ungherese. Nel 1973, colpevole di 'negare la qualita'
rivoluzionaria vera e propria delle rivoluzioni socialiste', Agnes Heller
perse di nuovo il lavoro e quattro anni dopo decise di trasferirsi in
Australia, insegnando sociologia a Melbourne. Nel 1986 arrivo' a New York e
oggi ricopre la cattedra intitolata a Hannah Arendt alla New School for
Social Research. Dal 1989 insegna sia a New York che a Budapest. Tra i suoi
numerosi libri, tradotti in molte lingue: Per una teoria marxista del valore
(Editori Riuniti 1974), La Teoria dei bisogni in Marx (Feltrinelli 1974),
Sociologia della vita quotidiana (Editori Riuniti 1975), L'uomo del
Rinascimento (La Nuova Italia 1977), La filosofia radicale (Il saggiatore
1979). Le sue ultime opere sono dedicate all'estetica: The Concept of the
Beautiful (1999); The Time is Out of Joint: Shakespeare as Philosopher of
History (2000); Immortal Comedy: The Comic Phenomenon in Art, Literature,
and Life (2005)".
Giuliano Battiston, giornalista, ricercatore, saggista, docente, e'
ricercatore di "Mediawatch" e tutor presso la Scuola di giornalismo della
Fondazione Basso di Roma.
Agnes Heller, illustre filosofa ungherese, nata a Budapest nel 1929,
sopravvissuta alla Shoah, allieva e collaboratrice di Lukacs, allontanata
dall'Ungheria, ha poi insegnato in Australia e in America. In Italia e'
particolarmente nota per la "teoria dei bisogni" su cui si ebbe nel nostro
paese un notevole dibattito anche con riferimento ai movimenti degli anni
'70. Su posizioni democratiche radicali, e' una interlocutrice preziosa
anche laddove non se ne condividessero alcuni impianti ed esiti teorici. Dal
sito della New school for social research di New York (www.newschool.edu)
presso cui attualmente insegna traduciamo questa breve notizia biografica
essenziale aggiornata al 2000: "Nata nel 1929 a Budapest. Sopravvissuta alla
Shoah, in cui ha perso la maggior parte dei suoi familiari morti in diversi
campi di concentramento. Allieva di Gyorgy Lukacs dal 1947 e successivamente
professoressa associata nel suo dipartimento. Prima curatrice della 'Rivista
ungherese di filosofia' nel dopoguerra (1955-'56). Destituita dai suoi
incarichi accademici insieme con Lukacs per motivi politici dopo la
rivoluzione ungherese. Trascorse molti anni ad insegnare in scuole
secondarie e le fu proibita ogni pubblicazione. Nel 1968 protesto' contro
l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, e subi' una nuova persecuzione
politica e poliziesca. Nel 1973, sulla base di un provvedimento ad personam
delle autorita' del partito, perse di nuovo tutti gli incarichi accademici.
'Disoccupata per motivi politici', tra il 1973 e il 1977 lavoro' come
traduttrice. Nel 1977 emigro' in Australia. A partire dall'enorme
cambiamento del 1989, attualmente trascorre parte dell'anno nella nativa
Ungheria dove e' stata designata membro dell'Accademia ungherese delle
scienze. Nel 1995 le sono stati conferiti il 'Szechenyi National Prize' in
Ungheria e l''Hannah Arendt Prize' a Brema; ha ricevuto la laurea ad honorem
dalla 'La Trobe University' di Melbourne nel 1996 e dall'Universita di
Buenos Aires nel 1997". Opere di Agnes Heller: nella sua vastissima ed
articolata produzione segnaliamo almeno: Per una teoria marxista del valore,
Editori Riuniti, Roma 1974; La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli,
Milano 1974, 1978; Sociologia della vita quotidiana, Editori Riuniti, Roma
1975; L'uomo del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze 1977; La teoria, la
prassi e i bisogni, Savelli, Roma 1978; Istinto e aggressivita'.
