Minime. 82



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 82 del 7 maggio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: In morte di Doaa
2. Chiara Cavallaro: I modelli immaginari, la nonviolenza e le donne
3. Angela Giuffrida: Femminicidio
4. Susanna Camusso: 50 e 50. Genere, rappresentanza, sinistra
5. Rossana Rossanda: Gramsci
6. Severino Vardacampi: Frettolosa una postilla
7. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. LUTTI. MARIA G. DI RIENZO: IN MORTE DI DOAA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005. Un
piu' ampio profilo di Maria G. Di Rienzo in forma di intervista e' in
"Notizie minime della nonviolenza" n. 81.
Doaa Khalil Aswad, giovane donna curda irachena, e' stata assassinata per
lapidazione nell'aprile 2007 perche' la sua relazione con un uomo di
religione diversa "offendeva la comunita'"]

Il sangue? "No. Non voglio vederlo! Non c'e' calice che lo contenga, non ci
sono rondini che lo bevano, non c'e' brina di luce che lo raffreddi, non
c'e' canto neí diluvio di gigli, non c'e' cristallo che lo copra d'argento.
No. Non voglio vederlo!" (Federico Garcia Lorca, Il sangue versato).
Eppure l'ho fatto. Le copre la parte destra del volto sfocato, nel mentre
pare compia un ultimo tentativo di alzarsi sui gomiti. E' minuta, ha la vita
sottile, le gambe coperte dalla giacca di uno degli assassini. Deve essere
stato l'ultimo fotogramma prima del colpo di pietra finale.
Doaa. Come suonano belle, le assonanze che la mia lingua permette con il suo
nome: dea, dono, dora, dea dorata donata al mondo, avevi diciassette anni,
non ne avrai mai di piu'.
Doaa Khalil Aswad, alzati, alzati. Non vedi che e' tutta una finzione? Ci
sono i poliziotti attorno al cerchio dei tuoi assassini, ora li fermeranno.
Hanno voluto spaventarti, piccola Doaa. Come potrebbe il tuo vicino di casa
picchiarti? Hai aiutato sua moglie a portare la spesa, l'altro giorno. E
come potrebbe il padre della tua compagna di scuola spaccarti la testa con
una pietra? Hai mangiato alla sua tavola, e' un brav'uomo. E quell'altro,
non e' forse amico di tuo cugino? Lo conosci bene, quel simpatico
mascalzone, se c'e' qui anche lui questo dev'essere uno dei suoi scherzi
piu' stupidi. No, non e' possibile che ti abbia tirato un pugno sul viso per
farti ricadere a terra.
Alzati, Doaa, da quando in qua amare e' un reato? Non si uccidono le persone
perche' sono felici, non e' vero? Tu sei curda e irachena e yazida, lui e'
iracheno e musulmano, ma non usate queste parole quando pensate l'uno
all'altra. Il mio amato, il mio amore, la mia amata, la mia bellissima, la
sorella della mia anima, il fratello del mio cuore. Quante cose impareremo
dal tuo amore, Doaa. Hai deciso di andare? E allora alzati, bambina mia,
c'e' cosi' tanta strada da fare, e noi abbiamo bisogno che tu e il tuo amore
ci mostriate com'e' facile e splendido essere semplicemente umani.
Lapidazione? Delitto d'onore? Ma tu ne avevi a stento sentito parlare,
durante la tua giovane vita. Che onore potrebbe esserci nell'uccidere?
Litigheremo un po', devi esserti detta, con mamma e papa' e altri parenti,
ma poi le cose cambieranno. Mi vogliono bene, ne vorranno anche a lui,
quando lo conosceranno meglio. E infatti la tua famiglia ha tentato di
difenderti dal branco assetato di sangue che e' venuto a strapparti dalla
tua casa.
Io non volevo vedere il tuo sangue, Doaa, e l'ho visto. Possa l'orrore
dell'atto infame che ti ha tolto la vita rendere insonni le notti di chi
l'ha perpetrato. Possano i figli degli assassini "torcere il viso da loro".
Possano le altre donne avere giustizia, Doaa, perche' tu non ne hai avuta.

2. EDITORIALE. CHIARA CAVALLARO: I MODELLI IMMAGINARI, LA NONVIOLENZA E LE
DONNE
[Ringraziamo Chiara Cavallaro (per contatti:
chiara.cavallaro at issirfa.cnr.it) per questo intervento.
Chiara Cavallaro, economista, ricercatrice Cnr e sulle tematiche della
nonviolenza, partecipa al Comitato scienziate e scienziati contro la guerra]

Christa Wolf fa dire a Cassandra, nel corso della guerra di Troia: "finche'
capii: in Elena, che avevamo inventato, noi difendevamo tutto cio' che non
avevamo piu'. Che pero', quanto piu' si dileguava, tanto piu' dovevamo
dichiarare consistente. Cosi' che da parole, gesti, cerimonie e silenzi
sorgeva un'altra Troia, una citta' di spettri in cui dovevamo sentirci a
nostro agio e stare bene. Ero l'unica a vedere cio'?".(Cassandra, Edizioni
e/o, Roma 1984, p. 100).
