Nonviolenza. Femminile plurale. 46



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 46 del 12 gennaio 2006

In questo numero:
1. Luisa Morgantini: Morire di cancro a Gaza
2. Cinque poesie di Wislawa Szymborska
3. Un'intervista di Cristina Valenti a Luce Fabbri del 1993 (parte terza e
conclusiva)
4. Serena Fuart: Una cultura dell'amore
5. Maria G. Di Rienzo: Censure

1. TESTIMONIANZE. LUISA MORGANTINI: MORIRE DI CANCRO A GAZA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 10 gennaio 2006. Luisa Morgantini (per
contatti: lmorgantini at europarl.eu.int), parlamentare europea, presidente
della delegazione del Parlamento Europeo al Consiglio legislativo
palestinese, fa parte delle Donne in nero e dell'Associazione per la pace;
il seguente profilo di Luisa Morgantini abbiamo ripreso dal sito
www.luisamorgantini.net: "Luisa Morgantini e' nata a Villadossola (No) il 5
novembre 1940. Dal 1960 al 1966 ha lavorato presso l'istituto Nazionale di
Assistenza a Bologna occupandosi di servizi sociali e previdenziali. Dal
1967 al 1968 ha frequentato in Inghilterra il Ruskin College di Oxford dove
ha studiato sociologia, relazioni industriali ed economia. Dal 1969 al 1971
ha lavorato presso la societa' Umanitaria di Milano nel settore
dell'educazione degli adulti. Dal 1970 e fino al 1999 ha fatto la
sindacalista nei metalmeccanici nel sindacato unitario della Flm. Eletta
nella segreteria di Milano - prima donna nella storia del sindacato
metalmeccanico - ha seguito la formazione sindacale e la contrattazione per
il settore delle telecomunicazioni, impiegati e tecnici. Dal 1986 e' stata
responsabile del dipartimento relazioni internazionali del sindacato
metalmeccanico Flm - Fim Cisl, ha rappresentato il sindacato italiano
nell'esecutivo della Federazione europea dei metalmeccanici (Fem) e nel
Consiglio della Federazione sindacale mondiale dei metalmeccanici (Fism).
Dal novembre del 1980 al settembre del 1981, in seguito al terremoto in
Irpinia, in rappresentanza del sindacato, ha vissuto a Teora contribuendo
alla ricostruzione del tessuto sociale. Ha fondato con un gruppo di donne di
Teora una cooperativa di produzione, "La meta' del cielo", che e' tuttora
esistente. Dal 1979 ha seguito molti progetti di solidarieta' e cooperazione
non governativa con vari paesi, tra cui Nicaragua, Brasile, Sud Africa,
Mozambico, Eritrea, Palestina, Afghanistan, Algeria, Peru'. Si e' misurata
in luoghi di conflitto entro e oltre i confini, praticando in ogni luogo
anche la specificita' dell' essere donna, nel riconoscimento dei diritti di
ciascun essere umano: nelle rivendicazioni sindacali, con le donne contro la
mafia, contro l'apartheid in Sud Africa, con uomini e donne palestinesi e
israeliane per il diritto dei palestinesi ad un loro stato in coesistenza
con lo stato israeliano, con il popolo kurdo, nella ex Yugoslavia, contro la
guerra e i bombardamenti della Nato, per i diritti degli albanesi del Kosovo
all'autonomia, per la cura e l'accoglienza a tutte le vittime della guerra.
Attiva nel campo dei diritti umani, si e' battuta per il loro rispetto in
Cina, Vietnam e Siria, e per l'abolizione della pena di morte. Dal 1982 si
occupa di questioni riguardanti il Medio Oriente ed in modo specifico del
conflitto Palestina-Israele. Dal 1988 ha contribuito alla ricostruzione di
relazioni e networks tra pacifisti israeliani e palestinesi. In particolare
con associazioni di donne israeliane e palestinesi e dei paesi del bacino
del Mediterraneo (ex Yugoslavia, Albania, Algeria, Marocco, Tunisia). Nel
dicembre 1995 ha ricevuto il Premio per la pace dalle Donne per la pace e
dalle Donne in nero israeliane. Attiva nel movimento per la pace e la
nonviolenza e' stata portavoce dell'Associazione per la pace. E' tra le
fondatrici delle Donne in nero italiane e delle rete internazionale di Donne
contro la guerra. Attualmente e' deputata al Parlamento Europeo... In Italia
continua la sua opera assieme alle Donne in nero e all'Associazione per la
pace". Opere di Luisa Morgantini: Oltre la danza macabra, Nutrimenti, Roma
2004]