Introduzione a un'antropologia sociale marxista, Feltrinelli, Milano 1978;
(con Ferenc Feher), Le forme dell'uguaglianza, Edizioni aut aut, Milano
1978; Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979; La filosofia radicale, il
Saggiatore, Milano 1979; Per cambiare la vita, Editori Riuniti, Roma 1980;
Teoria dei sentimenti, Editori Riuniti, Roma 1980, 1981; Teoria della
storia, Editori Riuniti, Roma 1982; (con F. Feher, G. Markus), La dittatura
sui bisogni. Analisi socio-politica della realta' est-europea, SugarCo,
Milano 1982; (con Ferenc Feher), Ungheria 1956, Sugarco, Milano 1983; Il
potere della vergogna. Saggi sulla razionalita', Editori Riuniti, Roma 1985;
Le condizioni della morale, Editori Riuniti, Roma, 1985; (con Ferenc Feher),
Apocalisse atomica. Il movimento antinucleare e il destino dell'Occidente,
Milano 1985; Oltre la giustizia, Il Mulino, Bologna, 1990; (con Ferenc
Feher), La condizione politica postmoderna, Marietti, Genova 1992; Etica
generale, Il Mulino, Bologna 1994; Filosofia morale, Il Mulino, Bologna,
1997; Dove siamo a casa. Pisan Lectures 1993-1998, Angeli, Milano 1999.
Opere su Agnes Heller: Nino Molinu, Heller e Lukacs. Amicus Plato sed magis
amica veritas: topica della moderna utopia, Montagnoli, Roma 1984; Giampiero
Stabile, Soggetti e bisogni. Saggi su Agnes Heller e la teoria dei bisogni,
La Nuova Italia, Firenze 1979; la rivista filosofica italiana "aut aut" ha
spesso ospitato e discusso la riflessione della Heller; cfr. in particolare
gli studi di Laura Boella]

La filosofia deve servire alla comprensione del presente: questa certezza,
che le e' stata trasmessa da Lukacs con il quale ha collaborato a lungo, e'
l'unica alla quale Agnes Heller ha sempre aderito senza riserve. Per il
resto, la sua e' una riflessione segnata dalla profonda diffidenza verso
ogni forma di assunto dogmatico. Una diffidenza che l'ha portata a criticare
aspramente qualunque monopolio ideologico, costandole cara. Quando in
Ungheria invocava un socialismo democratico pluralista contro "la dittatura
sui bisogni" del socialismo realizzato si trovo' a subire l'ostracismo del
Partito comunista ungherese, che vedeva in lei e negli altri membri della
Scuola di Budapest dei pericolosi sabotatori dell'integrita'
marxista-leninista. Quando poi scelse l'esilio in Australia e negli Stati
Uniti, e abbandono' progressivamente le lenti del marxismo, le ricaddero
addosso le critiche o il disinteresse dei suoi vecchi estimatori. Erano gli
stessi che negli anni '70 riconoscevano l'importanza della sua teoria sulla
necessita' di trasformare le forme della vita quotidiana, prima ancora delle
istituzioni politiche; e che poi hanno mal digerito la sua apertura alle
procedure liberal-democratiche, finendo con l'accusarla in sostanza dello
stesso "reato" che le venne imputato nel 1973 dal comitato centrale del
Partito comunista: "indirizzo ideologico eclettico e piccolo-borghese". A
dispetto dell'eclettismo che alcuni vorrebbero attribuirle, Agnes Heller e'
stata, invece, profondamente coerente, difendendo con costanza il ruolo
"demitizzante" della filosofia, che deve contrapporre "all'ambiguita'
immaginosa della mitologia l'univocita' dell'argomentazione razionale", e
mettere in questione l'ovvio, proprio perche' tale. E' seguendo questa idea
della filosofia come interrogazione del dato e come disposizione a
trasformarlo, che Agnes Heller ha abbandonato la rivendicazione di un
accesso privilegiato alla verita'; e con questo a ogni aspettativa
messianica. Non per accettare il presente ma per aprirsi al futuro,
perche' - sostiene - "ogni messia e' un falso messia, che chiude l'orizzonte
delle possibilita' future". L'abbiamo incontrata a Budapest, nel suo
appartamento pieno di libri e di storie, e con lei abbiamo discusso del suo
lungo itinerario filosofico.