Julia Kristeva, nel raccontare la vita e le opere di Hannah Arendt, si
sofferma sulle sue riflessioni sul potere politico, la praxis, cosi' come
sulle origini del totalitarismo, che "fabbrica cosi' una irrealta'
ideologica, munita pero' di tutti gli atout della coerenza logica: estraneo
al 'buon senso', il 'supersenso ideologico' costruisce un mondo che pretende
di essere coerente e si rivela un delirio paranoico mirante a compensare e a
consolare l'atomizzazione e la depressione sociali" (Julia Kristeva, Hannah
Arendt. La vita, le parole, Donzelli, Roma 2005, p. 166).
Nel 1999, in Autopsia dei Balcani, un'altra donna, Rada Ivekovic osserva:
"In periodi di particolare crisi, e tanto piu' in guerra, una societa' perde
la sua 'coerenza epistemologica'; il che vuol dire che lo scarto tra realta'
e immagine di se' aumenta e che il loro legame puo' anche spezzarsi. Ci
sara' allora una rottura della rappresentazione e, implicitamente, una sorta
di scissione ermeneutica. Piu'  la ferita e' grande e piu' la societa' si
fonda (o piuttosto si rifonda) su una menzogna o su un ideale che poco ha a
che vedere con la realta'".(Rada Ivekovic, Autopsia dei Balcani, Raffaello
Cortina Editore, Milano 1999, p. 13).
Queste immaginari di societa' sono costruiti sui fondamenti del patriarcato,
di un ordine e un'identita' maschile nel quale alle donne e' impossibile il
rispecchiamento e il riconoscimento. Cosi', penso che per non abdicare a noi
stesse, a differenza di quanto possa accadere ai nostri compagni uomini,
resti quasi una necessita' per noi donne difendere la nostra differenza, la
ricerca di qualcosa di diverso, di qualcosa che sia piu' vero, a partire dal
nostro stesso quotidiano.
Per questo oggi penso che le donne siano, e siano state, potenzialmente piu'
pronte a intraprendere, in modo e forme scoperti a partire dalla prassi, il
percorso della ricerca della verita', cosi' come Gandhi la intendeva (ovvero
di una ricerca della "verita' (che) non ammette l'uso della violenza nei
confronti dell'avversario, ma richiede che questo venga distolto dall'errore
con la pazienza e la comprensione" (Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica
della nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, 1996, p. 30); o utilizzando i tre
capisaldi nella gestione nonviolenta dei conflitti identificati da Pat
Patfoort: "l'affermazione positiva, che porta alla formazione
dell'equivalenza (dei punti di vista e dei comportamenti); la comunicazione,
che porta all'unione di tutti i fondamenti; la creativita', che porta
all'origine delle soluzioni" (Pat Patfoort, Costruire la nonviolenza,
Edizioni La Meridiana, Molfetta - Bari - 1992, p. 60).
Nella mia storia personale questa riflessione sulla questione di genere, la
nonviolenza, l'impossibilita' di adeguamento all'immaginario socialmente
imposto e diffuso, si e' avviata nel 1989. Al centro sociale occupato e
autogestito "Alice nella Citta'", l'incontro con Gabriella, con la logica e
le metodologie nonviolente. "Stiamo tentando di cambiare le cose, ma per
cambiare le cose bisogna anche che cambiamo i nostri metodi. Viviamo in un
mondo che e' costruito sulla violenza. Se vogliamo costruire, a partire da
qui e ora, qualcosa di diverso, senza aspettare 'il tempo della
rivoluzione', il tempo del cambiamento puo' iniziare qui, subito, nella
trasformazione di questo cinema abbandonato da anni e preda della
speculazione edilizia, ma anche nel cambiare i modi che abbiamo di agire, di
essere in relazione con l'altro e con l'altra".
Ed e' anche questo senso di urgenza, del non voler aspettare il tempo
dell'utopia, che accresce le connessioni tra ricerca nonviolenta e ricerca a
partire dallo specifico femminile, e mantiene viva l'inevitabilita'
dell'azione, o meglio, dell'azione diretta.

3. RIFLESSIONE. ANGELA GIUFFRIDA: FEMMINICIDIO
[Ringraziamo Angela Giuffrida (per contatti: frida43 at inwind.it) per averci
messo a disposizione il seguente articolo gia' apparso su "Il paese delle
donne".
Angela Giuffrida e' docente di filosofia ed acuta saggista; tra le sue
pubblicazioni: Il corpo pensa, Prospettiva edizioni, Roma 2002]

In tutto il pianeta, a nord come a sud, ad occidente come ad oriente, gli
uomini vergognosamente sfruttano, emarginano, violano, uccidono le donne.
Per la verita' essi non risparmiano neanche l'altro uomo e, in piu', fanno
il possibile e l'impossibile per cancellare ogni forma di vita dalla faccia
della terra. Che cosa devono fare ancora perche' sia definitivamente chiaro
che quando si vantano di possedere, unici al mondo, la Ragione con la erre
maiuscola millantano un credito che non hanno? Quanto tempo dovra' passare
prima che la manifesta parzialita' di tale sedicente ragione evidenzi
appieno l'impossibilita' di contenere al proprio interno le piu' giuste
rivendicazioni?
