Minime. 326



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 326 del 6 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Carlo Gubitosa: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
2. "Women freedom forum": Leila sta imparando a leggere
3. Ettore Masina: Lettera 126 dell'ottobre 2007
4. Enrico Peyretti presenta "Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il
linguaggio della violenza" di Jan Assmann
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. AMICIZIE. CARLO GUBITOSA: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Carlo Gubitosa (per contatti: c.gubitosa at peacelink.it) per
questo intervento.
Carlo Gubitosa, giornalista e scrittore, e' segretario di "Peacelink" (la
principale rete telematica pacifista italiana, sito: www.peacelink.it),
collabora con varie testate ed e' uno dei piu' noti operatori
dell'informazione di area pacifista e nonviolenta. Tra le opere di Carlo
Gubitosa: (con Enrico Marcandalli e Alessandro Marescotti), Telematica per
la pace, Apogeo, Milano 1996; Oltre internet, Emi, Bologna 1997;
L'informazione alternativa, Emi, Bologna 2002; Genova, nome per nome, Berti,
Piacenza 2003.
Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della
nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come
assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel
Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come
metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' membro del comitato di
coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa
della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione
Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al
servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla
campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione
della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario
nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione
diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per
"blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio
direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio
della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione
di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato
di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per
la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il
digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana
rapita in Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto
con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 de "La nonviolenza e' in cammino"; una sua ampia intervista e'
nelle "Minime" n. 255 del 27 ottobre 2007]

Mi abbono ad "Azione Nonviolenta" perche' ha come direttore una persona
perbene. Molti voltagabbana nostrani rivendicano il diritto di cambiare
idea, passando dall'esaltazione giovanile della violenza di stato dei regimi
totalitari alla violenza militare ed economica del neoliberismo. Mao
Valpiana, invece, e' stato sempre e da sempre un amico della nonviolenza
leale e coerente, e come tale e' stato sabbia negli ingranaggi del potere
per cio' che ha scritto e cio' che ha fatto. Il sostegno alla rivista che
dirige non gli arriva da finanziamenti pubblici o appoggi politici, ma e'
affidato a tutte le persone oneste che sperano in una cultura diversa da
quella dominante.

2. MONDO. "WOMEN FREEDOM FORUM": LEILA STA IMPARANDO A LEGGERE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo
apparso nel sito womenfreedomforum.com nel dicembre 2007]

Leila era analfabeta, ma ora sta imparando a leggere: "Avevo nove anni
quando mia madre comincio' a vendermi. Non capivo cosa stesse succedendo".
Leila e' oggi una giovane donna di 22 anni. E negli ultimi due si e' presa
cura di lei una fondazione privata che soccorre le ragazze indigenti, "Omid
E Mehr", che significa "speranza".
"Mia madre diceva: Dai, usciamo a comprare qualcosa, della cioccolata
magari. Mi ingannava. Io ero molto piccola. Mi portava in quei posti". Per
Leila e' difficile parlare del passato, ma noi sappiamo che i "posti" di cui
parla sono quelli in cui veniva venduta per danaro, e stuprata. Leila
divenne la principale fonte di reddito per una famiglia di cinque persone.
*
L'avvocata che ha in effetti salvato la vita di Leila, Shadi Sadr, e' una
figura di rilievo in Iran. Sebbene sia stata incarcerata, all'inizio del
2007, per aver preso parte a manifestazioni per i diritti umani, e'
grandemente rispettata e spesso citata dalla stampa. Shadi Sadr dice che la
storia di Leila non e' rara: "Una bambina viene considerata la principale
proprieta' che puo' essere commercializzata o venduta, quando i suoi
genitori sono poveri". Sadr aggiunge che, in pratica, il codice penale
islamico conferisce ad un padre iraniano un potere smisurato sui figli, "Se
un padre uccide il proprio figlio il massimo che puo' aspettarsi sono un
paio d'anni di prigione".
Leila viveva ad Arak, una piccola citta' a quattro ore di automobile da
Teheran, una piccola citta' nota per la criminalita' e la circolazione di
droghe. La maggior parte dei guadagni di Leila servivano a procurare
stupefacenti illegali alla sua famiglia. Secondo le Nazioni Unite tre quarti
dell'oppio mondiale vengono lavorati in Iran, e le autorita' del paese
ammettono che la tossicodipendenza e' un serio problema. Sulla
prostituzione, invece, non ci sono statistiche. Al centro "Omid E Mehr" di
Teheran sostengono che si tratta di un fenomeno in crescita, e che
moltissime bambine vendono i loro corpi per provvedere droghe ai padri.
Alcune le attiviste del centro le hanno trovate incatenate in casa,
affinche' non fuggissero.
Leila venne data in moglie, ed il marito continuo' a venderla, e Leila
dovette aver a che fare con fino a quindici uomini per notte. A due mesi
dalle nozze, la polizia irruppe nella casa e arresto' tutti. Il marito di
Leila venne condannato a cinque anni di prigione per aver provvisto una casa
in cui si praticava "sesso illegale". Durante gli interrogatori, i fratelli
di Leila ammisero di averla violata. La loro pena fu la fustigazione. Leila,
invece, fu accusata di incesto, crimine punibile con la morte.