*
- Giuliano Battiston: Nell'introduzione alla Filosofia radicale lei sostiene
che, affinche' possa dirsi "autentica", ogni filosofia deve presentare
qualche elemento autobiografico. Anche il suo percorso filosofico, del
resto, e' segnato da un continuo andirivieni fra la dimensione biografica e
quella teoretica.
- Agnes Heller: Il libro che lei ricorda rappresenta una vera e propria
dichiarazione d'amore nei confronti della filosofia, una filosofia che oggi
chiameremmo metafisica, e che tuttavia ritengo di potere amare ancora,
sebbene sia consapevole che non possano piu' presentarsi le condizioni che
l'hanno resa possibile. Ed e' vero, e' anche un'opera autobiografica dal
momento che tra la mia vita e la mia filosofia e' sempre esistito un
rapporto molto diretto e profondo. Ma di quel libro mi piace ricordare
soprattutto il radicalismo: credo la filosofia radicale sia, in genere, una
forma di politica che si ammanta di un abito filosofico; del resto, per
principio, ogni filosofia e' radicale. Lo e' perche' opponendosi al pensiero
ordinario, ci indica che quanto crediamo vero non lo e' affatto, e cio' che
riteniamo giusto e' solo un'opinione.
*
- Giuliano Battiston: Il suo primo incontro con la filosofia e' coinciso con
il suo primo incontro con Gyorgy Lukacs, al quale e' rimasta legata fino
alla sua morte nel 1971. E' vero che si e' trattato di un incontro
accidentale, perche' all'epoca, nel 1947, lei desiderava diventare piuttosto
una scienziata?
- Agnes Heller: E' vero. Ho incontrato la filosofia grazie al mio fidanzato
di allora, che mi porto' nell'aula dove Lukacs insegnava: mi trovai a
seguire una delle sue lezioni, mi sembra si trattasse di una lezione sulla
filosofia della storia, da Kant a Hegel. Ammetto di non avere capito neanche
una parola di quel che disse in quell'occasione Lukacs; capii pero' che era
estremamente importante, per me, riuscire a capire proprio quel che non
capivo. Fu cosi' che abbandonai le mie lezioni di fisica e cominciai a
seguire quelle di filosofia di Lukacs. Fu una vera e propria rivelazione.
*
- Giuliano Battiston: Il 15 febbraio 1971 il "Times Literary Suplement"
pubblico' una lettera in cui Lukacs faceva riferimento alla scuola di
Budapest, sostenendo che i suoi rappresentanti erano "i precursori della
letteratura filosofica del futuro". Ci racconta qualcosa di come e' nata la
scuola di Budapest?
- Agnes Heller: E' stata niente altro che l'ultima scuola di Lukacs, che
essendo convinto di possedere la verita' eterna, credeva che quella verita'
sarebbe potuta sopravvivere solo se una scuola ne avesse garantito la
diffusione. Non e' un caso che sin dalla sua giovinezza, e per tutto il
corso della vita, Lukacs abbia sempre voluto creare attorno a se' delle
scuole. Mihaly Vajda, Ferenc Feher, Gyorgy Markus ed io rappresentavamo il
cuore filosofico della scuola, ma eravamo prima di tutto un gruppo di amici
che a partire dal 1963, e fino all'emigrazione di fine anni '70, rimase
molto unito. Abbiamo sempre riconosciuto Lukacs come nostro maestro, sebbene
non siano mai mancati conflitti anche aspri. Vivevamo come una sorta di
"ecclesia pressa" di cui Lukacs era il sacerdote, e dunque guardavamo poco
all'esterno. Il gruppo ha continuato a lavorare anche dopo la morte di
Lukacs, nel 1971, ma venuto meno il nostro centro focale i conflitti
crebbero, finche' decidemmo di "chiudere" la "scuola".