Fatma Barghouth e' morta il 24 dicembre a 29 anni, divorata da un cancro che
dal seno si e' esteso alla colonna vertebrale. E' stata sepolta nel cimitero
di Gaza citta'. Nella tomba non e' sola, i corpi di altre due donne sono
seppelliti con lei. Troppa gente muore a Gaza e non ci sono piu' spazi. La
famiglia avrebbe voluto darle sepoltura nel cimitero nei pressi del campo
profughi di Jabalia dove, per i morti, vi e' ancora un po' di terra
disponibile. Non e' stato possibile: in quel mattino c'era uno scambio di
fuoco tra l'esercito israeliano e un gruppo armato palestinese. L'esercito
tirava con l'artiglieria e bombardava l'area, una bomba aveva distrutto la
strada che da Jabalia porta al cimitero. Non sono state semplici l'agonia e
la morte di Fatma - come la sua vita, del resto. Nell'aprile 2003 Fatma
aveva sentito un nodulo al seno. Aveva 26 anni, era bella, vestiva nel modo
tradizionale palestinese, non il velo dell'islam, ma il fazzoletto delle
contadine, un grande sorriso e grandi occhi neri, una voglia di vivere e di
resistere che le ha dato la forza di combattere contro il suo male e contro
ogni burocrazia e sopraffazione.
Vi diro' delle sue vicissitudini per raggiungere l'ospedale israeliano dove
l'attendevano per essere curata , vi diro' della dedizione dei Medici per i
diritti umani (Physicians for Human Rights, in sigla: Phr, sito:
www.phr.org.il), associazione israeliana che si batte contro le persecuzioni
e le discriminazioni quotidiane nel campo della salute che i palestinesi
subiscono da parte delle autorita' israeliane. I Phr si prendono cura dei
malati palestinesi, che senza il loro aiuto morirebbero o non potrebbero mai
raggiungere un ospedale specializzato israeliano. Con Fatma, malgrado tutti
i loro sforzi, non ce l'hanno fatta.
Troppe volte, quando doveva recarsi a fare la chemioterapia, il check point
di Erez, al confine fra Gaza Nord e Israele, era chiuso. Fatma, mentre il
dolore la divorava, passava ore da sola, in attesa di vedere il cancello di
ferro aprirsi. Aveva tutti i permessi, ottenuti anche con sentenze del
tribunale israeliano; anche i medici dell'ospedale Tel Hashomer telefonavano
al coordinamento israeliano di Erez, per chiedere di lasciarla passare e per
confermare che doveva sottoporsi a chemioterapia, ma ufficiali e soldati ai
check point il piu' delle volte non intendevano ragioni. Fatma non poteva
nemmeno vederli: sentiva solo gli ordini, dati in ebraico dalla voce
gracchiante degli altoparlanti - ordini, di cui poteva capire solo il si' e
il no. Questioni di sicurezza, diceva il soldato al checkpoint. E intanto il
male si diffondeva nel corpo di Fatma.
Il suo calvario non e' dipeso pero' solo dal muro brutale dell'occupazione,
dalla mancanza di umanita' e compassione dei militari israeliani: anche la
rassegnazione e la mancanza di specializzazione delle strutture ospedaliere
palestinesi hanno fatto la loro parte.
*
Quando per la prima volta , il 15 aprile 2003, si reca all'ospedale di Gaza,
lo Shifa Hospital, per verificare il nodulo che ha scoperto al seno, il
medico sottopone Fatma a una radioscopia e a una biopsia. Il primo esame,
dopo dieci giorni di attesa, risulta insoddisfacente. Altra biopsia e dopo
due settimane di attesa il medico le dice di non preoccuparsi, il nodulo e'
benigno. Si tratta, dice, di un fibroadenoma. A giugno il tumore si e'
ingrossato e Fatma sente di avere altri due piccoli grumi. Dopo varie
insistenze, il medico accetta di asportarle il nodulo; due settimane dopo il
reparto di oncologia conferma che il tumore asportato e' benigno. Ma il
corpo di Fatma comincia ad essere invaso. Dopo l'operazione appaiono nuovi
grumi. In agosto si reca nella clinica privata (tutto il mondo e' paese) del
medico dello Shifa Hospital. Nessun problema, le dice il medico, "devi aver
stretto troppo il tuo reggiseno". Fatma, testarda, chiede una nuova biopsia
al chirurgo che l'ha operata, e questa volta i risultati sono chiari: Fatma
ha un carcinoma maligno che si sta estendendo. Dopo nove cicli di
chemioterapia all'ospedale di Gaza, Fatma decide di rivolgersi all'ospedale
israeliano Tel Hashomer: invia il risultato della biopsia, lo staff
dell'ospedale risponde subito chiedendole di presentarsi prima possibile.
*
Qui comincia la tragica trafila dei permessi e del checkpoint. Per tre volte
Fatma presenta la richiesta di visto all'Ufficio di coordinamento. Nessuna
risposta. Il 13 novembre, Fatma chiede l'intervento dei Phr. Il professor
Rafi Waldan riesce a darle un appuntamento urgente per il 25 novembre. Nuova
