La domenica della nonviolenza. 145



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 145 del 6 gennaio 2008

In questo numero:
1. Diana Napoli intervista Daniele Lugli (parte seconda e conclusiva)
2. Enrico Peyretti presenta "Paso doble per la pace" di Sirio Politi
3. Nanni Salio presenta "Nel rifugio della mente. La risposta zen al
terrorismo" di Thich Nhat Hanh

1. RIFLESSIONE. DIANA NAPOLI INTERVISTA DANIELE LUGLI (PARTE SECONDA E
CONCLUSIVA)
[Ringraziamo Diana Napoli (per contatti: e-mail: mir.brescia at libero.it,
sito: www.storiedellastoria.it) e Daniele Lugli (per contatti:
daniele.lugli at libero.it) per questa intervista realizzata il 4 dicembre
2007.
Diana Napoli, laureata in storia presso l'Universita' degli studi di Milano,
insegna nei licei, e' volontaria presso il Centro per la nonviolenza di
Brescia, cura un sito di studi storici.
Daniele Lugli e' il presidente nazionale del Movimento Nonviolento, figura
storica della nonviolenza, unisce a una lunga e limpida esperienza di
impegno sociale e politico anche una profonda e sottile competenza in ambito
giuridico ed amministrativo, ed e' persona di squisita gentilezza e saggezza
grande]

- Diana Napoli: Ti piace Benjamin?
- Daniele Lugli: Lo amo.
*
- Diana Napoli: Ecco, benissimo allora. Provo a dirti una cosa con la
seconda delle sue Tesi di filosofia della storia, quella in cui parla del
sentirsi attesi sulla terra, della debole forza messianica cui avremmo
diritto (come soggetti e come futuri oggetti) per il solo fatto d'esser
nati. Io ho l'impressione che di questa forza messianica, pur debole, noi,
la mia generazione, non sia stata "dotata"... non so se mi spiego.
- Daniele Lugli: Questa e' una responsabilita' seria della generazione che
vi ha preceduto...
*
- Diana Napoli: Per questo prima citavo Hannah Arendt e i suoi saggi. E'
come la sensazione di non avere niente nemmeno da redimere. Anche solo per
il paradossale fatto che qualcuno non sgombera il campo e redime ancora per
me.
- Daniele Lugli: Forse e' una sensazione che e' piu' diffusa di quel che
sembra (o forse no), ma e' gia' successo questo, ad esempio, in parte,
nell'esistenzialismo, con l'idea di essere gettato. E da questo punto di
vista Capitini ne ha di cose da dire. Non e' un caso che lui sia stato uno
dei piu' attenti studiosi di Michelstaedter, autore de La persuasione e la
rettorica, una straordinaria tesi di greco. Michelstaedter consegna la sua
tesi e poi si suicida. Persuaso! Questo per dire che ci possono essere dei
motivi di aggancio al pensiero capitiniano rispetto a questi temi... ad
esempio tutti sappiamo che grande pensatore e' il signor Leopardi, ma chi
legge Leopardi come pensatore? Timpanaro, che ne fa uno dei piu' grandi
pensatori materialisti. Capitini aveva una straordinaria considerazione di
Leopardi nel suo pensiero sulla natura, convinto che siamo in un mondo che
non e' veramente benigno e nemmeno e' li' per noi. La terra come Gaia. tutto
il "gaismo", ad esempio, e' estraneo al pensiero di Capitini, che diceva:
"l'acqua passa con la stessa indifferenza sul sasso e sul volto della bimba
annegata". Eppure nonostante cio', noi non abbiamo il diritto di protestare
perche' noi anche uccidiamo, noi diamo la morte ecc. Questo per dire che
quello capitiniano puo' essere un pensiero per coloro che dicono: "questo e'
quello che ci siamo ritrovati, non ci han dato le istruzioni per l'uso, non
e' chiaro se dobbiamo farla finita o continuarla con questa vicenda". In
questo tipo di interrogativi un orientamento alla nonviolenza non farebbe
male e secondo me e' possibile.
*
- Diana Napoli: Secondo te, tutta questa intransigenza che a volte oggi si
utilizza nell'intendere e nel comunicare (magari anche nel tentativo di
difendere) la nonviolenza, fa bene o no? Dire, per esempio, che la
nonviolenza e' una teoria o attitudine o quant'altro definita in un certo
modo preciso per cui per chi deroga non ci sono scusanti?