Leggo su "Noidonne" di aprile l'esposto dell'Udi al Procuratore Generale
della Repubblica di Roma. Si chiede l'attivazione di un'indagine conoscitiva
circa il comportamento omissivo di presidii deputati alla tutela delle
cittadine, autrici di denunce ed esposti a causa di violenze subite.
Naturalmente lo condivido ma so, come ogni donna sa in cuor suo, che non
otterremo ascolto e rispetto dei nostri diritti per questa via. "Affermare
l'illegalita' della prevaricazione violenta di un genere su un altro, e' la
prevenzione", scrive Stefania Cantatore. Giusto, il problema e' pero' che
tale prevaricazione si incardina nella struttura stessa del sistema e
l'uguaglianza tanto decantata e' un'uguaglianza solo formale, cioe' "a
parole".
La latitanza di chi dovrebbe salvaguardare le cittadine si inscrive in un
clima di generale solidarieta'-connivenza con i furbi e i prevaricatori e di
diffusa indifferenza di fronte alle ingiustizie. Le comunita' patriarcali
ammiccano al male, piu' o meno scopertamente; visto che si ispirano tutte al
dominio, i loro sistemi giuridici sono stati creati per sostenere
l'oppressione, percio' le leggi tendono a garantire i carnefici non le
vittime, i colpevoli non gli innocenti, mentre le risorse economiche vengono
destinate prioritariamente al finanziamento di imprese e tecnologie di
distruzione. Persino la divinita' si fa garante e portavoce
dell'ingiustizia, dell'autoritarismo, della violenza sociale
istituzionalizzata. Ma anche nella vita quotidiana e' possibile notare
un'istintiva solidarieta' maschile verso chi si macchia di qualsivoglia
reato. In determinati ambienti siciliani viene considerata "babba", cioe'
stupida, la persona onesta cosi' come un'intera provincia, regione o nazione
esente dal virus della mafia; ma in genere nella mente maschile le equazioni
onesta'=stupidita' e furbizia=intelligenza continuano ad operare, anche se
talvolta a livello inconscio.
*
L'idea stravagante che fa scaturire il progresso umano e civile da azioni
distruttive e violente rappresenta un punto fermo nel pensiero maschile. Non
ci insegnano forse i libri di storia che la civilta' e' stata generata dai
cacciatori, cioe' che "l'uomo - come dice Robert Ardrey - si e' evoluto
dalla condizione di antropoide per un motivo soltanto: perche' era un
assassino"?
Partendo dal principio della fecondita' della contraddizione, Hegel arriva
ad esaltare la guerra, assegnandole addirittura il gravoso compito di
permettere l'evoluzione dello Spirito.
Lo stesso Marx, politicamente agli antipodi rispetto ad Hegel, legittima la
violenza perche' vuole realizzare il comunismo, che e' "il completo,
consapevole ritorno dell'uomo a se stesso, come uomo sociale, cioe' come
uomo umano", grazie alla sovversione violenta della societa' capitalista e
alla imposizione della dittatura del proletariato, mentre il
socialdarwinista Spencer giustifica lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e la
guerra, considerandoli mezzi necessari perche' i piu' capaci si affermino,
"migliorando" la societa' nel suo complesso.
Dal canto suo Freud ripone in un evento criminoso, l'assassinio del padre,
l'origine di ogni civilta'.
Che dire poi della stratosferica balla smithiana secondo cui in economia i
"vizi privati" si convertirebbero in "pubbliche virtu'"? Nel mondo ogni tre
secondi un bambino muore di fame, tuttavia la dottrina e' considerata ancora
valida tanto che il capitalismo imperversa su tutto il pianeta come modello
unico e insostituibile.
La ferocia che insanguina il pianeta rimanda in modo inequivocabile ad una
mente votata alla distruzione e alla morte. Gli uomini sono legati agli
aspetti piu' aspri e ferini presenti in natura e li rafforzano con le loro
scelte. Stando cosi' le cose, ha senso fare affidamento su di loro perche'
ci rendano giustizia? L'illusorieta' di tale speranza appare al di la' di
ogni ragionevole dubbio.

4. RIFLESSIONE. SUSANNA CAMUSSO: 50 E 50. GENERE, RAPPRESENTANZA, SINISTRA
[Dal sito www.50e50.it riprendiamo il seguente intervento apparso sul
quotidiano telematico "Aprile" (sito: www.aprileonline.info) col titolo:
"Che 'genere' di rappresentanza a sinistra".
Susanna Camusso e' segretaria generale della Cgil della Lombardia ed e'
stata tra le fondatrici del movimento "Usciamo dal silenzio". Milanese,
comincia la sua attivita' sindacale nel 1975 coordinando le politiche di
formazione di base per la Flm di Milano, la categoria unitaria dei
metalmeccanici Cgil, Cisl, Uil. Dal 1977 dirige la Fiom, la categoria dei
metalmeccanici della Cgil, in una zona di Milano per poi cominciare a
seguire le politiche del Gruppo Ansaldo. Nel 1980, entra nella segreteria
Fiom di Milano, e nel 1986 in quella regionale della Lombardia. Dal
settembre del 1993 alla fine del 1997 e' in segreteria nazionale della Fiom
con la responsabilita' del settore auto prima e in seguito della siderurgia.