richiesta di visto: il giorno dell'appuntamento arriva, ma nessuna risposta
per il permesso. I Phr decidono di appellarsi in tribunale con procedura
urgente. L'avvocato di Fatma e' Yossi Tzur dello studio legale
Carmeli-Arnon. La risposta del tribunale arriva il 12 dicembre: permesso
accordato per sottoporsi al trattamento a Tel Hashomer Hospital.
Almeno un primo ostacolo e' rimosso. Ma l'odissea e' appena iniziata. Ogni
volta che deve recarsi all'ospedale devono intervenire i medici israeliani;
e malgrado cio' ogni volta deve attendere ore prima di poter attraversare il
cancello del checkpoint. Nessuno dei suoi familiari puo' accompagnarla:
nessun permesso e' stato accordato per loro. In uno dei suoi appuntamenti,
nel gennaio 2004, al checkpoint la rimandano indietro. Nuovo intervento
dell'avvocato Yossi Tzur, nuovo permesso e nuovo appuntamento per il giorno
dopo. Fatma arriva al checkpoint al mattino presto, la fanno attendere fino
alle 13. Quando arriva all'ospedale e' troppo tardi, il reparto e' gia'
chiuso.Il 9 febbraio Fatma deve recarsi all'ospedale per togliere il tumore.
Arriva a Erez molto presto al mattino; attende, sola, fino alle 17,30.
Intervengono i medici israeliani, l'avvocato, chiamano tutti, persino la
giornalista Carmela Menashe di Kol Israel, ma la soldatessa che ha il
permesso di entrata per Fatma non e' sul posto, e' addetta ai servizi di
cucina e nessuno puo' sostituirla.
Finalmente alle 18,30 Fatma puo' passare. Arriva all'ospedale e il giorno
successivo la operano. Due giorni dopo il medico la informa che il tumore si
e' sparso ed e' necessaria una vasectomia totale. Sempre sola, malgrado i
medici abbiano chiesto piu' volte il permesso per alcuni familiari. Sola, in
un ospedale i cui medici sono solidali con lei ma non parlano la sua lingua.
Dimessa, torna a Gaza. Il 25 marzo, altro appuntamento in preparazione della
radioterapia. Il permesso non viene dato, le e' proibito lasciare Gaza.
Nuovo appuntamento due settimane dopo: questa volta riesce a passare. Il suo
trattamento consiste in 25 giorni consecutivi di radioterapia. Impossibile
recarsi ogni giorno da Gaza in Israele. I medici di Phr chiedono per Fatma e
per un'altra paziente, anch'essa col cancro al seno, il permesso di restare
in Israele per il periodo di cura. Negato. Non resta che tornare in
Tribunale. Ai Phr si aggiunge il gruppo, sempre israeliano, di "One in nine:
Women for victim of breast cancer". Ricorso accolto, le due pazienti possono
restare in Israele; ma per Fatma non e' finita, il suo permesso e' di un
mese e il suo trattamento deve essere di cinque settimane in piu'. Nuovo
impegno dei Phr, che la fanno restare nella loro casa a dormire,
clandestina.
*
Ritorna a Gaza, apparentemente la cura e' andata bene. Non e' cosi', dopo un
mese il cancro riappare. Fatma si aggrava, soffre di forti dolori alla
schiena e alle gambe. Il 22 luglio viene ricoverata di nuovo, questa volta
passa in ambulanza, con la sua mamma. Il test mostra che la metastasi ha
colpito la spina dorsale. La tengono in ospedale, lei peggiora. Vuole vedere
la sua famiglia. I Phr fanno una domanda urgente e il 2 agosto ottengono
risposta: solo il padre e due sorelle possono passare. Ma neppure loro
arrivano. Al checkpoint di Erez, dopo ore di attesa, la polizia di frontiera
rifiuta l'entrata a meno del versamento di 30.000 shekel (quasi 6.000 euro)
ciascuno come deposito di garanzia. Dopo l'intervento del solito avvocato
Yossi Tzur, la polizia scende a compromessi: invece di 30.000 shekels riduce
la somma a 20.000. Impossibile per la famiglia trovare quei soldi. Altra
causa in tribunale nuovo permesso, il 9 agosto: ma ancora non passano: la
polizia di frontiera li ferma. Interviene anche un parlamentare israeliano,
inutilmente. Il 16 agosto, tre settimane dopo la richiesta, le due sorelle
riescono a raggiungere Fatma e la madre; il padre invece non ottiene il
permesso, e resta a Gaza. Problemi di sicurezza, dicono i soldati.
Lo staff del reparto oncologico si prodiga al massimo per Fatma. Quando
riprende le forze, terminato il ciclo, Fatma torna a Gaza dove dovrebbe
continuare la chemioterapia. Ma passa un mese prima che il ministro della
salute palestinese approvi il pagamento, molto costoso, della cura e che
tutti i medicinali necessari arrivino all'ospedale Shifa di Gaza. Fatma
pero' peggiora, fa fatica a respirare. Il medico dell'ospedale di Tel
Hashomer le dice di tornare da lui senza ritardi. Nuovo permesso. Il 5
settembre al checkpoint il soldato non la fa passare perche' gli risulta che