- Daniele Lugli: Io penso che la persuasione personale, che puo' anche
muoversi su un piano di intransigenza per quel che riguarda i propri
comportamenti, sia una cosa importante e giusta; non comprendo
l'intransigenza se diventa un modo di giudicare il comportamento degli altri
e dire qual e' l'ortodossia nonviolenta da tenere in situazioni nelle quali
non si e'. Posso capire le motivazioni e le preoccupazioni che muovono le
persone, ma penso che non esistano delle "fatwe" nonviolente. Esiste una
necessita' certa del dare giudizi, perche' volere, pensare e giudicare sono
cose che devono essere collegate tra di loro, ma l'intransigenza dei giudizi
che non tiene conto delle situazioni non la ritengo sensata. Ogni volta va
valutato il contesto, chi sta facendo che cosa, con quali responsabilita',
rispetto a che: quindi, che sia questo il metro. Rispetto a temi come la
guerra senza se e senza ma, innanzitutto su un piano piu' generale io
ritengo che il dire "senza se e senza ma" non mi piace: io sono pieno di se
e ma e non saprei fare senza.
*
- Diana Napoli: Poi magari si rischia di dire un contenuto nobile ma di
renderlo superficiale se non si considerano gli aspetti della relazione,
tutto quello che si diceva prima insomma.
- Daniele Lugli: Allora, Capitini diceva che bisogna essere duri come le
pietre contro la guerra; e io penso: prima della guerra ogni e qualsiasi
strada va tentata, se resta solo la guerra non farla. Questa e' pero' una
scelta che le persone fanno rispetto alla guerra ciascuno ai livelli vari di
responsabilita' in cui si trova. Ciascuno fa in modo che questa cosa non
avvenga, non e' semplicemente un modo per arrivare a dire "la guerra la
stanno facendo degli altri, io non la faccio e sono comunque contro a
prescindere". E' nei livelli di responsabilita' che a ciascuno sono dati che
e' necessario fare tutto il possibile perche' questo non avvenga, questo e'
quello che la nonviolenza ci dice. E ciascuno e' tanto piu' amico della
nonviolenza quanto piu' si riesce ad avvicinare a questo obiettivo. Inoltre,
per quello che vedo io, la nonviolenza si cura anche dell'efficacia di
quello che fa ed e' convinta anche dell'efficacia a lungo termine, o almeno,
nei termini miei, e' convinta dell'inefficacia in termini gia' brevi della
violenza per cui, in modo faticoso, si trova la strada della nonviolenza,
con mille dubbi, sapendo che quello che si fa lascera' scoperti dei campi.
Ad esempio, dire che non dobbiamo stare in Afghanistan non vuol dire non ci
interessa di quello che succede li' alle donne afgane, ma vuol dire capire
di cosa sto parlando, in che modo ho portato li' la guerra e ne sono
complice, in che modo, visto che ci sono, ne esco facendo il meno male
possibile. Non e' una questione di mani pulite. La nonviolenza che apprezzo
e conosco io e' una nonviolenza che cerca di fare delle cose per quanto e
come ne e' capace o di non farle se non e' capace, ma certamente non e' che,
nell'impotenza di non poter fare, trancia dei giudizi su chi fa. La
nonviolenza e' il rovescio del dogmatismo.
*
- Diana Napoli: A proposito del dogmatismo, questo significa anche che la
nonviolenza non dovrebbe essere usata come un dogma attraverso cui rileggere
la storia. Mi spiego, questa e' una questione che a volte mi infastidisce,
quando si critica o si prendono delle posizioni rispetto a quello che e'
accaduto nella storia (ammesso che siano, queste, operazioni plausibili) e
che non risponde al dogma della nonviolenza. Ho sentito anche parlare di
Resistenza in questi termini e non riesco a condividere.
- Daniele Lugli: Io trovo che lo scrupolo di tornare sulle vicende cercando
di coglierne i limiti sia giusto, pero' occorre tenere presenti alcuni
elementi fondamentali. Gli amici di Capitini, ad esempio, erano persone che
avevano preso le armi e che le avevano prese da una parte non dall'altra.
Che poi ci siano stati elementi di dolore, violenza, guerra...