*
- Giuliano Battiston: Nel 1973, con una risoluzione speciale il Partito
comunista ungherese bandi' la vostra scuola, impedendo ai suoi membri
qualsiasi possibilita' di insegnamento, di ricerca e di pubblicazione. Ci
riassume qualche passaggio di quello che e' stato definito come il "processo
ai filosofi"?
- Agnes Heller: E' stato chiamato cosi' ma non c'e' mai stato un vero
processo. Con quella risoluzione il Partito elencava i nostri peccati per
concludere che non potevamo far parte di istituti o accademie scientifiche,
perche' le nostre posizioni si allontanavano pericolosamente dal
marxismo-leninismo. Tutti si aspettavano che avremmo accettato le regole del
gioco, partecipando a una discussione sulle nostre idee organizzata dal
Partito all'Accademia delle Scienze, il cui risultato era deciso in
anticipo. Scrivemmo invece una lettera in cui dichiaravamo che, siccome non
si da' discussione privata di questioni filosofiche, avremmo accettato solo
un dibattito aperto, mediato dai giornali.
*
- Giuliano Battiston: Secondo Lukacs uno dei compiti principali della Scuola
di Budapest era quello di promuovere la rinascita del marxismo, dimenticando
tutto quello che il marxismo era stato dopo Marx. Tuttavia, lei stessa una
volta ha sostenuto che quella favorita dalla scuola di Budapest fu una
rinascita piuttosto singolare, perche' coincise con la "costante e
sistematica distruzione del marxismo".
- Agnes Heller: La scuola di Budapest era formata da persone molto diverse
tra loro, ognuna con i propri interessi particolari. Markus, per esempio,
inizialmente era interessato all'interpretazione di Marx, ma poi si dedico'
all'epistemologia e alla teoria della cultura; Vajda si occupo' di Husserl e
di Merleau-Ponty, mentre io lavoravo alla teoria della "vita quotidiana" e
ai problemi del Rinascimento. Nonostante questa diversita', in un certo
senso vivevamo insieme, discutevamo continuamente gli scritti di ognuno con
grande profitto, e l'amicizia molto forte che ci legava riusciva a ovviare
alle nostre differenze. Tutti noi riconoscevamo la necessita' di tornare
alle radici del marxismo, ma le differenze erano legate proprio al
significato da attribuire a questo ritorno, che per noi si allontanava molto
da cio' che intendeva allora Lukacs. Nonostante questo, la scuola
sopravvisse, e credo di poter dire che in qualche modo Lukacs stesse dalla
nostra parte anche quando criticammo la sua interpretazione delle radici del
marxismo e la sua ontologia delle scienze sociali. Il compito che ci
assegnavamo era lo stesso, ma i modi in cui lo interpretammo furono
completamente differenti.
*
- Giuliano Battiston: Alcuni lamentano il fatto che oggi il marxismo sia
stato relegato a poco piu' di un innocuo esercizio accademico, come fosse un
semplice documento storico-archeologico, che non permetterebbe di
comprendere meglio il presente e tanto meno di trasformarlo. Il suo parere
qual e'?
- Agnes Heller: Penso che non ci sia alcun futuro per gli ismi. Il marxismo
e' solo uno fra questi e, come lo strutturalismo e il funzionalismo, non
avra' futuro, non nei prossimi venti o trent'anni, almeno. Questo non vuol
dire che Karl Marx non fosse un genio, o che non si debba continuare a
interpretarne i testi. Ma quando riconosciamo l'importanza dell'aspetto
pratico della sua teoria al tempo stesso non dobbiamo dimenticare che molti
altri filosofi possono rivendicarlo. Tutta la filosofia radicale del XIX
secolo e' orientata verso la dimensione pratica, e direi perfino che tutti i
filosofi - da Platone a Leibniz - hanno desiderato esercitare una influenza
anche politica.