Nel dicembre '97 viene eletta segretaria generale della Flai Lombardia,
incarico che ricopre fino all'elezione a segretaria generale della Cgil
Lombardia nel luglio del 2001. Nel novembre del 2005 da' vita, insieme ad un
gruppo di altre femministe, al movimento di donne "Usciamo dal silenzio" che
organizza il 14 gennaio 2006 una grande manifestazione che porta a Milano da
tutta Italia oltre duecentomila donne e uomini in difesa della liberta'
femminile, della legge sull'interruzione volontaria della gravidanza e delle
conquiste civili.
Per informazioni, documentazione e contatti per sostenere la campagna e la
proposta di legge promossa dall'Unione donne in Italia (Udi) per la
democrazia paritaria e duale "50 e 50 ovunque si decide" si veda il sito
www.50e50.it]

Partire dalla crisi della politica vuol dire prendere coscienza che il tema
della rappresentanza e' centrale per qualunque progetto. Probabilmente, e' a
partire da questo che Romano Prodi ha affermato che il Partito Democratico
deve scegliere di costituirsi applicando la norma del 50 e 50 tra uomini e
donne.
Mi permetto di correggere un aspetto, 50 e 50 non e' una quota, e' specchio
della realta'.
Non e' una quota, ne' rosa ne' di altro colore, perche' da tempo abbiamo
detto che i recinti non ci interessano, perche' esigiamo un riconoscimento
intero, non parziale, del nostro essere persone, della nostra diversita', ma
anche delle nostre differenze, pluralita' e ricchezze.
Difficile far comprendere che le politiche di tutela, di parzialita' piu' o
meno protetta oggi, non possono che venir vissute come riproposizione di una
condizione di minorita' inaccettabile.
Resta pero' importante, vorrei dire fondamentale, che lo sguardo maschile
colga che il tema non e' piu' eludibile e che non si puo' proporre per
gradini. Se riforma della politica serve, e serve, bisogna fare scelte che
creino vere discontinuita', non riproporre ricette esauste.
Un desiderio consegue all'apprezzamento delle affermazioni del presidente
del consiglio dei ministri, che non sia un pensiero della giornata delle
pari opportunita', ma sia la scelta e la pratica di tutti singoli, partiti,
associazione, movimenti che segnano questa fase di ripensamento della
politica italiana, di ripensamento della sinistra.
Parlare oggi di rinnovamento, senza vedere quanta parte della crisi della
politica sia la certezza ormai diffusa di una specie che si autoprotegge ed
autoriproduce per cooptazione, sarebbe una miopia che gia' coprirebbe di
vecchio cio' che si afferma debba essere nuovo.
Certo non ci si puo' nascondere la radicalita' di questa proposta che dice
esplicitamente che non serve la cooptazione di poche, che non serve qualche
allargamento dei numeri, ma che bisogna che donne possano e debbano
sostituire uomini che oggi occupano ampiamente la politica, le istituzioni,
il governo.
Ma nessuna profonda trasformazione avviene se non determina davvero
cambiamento.
Apprezzando la proposta e scommettendo sull'ipotesi che generi scelte
analoghe, vere e rapide per Sinistra Democratica, non si puo' non notare che
manca altrettanta determinazione sulla legge elettorale e sulla definizione
della rappresentanza istituzionale.
Di legge elettorale si sta discutendo, lo stesso Romano Prodi l'ha messa al
centro nel discorso per la fiducia al Senato, eppure sulla legge elettorale
il tema della rappresentanza paritaria non compare! Anzi sembrerebbe spirare
un vento che lascia ferma quell'aberrazione della legge Caldaroli che affida
alle segreterie dei partiti la selezione degli eletti, ed i risultati si
sono appena visti e sono a dir poco sconcertanti, ma i risultati si sono
visti nella formazione del governo, nelle cariche istituzionali in tutte le
nomine che si sono succedute in questi mesi.
Non sarebbe comprensibile una riforma dei partiti che parla del 50 e 50 e
una rappresentanza politica che continui ad essere maschile e, perche' no,
sessista.
Bisogna affermarlo con nettezza adesso, per non piangere poi
nell'inseguimento di quote avvilenti o di maggioranze parlamentari che
formano inedite alleanze con un unico denominatore comune: difendere la
propria collocazione.
Si potrebbe chiedere perche' sarebbe di per se un'innovazione positiva il 50
e  50 ovunque si decide, che e' la proposta di tante singole e di molti
movimenti di donne?
Perche' di una cosa siamo certe: che la politica maschile non e' in grado di
rinnovarsi e non abbiamo la vocazione ad essere portatrici d'acqua,
rivendichiamo il nostro protagonismo.
Perche' comunque lo sguardo delle donne e' diverso, siamo portatrici di
diversita' e non siamo rappresentate, perche' la liberta' femminile e' metro
di misura della democrazia. La liberta' femminile e' la nostra misura,
perche', ripetiamolo ancora una volta, la liberta' femminile determina una
vita migliore per le donne e per tutti.
Se e' permesso, il 50 e 50 e' lo sguardo sul futuro. Non vederlo equivale ad
aggrapparsi al passato.