Io non mi sentirei di dire che non si sarebbe dovuto resistere. Posso dire
pero' che a me piace una figura come Giuriolo che fa il comandante
partigiano e non toglie mai la sicura al suo fucile, che pure porta per non
far perdere fiducia a chi lo segue, e muore sull'appennino bolognese dopo
aver combattuto sull'altopiano d'Asiago. Mi puo' piacere Tenerini, che e'
sepolto insieme a Capitini e che ha fatto tutta la Resistenza disarmato
assumendosene i rischi ma sapendo che lui non avrebbe ucciso. Due persone
Capitini ha tenuto quasi come figli: Ciabatti e Tenerini, tutti e due
resistenti, uno nonviolento l'altro medaglia al valore e fucilato durante la
Resistenza. Voglio dire, con questo, che gli stessi amici e compagni di
Capitini non venivano da altro. Capitini aveva fatto la scelta del non
uccidere correndo pero' i rischi di essere preso e ucciso come antifascista
e organizzatore dell'antifascismo e della Resistenza, pur non avendo, per
scelta, mai imbracciato le armi. Nelle situazioni storiche date, chi e'
orientato alla nonviolenza ed e' amico della nonviolenza ha presente il
fatto che partecipare alla guerra conduce, al di la' della buona volonta', a
compromettere il fine per il quale ci si sta battendo. Questo lo si sa ed e'
uno scrupolo, una responsabilita' che ci si porta dietro. Ed e' vero,
questo, anche quando si da' vita ad una campagna nonviolenta, lo diceva
anche Gandhi: ci si mette l'intelligenza, l'emozione e cio' puo' comportare
persone che seguono e che possono perdere anche la vita. Anche questa e' una
responsabilita'. C'e' una frase che Capitini adopera spesso quando parla
della nonviolenza come aggiunta: la nonviolenza o riesce ad essere
un'aggiunta all'azione e al pensiero o senno' non ce ne facciamo un
accidente. Non ci serve come un elemento di purezza. E' una lente in piu',
uno strumento in piu' ed e', la nonviolenza come la intendo io, una
nonviolenza che viene dopo la rivoluzione francese, dopo o
contemporaneamente o in alternativa alla rivoluzione d'ottobre, una
nonviolenza che si pone il problema di una liberazione. Non e', cioe', un
qualcosa che viene prima, un ritorno a presunte origini in cui non
sbagliavamo. Cio' che e' accaduto e' accaduto e ci siamo dentro,
completamente, continuando a sbagliare. La nonviolenza e' cio' che ci indica
strade di uscita da condizioni che si avverte essere al di sotto delle
possibilita' umane.
*
- Diana Napoli: Ma a tuo parere la nonviolenza fa parte della storia
dell'occidente, nel senso che si pone come necessita' in stretta relazione
alla storia dell'occidente?
- Daniele Lugli: Tra i tanti meriti della nonviolenza ci sono questi due: il
primo e' che essa non puo' essere confinata in un territorio, non e' e non
puo' essere intesa come un gradino ulteriore di quella civilta' che solo in
occidente ha avuto sviluppo davvero, come se la nonviolenza fosse quel
"pezzetto in piu'" che possiamo aggiungere e gli altri chissa' quando
arriveranno. Pensiamo anche solo a Gandhi: e' una figura che ci insegna
ancora molto ed e' bello che lui stesso fosse un prodotto "misto", che
riconosceva i suoi debiti rispetto all'impero britannico pero' senza farne
un'esaltazione e che riusci', partendo da un'esperienza particolare, a
compiere un'analisi globale perche' il problema era globale (la fine del
colonialismo, l'emergere di altre nazioni in un mondo che era costruito
sull'occidente o sulla sfida socialista).
Il secondo merito riguarda la nonviolenza come discorso dell'Occidente nel
senso che in questo discorso c'e' una critica di una rivoluzione alla quale
sono affezionato, che e' quella francese, dalla quale si capisce in modo
chiarissimo come una deriva di violenza riesce a cancellare l'emergere delle
spinte piu' forti e piu' alte che si sono date in quel momento; la
nonviolenza, in questo senso, indica non che e' sbagliato fare la
rivoluzione, ma che e' sbagliato farla non tenendo conto dei mezzi che
s'adoperano, e che e' sbagliato pensare la rivoluzione nei termini in cui la
pensano i nemici della rivoluzione, averne la stessa immagine: violenza,
disordine, cose che cambiano superficialmente ma poi la gente non cambia.
*
- Diana Napoli: Invece come sarebbe bella una bella rivoluzione ordinata...
- Daniele Lugli: Capitini parlava infatti di tramutazione, l'idea di un
ordine nuovo che viene da un mutamento profondo delle singole persone e
delle loro relazioni. La nonviolenza ha qualcosa da dire in un momento di
grande individualismo come questo: si', purche' l'individuo si riconosca
come persona, persona che sta al centro dell'agire, che e' spinta alla
propria autorealizzazione, che pensa che la propria individuazione sia
legata non unicamente alla sua capacita' di consumo ma ad un progetto di
vita e un progetto che, se e' di vita, in un mondo fatto cosi' deve per
forza interrelarsi con altri che sono uguali: poiche' e' solo l'interazione
con eguali a farci migliori e liberi (il che non puo' accadere quando tra le
persone si creano rapporti di superiorita' e inferiorita').