La fanciulla si trovava in una prigione femminile quando apprese della
sentenza che aveva ricevuto dalla guardia carceraria: "Devo dirti qualcosa,
ma per favore, non prendertela: sarai impiccata". L'avvocata Sadr sostiene
che il sistema giudiziario e' profondamente conservatore ed ingiusto:
"Questi giudici maschi non hanno ricevuto alcuna istruzione rispetto ai
crimini sessuali. Hanno tutti un punto di vista sciovinistico e giudicano le
donne colpevoli a priori". I fratelli di Leila tentarono di ritrattare le
loro confessioni. Shadi Sadr porto' il caso della ragazza in appello, e
vinse.
*
Sempre all'inizio del 2007, Sadr ha difeso la diciannovenne Nazanine,
condannata a morte per aver accidentalmente ucciso un uomo che tentava di
stuprarla. Ha vinto anche questa causa, e oggi Nazanine e' una donna libera.
Secondo Amnesty International, 177 persone sono state giustiziate nel 2006
in Iran e quattro erano donne. Nel 2007 le donne erano cinque. I numeri
reali potrebbero essere piu' alti, perche' non tutte le esecuzioni vengono
registrate. Ma Shadi Sadr e le altre avvocate iraniane dicono che la
campagna costante per i diritti umani e la pubblicita' che loro fanno ai
casi stanno rendendo i giudici iraniani piu' accorti: "Ci sono state cosi'
tante dimostrazioni e proteste da parte degli attivisti per i diritti umani
che ora i giudici si sentono un po' sotto pressione, e fanno piu' fatica a
condannare a morte".
*
Leila vive oggi in un piccolo appartamento che viene pagato, assieme alla
sua sussistenza ed alla sua istruzione, da Shadi Sadr e dal centro "Omid E
Mehr". Quando arrivo', Leila era illetterata sotto tutti gli aspetti. "Non
sapeva nulla", ricorda Marjaneh Halati, la fondatrice del centro, "Al punto
che non sapeva che quando hai le mestruazioni usi gli assorbenti". Leila
impara a leggere e guadagna qualcosa lavorando come cucitrice. La signora
Halati sa bene che aiutando ragazze come Leila, e incoraggiandole a nutrire
la propria autostima e ad essere indipendenti, la sua fondazione cammina sul
filo: "Viviamo in Iran, e ci sono certe regole che dobbiamo osservare, ma
questo non significa che non possiamo dire a queste giovani che esse non
devono essere trattate diversamente dagli uomini. Sono esseri umani".
Leila e' viva e libera, e gli atteggiamenti possono cambiare, per quanto
lentamente. L'Iran ha stabilito la propria prima legge per la protezione dei
bambini cinque anni fa. La prossima primavera, una nuova legge stilata dalle
avvocate per i diritti umani dovrebbe essere discussa in Parlamento: il suo
scopo e' di rendere piu' agevole la procedura per contrastare i casi di
abusi sui minori.

3. MAESTRI E COMPAGNI. ETTORE MASINA: LETTERA 126 DELL'OTTOBRE 2007
[Dal sito di Ettore Masina (www.ettoremasina.it) riprendiamo la sua lettera
mensile n. 126 dell'ottobre 2007.
Ettore Masina, nato a Breno (Bs) il 4 settembre 1928, giornalista,
scrittore, fondatore della Rete Radie' Resch, gia' parlamentare, e' una
delle figure piu' vive della cultura e della prassi di pace. Sulle sue
esperienze e riflessioni si vedano innanzitutto i suoi tre libri
autobiografici: Diario di un cattolico errante. Fra santi, burocrati e
guerriglieri (Gamberetti, 1997); Il prevalente passato. Un'autobiografia in
cammino (Rubbettino, 2000); L'airone di Orbetello. Storia e storie di un
cattocomunista (Rubbettino, 2005). Tra gli altri suoi libri: Il Vangelo
secondo gli anonimi (Cittadella, 1969, tradotto in Brasile), Un passo nella
storia (Cittadella, 1974), Il ferro e il miele (Rusconi, tradotto in
serbo-croato), El Nido de Oro. Viaggio all'interno del terzo Mondo: Brasile,
Corno d'Africa, Nicaragua (Marietti, 1989), Un inverno al Sud. Cile,
Vietnam, Sudafrica, Palestina (Marietti, 1992), L'arcivescovo deve morire.
Monsignor Oscar Romero e il suo popolo (Edizioni cultura della pace, 1993
col titolo Oscar Romero, poi in nuova edizione nelle Edizioni Gruppo Abele,
1995), Comprare un santo (Camunia, 1994; O. G. E., 2006), Il volo del
passero (San Paolo, tradotto in greco), I gabbiani di Fringen (San Paolo,
1999), Il Vincere (San Paolo, 2002). Un piu' ampio profilo di Ettore Masina,
scritto generosamente da lui stesso per il nostro foglio, e' nel n. 418 de
"La nonviolenza e' in cammino".
Haidar Abd al-Shafi, illustre personalita' palestinese, medico, fondatore e
direttore della Mezzaluna Rossa palestinese, e' deceduto nel 2007 a 88 anni.