*
- Giuliano Battiston: Se assumiamo il suo punto di vista, secondo il quale
"qualunque politica redentiva e' incompatibile con la condizione politica
postmoderna", allora dovremmo accettare "il meramente esistente" e la
situazione presente come inalterabili? Oppure ritiene che ci sia ancora
spazio per creare quella che lei ha chiamato "una utopia razionale"?
- Agnes Heller: Dipende. Naturalmente la modernita' va accettata. Non penso
affatto che l'esistente sia necessario cosi' com'e', ma riconosco che alcune
cose sono impossibili, tanto l'abolizione del mercato quanto la liberta' di
creare istituzioni politiche o l'eliminazione della scienza e delle
tecnologie. Tuttavia, all'interno di questo orizzonte sono ancora possibili
rivoluzioni e transizioni: le rivoluzioni politiche sono frutto della stessa
modernita', che ha creato sempre nuove forme politiche. Dunque, si puo'
ancora agire, ma l'impossibile rimane impossibile.
*
- Giuliano Battiston: Percio' sarebbero possibili delle trasformazioni
all'interno delle coordinate gia' tracciate, ma non la costruzione di una
societa' completamente "libera dal dominio", quella societa' che secondo lei
e' pensabile solo se crediamo alla chimera di una rivoluzione antropologica?
- Agnes Heller: Una trasformazione antropologica - che forse non e'
impossibile ma molto improbabile - cosi' com'e' stata sognata da Kant e
dallo stesso Marx parte dall'idea che ci sara' un tempo in cui l'uomo
empirico e la specie umana verranno finalmente "riuniti", un tempo in cui
ogni singola persona diventera' assolutamente buona e, dimenticando ogni
elemento individualistico e particolaristico, finira' con l'assomigliare a
Cristo. Da parte mia dubito innanzitutto che sia una prospettiva vivibile e
desiderabile; se in tutta la storia del genere umano l'essenza umana e'
rimasta cosi' com'e', perche' dovrebbe improvvisamente cambiare durante la
nostra particolare contingenza storica? Qual e' il nostro privilegio? Chi e
come ce lo avrebbe concesso? Sono domande che vanno affrontate.
*
- Giuliano Battiston: Non a caso in Oltre la giustizia lei sostiene che "una
societa' totalmente giusta e' possibile ma non auspicabile". Ce lo spiega
meglio?
- Agnes Heller: Perche' una societa' totalmente giusta, al di la' della
questione della sua realizzazione, non e' auspicabile? Perche' in una
societa' simile nessuno potrebbe piu' dire "questo e' ingiusto", il che
ovviamente non e' augurabile. Si tratterebbe di una societa' non dinamica,
senza pluralismo delle opinioni, scontri e politica. E' questo il mondo che
vogliamo? Un mondo senza conflitti, un paradiso, un giardino dell'Eden? Non
penso che vorremmo vivere in un posto simile, dunque non credo che una
societa' totalmente giusta sia auspicabile.

6. MAESTRI E COMPAGNI. ETTORE MASINA: I DELITTI DELLA GENTE BENE
[Dal sito di Ettore Masina (www.ettoremasina.it) riprendiamo il seguente
articolo apparso sul mensile "Jesus" nel febbraio 2007.
Ettore Masina, nato a Breno (Bs) il 4 settembre 1928, giornalista,
scrittore, fondatore della Rete Radie' Resch, gia' parlamentare, e' una
delle figure piu' vive della cultura e della prassi di pace. Sulle sue
esperienze e riflessioni si vedano innanzitutto i suoi tre libri
autobiografici: Diario di un cattolico errante. Fra santi, burocrati e
guerriglieri (Gamberetti, 1997); Il prevalente passato. Un'autobiografia in
cammino (Rubbettino, 2000); L'airone di Orbetello. Storia e storie di un
cattocomunista (Rubbettino, 2005). Tra gli altri suoi libri: Il Vangelo
secondo gli anonimi (Cittadella, 1969, tradotto in Brasile), Un passo nella
storia (Cittadella, 1974), Il ferro e il miele (Rusconi, tradotto in
serbo-croato), El Nido de Oro. Viaggio all'interno del terzo Mondo: Brasile,
Corno d'Africa, Nicaragua (Marietti, 1989), Un inverno al Sud. Cile,
Vietnam, Sudafrica, Palestina (Marietti, 1992), L'arcivescovo deve morire.