La liberta' non finisce, come si usa dire, dove comincia quella dell'altro:
la liberta' si costituisce insieme alla liberta' degli altri, liberta' si ha
solamente tra persone che sono libere, anzi! La liberta' si costruisce con
persone che sono in attitudine di liberarsi, di liberare se stesse e gli
altri dalle cose con cui si misurano continuamente e che, per farlo,
capiscono che c'e' un pezzo di strada che devono percorrere da soli perche'
nessuno lo fara' per loro, ma ce n'e' anche un altro tratto che e'
necessario percorrere insieme perche' e' da un "assieme" che siamo
costituiti. La nonviolenza, per quel che mi riguarda, mi richiama a questo
punto che e' il contrario di ogni dogmatismo e ideologia, che le impedisce,
anzi, di essere ideologia. In tutto questo, inoltre, e' necessario il modo
in cui si vivono le cose: tra il vivere e il proporre qualcosa c'e' un salto
che sembra infinitesimo ma per me e' grandissimo. Ho conosciuto persone che
sento essere amici della nonviolenza perche' si sente che lo sono, mentre
trovo persone di cui ho stima, della loro intelligenza, degli impegni che
perseguono, ma nelle quali alla fin fine c'e' un'idea per cui "questa e' la
nonviolenza, se la vuoi e' questa, senno' no". Ebbene, contenti loro, io non
c'entro con questo modo di procedere e ragionare. Dall'idea che ci sia un
codice della nonviolenza, ho una distanza non abissale pero' abbastanza
netta. E' un'idea che trovo estranea a quel po' che ho sperimentato, piu'
che pensato.
*
- Diana Napoli: E quanto credi sia importante oggi, in questi contesto,
l'antimilitarismo? Come andrebbe eventualmente articolato? Ad esempio io,
sempre per ritornare alla famigerata questione generazionale, piu' volte ho
espresso la mancata percezione di vivere in una societa' militarista.
- Daniele Lugli: Secondo me e' importante che invece si comprenda la
necessita' dell'antimilitarismo, ed e' importante che si comprenda, anche da
parte nostra, la percezione che ne ha la societa' in generale, perche'
altrimenti e' come se noi parlassimo ai persuasi e non ai perplessi. Non mi
serve dire che c'e' il militarismo se non riesco a far vedere qual e'
l'aspetto che non mi va e io stesso non ci faccio i conti cercando di
arrivare ad un rapporto piu' ravvicinato con la gente che di mestiere fa il
militare. Il militare non e' in se', lui, il militarista: puo' darsi, anzi,
anche che si parli meglio col generale Mini che con il civile che vota il
mio stesso partito, perche' il primo e' stato in Kosovo, sa di cosa si
tratta... Bisogna che affrontiamo la questione facendo i conti con quello,
ed e' chiaro che l'armamentario concettuale va aggiornato e va forse
rielaborato quasi daccapo. E' vero, e si sa, che il militarismo e' meno
visibile: il militare ha scelto di occultarsi, di professionalizzarsi,
quindi fa parte della liberta' di ciascuno fare o non fare il militare, allo
stesso modo in cui e' un problema di ciascuno andare a mangiare da Mac
Donald o essere vegano: questa e' la bellezza del mondo e chi vi si oppone
e' visto come colui che si oppone alla liberta' del singolo, per questo
motivo la questione e' da riaffrontare in altri termini. Occorre affrontare,
per esempio, il problema della paura; perche' mi serve la difesa, e in
mancanza di meglio cosa ci puo' essere? Si fa presto a dire: "siamo tutti
per la pace"; se si fa un sondaggio, in Italia o in Europa, domandando qual
e' l'istituzione che piu' si rispetta, la risposta sara' l'esercito. Il
fatto e' che con l'obiezione di coscienza e poi il servizio civile si e'
tolto il problema della scelta a gran parte delle persone, spostandolo: su
chi per guadagnare e' disposto a rischiare e su persone che vogliono una
vita che appaia dotata di piu' senso. I corpi speciali non hanno nessuna
difficolta' a reclutare, devono scartare le persone! Quindi la scelta di
arruolarsi non possiamo deprecarla e basta. E' stato di una grande
superficialita' dire, quando e' stata abolita la leva: "su questo siamo
d'accordo tutti", perche' non e' importante sapere se siamo d'accordo o no,
ma se ragioniamo sugli eventi e su quello che sta accadendo. Via
dall'Afghanistan, dal Kossovo, no al Libano, questo qui e' fatto bene,
questo no... E' l'idea del bar sport generalizzato, in cui tu dici tutto su
tutto e anzi meno ne sai meglio e'. Rispetto all'esercito questo e' un punto
fondamentale: chi sa come e' organizzato l'esercito, come e' fatto, perche'
si spende tanto, perche' passare dall'esercito di leva a quello
professionale con meno soldati costa di piu', perche' qualsiasi governo
avrebbe dovuto aumentare le spese militari? Finanziaria di guerra, di pace,
tutto giusto, ma queste questioni sono chiare, le sappiamo gia'. Dobbiamo
capire perche' succede. Perche' qualsiasi scandalo che avviene, anche dieci
volte piu' grande dell'immaginato, nell'esercito (forniture, appalti...)
viene tacitato senza importanza.