Giorgio Gallo e' professore presso la Facolta' di Scienze matematiche,
fisiche e naturali dell'Universita' di Pisa, dove si occupa di metodi e
modelli per le decisioni, e, piu' recentemente, dei rapporti tra etica e
tecnologie; ha contribuito a fondare, nel 1998, il Centro
Interdipartimentale "Scienze per la Pace" (Cisp), di cui e' direttore, e,
nel 2001, il nuovo Corso di laurea in Scienze per la Pace; nell'ambito delle
attivita' del Cisp si e' interessato in particolare al conflitto
israelo-palestinese; fa parte del consiglio scientifico dei "Quaderni
Satyagraha"]

Con i monaci birmani. O no?
I primi giorni, guardando alla televisione i loro cortei, ci sembrava  di
udire lo scalpiccio dei piedi nudi dei monaci birmani. Avevano deposto i
sandali per camminare cosi', in segno di umilta' o forse per somigliare di
piu' ai poveri che volevano difendere o anche per dire che quelle strade
erano diventati luoghi sacri. Mostravano, rovesciate, le ciotole in cui
elemosinando raccolgono abitualmente il loro cibo: voleva dire che
rifiutavano i doni degli uomini della dittatura militare perche' fosse
chiaro che non volevano sembrare garanti di una  fede esibita nei templi e
violata nelle camere di tortura. Anche, ci sembrava di udire le preghiere
recitate per le strade: gli uomini e le donne della contemplazione erano
usciti dalle loro incantevoli pagode per difendere la giustizia, ma non
c'era contrasto fra azione e contemplazione, la preghiera era diventata voce
di liberta'.
Poi i Potenti hanno mandato i loro soldati, i monaci sono stati portati via:
certamente molti rinchiusi nelle carceri, moltissimi confinati nei loro
templi: preghino, preghino e non si occupino di politica. Nelle strade sono
rimasti i morti. Qualche fotografia mostra monaci riversi nel fango,
scomposti, con occhi sbarrati ai quali nessuno si cura di calare le
palpebre. Nelle foto non si vede se hanno accanto le loro ciotole. Io penso
che noi dovremmo  deporvi qualche briciola di amorosa attenzione.
*
1. Le Giornate internazionali proclamate dall'Onu hanno in genere
scarsissima rilevanza nella cultura del nostro tempo. Benche' compongano
ormai un fitto calendario di buoni propositi, buone idee, buone azioni, i
concreti risultati sono marginali e legati, per lo piu', alla routine
burocratica delle istituzioni. Soltanto le scuole (alcune scuole) sembrano
accorgersi dell'importanza di questi richiami pedagogici; oltre alle loro,
c'e' qualche fiacca celebrazione dello Stato o degli enti locali, con la
partecipazione di autorita' civili o religiose di serie B. I mass-media
dedicano alle Giornate una frettolosa notizia: l'Onu, snobbato dalle grandi
potenze, vale meno di Garlasco o degli show di Beppe Grillo. Forse quando i
funzionari del Palazzo di Vetro hanno scelto come Giornata internazionale
della nonviolenza il 2 di ottobre, giorno natale di Gandhi, pensavano di
doversi attendere la scarsa attenzione di altre occasioni. Cosi' non e'
stato: i monaci birmani hanno composto la liturgia piu' toccante del
satyagraha gandhiano, la "fermezza nella verita'", la nonviolenza. Essere
vicini a loro significa non gia' lasciarsi andare a un'emozione passeggera
anche se intensa, ma raccogliere la loro denunzia di aggressione ai poveri
e, con quel po' di coraggio che tutti abbiamo (dovremmo avere) porci la
domanda: e io?
*
2. I testimoni del satyagraha non hanno divise, medaglie, lifting, abiti
firmati da sarti famosi; quasi mai dispongono di seggi nei parlamenti, nei
salotti "importanti", nei talk-show. Piu' facilmente puoi trovarli nelle
strade, convocati non dai mass-media ma da mirabili passaparola. Per questo
i titolari della cosiddetta realpolitik cercano di seppellirli sotto
l'irrisione. Winston Churchill definiva Gandhi "un disgustoso fachiro mezzo
nudo". Peggio ancora: quando il venerabile Quang Duc, sessantasei anni,
monaco buddista dalla sua adolescenza, parti' dal suo monastero e ando' a
Saigon per immolarsi in un rogo come segno di protesta per una strage
compiuta dal governo filoamericano, la signora Dinh, moglie del presidente
sudvietnamita e cognata di un vescovo, parlo' di "barbecue". Sono punte di
barbarie e di stupidita'. Ricordo ancora con emozione la terribile sequenza
fotografica che i confratelli di Quang Duc mostrano nella pagoda del "Buddha
della Felicita'", a Hue': l'anziano monaco sta seduto sull'asfalto, la
schiena diritta, le mani congiunte in segno di preghiera mentre le fiamme lo
consumano; tutt'intorno i passanti si inginocchiano in segno di rispetto,
come per ricevere un messaggio divino. Quel sacrificio mosse tale avversione
al governo dei fratelli Dinh che il presidente Kennedy li fece uccidere.