Fatma sia entrata precedentemente in Israele senza permesso. La questione si
risolve verso le 19. Un giorno intero al checkpoint. Il trattamento
radiologico e chemioterapico dovrebbe iniziare il 14 settembre. Contatti
frenetici da parte dei Phr e dei medici dell'ospedale con il coordinatore
israeliano di Gaza per la salute, Weinberger. Promette che rilascera' il
permesso. Il giorno 14, alle 17,30, il Dco informa che c'e' il permesso, ma
solo per Fatma: niente accompagnatori, niente ambulanza. Fatma non si regge
in piedi: e cosi' niente ospedale.
*
Si ricomincia una nuova pratica per il permesso. Il 27 settembre una
delegazione di donne medici israeliane si reca a Gaza per parlare con il
comandante israeliano. Dopo una lunga attesa non appare nessun comandante ma
solo un ufficiale che si impegna a facilitare il passaggio di Fatma. Il
giorno dopo lei e la madre arrivano al checkpoint: attesa fino alle 17,
Fatma soffre e si stende a terra perche' non c'e' nulla su cui appoggiarsi o
sedersi. Inizia finalmente il check, il soldato chiede a Fatma di togliersi
i vestiti perche' il sistema di sicurezza indica che c'e' qualcosa nel suo
petto. Fatma esegue gli ordini e cerca di spiegare che in seguito
all'operazione nel petto ha del silicone. Arriva un altro soldato, la
interpella urlando in arabo e le dice che e' proibito togliersi i vestiti,
Fatma spiega l'ordine ricevuto, ma non c'e' niente da fare. Fatma e la mamma
vengono rimandate indietro. L'ufficiale spiega ai Phr che le due donne non
hanno superato il controllo di sicurezza.
Il permesso e' finalmente pronto il mattino del 29 settembre. Fatma e' in un
ambulanza con altri pazienti, tutti diretti allo stesso ospedale. Sulla
strada di Beit Lahiyah, verso Erez, l'ambulanza e' costretta a fermarsi per
operazioni militari in corso. Alle 16,30 sono ancora fermi; il tentativo di
arrivare a Erez per una strada diversa fallisce, alle 17,40 l'ambulanza e il
suo carico tornano a Gaza.
Impossibile mandare le medicine dall'ospedale di Tel Hashomer, i valichi
sono tutti chiusi. Il permesso per Fatma c'e' ma le strade sono distrutte e
occupate dai carri armati, l'ambulanza non puo' passare. Nuova richiesta di
permesso, nuova attesa. Il 4 ottobre il permesso non c'e' ancora. Fatma
viene ricoverata all'ospedale di Gaza sotto la tenda a ossigeno. Un paziente
malato di cancro e' morto, sono rimasti due giorni del suo trattamento
chemioterapico, vengono usati per Fatma.
*
Una settimana dopo il Dco dice ai Phr di presentare la richiesta del nuovo
permesso al coordinatore sanitario palestinese, Ahmad Abu Raza, ma lui e'
bloccato dal coprifuoco nel campo profughi di Nuseirat. Il giorno successivo
arriva a Gaza, ma non puo' presentare la richiesta di Fatma, il fax
israeliano e' rotto. I medici del Phr chiedono agli israeliani di
coordinarsi a voce con Ahmad. D'ora in poi non basteranno i permessi, sara'
necessario anche coordinarsi.
La mattina del 14 ottobre Fatma non riesce a stare in piedi, puo' muoversi
solo in ambulanza: che pero' non riesce a passare per le strade distrutte. I
Phr riescono a trovare un veicolo della Croce Rossa,l'unico capace di
passare attraverso le rovine. Ma verso le 13, prima di arrivare ad Erez, nei
pressi del villaggio di Abraj al-Awda, il veicolo viene preso a fucilate dai
soldati. E' solo alle 19 che puo' riprendere la strada per il checkpoint. E'
passato un mese dal primo appuntamento per la chemioterapia.
*
L'agonia di Fatma finisce quando chiude definitivamente gli occhi, il 24
dicembre 2004. Ma l'agonia della sua famiglia e di qualche milione di
palestinesi continua. Il primo gennaio 2006 al checkpoint di Erez, mentre
rientriamo in Israele, c'e' un uomo, piu' di ottanta anni, anche lui diretto
all'ospedale Tel Hashomer. E' pieno di tubi, su una sedia a rotelle. Con la
vecchia moglie sta aspettando davanti al cancello di ferro da tutto il
pomeriggio. La sedia a rotelle non e' permessa, questioni di sicurezza; lui
non sta in piedi e non riesce a parlare. Telefono ad un ufficiale israeliano
che non e' a Gaza, imploro, si tratta di un caso umanitario e comunque noi
(siamo 18 italiani) non ce ne andremo fino a quando non passera' anche il
vecchio. Dopo qualche ora e tante altre telefonate, il cancello si apre. La
donna mi abbraccia e sorride raggiante. Io controllo con estremo sforzo la
rabbia, il dolore, l'indignazione. Ringrazio l'ufficiale israeliano. E mi
chiedo fino a quando permetteremo tutto questo, fino a quando la comunita'
internazionale permettera' questo scempio dei diritti, della compassione e
dell'umanita'. Lo so, domanda retorica.