L'antimilitarismo e' un tema assolutamente essenziale su cui pero' non siamo
riusciti a trovare la parola giusta, il passo giusto. Ovviamente prima
funzionava di piu', quando si veniva chiamati, ma funzionava per altri
motivi, per gli stessi motivi per cui uno che abita in una bella villetta
vicino al Dal Molin e' contrario all'ampliamento della base. Non voglio
disprezzare i motivi materiali, basta sapere che si parla di cose diverse.
E' importante, l'antimilitarismo, perche' e' l'idea che con il militarismo
ti abitui ad un luogo in cui l'obbedienza deve essere assoluta e
incondizionata, non si puo' discutere, perche' c'e' di mezzo la sicurezza!
Se questo e' vero, vorrei allora essere sicuro che le persone siano
selezionate per questo, facciano davvero questo e non altro, tutte cose che
invece non mi possono neanche dire perche' se me le dicessero verrebbero
meno all'esigenza di sicurezza! E' un sistema autoreferenziale! Questo
dell'antimilitarismo, dunque, e' un compito grosso, che non si affronta
solamente con i libri dei ricercatori della pace, perche' ci sono altre
dimensioni che andrebbero affrontate da un pensiero della nonviolenza. Non
piu' eserciti e guerra l'abbiam gia' detto, lo sappiamo, ma dov'e' il punto
di applicazione di cio', ora? Continuare a ripeterlo, senza se e senza ma,
non mi fa andare avanti. Bisogna ripensare la questione nei termini
complessivi per non riscandalizzarsi ogni volta (come con le questioni: la
sovranita', chi comanda, e' nostro territorio... ma chi ci ha detto che e'
nostro?).
Inoltre, piu' in generale, un problema sicurezza esiste, e non a caso ho
citato prima l'immigrazione che e' il tema, ora, del nostro paese. Intanto,
a voler essere precisi, e' un tema internazionale e dal modo in cui si
risponde emerge il tipo di societa' che si e'. E su questo io credo che la
nonviolenza avrebbe qualcosa da dire, ma nonviolenza intesa non solo come
l'andare incontro, l'accogliere i rom, oppure no e' meglio disfare i Cpt
ecc, ma come una concreta esperienza di inclusione dove altri hanno messo
esclusione. Ecco perche', anche da questo punto di vista, e' importante il
modo in cui si comunica la nonviolenza. E si comunica con una strada che e'
di passaparola o passa azione, ci vuole una coerenza che non so quante
persone sarebbero capaci di seguire e portarne la fatica. E ora questo tema
dell'immigrazione e' davvero centrale, non solo in Italia, ma in tutto il
mondo, per cui si comunica la nonviolenza anche sotto questo altro aspetto:
ma cosa fanno, per dire, in Francia, i nonviolenti? Rispetto alle banlieues,
cosa fanno? Occorre riprendere i contatti a livello europeo: cosa faremo
alla prossima insorgenza a Milano dei cinesi coi loro cinquecento esercizi
commerciali in un quartiere residenziale? In Italia ancora nessuna banlieue
ha preso fuoco: da noi non succedera' mai?
Sono cose su cui pensare, terreni di riflessione su cui il Movimento
Nonviolento deve impegnarsi. Impegnarsi concretamente, ma soprattutto
interpellarsi e lasciarsi interpellare, poiche' non bastano le buone
intenzioni per produrre qualcosa. La nonviolenza tra i suoi meriti ha anche
quello di accettare il giudizio non solo sulle convinzioni, ma anche sugli
esiti. Accetta di essere giudicata sui due versanti, usando la terminologia
di Weber, di etica della convinzione e della responsabilita'. Non basta
sentirsi giusti, altrimenti facciamo il movimento delle persone giuste che
fanno le cose giuste, ma la nonviolenza vuole essere nella storia e
accettare di essere giudicata sui risultati e non (o non soltanto) sulle
intenzioni.
*
- Diana Napoli: Qual e' il tuo piu' bel ricordo degli anni passati con la
nonviolenza?
- Daniele Lugli: Mah... non tanto Capitini, per cui forse e' stato piu'
importante il ricordo e nemmeno tanto situazioni specifiche (come puo'
essere stato, mi viene in mente, un campo di lavoro in Svizzera con Pinna e
mia moglie e altri che venivano da tutte le parti d'Europa a lavorare e
parlare e studiare per l'obiezione di coscienza). Il ricordo piu' bello e'
l'incontro con le persone, con cui parli e poi magari ti ritrovi a leggere
un libro o a fare qualcosa. Ricordi dunque non tanto legati a grandi eventi,
a manifestazioni, ma a colloqui e all'idea di aver interagito con qualcuno,
fatto qualcosa insieme, costruita insieme una cosa che poi e' stata buona.

2. LIBRI. ENRICO PEYRETTI PRESENTA "PASO DOBLE PER LA PACE" DI SIRIO POLITI
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questa sua recensione dal titolo originale "Danza
mistica della pace sulla terra".
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di
pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato
con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di),
Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni,
Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi
1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?,
Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'.
Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e'
disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica
Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e
nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al
libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro
di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu'
volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli,
indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org,
www.ilfoglio.info e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia
degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n.
68.
Don Sirio Politi (1920-1988), prete operaio, presidente del Movimento
internazionale della riconciliazione, e' stato indimenticabile animatore di
tante iniziative di solidarieta', di pace, di nonviolenza. Un suo ricordo e'
nel n. 526 de "La nonviolenza e' in cammino"]

Sirio Politi, Paso doble per la pace, a cura di Maria Grazia Galimberti, Ed.
Servitium (per richieste: s.egidio at servitium.it), pp.130, euro 12.
*
Un ballo a due, pieno di brio, e' scelto dalla curatrice per intitolare
questa raccolta di tre scritti sulla pace di Sirio Politi (1920-1988), a
vent'anni dalla morte. Fu il decano dei preti operai italiani, a Viareggio.
Chi lo conobbe e lo frequento' lo ritrova nella bella biografia scritta da
Maria Grazia Galimberti, che visse nella sua comunita', attorno alla
chiesetta del porto. Sirio fu anche presidente del Movimento Internazionale
della Riconciliazione, una delle piu' antiche associazioni nonviolente, e si
dimise per dissenso riguardo ai cappellani militari, per lui inaccettabili.
Lavoro' in un cantiere navale, poi come scaricatore del porto, poi come
artigiano del ferro battuto. Fu uno dei riferimenti, con Turoldo, Balducci,
Do, di chi cercava un rinnovamento evangelico. Questi forti spiriti, mai
"scorporati", si ritrovavano per istinto, e li vedevamo diversi e uguali
come se volassero in formazione, con quel "bisogno di andare" degli uccelli
migratori, diretti dove i loro occhi non vedevano, ma i loro cuori
sentivano, e le loro parole ci scaldavano il cuore.
Sirio aveva in camera, bloccata col saldatore su un quadretto appeso al
muro, una pistola, condannata a non uccidere mai piu'. E mi scrisse su un
foglietto che conservo sotto il vetro della scrivania: "Ama il tuo sogno, se
pur ti tormenta", parole di D'Annunzio che faceva sue. Si vantava di aver
sempre maneggiato la materia, e gli strumenti di lavoro: "prete dal martello
in mano". Animo' la lotta antinucleare, per amore del creato. Scrisse libri,
articoli, e lavori teatrali, con uno stile singolare, denso di opposti,
tipico dei mistici, come per tenere unito l'impossibile. Nella malattia
visse poverta' e smarrimento, ma lascio' una parola: "La morte non chiude la
storia". Sul comodino d'ospedale teneva il Cantico dei cantici. Esce ancora
oggi "Lotta come amore" (www.lottacomeamore.it), piccolo periodico che
collega i suoi compagni e amici.
Nei tre articoli di don Sirio, ampiamente annotati dalla curatrice, la pace
e' anzitutto comandamento: "Ama la pace, perche' la pace e' te stesso"; devi
amarla come ami Dio, perche' "Dio e' pace. E pace e' Dio" (parole ripetute,
eco spontanea della sintesi gandhiana su Dio e verita'). La sua via alla
pace e' spiritualita', e' una via mistica, contemplativa, in una vita
intrisa di lavoro manuale e di partecipazione a lotte sociali. "Dio e' come
l'aria che si respira", afferma in Teologia della pace, e non cessa di
manifestarsi, oltre tutti i canoni. Perche' possa aprirsi un'epoca che eviti
la fine, deve chiudersi quella delle armi nucleari, perche' la materia
stessa rivela Dio e va rispettata.
La pace ha a che fare con l'Assoluto, "un Assoluto come Amore e quindi non
piu' assoluto (...), il mescolarsi del Creatore con le creature": Sirio la
cerca nella natura, nella storia, nel travaglio quotidiano, nell'anima e nel
corpo. "Cercare e' gia' trovare. L'ignoto vuol lasciarsi scoprire".
A "non permettere che scompaia l'umanita'", insieme ai santi ci sono i
poeti, gli artisti e i cantastorie, gli innamorati e i sognatori, gli
utopisti, i pacificatori, gli oppressi, i non arresi, gli anarchici, gli
eretici, "chiunque e' libero e liberante".
Nella ricerca della pace molte sono le vie, tutte necessarie: psicologica,
pedagogica, storica, sociologica, giuridica, politica, etica, religiosa,
scientifica, filosofica, e questa: la via di spiriti toccati dal fuoco che
non consuma, di occhi che sorpassano l'orizzonte, di cuori che amano il
mondo quanto Dio, e hanno la parola spezzata da cio' che ascoltano e tentano
di dire.