*
3. L'attitudine dei poteri forti, dei loro consulenti e dei loro
propagandisti nei confronti della nonviolenza e' schizofrenica: da un lato
la definiscono, con irrisione, nobile utopia di anime belle che rifiutano la
realta'. Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela sono per i sostenitori
della realpolitik spiriti evanescenti. Che abbiano mutato, con la
nonviolenza, la storia di immensi popoli, agli assertori della violenza come
"continuazione della politica" non risulta o sembra un fatto eccezionale,
fortuito e irrazionale, come uno tsunami. I gestori della violenza fingono
di non sapere che la propria politica e' sterile: non restaura giustizie
violate, non fa progredire la democrazia. Prolunga la storia, selvaggia e
disperata, delle armi che massacrano i valori che pretendono di difendere.
Non sono capaci di uscire da un'antica follÏa. Bisogna insegnarlo ai nostri
figli e ai figli di chi viene a vivere da noi, e i vecchi devono alzare la
voce per testimoniare di quali atrocita' fu segnata la loro infanzia.
*
4. Se, da un lato, i politici "del realismo" irridono il movimento
nonviolento, dall'altro lato, invece, i cosiddetti pacifisti sembrano ai
governi un gruppo sociale sovversivo nel senso che pone problemi, disturba
il tranquillo andazzo di un potere politico legato alla violenza: la
violenza che sta alla base di realta', che di quando in quando emergono
dalle fogne della sovversione di destra, ma anche la violenza di certe
realta' "ufficiali". Non e' un caso che nella Genova del 2001 la polizia di
Berlusconi e di Fini abbia inseguito e picchiato assai piu' i nonviolenti
che i black bloc. Il potere sa bene che non si puo' conciliare nonviolenza e
guerra in Afghanistan (guerra illecita in base allo statuto della Nato),
nonviolenza e commercio delle armi, nonviolenza e spese militari,
nonviolenza e neorazzismo istituzionale. Che tutti quelli che credono in una
pace figlia della giustizia si rendano conto di questa incompatibilita'
etica mi sembra oggi di fatale importanza. I prossimi mesi vedranno un
ridispiegamento della politica del nostro paese, la composizione o la
ricomposizione di partiti e movimenti. E' un'occasione alla quale nessun
cittadino responsabile dovrebbe sottrarsi. E' necessario osservare
attentamente dove si collochino i sostenitori della logica delle armi o gli
esperti in silenzi  e divagazioni - e fargli il vuoto intorno.
*
5. Essendo la nonviolenza insegnamento e testimonianza di Gesu' di Nazaret,
mi domando come si possano ancora conciliare, dopo duemila anni di storie
feroci e di peccato collettivo, vangelo e violenza, anche quella agita dallo
Stato. Mi risulta incomprensibile, se non come manifestazione di una povera
"prudenza" mondana, perche' la Chiesa istituzionale italiana si tenga tanto
lontano dal movimento per la pace, perche' in quella realta' non siano
impegnati almeno tanti preti e vescovi quanti sono i cappellani militari
impegnati a mediare fra comandamenti del Cristo e comandi dei generali. Mi
domando con tristezza se non sia questione di ciotole piene e di ciotole
vuote.
*
6. La dittatura birmana e' particolarmente odiosa ed e' vergognoso che essa
disponga di armi italiane fra i suoi strumenti di dominio. Il nostro
parlamento aveva votato nel 1991 una discreta legge sul commercio delle
armi, il parlamento a maggioranza di destra l'ha smantellata, il parlamento
attuale non l'ha restaurata. Tutti i competenti sanno bene che le armi
italiane arrivano ai generali del Myanmar attraverso una neppure clandestina
triangolazione con l'India e con la Cina. Ma anche l'industria italiana
"pacifica", soprattutto quella del legno, fa grandi affari con i generali,
collaborando generosamente alla spoliazione del paese e alla devastazione
ecologica: "Non siamo don Chisciotte, ci lasciamo guidare dalle esigenze del
mercato", ha dichiarato a "Repubblica" un importante esponente di
Confindustria... E infine c'e' lo scandalo del turismo in quello che (vedere
in internet) gli operatori del settore definiscono "il paese dei sorrisi e
del silenzio". L'Onu ha da tempo proclamato un embargo dei viaggi in
Myanmar, come pressione sul regime, ma le nostre agenzie e i nostri amanti
dell'esotico non se ne sono curati. La scusa e' che i turisti mostrano ai
birmani come possano essere felici i cittadini dei paesi liberi! Da ridere,
o forse da piangere.
*
7. Puo' darsi che nell'agenda dell'Onu la situazione birmana sia tenuta
sotto controllo permanente e che l'egoismo nazionale dei grandi sponsor e
clienti della giunta di Myanmar (leggi: Cina e India) non prevalga sulla
necessita' morale di andare al soccorso di un popolo ridotto "ai sorrisi e
al silenzio". Puo' darsi che, invece, dopo una frettolosa condanna e qualche
sanzione inefficace, la repressione prevalga, ancora una volta, sulla
protesta internazionale. E' necessario non permettere che la nostra
obiezione di coscienza venga meno in tutte le sedi in cui si riuniscono gli
uomini e le donne di buona volonta'. E' necessario non lasciarci andare al
cinismo dell'"ho gia' dato" o alla demoralizzazione di chi, ancora una
volta, prova l'amara sensazione dell'impotenza. Che sia emersa
drammaticamente la situazione di un altro popolo schiacciato
dall'ingiustizia non deve rattrappirci negli esigui confini delle nostre
case o delle nostre comunita', impauriti dalla realta'. I potenti hanno vita
lunga quando l'oppressione che agiscono (vedi la Palestina) non fa piu'
notizia per l'opinione pubblica internazionale.