Monsignor Oscar Romero e il suo popolo (Edizioni cultura della pace, 1993
col titolo Oscar Romero, poi in nuova edizione nelle Edizioni Gruppo Abele,
1995), Comprare un santo (Camunia, 1994; O. G. E., 2006), Il volo del
passero (San Paolo, tradotto in greco), I gabbiani di Fringen (San Paolo,
1999), Il Vincere (San Paolo, 2002). Un piu' ampio profilo di Ettore Masina,
scritto generosamente da lui stesso per il nostro foglio, e' nel n. 418 de
"La nonviolenza e' in cammino"]

Credo che dobbiamo pensarci, ancora e ancora. C'e' un agghiacciante
contrasto fra l'abitazione dei coniugi di Erba e il teatro dei loro delitti.
Gli assassini non si sono mossi nel degrado, nella brutalita' di certe
situazioni di miseria in cui persino il piu' stretto dei famigliari appare
un temuto concorrente alla propria fame di cibo o di dignita'. Gli assassini
sono usciti da un appartamentino tenuto "in ordine" quasi ossessivamente,
con un piccolo salotto (mai usato), quadri elegantemente incorniciati,
piante in vaso attentamente curate e una cucina meticolosamente pulita. Nel
compiere la loro strage, si sono portati dietro il profumo di cera o di
deodoranti che era il simbolo del loro perbenismo. L'orgia di sangue che a
un certo punto si e' scatenata non ha toccato soltanto gli individui ma le
stanze, i muri, i pavimenti. E' una costante quando gli omicidi sono "brava
gente", non criminali che agiscono, per esempio, per rapina. Quando facevo
il cronista, ricordo di essere entrato in un appartamento in cui il sangue
delle vittime era schizzato sin sui soffitti. E' come se gli assassini
volessero dire che non esiste vita degna di essere vissuta, se non la loro,
nessuna casa degna di essere pulita e onorata se non la loro.
Hanno costruito la propria abitazione con sacrifici e dedizione. Nelle
aziende in cui sono impiegati hanno spesso  richiesto di fare "straordinari"
per guadagnare di piu': "grandi lavoratori" e' la prima definizione che ne
hanno dato, dopo la strage, i colleghi o i superiori. Un po' alla volta la
loro casa e' diventata il loro capolavoro, ogni elettrodomestico un successo
e un premio a una vita dura. Ma proprio perche' quel luogo e' divenuto cosi'
importante, un contenitore perfetto per la loro solitudine "a due" in quel
luogo gli assassini vivevano come su una pericolosa frontiera. Loro non
chiedevano mai ai vicini il prestito di una tazza di zucchero o di una
lampadina. Non davano confidenze. La realta' e' che nessuno avrebbe dovuto
esistere al di la' delle loro pareti. Mantenere integra la loro conquista
significava per loro resistere a una continua aggressione. Il pianto di un
bambino o una cartaccia sulle scale condominiali era uno sfregio non
soltanto alla loro tranquillita' ma alla loro incolumita'.
Perche' cosi' soli, i due assassini? E non sono la punta di un mostruoso
iceberg di "brava gente" che odia l'Altro, tutti gli altri perche', in
mancanza di un'esperienza comunitaria, se ne sente aggredita? Certe riunioni
di condominio, come certi comitati di quartiere, mostrano grumi di
aggressivita' che nascondono una fonda paura. La nostra e' diventata una
societa' di porte sbarrate.