2. POESIA E VERITA'. CINQUE POESIE DI WISLAWA SZYMBORSKA
[Da Wislawa Szymborska, Discorso all'Ufficio oggetti smarriti, Adelphi,
Milano 2004, alle pp. 84, 105, 137, 146-147, 148. Wislawa Szymborska,
poetessa, premio Nobel per la letteratura 1996, e' nata a Bnin, in Polonia,
nel 1923; ha studiiato lettere e sociologia a Cracovia, dove risiede; dal
1953 al 1981 collaboro' alla rivista "Vita letteraria", nel 1980, sotto lo
pseudonimo di Stancykowna, alle riviste "Arka" e "Kultura"; ltre al Nobel ha
ricevuto per la sua opera poetica altri importanti riconoscimenti: nel 1954
il Premio per la letteratura Citta' di Cracovia, nel 1963 il Premio del
ministero della cultura polacco, nel 1991 il Premio Goethe, nel 1995 il
Premio Herder e la Laurea ad honorem dell'Universita' di Poznan "Adam
Mickiewicz", nel 1996 il Premio "Pen - Book of the Month Club Translation
Prize". Trale opere di Wislawa Szymborska in edizione italiana: La fiera dei
miracoli, Scheiwiller, Milano 1994; Gente sul ponte, Scheiwiller, Milano
1996; La fine e l'inizio, Scheiwiller, Milano 1997; Trittico: tre poesie di
Wislawa Szymborska, tre collage di Alina Kaczylska, Scheiwiller, Milano
1997; 25 poesie, Mondadori, Milano 1998; Vista con granello di sabbia,
Adelphi, Milano 1998; Taccuino d'Amore, Scheiwiller, Milano 2002; Discorso
all'Ufficio oggetti smarriti, Adelphi, Milano 2004]