*
8. Mi e' facile, chiudendo gli occhi, rivedere il piccolo albergo di Gaza
sulla spiaggia di un mare in tempesta in cui incontrai per la prima volta
Haidar Abd al-Shafi, medico, fondatore e direttore della Mezzaluna Rossa
palestinese fin dal 1936. Mi sembro' l'uomo che un giorno avrebbe potuto
diventare il presidente di uno stato palestinese. Era il maggio del 1991, la
prima guerra del Golfo si era appena conclusa, Nella "Striscia" c'era piu'
dolore, secondo me, piu' odio e piu' poverta' che in qualunque altro punto
della Terra e Dio sa quanti paesi poverissimi ho visitato. Una volta, a
opprimere i palestinesi, c'erano soltanto i soldati e i coloni dal grilletto
facile; adesso c'era anche la fame. Per settimane, durante la guerra, Gaza e
la Cisgiordania erano state trasformate in due immensi carceri: quasi due
milioni di persone soggette a un coprifuoco praticamente continuo, le
coltivazioni ala malora, disoccupazione forzata, i bambini denutriti. Non
c'era odio nelle parole dell'anziano dottore che allora incontrammo, io e la
delegazione di deputati italiani che guidavo in visita ai campi profughi.
Notai sul mio diario: "Ha una grossa testa, con radi capelli bianchi e occhi
da vecchio saggio sotto le folte sopracciglia bianche. Ha studiato
all'estero e parla uno splendido inglese, e' stato membro del partito
comunista palestinese e tra i fondatori dell'Olp nel 1964. Ci accoglie con
calore; ma non sorride mai. La sua dignita' e' come avvolta nel dolore,
nell'indignazione per la crudelta' con cui viene trattato il suo popolo.
Nello stesso tempo analizza con grande coraggio certi errori palestinesi".
Cosi' lucido fu il suo intervento che gli chiesi di venire a parlare al
convegno nazionale della Rete Radie' Resch, a Rimini. Incanto' tutti per il
suo carisma. Haidar Abd al-Shafi e' morto pochi giorni fa, in una Gaza piu'
che mai devastata. Aveva 88 anni.
Sulla bella rivista online "Scienza e Pace" Giorgio Gallo ha scritto, fra
l'altro: "Era  stato membro del primo comitato esecutivo dell'Olp, capo
della delegazione palestinese alla Conferenza di pace di Madrid del 1991 e
poi ai negoziati di Washington. Nel gennaio 1996 era stato eletto, con il
piu' alto numero di preferenze, membro dell'Assemblea legislativa
palestinese, dalla quale si e' dimesso nell'ottobre 1997 quando fu chiaro il
ruolo marginale e solamente formale di questa assemblea... Erano grandi le
speranze che la conferenza di Madrid aveva sollevato. Trovarono una toccante
eco nel discorso fatto da Abd al-Shafi durante la conferenza: 'Nel nome del
popolo palestinese, noi vogliamo rivolgerci direttamente al popolo
israeliano con il quale abbiamo avuto un prolungato scambio di sofferenze:
lo invitiamo a condividere la speranza, invece. Noi desideriamo vivere
fianco a fianco condividendo la terra e la promessa del futuro. Ma
condividere richiede due partner desiderosi di condividere come uguali.
Mutualita' e reciprocita' devono rimpiazzare dominazione ed ostilita',
perche' si possa avere una genuina riconciliazione e convivenza nella
legalita' internazionale. La vostra sicurezza e la nostra sono mutualmente
dipendenti, interconnesse come le paure e gli incubi dei nostri figli. Noi
abbiamo visto di voi il peggio ed il meglio. Perche' l'occupante non puo'
nascondere nulla all'occupato, e noi siamo testimoni del prezzo che
l'occupazione vi ha fatto pagare'.
"Erano purtroppo speranze che non si sarebbero realizzate... La delegazione
israeliana non ha avuto ne' la volonta' ne' le istruzioni necessarie al
progresso del negoziato... ha salvato l'apparenza della partecipazione,
senza affrontare i problemi reali. Successivamente fu lo stesso primo
ministro israeliano Shamir, a lasciarsi sfuggire che era sua intenzione
trascinare i negoziati per una decina di anni, o finche' l'espansione degli
insediamenti avesse reso irrilevanti i colloqui di pace. In questa
situazione, una volta chiaro che gli Usa non erano intenzionati a fare nulla
per bloccare le azioni che Israele svolgeva sul campo per predeterminare con
fatti compiuti l'esito dei negoziati... Abd al-Shafi, aveva raccomandato ad
Arafat di interrompere le trattative. Non solo questa raccomandazione fu
ignorata, ma la responsabilita' dei negoziati fu... passata al molto piu'
'flessibile' e molto meno competente gruppo che avrebbe negoziato gli
accordi di Oslo, con i drammatici risultati  che vediamo ancora oggi.