5. MEMORIA. ROSSANA ROSSANDA: GRAMSCI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del primo maggio 2007.
Rossana Rossanda e' nata a Pola nel 1924, allieva del filosofo Antonio
Banfi, antifascista, dirigente del Pci (fino alla radiazione nel 1969 per
aver dato vita alla rivista "Il Manifesto" su posizioni di sinistra), in
rapporto con le figure piu' vive della cultura contemporanea, fondatrice del
"Manifesto" (rivista prima, poi quotidiano) su cui tuttora scrive. Impegnata
da sempre nei movimenti, interviene costantemente sugli eventi di piu'
drammatica attualita' e sui temi politici, culturali, morali piu' urgenti.
Tra le opere di Rossana Rossanda: L'anno degli studenti, De Donato, Bari
1968; Le altre, Bompiani, Milano 1979; Un viaggio inutile, o della politica
come educazione sentimentale, Bompiani, Milano 1981; Anche per me. Donna,
persona, memoria, dal 1973 al 1986, Feltrinelli, Milano 1987; con Pietro
Ingrao et alii, Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri, Roma 1995; con
Filippo Gentiloni, La vita breve. Morte, resurrezione, immortalita',
Pratiche, Parma 1996; Note a margine, Bollati Boringhieri, Torino 1996; La
ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005. Ma la maggior parte del
lavoro intellettuale, della testimonianza storica e morale, e della
riflessione e proposta culturale e politica di Rossana Rossanda e' tuttora
dispersa in articoli, saggi e interventi pubblicati in giornali e riviste.
Antonio Gramsci, nacque ad Ales, in provincia di Cagliari, nel 1891. Muore a
Roma il 27 aprile 1937. La sua figura e la sua riflessione, dal buio del
carcere fascista, ancora illumina la via per chi lotta per la dignita'
umana, per un'umanita' di liberi ed eguali. Opere di Antonio Gramsci:
l'edizione critica completa delle Opere di Antonio Gramsci e' ancora in
corso di pubblicazione presso Einaudi. E' indispensabile la lettura delle
Lettere dal carcere e dei Quaderni del carcere. Opere su Antonio Gramsci:
nell'immensa bibliografia gramsciana per un avvio si vedano almeno le
monografie di Festa, Fiori, Lajolo, Lepre, Paladini Musitelli, Santucci,
Spriano. Un utile strumento di alvoro e' l'edizione ipertestuale dei
Quaderni del carcere in cd-rom a cura di Dario Ragazzini, Einaudi, Torino
2007, ed anche in supplemento a "L'unita', Nuova iniziativa editoriale, Roma
2007]

Settanta anni fa moriva in una clinica Antonio Gramsci. Al funerale non
ando' nessuno, fuorche' la cognata Tatiana e la polizia. Era stato arrestato
nel 1926 ed era libero da poche settimane, sfinito dalla malattia e non solo
da essa. Se morire comporta un qualche assenso, deve averlo propiziato il
rendersi conto che non era desiderato da nessuna parte - non a Mosca, dove
erano la moglie e i figli e i compagni, non a Ghilarza, dove era la sua
famiglia d'origine. Di questo nulla ha detto all'amorevole non amata
Tatiana, e se lo ha confidato a Piero Sraffa, Piero Sraffa non ce ne ha
lasciato testimonianza. Eppure, di quel che era successo al mondo dal '26 al
'37 i due, in una clinica finalmente senza polizia, devono avere parlato a
lungo, e Gramsci molto deve avere saputo di quel che aveva potuto
intravvedere o adombrare.
Nell'Urss la collettivizzazione delle terre, poi l'assassinio di Kirov e
l'inizio della liquidazione del comitato centrale eletto nel 1934, e nel
1936, giusto un anno prima, il primo dei grandi processi. Fuori dell'Urss la
crisi del 1929, l'ascesa del nazismo in Germania nel 1932, l'aggressione
italiana all'Abissinia nel 1935 e nel 1936, il Fronte popolare in Francia ma
l'attacco di Franco alla repubblica spagnola. Che ne ha pensato? Che poteva
attendersi dal ritorno alla liberta'? Difficile immaginare un'esistenza piu'
sofferente per le miserie del corpo, per la sconfitta, per la solitudine,
per la lucidita'.
Non mi pare che in Italia sia ricordato con qualche calore. Forse solo da
Mario Tronti alla Camera. Noi stessi ce la siamo cavata discutendo di un
confronto con Edward Said - due teste, due culture, due epoche, due
terreni - tutto diverso.
Meno che mai poteva essere rievocato dal partito di cui Togliatti aveva
detto che lui, Gramsci, era il fondatore, e che e' stato interrato a Firenze
la settimana scorsa. Per il defunto Pci era stato - alquanto depurato e
deproblematizzato - la carta vincente nell'orizzonte dell'Italia del
dopoguerra, prova di un'autonomia dall'ortodossia sovietica. Era un martire
del fascismo, dunque da onorare e, spento, non avrebbe piu' perturbato la
quiete dell'esecutivo della Internazionale comunista e del suo proprio
partito. Dopo il 1956, il suo ritratto sostitui' quello di Stalin sulle
pareti di via Botteghe Oscure.