Vietnam

Donna, come ti chiami? - Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? - Non lo so.
Perche' ti sei scavata una tana sottoterra? - Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? - Non lo so.
Perche' mi hai morso la mano? - Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? - Non lo so.
Da che parte stai? - Non lo so.
Ora c'e' la guerra, devi scegliere. - Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? - Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? - Si'.

*

Discorso all'Ufficio oggetti smarriti

Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,
e anche molti dei per via dall'Est all'Ovest.
Mi si e' spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi e' sprofondata nel mare un'isola, e un'altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,
chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva
e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,
me ne uscivo di senno piu' e piu' volte.
Da tempo ho chiuso su tutto cio' il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.

Perduto, smarrito, ai quattro venti se n'e' volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che e' restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l'ombrello sul treno.

*

Le tre parole piu' strane

Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba gia' va nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

*

Contributo alla statistica

Su cento persone:

che ne sanno sempre piu' degli altri
- cinquantadue;

insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purche' la cosa non duri molto
- ben quarantanove;

buoni sempre,
perche' non sanno fare altrimenti
- quattro, be', forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;

dotati per la felicita'
- al massimo poco piu' di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro piu' della meta';

crudeli,
se costretti dalle circostanze
- e' meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
- non molti di piu'
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatre'
prima o poi;

degni di compassione
- novantanove;

mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.

*

Fotografia dell'11 settembre

Sono saltati giu' dai piani in fiamme -
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.

La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.

Ognuno e' ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.

C'e' abbastanza tempo
perche' si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.

Restano ancora nella sfera dell'aria,
nell'ambito di luoghi
che si sono appena aperti.

Solo due cose posso fare per loro -
descrivere quel volo
senza aggiungere l'ultima frase.