"A Gaza, otto anni dopo, con un gruppo di amici della Rete Radie' Resch,
avemmo un lungo incontro con lui. Lucido nella sua analisi, pessimista ma
senza abbandonare la speranza. 'Non penso che il governo israeliano attuale
sia veramente preoccupato per il futuro dei suoi giovani e faccia loro un
buon servizio: il futuro non si garantisce con la bomba atomica, ma con una
pace durevole e vera'. Ci lascio' allora con questa dichiarazione di
speranza: 'sul nostro futuro ho una speranza senza speranza. Sono pessimista
sul breve e medio periodo; pero' sono convinto che alla fine la giustizia
vincera'. Non vedro' io la pace, ne' i miei figli; ma i miei nipoti si''.
"Duro ed intransigente nei riguardi di Israele, Abd al-Shafi non e' stato
meno esigente e critico nei riguardi della sua stessa parte. Nell'incontro a
Gaza ci disse: 'anche i palestinesi hanno da mettere in ordine la loro casa,
che e' ancora troppo disordinata; occorre siano garantiti anche dalla nuove
Autorita' dell'Autonomia i diritti minimi dei cittadini: i diritti
personali, il diritto alla vita, alla legalita', al lavoro...'.
"In una intervista rilasciata alcuni anni dopo allo storico palestinese
Rashid Khalidi, afferma: 'Io non sono contro la dimensione militare della
lotta. Noi dobbiamo combattere, ma la lotta deve essere regolata... Noi
dobbiamo limitare la nostra lotta ad azioni difensive in modo da rendere
chiaro al mondo che noi stiamo lottando contro l'aggressione. In altre
parole noi dobbiamo limitarci a combattere contro azioni israeliane quali la
demolizione di case, la distruzione di terreni agricoli, lo sradicamento di
alberi e, naturalmente, gli insediamenti... Gli insediamenti sono stati
ripetutamente condannati dall'Onu come illegali, come una aggressione... Ma
se noi adottassimo una strategia difensiva, nessuno ci potrebbe criticare.
Al contrario, credo che il mondo sarebbe dalla nostra parte'.
"Un punto era per lui cruciale, la mancanza di una sostanziale unita'
politica fra tutte le forze palestinesi e di conseguenza di una strategia
politica unitaria di resistenza. Su questa linea su uni' a Mustapha
Barghouti e ad altri politici ed intellettuali palestinesi per lanciare, nel
giugno 2002, l'Iniziativa nazionale palestinese (Al Mubadar). Fra gli
obiettivi immediati c'erano la costruzione di strutture democratiche
veramente rappresentative, la riforma dell'Autorita' nazionale palestinese
attraverso una netta separazione dei poteri, la ristrutturazione dei servizi
di sicurezza al servizio dei cittadini, e lo sviluppo ed il rafforzamento
della societa' civile palestinese".
(v. il testo integrale dell'articolo in http://scienzaepace.unipi.it).
*
Cari saluti
Ettore Masina

4. LIBRI. ENRICO PEYRETTI PRESENTA "NON AVRAI ALTRO DIO. IL MONOTEISMO E IL
LINGUAGGIO DELLA VIOLENZA" DI JAN ASSMANN
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questa
recensione dal titolo "Sulla violenza religiosa".
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di
pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato
con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di),
Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni,
Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi
1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?,
Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'.
Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e'
disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica
Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e
nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al
libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro
di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu'
volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli,
indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org,
www.ilfoglio.info e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia
degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n.
68.
Jan Assmann e' egittologo e storico della cultura, dalla wikipedia, edizione
italiana, riprendiamo la segente scheda: "Jan Assmann (Langelsheim, 7 luglio
1938) e' un egittologo tedesco. E' autore di numerosi libri e articoli sulla
religione egizia, e sulla storia, letteratura e arte dell'Egitto antico. Ha
raccolto le sue idee sulla formazione del monoteismo nel libro Non avrai
altro dio, pubblicato in Italia nel 2007; il lavoro e' una prosecuzione
della analisi di quelle che Assman chiama la 'distinzione mosaica'. Tra le
opere di Jan Assmann: Re und Amun: Die Krise des polytheistischen Weltbilds
im Aegypten der 18.-20. Dynastie, Friburgo - Gottinga, 1983; Aegypten:
Theologie und Froemmigkeit einer fruehen Hochkultur. Urban-Buecherei,
Stoccarda, 1984; Maat: l'Egypte pharaonique et l'idee de justice sociale.
Conferences, essais et lecons du College de France, Parigi, Julliard, 1989;
Maat: Gerechtigkeit und Unsterblichkeit im alten Aegypten, Monaco, 1990;
Stein und Zeit: Mensch und Gesellschaft im Alten Aegypten, Monaco, 1991; Das
kulturelle Gedaechtnis: Schrift, Erinnerung und politische Identitaet in
fruehen Hochkulturen, Monaco, 1992; Aegypten: Eine Sinngeschichte, Monaco,
1996; Moses the Egyptian: The Memory of Egypt in Western Monotheism,
Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1997; Moses der Aegypter:
Entzifferung einer Gedaechtnisspur, Monaco, 1998; Weisheit und Mysterium:
Das Bild der Griechen von Aegypten, Monaco, 2000; Herrschaft und Heil:
Politische Theologie in Altaegypten, Israel und Europa, Monaco, 2000;
Religion und kulturelles Gedaechtnis: Ten Studies, Monaco, 2000; Tod und
Jenseits im Alten Aegypten. Monaco, 2001; Die Mosaische Unterscheidung oder
Der Preis des Monotheismus, Monaco, 2003; Thomas Mann und Aegypten, Mythos
und Monotheismus in den Josephsromanen, Monaco, 2006".