3. LIBRI. NANNI SALIO PRESENTA "NEL RIFUGIO DELLA MENTE. LA RISPOSTA ZEN AL
TERRORISMO" DI THICH NHAT HANH
[Dal sito del Centro Studi Sereno Regis (www.cssr-pas.org) riprendiamo la
seguente recensione del libro di Thich Nhat Hanh, Nel rifugio della mente.
La risposta zen al terrorismo, Mondadori, Milano 2007.
Giovanni (Nanni) Salio, torinese, nato nel 1943, ricercatore nella facolta'
di Fisica dell'Universita' di Torino, segretario dell'Ipri (Italian Peace
Research Institute), si occupa da alcuni decenni di ricerca, educazione e
azione per la pace, ed e' tra le voci piu' autorevoli della cultura
nonviolenta in Italia; e' il fondatore e presidente del Centro studi
"Domenico Sereno Regis", dotato di ricca biblioteca ed emeroteca
specializzate su pace, ambiente, sviluppo (sede: via Garibaldi 13, 10122
Torino, tel. 011532824 - 011549005, fax: 0115158000, e-mail:
regis at arpnet.it, sito: www.cssr-pas.org). Opere di Giovanni Salio: Difesa
armata o difesa popolare nonviolenta?, Movimento Nonviolento, II edizione
riveduta, Perugia 1983; Ipri (a cura di Giovanni Salio), Se vuoi la pace
educa alla pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1983; con Antonino Drago,
Scienza e guerra: i fisici contro la guerra nucleare, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1984; Le centrali nucleari e la bomba, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1984; Progetto di educazione alla pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1985-1991; Ipri (introduzione e cura di Giovanni Salio), I movimenti per la
pace, vol. I. Le ragioni e il futuro,  vol. II. Gli attori principali, vol.
III. Una prospettiva mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986-1989; Le
guerre del Golfo e le ragioni della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1991; con altri, Domenico Sereno Regis, Satyagraha, Torino 1994; Il
potere della nonviolenza: dal crollo del muro di Berlino al nuovo disordine
mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995; Elementi di economia
nonviolenta, Movimento Nonviolento, Verona 2001; con D. Filippone, G.
Martignetti, S. Procopio, Internet per l'ambiente, Utet, Torino 2001.
Thich Nhat Hanh, monaco zen vietnamita, poeta e costruttore di pace, nato
nel 1926 nel Vietnam centrale, nel 1964, in piena guerra, ha dato vita al
movimento di resistenza nonviolenta dei "piccoli corpi di pace": gruppi di
laici e monaci che nelle campagne creavano scuole, ospedali e ricostruivano
i villaggi bombardati, subendo attacchi da entrambi i contendenti, che li
ritenevano alleati del nemico. Nel 1967, durante una visita negli Stati
Uniti, e' stato candidato al Nobel per la pace da Martin Luther King, che
dopo averlo incontrato ha preso posizione pubblicamente contro la guerra in
Vietnam. Due anni dopo, gia' costretto all'esilio, ha rappresentato la
comunita' buddhista, che raccoglieva l'80 per cento dei vietnamiti, alle
trattative di pace di Parigi. Dopo la firma degli accordi, nel 1975, gli e'
stato negato il rientro nel suo Paese. Oggi vive in Francia. La pace e' il
tema delle opere, delle attivita', dei ritiri e degli incontri e
manifestazioni pubbliche di Thich Nhat Hanh. Il cuore del suo insegnamento
e' nella stretta relazione tra la ricerca della pace in noi stessi e la pace
nel mondo. "Nel protestare contro una guerra, possiamo credere di essere una
persona pacifica, un vero rappresentante della pace - recita un passo di uno
dei suoi scritti - ma questa nostra presunzione non sempre corrisponde alla
realta'. Osservando in profondita', ci accorgiamo che le radici della guerra
sono presenti nel nostro stile di vita privo di consapevolezza. Se noi non
siamo in pace, non possiamo fare niente per la pace". I suoi numerosi libri
sono pubblicati in Italia da Mondadori, Ubaldini e Neri Pozza. Opere di
Thich Nhat Hanh: Vietnam, la pace proibita, Vallecchi, 1967; La lotta
nonviolenta del buddhismo nel Vietnam, Citta' Nuova, 1970; Essere pace,
Ubaldini, 1989; Il sole, il mio cuore, Ubaldini, 1990; Il miracolo della
presenza mentale, Ubaldini, 1992; Trasformarsi e guarire,Ubaldini, 1992;
Vita di Siddharta il Buddha, Ubaldini, 1992; La pace e' ogni passo,
Ubaldini, 1993; Toccare la pace, Ubaldini, 1994; Respira! Sei vivo,
Ubaldini, 1994; Lo splendore del loto, Ubaldini, 1994; Il diamante che
recide l'illusione, Ubaldini, 1995; L'amore e l'azione, Ubaldini, 1995; Una