Ma era stato a lungo passato sotto silenzio che nel 1926, poco prima
dell'arresto, aveva scritto all'esecutivo dell'Internazionale comunista
contro la decisione staliniana di tagliar fuori Trotzki, non perche' fosse
d'accordo con Trotzki ma perche' trovava irresponsabile spaccare, nel
fallimento delle rivoluzioni in Europa, l'unita' del gruppo dirigente del
1917 o di quel che ne restava. E che tre anni dopo i compagni in carcere
avevano condannato le sue tesi opposte alla linea del 1929, e lo avevano
isolato. Ne aveva tratto l'amarissmo dubbio che Togliatti non solo nulla
facesse per tirarlo fuori, ma lo desiderasse dentro. E se aveva conservato
la speranza che la Ic fosse meno meschina del Pcdi, il sapere nel 1937 che
Mosca gli era preclusa, gliela aveva tolta tutta. Anche di questo non puo'
non avere parlato con Sraffa, ma Sraffa rifiuto' di discuterne con Tatiana e
nulla ci ha lasciato detto.
Negli anni Sessanta "Rinascita" avrebbe pubblicato tutto, la lettera
all'esecutivo dell'Ic di cui era stata negata l'autenticita', lo scontro con
Togliatti, il rapporto di Athos Lisa sulla rottura in carcere. E sarebbe
uscita l'edizione completa delle Lettere. E Paolo Spriano cercava di andare
piu' a fondo, nell'ostilita' di Amendola. Ma era tardi. Nessuno se ne
infiammo' nel partito, ne' fuori.
*
Pochi anni dopo, ogni passione spenta, il Pci pareva vincente sulla scena
elettorale e la generazione del 1968 non lo avrebbe neppure sfogliato,
Gramsci. Aveva fretta, pensava a scadenze veloci e vittoriose e Gramsci era
il pensatore della sconfitta delle rivoluzioni in Europa. In quegli anni lo
si studio' piu' all'estero, nell'indifferenza degli ortodossi e delle nuove
sinistre. In Italia e' diventato oggetto di studiosi valenti piu' o meno
separati dalla politica. Anche le sue ceneri restano deposte a parte, nel
piccolo cimitero degli acattolici che i romani chiamano degli inglesi,
vicino alla Piramide Cestia.
L'uso che di Gramsci aveva fatto il Pci contribui' alla diffidenza del 1968
e seguaci. Dico uso e non abuso, perche' non c'e' stata in senso proprio una
falsificazione - tanto che l'interpretazione corrente e' rimasta quel che
era anche dopo la pubblicazione rigorosa dei Quaderni fatta da Valentino
Gerratana. C'e' stata un'accentuazione degli elementi che andavano in
direzione della linea del Pci dopo la guerra. Il cardine ne furono
soprattutto i frammenti su guerra di posizione e guerra di movimento.
Su questo punto le note hanno nei Quaderni uno sviluppo disuguale e vengono
datate attorno al 1930. Il nocciolo e' in sostanza questo: dove il potere
della classe dominante poggia non solo sullo stato ma su una societa' civile
avanzata e complessa, il movimento rivoluzionario non puo' vincere con un
attacco al vertice dell'apparato statale (guerra di movimento) ma in quanto
abbia conquistato le "casematte" della societa' civile (guerra di
posizione). Soltanto dove e' lo stato a detenere tutto il potere rispetto a
una societa' civile debole e poco strutturata, puo' avvenire il contrario.
Sotto l'occhio della censura Gramsci usa un linguaggio mascherato e
"militare" - ne nota egli stesso il limite - ma la trasposizione non e'
difficile. Guerra di movimento e' una rivoluzione che, anche se si
impadronisse con una rapida mossa del vertice statuale, non reggerebbe alla
resistenza d'una forte societa' civile, che occorre percio' penetrare,
postazione per postazione, con una tenace guerra di posizione. Esempi:
l'occidente presenta societa' civili robuste, l'Est societa' fragili.
Gramsci non lo puo' scrivere in termini espliciti, ma e' una ragione per cui
le rivoluzioni del primo dopoguerra in Euopa sono fallite, nell'Urss invece
l'Ottobre ha vinto.
*
Qui si aprono una serie di problemi. Parrebbe preliminare la definizione,
l'uno rispetto all'altra, di stato e societa' civile. Nei Quaderni i confini
variano e a volte si intersecano e confondono, come nel caso del regime
fascista. Tuttavia la tesi e' chiara: il potere del capitale non sta tutto e
solo negli apparati repressivi dello stato, e non solo perche' - tema anche
in Marx parzialmente equivoco - la "struttura" determinante e' quella del
modo di produzione che l'ideologia borghese vorrebbe distinta dalle
istituzioni dello stato, ma perche' anche come "comitato d'affari della
borghesia" lo stato ha una sua sfera di autonomia, che peraltro e' andata
precisandosi e ridefinendosi nei decenni successivi. Soprattutto nei regimi
che Arendt chiama "totalitari", sia quelli fascisti sia quelli detti
comunisti (che non hanno estinto lo stato affatto). Non so se nei primissimi
'30 Gramsci fosse in grado di pensarlo; certo non di scriverlo. Tuttavia la
distinzione fa problema tuttora, ne' si puo' cavarsela con un ricorso alla
dialettica fra i due momenti, che e' (anche in Grasmci) piu' un sofisma che
una spiegazione.