Walter Benjamin, nato a Berlino nel 1892, saggista di sconvolgente
profondita', all'avvento del nazismo abbandona la Germania, si uccide nel
1940 al confine tra Francia e Spagna per sfuggire ai nazisti. Opere di
Walter Benjamin: in italiano fondamentale e' la raccolta di saggi e
frammenti Angelus novus, Einaudi, Torino; e quella che prende il titolo da
L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilita' tecnica, Einaudi,
Torino. Sempre presso Einaudi (che ha in corso la pubblicazione delle Opere,
a cura di Giorgio Agamben) cfr. anche: Avanguardia e rivoluzione, Critiche e
recensioni, Diario moscovita, Il concetto di critica nel romanticismo
tedesco (Scritti 1919-1922), Il dramma barocco tedesco, Immagini di citta',
Infanzia berlinese, Metafisica della gioventu' (Scritti 1910-1918), Ombre
corte (Scritti 1928-1929), Parigi capitale del XIX secolo, Strada a senso
unico, Sull'hascisch, Teologia e utopia (Carteggio 1933-1940 con Gershom
Scholem), Tre drammi radiofonici, e le Lettere (1913-1940). Presso Adelphi
cfr. la sua antologia di lettere commentate di autori del passato, Uomini
tedeschi. Opere su Walter Benjamin: per la bibliografia: M. Brodersen,
Walter Benjamin. Bibliografia critica generale (1913-1983), Aesthetica,
Palermo 1984; R. Cavagna, Benjamin in Italia. Bibliografia italiana,
1956-1980, Sansoni, Firenze 1982. Saggi: cfr. almeno AA. VV. (a cura di
Franco Rella), Materiali su Walter Benjamin, Venezia 1982; AA. VV., Paesaggi
benjaminiani, fascicolo monografico della rivista "aut aut", nn. 189-190,
1982; AA. VV., Walter Benjamin. Tempo storia linguaggio, Editori Riuniti,
Roma 1983;  Hannah Arendt, Il pescatore di perle, Mondadori, Milano 1993
(saggio incluso anche in Hannah  Arendt, Il futuro alle spalle, Il Mulino,
Bologna); Fabrizio Desideri, Walter Benjamin. Il tempo e le forme, Editori
Riuniti, Roma 1980; Hans Mayer, Walter Benjamin, Garzanti, Milano 1993;
Gershom Scholem, Walter Benjamin e il suo angelo, Adelphi, Milano 1978;
Gershom Scholem, Walter Benjamin. Storia di un'amicizia, Adelphi, Milano
1992. Cfr. anche Paolo Pullega, Commento alle "Tesi di filosofia della
storia" di Walter Benjamin, Cappelli, Bologna 1980]

Jan Assmann, Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della
violenza, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 147.
*
Dal libro stimolante di Assmann, riferisco anzitutto la tipologia della
violenza che egli propone nel primo capitolo Critica della violenza
religiosa.
Mentre Walter Benjamin (in "Per la critica della violenza", uno dei saggi
raccolti in Angelus novus) distingue violenza "mitica" e violenza "divina"
("la prima crea la legge e fonda lo stato, la seconda sospende la legge e
supera lo stato"), Assmann distingue ben cinque tipi di violenza.
1. Violenza bruta, oppure "affettiva", basata sui tre sentimenti di ira,
avidita', paura. L'ira nasce principalmente da rivalita' o invidia, oppure
orgoglio ferito o onore offeso. L'avidita' o cupidigia nasce dall'impulso ad
imitare e a possedere l'altro. La paura autorizza la violenza come legittima
difesa o attacco preventivo, motivo ampiamente sfruttato in politica: vedi
gli Usa oggi, che hanno di fronte l'islam mobilitato dall'ira per l'onore
offeso. Gli uni sfruttano la minaccia, gli altri l'offesa. La violenza
dell'ira e' vendetta. La violenza della cupidigia e' il preteso diritto del
piu' forte.
2. Violenza giuridica ("mitica" per Benjamin): e' una antiviolenza, per
eliminare la violenza bruta. Distingue fra torti e ragioni. Vuole creare una
sfera di diritto, con la regola che la violenza non deve mai applicarsi per
i propri interessi e finalita'. Ma per criminalizzare la violenza sena
diritto, il diritto deve allearsi alla violenza. La minaccia di sanzioni e'
virtuale, e attuale solo se applicata alla trasgressione. La violenza
giuridica non e' affettiva, non nasce dall'ira.