Un'altra domanda mi tormenta. Che fa la Chiesa, che facciamo noi-Chiesa di
fronte a questo radicale stravolgimento del vangelo, che ci chiede di
leggere il volto del Cristo nel volto dell'altro, ci apre alla speranza,
all'accoglienza, alla fraternita' e alla solidarieta'? Non e' il momento di
accorgerci che l'Italia e' diventata terra di missione?

7. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2008
Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo: l'Agenda dell'antimafia
2008, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2007,
euro 10. A cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, edita dal Centro
Impastato con Addiopizzo, Cesvop, Comune di Gela, Consorzio Ulisse.
L'agenda puo' essere richiesta al Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel.
0916259789, fax: 0917301490, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it

8. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI" 2008
Dal 1994 ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine offre spunti giornalieri di
riflessione tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla
nonviolenza hanno dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di
"antologia della nonviolenza" che ogni anno viene aggiornata e completamente
rinnovata. Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo.
Per richieste: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell. 3495843946, e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it
Il costo di una copia di "Giorni nonviolenti" 2008 e' di 10 euro, sconti
progressivi per l'acquisto di un numero di copie maggiore.

9. RILETTURE. PIERO CALAMANDREI: LA BURLA DI PRIMAVERA
Piero Calamandrei, La burla di Primavera con altre fiabe e prose sparse,
Sellerio, Palermo 1987, Rcs - Fabbri, Milano 2001, 2003, pp. 158, s.i.p. Un
libriccino che per molti versi commuove: Piero Calamandrei (1889-1956) e'
una delle figure piu' luminose della vita civile italiana, ed anche chi non
conosce il suo nome reca incisi nella memoria i versi di alcune sue epigrafi
per persone e citta' della Resistenza; queste lievi fiabe e questi breve
scritti di evocazioni impressionistiche e memoriali donano a chi legge una
scintilla ancora dell'umanita' sua grande. Con un saggio di Giorgio Luti
(che si conclude con le parole "A questo piccolo libro nato dalla passione
letteraria del grande giurista puo' essere affidato un duraturo messaggio di
speranza e di fede sul significato della nostra esistenza") e una
bibliografia essenziale.

10. RIEDIZIONI. PAOLO GRISERI, MASSIMO NOVELLI, MARCO TRAVAGLIO: PROCESSO
ALLA FIAT
Paolo Griseri, Massimo Novelli, Marco Travaglio, Processo alla Fiat, Editori
Riuniti, Roma 1997 (allora col titolo Il processo. Storia segreta
dell'inchiesta Romiti: guerre, tangenti e fondi neri Fiat), Nuova iniziativa
editoriale, Roma 2007, pp. 320, euro 7,50 (in supplemento al quotidiano
"L'Unita'"). Un libro (il cui sottotitolo suona "Mazzette ai partiti,
bilanci falsi e malaffari della prima azienda italiana. Una storia lunga e
censurata, da Cesare Romiti a Luca di Montezemolo") che nel riferire di una
rilevante inchiesta giudiziaria mette a disposizione una irrefutabile
documentazione sulle gesta ed il modus operandi dei vertici di quella che fu
l'azienda simbolo del capitalismo italiano. Con una prefazione di Giuseppe
Turani.

11. RIEDIZIONI. MARCO TRAVAGLIO (A CURA DI): LUCKY LUCIANO
Marco Travaglio (a cura di) [et alii, sotto lo pseudonimo collettivo: Ala
sinistra, mezz'ala destra], Lucky Luciano, Kaos, Milano 1998, Nuova
iniziativa editoriale, Roma 2007, pp. 334, euro 7,50 (in supplemento al
quotidiano "L'Unita'"). "Intrighi, maneggi e scandali del padrone del calcio
Luciano Moggi" recita il sottotitolo, e il libro e' una ricostruzione
accurata delle vicende poi esplose nello scandalo di "calciopoli": vicende
che costituiscono uno spicchio e uno specchio dell'autobiografia di una
nazione, quel regime della corruzione che reca il fascismo.

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 329 del 9 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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