3. MEMORIA. UN'INTERVISTA DI CRISTINA VALENTI A LUCE FABBRI DEL 1993 (PARTE
TERZA E CONCLUSIVA)
[Dal sito www.socialismolibertario.it riprendiamo la seguente intervista a
Luce Fabbri realizzata da Cristina Valenti a Castel Bolognese, il 31 ottobre
1993 e pubblicata su "A. Rivista anarchica", anno 28, n. 247, estate 1998,
col titolo "Vivendo la mia vita" (intervista disponibile anche nel sito
della rivista: www.arivista.org).
Cristina Valenti e' docente presso il Dams dell'Universita' di Bologna;
proveniente da studi di carattere storico e filologico (il suo volume Comici
artigiani ha vinto il Premio Pirandello per la saggistica teatrale nel
1994), negli ultimi anni ha rivolto la sua attivita al teatro contemporaneo
d'innovazione, al quale si e' dedicata sia sul piano della produzione
scientifica sia sul piano dell'organizzazione. Ha diretto l'organizzazione
del Centro Teatrale La Soffitta del Dams di Bologna (1991-2001), al quale
collabora tuttora sul piano progettuale, e ha realizzato numerosi progetti e
iniziative culturali negli ambiti del teatro di ricerca e di ispirazione
sociale. I suoi interessi attuali riguardano i teatri del disagio (handicap,
carcere), il teatro di impegno sociale e civile, la ricerca delle giovani
generazioni (in particolare come direttrice artistica dell'Associazione
Scenario); collabora a varie riviste teatrali e culturali. Svolge
collaborazioni drammaturgiche e organizzative per diversi artisti, compagnie
e strutture teatrali.; ha in preparazione un volume sui Teatri delle
dis/abilita'. Fra gli ultimi volumi pubblicati: Conversazioni con Judith
Malina (1995); Living with The Living 1998); Oiseau Mouche. Personnages (con
Antonio Calbi, 2000); Il teatro nelle case (2001); Katzenmacher (2004).
Luce Fabbri, pensatrice e militante anarchica, educatrice profonda e
generosa, un punto di riferimento per tutti gli amici della dignita' umana e
della nonviolenza. Nata il 25 luglio 1908, figlia di Luigi Fabbri (il grande
militante e teorico libertario collaboratore di Errico Malatesta), dal 1929
in esilio dapprima a Parigi, poi a Bruxelles e via Anversa in America
Latina, a Montevideo in Uruguay, ove da allora risiedera' (ma ancora sovente
molto viaggiando); la morte la coglie il 19 agosto 2000, operosa fino alla
fine, sempre attiva, generosa, mite, accogliente; sempre lucida, sempre
limpida, per sempre Luce. Opere di Luce Fabbri: per un primo avvio
segnaliamo l'ampia e preziosa intervista a cura di Cristina Valenti in
questo foglio riproposta. Tra le sue opere in volume ed in opuscolo
segnaliamo: a) scritti politici: Camisas negras, Ediciones Nervio, Buenos
Aires 1935; (con lo pseudonimo Luz D. Alba), 19 de julio. Antologia de la
revolucion espanola, Coleccion Esfuerzo, Montevideo 1937; (con Diego Abad de
Santillan), Gli anarchici e la rivoluzione spagnola, Carlo Frigerio Editore,
Lugano 1938; La liberta' nelle crisi rivoluzionarie, Edizioni Studi Sociali,
Montevideo 1947; El totalitarismo entre las dos guerras, Ediciones Union
Socialista Libertaria, Buenos Aires 1948; L'anticomunismo, l'antimperialismo
e la pace, Edizioni di Studi Sociali, Montevideo 1949; La strada, Edizioni
Studi Sociali, Montevideo 1952; Sotto la minaccia totalitaria, Edizioni RL,
Napoli 1955; Problemi d'oggi, Edizioni RL, Napoli 1958; La libertad entre la
historia y la utopia, Ediciones Union Socialista Libertaria, Rosario 1962;
El anarquismo: mas alla' de la democracia, Editorial Reconstruir, Buenos
Aires 1983; Luigi Fabbri. Storia d'un uomo libero, BFS, Pisa 1996; Una
strada concreta verso l'utopia, Samizdat, Pescara 1998; La libertad entre la
historia y la utopia. Tres ensayos y otros textos del siglo XX, Barcelona
1998; b) volumi di poesia: I canti dell'attesa, M. O. Bertani, Montevideo
1932; Propinqua Libertas, Bfs, Pisa 2005; c) scritti di storia e di critica
letteraria: Influenza della letteratura italiana sulla cultura rioplatense
(1810-1853), Ediciones Nuestro Tiempo, Montevideo 1966; L'influenza della
letteratura italiana sulla cultura rioplatense (1853-1915), Editorial Lena &
Cia. S. A., Montevideo 1967; La poesia de Leopardi, Instituto Italiano de
Cultura, Montevideo 1971; Machiavelli escritor, Instituto Italiano de
Cultura, Montevideo 1972; La Divina Comedia de Dante Alighieri, Universidad
de la Republica, Montevideo 1994. Ad essi si aggiungono i saggi pubblicati
nella "Revista de la Facultad de Humanidad y Ciencias" di Montevideo, e gli
interventi e le interviste su molte pubblicazioni, e le notevoli
traduzioni - con impegnati testi propri di introduzione e commento - (tra
cui, in volume: di opere di Nettlau, di Malatesta, del padre Luigi Fabbri, e
l'edizione bilingue commentata del Principe di Machiavelli). Opere su Luce
Fabbri: un punto di partenza e' l'utilissimo dossier, Ricordando Luce
Fabbri, in "A. rivista anarchica", n. 266 dell'ottobre 2000, pp. 28-41
(disponibile anche nel sito: www.arivista.org)]