chiave per lo zen, Ubaldini, 1996; Mente d'amore, Ubaldini, 1997; L'incenso
del cuore, Associazione La Rete di Indra, 1997; Il cancello di pino e altre
storie, Psiche, 1997; Il bambu' della luna, Psiche, 1998; Sassolini di
meditazione, Associazione Un Tempio per la Pace, 1998; Il Buddha vivente, il
Cristo vivente, Neri Pozza, 1996, Tea, 1999; Insegnamenti sull'amore, Neri
Pozza, 1999; AA. VV. Buddhismo impegnato, Neri Pozza, 1999; Perche' un
futuro sia possibile, Ubaldini, 2000; Il cuore dell'insegnamento del Buddha,
Neri Pozza, 2000; Canti e recitazioni di Plum Village, Nobile Editore, 2000;
Il piccolo libro della consapevolezza, Ubaldini, 2001; AA. VV., Ecologia
buddhista, Neri Pozza, 2001; Discorsi ai bambini e al bambino dentro di noi,
Ubaldini, 2002; Spegni il fuoco della rabbia, Mondadori, 2002; Il segreto
della pace, Mondadori, 2003; La luce del dharma, Mondadori, 2003; Libero
ovunque tu sia, Associazione Essere Pace, 2003; Il sentiero, Ubaldini, 2004;
L'arte della trasformazione, Mondadori, 2004; L'arte del cammino e della
pace, Mondadori, 2004; Un ascolto profondo, Ubaldini, 2005; L'unica nostra
arma e' la pace, Mondadori, 2005; Nel rifugio della mente. La risposta zen
al terrorismo, Mondadori, 2007]

"In queste pagine, frutto dei discorsi tenuti nei giorni e nei mesi
successivi all'11 settembre 2001, il maestro Thich Nhat Hanh riflette sul
clima di terrore che pervade i nostri tempi e rivela come sia possibile
mantenersi calmi e sereni, allontanare la paura e il senso di insicurezza
attraverso la pratica della compassione, dell'ascolto profondo e della
comunicazione consapevole. Le sue intuizioni semplici quanto penetranti
offrono la chiave per superare gli equivoci e le incomprensioni che ci
tengono lontani gli uni dagli altri, vincendo i nostri timori e le
diffidenze innate verso il prossimo. Con la sua caratteristica umanita' e il
suo sguardo acuto il monaco vietnamita insegna come gestire, a livello
individuale e collettivo, la rabbia e il desiderio di vendetta, lasciando
spazio a relazioni piu' profonde ed empatiche con gli altri e spalancando le
porte a un mondo di pace" (Dalla quarta di copertina).
*
Lo stile di scrittura di Thich Nhath Hanh e' semplice, chiaro, profondo.
Questa apparente semplicita' e' il risultato di un lavoro di meditazione che
dura da decenni e gli ha permesso di distillare il meglio della tradizione
buddhista zen e nonviolenta. I suoi numerosi libri sono stati pubblicati
prima da Ubaldini e ora da Mondadori. In questo suo ultimo lavoro sono
raccolti vari testi e discorsi frutto delle riflessioni che l'autore fece
nei mesi successivi all'11 settembre 2001. Tra questi, la famosa intervista
immaginaria: "Che cosa direi a Osama Bin Laden", diffusa in rete nel sito
www.esserepace.org. Un testo importante, che abbiamo gia' avuto modo di
segnalare nel nostro intervento "Nonviolenza versus terrorismi" (in: L'11
settembre di Gandhi. La luce sconfigge la tenebra, "Quaderni Satyagraha",
Lef, Firenze 2007, pp. 87-98), da leggersi in parallelo a un altro testo
anch'esso immaginario, "Bin Laden incontra Gandhi", scritto da Bhikhu
Parekh, un grande studioso del pensiero gandhiano ("Quaderni Satyagraha"
cit., pp. 77-85).
Uno dei punti centrali di tutta la cultura buddhista nonviolenta e'
condensato da Thich Nhath Hanh nel ricorrente invito, presente in tutte le
sue opere, a "coltivare la compassione in risposta alla violenza". Le parole
chiave della tradizione meditativa e culturale del buddhismo sono
fondamentali per suggerirci un percorso di avvicinamento personale e
interiore alla nonviolenza: impermanenza, interdipendenza, consapevolezza,
compassionevolezza, che noi possiamo completare aggiungendo la compresenza
capitiniana.
Dopo la lettura di un testo come questo, pieno di buon senso oltre che di
umanita', empatia e umilta', si avverte con ancor maggiore sgomento lo
scarto tra la violenza assurda che caratterizza gran parte dell'esperienza
umana, sia nella quotidianita' sia negli eventi della politica
internazionale, e ci si chiede quali altre strade occorre seguire per curare
le ferite inferte da comportamenti violenti e per restituire un senso pieno
alla nostra esistenza individuale e collettiva.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 145 del 6 gennaio 2008

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