Sta di fatto che all'epoca nessun comunista pensava che si potesse fare a
meno di una rottura dell'apparato dello stato e nulla permette di credere
che per Gramsci la guerra di posizione fosse altro che preliminare alla
rivoluzione politica. Insomma, condizione necessaria ma non sufficiente. Era
il distinguo dei comunisti rispetto alla socialdemocrazia e al
parlamentarismo. E lo resta a lungo. Nel 1956, con l'VIII congresso, il Pci
accenna al salto teorico: forse della rottura rivoluzionaria dello stato si
puo' fare a meno - ma non lo esplicita apertis verbis, e non e' questa la
sede per dirimere se, per via dei rapporti di forza, o per prudenza su una
radicale svolta nei principi.
Certo la pratica politica sulla quale il Pci e' cresciuto e' stata un
perpetuo richiamo al Gramsci della guerra di posizione, unito
all'inclinazione ad accusare di avventurismo chi avrebbe voluto andar oltre,
in Italia e nel mondo. Il caso del 1968 e' solo il piu' indicativo: dopo una
certa esitazione, il Pci non ha neppure compreso che se a quella spinta non
si dava uno sbocco, essa sarebbe degenerata in forme estreme e perdenti,
come in Italia e in Germania e' avvenuto negli anni successivi.
Ma in linea teorica il discorso si limitava alla tattica - non era mai il
momento, non ci si trovava mai di fronte a una "crisi generale"; nessun
documento del Pci e' giunto a negare l'esistenza di un conflitto di fondo
fra le classi. A cancellarne il concetto non sono bastati neppure la svolta
del 1989 e il sempre piu' frequente uso negativo, sulla base del Gramsci
giovanile, della categoria di "giacobinismo". E' perfino divertente -
ammesso che ci sia una qualche ironia nella storia - che si debba approdare
allo scioglimento dei Ds nel 2007 perche' Walter Veltroni dichiari priva di
ragione, e quindi da cancellare (o reprimere), la guerra di classe, anzi -
il termine guerra essendo lasciato agli stati e alle loro imprese
"umanitarie" - il conflitto.
Nel suo saggio del 1976 nella "New Left Review", Perry Anderson esclude che
di questa deriva del Pci vada imputato Gramsci, che ritiene essere rimasto
alla tesi marxiana della necessita' d'una rottura della legalita' statale;
da parte sua, insiste ancora nel difenderne il carattere "militare"
(Trotzki) perche' nessuna conquista della societa' civile (della quale non
nega la necessita') puo' incidere sul monopolio statale della violenza e
sull'essere il solo a detenerne i mezzi con la polizia, l'esercito, e la
tecnologia avanzata delle armi.
In verita' con gli occhi del 2007 la questione si ricolloca in tutti i suoi
termini: nessuna rivoluzione socialista e' avvenuta senza una rottura
politica e, sia pur in diversa misura, violenta; ma tutte le rivoluzioni
dette socialiste o comuniste sono fallite o degenerate o implose, il caso
dell'Urss essendo soltanto il piu' imponente. Se ne puo' se mai dedurre,
contrariamente da Anderson, che i frammenti di Gramsci non si riferirebbero
soltanto all'occidente, ma tradirebbero una preoccupazione sull'evolversi
della rivoluzione russa, dove una preliminare egemonia sulla societa' civile
non aveva avuto luogo. Certo questo avrebbe comportato delle conseguenze sul
grado di maturita' o immaturita' di una rivoluzione, cui nessuno in quel
tempo, e poi di nuovo negli anni '70, sarebbe arrivato, pena trovarsi
collocato molti passi indietro perfino rispetto a Bernstein.
Resta il fatto che il lavoro di Gramsci rappresenta la prima sortita dalle
categorie sommarie in cui sono stati pensati nel Novecento non solo la
rivoluzione ma la natura della societa' e il rapporto fra istituzioni dello
stato e societa' civile. Oggi, quando con la cosiddetta globalizzazione il
potere su scala mondiale sembra poggiare assai piu' sulla rete dei capitali
che sugli stati nazionali, pur restando nel monopolio di questi l'uso della
violenza, l'elaborazione gramsciana dei primi anni '30 sarebbe piu' che mai
da riprendere e aggiornare. Sempre che, naturalmente, non siano gettati alle
ortiche sia il concetto di modo capitalistico di produzione, sia quello di
liberta' - abitudine peraltro diffusa nelle ex vecchia e nuova sinistra.

6. RIFLESSIONE. SEVERINO VARDACAMPI: FRETTOLOSA UNA POSTILLA

La "guerra di posizione" gramsciana, non inganni la terminologia, e' la
lucida prefigurazione, e direi quasi la profezia, della necessita' e
dell'urgenza della scelta della nonviolenza.