3. Violenza dello stato, verso l'esterno (a differenza della violenza
giuridica). Si basa non sulla differenza tra torti e ragioni, ma su quella
tra amico e nemico. Questa differenza non fonda il politico in generale
(Carl Schmitt) ma solo la violenza dello stato verso nemici esterni o
interni. Nello stato d'eccezione gli interessi dello stato prevalgono sugli
interessi giuridici, la violenza dello stato invade ambiti normalmente
protetti dalla violenza giuridica. La violenza dello stato diretta a
mantenere il potere e' violenza affettiva (a differenza di quella giuridica)
perche' fomenta l'amore per i propri e l'odio per il nemico.
4. Violenza sacrificale. E' quasi scomparsa (ma quanti residui occulti!)
nelle religioni universali moderne, che si vantano di essere non violente e
si sdegnano se accusate di intolleranza. Nelle religioni antiche, ogni
violenza religiosa e' sacrificale. Anche gli animali uccisi per mangiarli
devono prima essere sacrificati, offerti. I sacrifici umani, per gli
aztechi, servivano a mantenere il corso del mondo ed evitare disgrazie. Il
monoteismo biblico, ma poi anche la cultura del primo ellenismo, aboliscono
i sacrifici umani (almeno nella forma cruenta).
5. Violenza religiosa. Si richiama alla volonta' divina. La tesi di Assmann
e' che questa violenza compare con il monoteismo. Essa e' vicina alla
violenza sacrificale. Si puo' obiettare che era presente come violenza
sacrificale voluta da un dio anche nel politeismo (per esempio Agamennone e
Ifigenia), anche nella divinazione, e anche, sebbene non in forma
sacrificale, in alcune stragi bibliche presentate come volonta' divina. La
violenza sacrificale e' una forma di comunicazione col divino, non solo per
adempiere, ma per conoscere la volonta' divina, per influenzare
positivamente o riconciliarsi col mondo divino. Assmann si chiede se e'
ancora violenza questa che e' comunicativa, e non e' rottura della
comunicazione. In senso proprio, distinta dalla violenza sacrificale, la
violenza religiosa e' basata sulla distinzione amico-nemico in senso
religioso. La violenza sacrificale distingue puro-impuro (solo il puro puo'
essere offerto), la violenza religiosa distingue vero-falso, si rivolge
contro i nemici di Dio. Assmann considera funesto e insensato il legame tra
religione e violenza. Per romperlo non propone un passo indietro nel
politeismo, ma un passo avanti verso una forma di religione che ricorre a
partire dal Settecento e che oggi e' urgente.
Per interrogarsi sulle origini della violenza religiosa, bisogna rifarsi
all'Antico Testamento. Oggi si fa malvolentieri, perche' ogni critica a
quell'immaginario risveglia l'accusa di antisemitismo. Ma cio' e' senza
senso. L'ermeneutica ebraica non ha mai interpretato i testi biblici sulla
violenza come violenza storica.
Indagando queste origini, Assmann usa la distinzione sua caratteristica tra
storia (il modo in cui il monoteismo si e' lentamente imposto in Palestina)
e storia della memoria (il modo in cui la Bibbia ricostruisce, ricorda,
racconta il cammino del monoteismo). Egli non sostiene affatto che il
monoteismo abbia introdotto la violenza, l'odio e il peccato in un mondo
pacifico, ma constata che violenza, odio e peccato assumono nei testi
canonici un significato religioso, non riguardano piu' solo il potere, ma la
verita'. E chiede: perche' l'affermazione del monoteismo e' rappresentata e
ricordata nel linguaggio della violenza? In sostanza risponde che la Bibbia
non racconta la lenta ampia evoluzione storica dal politeismo al monoteismo,
ma presenta questo passaggio come un salto rivoluzionario, una cesura
radicale. Colloca il monoteismo maturo non alla fine di un lungo sviluppo,
ma all'inizio, nella rivelazione dirompente del Sinai. E' una ricostruzione
storicamente "falsa", ma semanticamente corretta perche' coglie il carattere
rivoluzionario e antagonista, non puramente evolutivo, della religione di un
solo Dio rispetto alle religioni dei molti dei.
Piu' avanti, per disinnescare la miccia di questa dinamite semantica,
Assmann distingue tra credenti e fondamentalisti, i quali si servono del
linguaggio religioso violento per ambire al potere politico trascinando le
masse, fomentando sentimenti di paura e di minaccia. E' importante
storicizzare questi temi, metterne in luce la genesi per limitarne gli
effetti. E' possibile vedere di nuovo la traducibilita' che c'era tra le
diverse religioni naturali antiche, distinguendo oggi tra strutture profonde
e strutture superficiali, tra una religione universale profonda, valida per
tutti, e le religioni concrete, pur necessarie all'orientamento e alle
certezze. Cosi' ha fatto la saggezza di Lessing e Mendelssohn, e, nel
Novecento, di Albert Schweitzer, del Mahatma Gandhi, di Rabindranath Tagore.
Cosi' si potra' finalmente separare religione e violenza. Questa pertiene
all'ambito della politica (ma veramente - bisogna chiedere a Assmann - la
politica e' "inconcepibile senza la violenza"?), mentre l'ambito religioso
si fonda sulla nonviolenza, perche' l'impulso iniziale del monoteismo e'
liberare l'uomo dall'onnipotenza del cosmo, dello stato, di ogni sistema
totalizzante: uno solo il Signore di vita e nessun signore di violenza.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 326 del 6 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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