E' cio' che penso dai lontani anni Settanta, quanto ero un militante, un
dirigente, un funzionario e un segretario di federazione del piccolo partito
della nuova sinistra fondato anche da Rossana Rossanda dopo la radiazione
del gruppo del "Manifesto" dal Pci (radiazione avvenuta in sostanza perche'
"Il manifesto" era solidale con l'opposizione di sinistra, democratica e
libertaria, ai regimi totalitari dei paesi del socialismo reale; e perche'
proponeva piu' democrazia e liberta' nelle organizzazioni del movimento
operaio, affermando la necessita' della coerenza tra i mezzi e i fini se si
voleva lottare per la liberazione dell'umanita' - questo era il mio sentire,
per questo al "Manifesto" e al "Partito di unita' proletaria per il
comunismo" che ne fu svolgimento in organizzazione politica aderii).
Gia' allora mi sembrava di vedere con chiarezza che Gramsci nella catastrofe
della sinistra europea degli anni Venti e Trenta, nella durissima sconfitta
del movimento delle persone e delle classi e delle popolazioni oppresse e
sfruttate e perseguitate, dal fondo del carcere fascista ci parlava di uno
svolgimento inedito e aggettante nella direzione della nonviolenza, della
teoria della liberazione elaborata nel crogiuolo del 1848, della Prima
Internazionale, della Comune di Parigi, nelle vive e concrete esperienze del
sorgere e prender coscienza di se' del movimento operaio e socialista che
ereditava - come ognun sa - la filosofia classica tedesca, la riflessione
politica rivoluzionaria francese, l'economia classica inglese, e le lotte
dei popoli oppressi ovunque.
*
La filosofia della prassi dei Quaderni del carcere gramsciani gia' allude in
molti luoghi e formule e piste sia pure appena tracciate, appena suggerite,
a cio' che noi oggi chiamiamo nonviolenza in cammino; gia' configura
l'esigenza della scelta nitida e intransigente della nonviolenza politica e
giuriscostituente; sia come critica teorica di taluni esiti aporetici del
pensiero socialista come concretamente svoltosi nei tornanti della storia
otto-novecentesca e sotto il colpo dell'abissale frattura della prima guerra
mondiale e dei totalitarismi successivi; sia come critica pratica
dell'involuzione orrenda e/o della tragica sconfitta delle piu' rilevanti
esperienze organizzative, istituzionali, ideologiche e statuali del
movimento operaio e delle sue strutture e rappresentanze.
Una nonviolenza che maturava non nella rinuncia a una tradizione, ma come
assunzione, approfondimento, sviluppo ed inveramento di essa. Una
nonviolenza che nasceva nel vivo e nel cuore della tradizione di pensiero e
di lotte del movimento delle e dei lavoratori, delle e degli espropriati,
delle e dei rapinati ed alienati, delle e degli oppressi.
E gia' allora mi sembrava di cogliere come la riflessione che Gramsci aveva
consegnato ai Quaderni si saldasse ad altre riflessioni, come quelle di
Hannah Arendt, di Virginia Woolf, di Simone Weil, di Franco Basaglia, di
Ivan Illich, di Primo Levi, e ci convocasse a una scelta la cui
ineludibilita' ed urgenza dopo Auschwitz ed Hiroshima, dopo i lager e dopo i
gulag, dopo il colonialismo e due guerre mondiali, sarebbe divenuta evidente
a tutti: la scelta gnoseologica, assiologica, metodologica, formativa,
organizzativa ed operativa della nonviolenza come fondamento e criterio del
movimento plurale e complesso, dialettico e contestuale, di liberazione
dell'umanita' oppressa verso l'autocoscienza, il riconoscimento, la
solidarieta', la responsabilita' e la cura reciproca e comune tra gli esseri
umani tutti e il mondo cui tutte e tutti apparteniamo.
Da Gramsci ancor prima che da Gandhi questo apprendemmo, e poi certo anche
da Capitini, da Dolci, e da tante e tanti altri, e soprattutto dal movimento
e dal pensiero femminista, che della nonviolenza in cammino a noi pare
essere la massima - la massima - esperienza storica. Ma questo e' gia' un
altro discorso (ma che concerne una medesima vicenda, giacche' pare a chi
scrive queste righe che sistema della violenza, patriarcato, sfruttamento,
alienazione, inquinamento e guerra siano legati da una continuita', e che
quindi la lotta contro ciascuno di questi crudi fenomeni di denegazione
della dignita' umana e di devastazione del mondo della vita in certo modo e
misura rimandi altresi' a - e sia solidale con - la lotta contro ogni altro
di essi).

7. PROPOSTA. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Si puo' destinare la quota del 5 per mille dell'imposta sul reddito delle
persone fisiche, relativa al periodo di imposta 2006, apponendo la firma
nell'apposito spazio della dichiarazione dei redditi destinato a "sostegno
delle organizzazioni non lucrative di utilita' sociale" e indicando il
codice fiscale del Movimento Nonviolento: 93100500235; coloro che si fanno
compilare la dichiarazione dei redditi dal commercialista, o dal Caf, o da
qualsiasi altro ente preposto - sindacato, patronato, Cud, ecc. - devono
dire esplicitamente che intendono destinare il 5 per mille al Movimento
Nonviolento, e fornirne il codice fiscale, poi il modulo va consegnato in
banca o alla posta.
Per ulteriori informazioni e per contattare direttamente il Movimento
Nonviolento: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax: 0458009212,
e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 82 del 7 maggio 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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