Un problema molto serio
- Cristina Valenti: Nel vasto panorama delle idee e dei movimenti politici,
quali pensi che siano quelli piu' vicini alle posizioni del movimento
anarchico?
- Luce Fabbri: In questo momento mi pare che in Italia non ci sia niente del
genere, pero' qualche corrente ci deve essere, probabilmente in campo
femminista o ecologico, oppure fra i dissidenti socialisti e comunisti. Nel
passato ho sentito molto vicina "Giustizia e Liberta'" e anche alcune
correnti repubblicane e settori del socialismo democratico e riformista. Nel
periodo del 1921-'22 mi sembravano piu' affini alcuni socialisti riformisti
che non i rivoluzionari e i massimalisti come Bucco, o prima ancora
Mussolini, anche se costui, quando era ancora un socialista rivoluzionario,
veniva a sfogarsi con mio padre contro i riformisti. Turati indubbiamente
non ci era vicino perche' puntava tutto sui meccanismi della politica, pero'
era onesto e socialista, sinceramente socialista. Ho conosciuto il
socialista Da Vinchie, che sarebbe poi morto di stenti durante l'esilio in
Germania, i fascisti l'hanno bastonato per tre volte lasciandolo tramortito,
era un socialista evangelico e nonviolento, non era un anarchico pero' ci
era davvero vicino. Oggi nell'Uruguay ci sono alcune tendenze socialiste che
ricercano forme comunitarie non statali, e credo che si possa avere qualche
contatto con loro, anche se ancora tutto e' molto vago e ben poco organico,
almeno per il momento. Penso in ogni modo che si possa lavorare con gli
altri, noi ad esempio facemmo un tentativo in questo senso, negli ultimi
anni della guerra, dando vita al movimento Socialismo e liberta', che pur
nel rispetto delle differenze, ci vide collaborare con socialisti e
repubblicani.
*
- Cristina Valenti: Claudio Venza dice che coloro che si occupano di
anarchismo e che lo studiano dal punto di vista storico girano sempre
attorno ad un rovello: cioe' scoprire quali sono gli ostacoli maggiori per
cui l'anarchismo non solo non s'e' realizzato, ma non e' nemmeno diventato
l'ideale maggiormente condiviso o una pratica di vita. Cos'e' che a un certo
punto ne frena lo sviluppo, quali sono gli ostacoli che si frappongono?
- Luce Fabbri: Penso che l'ostacolo maggiore sia l'istinto che spinge la
natura umana a prevalere, l'istinto autoritario. L'autorita' non si puo'
eliminare, ma va combattuta, domata, non solo nella societa', ma anche e
soprattutto dentro di noi. Penso che l'ostacolo principale sia proprio
questo ricrearsi continuamente dello spirito autoritario in noi e nel
movimento ed e' per questo che e' cosi' difficile combatterlo: noi lottiamo
contro lo Stato, ma lo Stato si riproduce anche nel nostro ambito. Penso
pertanto che ci sia un lungo lavoro educativo da fare, che si debba educare
soprattutto alla liberta', e insistendo sul terreno dei doveri piu' che su
quello dei diritti. A questo, che e' l'ostacolo principale, se ne aggiungono
altri, come ad esempio l'interesse economico anche se poi, in ultima
analisi, anch'esso e' riconducibile all'istinto autoritario, perche' la
ricchezza in se', oltre che essere un'ingiustizia, diventa pericolosa quando
viene utilizzata come strumento di potere. E' lo spirito autoritario dunque,
a mio parere, l'ostacolo principale, il nostro vero nemico, oltre a tutto
anche un nemico subdolo che spesso non ci si presenta direttamente.
*
- Cristina Valenti: Non puo' essere anche che gli anarchici, che tanto amano
la liberta', diano per scontato che tutti amino la liberta', piu' di quanto
in effetti non sia? Se in alcuni individui e' evidente il desiderio di
prevalere, mi sembra piu' diffuso pero' il desiderio dei tanti di obbedire,
di non prendersi responsabilita'. La gente mi sembra piu' interessata alla
sicurezza che non alla liberta', perche' la liberta' vuol dire affrontare
responsabilmente i problemi e assumersi delle responsabilita'. Forse si
tratta anche di un ottimismo antropologico degli anarchici.
- Luce Fabbri: In tutti c'e' un istinto di liberta', una sincera
insofferenza nei confronti dell'autorita', questa pero' e' compensata dalla
paura nei confronti della responsabilita', e da una certa pigrizia,
soprattutto mentale. Te ne accorgi con chiarezza nel lavoro dell'insegnante,
e' indicativo l'esempio dello scolaro che e' piu' disposto a copiare dieci
pagine pur di non doverne imparare una a memoria o di farne il riassunto.
Preferisce perdere due ore a copiare, piuttosto che impiegare mezz'ora a
ragionarci sopra, e questa pigrizia puo' essere il substrato della tendenza
alla tranquillita', al desiderio che siano gli altri a pensare per poter
restarsene tranquilli nel proprio buco. Questo pero' non toglie che non si
avverta anche l'insofferenza per l'autorita', coesistono entrambe le cose.
Sono convinta quindi che ci sia ancora molto da lavorare, prima di tutto in
famiglia per opera dei genitori, poi alle elementari, alle secondarie,
all'Universita', per risvegliare l'orgoglio dell'autosufficienza. Per
riassumere, all'istinto della liberta' si accompagna l'istinto di comandare,
di prevalere sugli altri, la volutta' di schiacciare l'altro, di mettergli
il piede sopra, e' una cosa che si avverte fin da bambini, pero' c'e' anche
la servitu' volontaria. Questi sono gli ostacoli veri.
*
- Cristina Valenti: Ed esiste un problema di rapporti generazionali nel
movimento anarchico? E' un problema che si e' mai posto, considerando anche
che e' un movimento di cosi' lunga data?
- Luce Fabbri: Credo che il problema generazionale si ponga oggi in modo
diverso, molto piu' intenso che non al principio di secolo. Io l'ho sentito
come tutti, nei confronti di mio padre, ma molto soavemente, l'ho sentito
invece molto piu' forte con mia figlia, e fortissimo con i miei nipoti. E
ancora non ho pronipoti pero' sono convinta che il problema si vada
aggravando seriamente perche' oggi i cambiamenti sono sempre piu'
accelerati, e questa accelerazione ben presto sara' superiore alle capacita'
di adattamento dell'uomo. Gia' adesso i bambini adoperano il computer molto
meglio degli adulti, pare che si muovano con grande agilita' e facilita',
presto si imparera' a leggere e scrivere sul computer e la difficolta' di
capirsi andra' via via aumentando. Questo e' un problema molto serio, che il
movimento dovrebbe studiare e affrontare. Ci sono molti problemi che
dovrebbero essere discussi urgentemente, il mondo e' cambiato e noi andiamo
ripetendo piu' o meno le stesse cose di sempre. Non si tratta piu' dello
Stato, ma degli Stati invisibili delle multinazionali che sono molto piu'
potenti degli Stati. Anche il ruolo dell'esercito e' cambiato e non ci si
puo' piu' limitare ad affermare come ho letto anche recentemente in un
opuscolo intitolato Che cos'e' l'anarchismo, che l'esercito e' lo strumento
dello Stato, perche' non e' piu' solo cosi'. La Nato non e' lo strumento del
governo degli Stati Uniti ma vive un'esistenza propria. In America tutti gli
anni si riuniscono gli stati maggiori degli eserciti di quei Paesi, per
mettersi d'accordo su quello che intendono fare, indipendentemente dai
governi. Dietro le apparenze dei loro incontri, le vere decisioni che
prendono sono quelle che non vengono pubblicate e che non vengono
assolutamente rese visibili; ci sono centri di potere, centri di ricerca
scientifica, fabbriche di armi dirette da tecnici e scienziati, sono dei
castelli, dei centri di potere ormai autonomi e protetti dal segreto
militare e noi continuiamo a combattere uno Stato che e' un paravento. Pochi
 giorni fa, a Barcellona, sono rimasta malissimo, perche' nella discussione
sull'antimilitarismo ci si e' limitati a parlare della coscrizione e della
obiezione di coscienza totale, argomenti indubbiamente molto interessanti,
pero' si e' continuato a ripetere che l'esercito e' solo uno strumento, il
braccio armato dello Stato. E invece no! Oggi le cose sono cambiate,
l'esercito e' una forza autonoma. Il Pentagono negli Stati Uniti non e' la
Casa Bianca, non ubbidisce alla Casa Bianca, e' un potere a parte. Quindi
viviamo in un mondo che non conosciamo in realta', che conosciamo ben poco.
Le nuove generazioni vivono in questo mondo che probabilmente impareranno a
conoscere meglio di noi, ma rimane un ostacolo culturale molto forte, cioe'
che i giovani sono molto piu' ignoranti in certi campi ma molto piu' abili
in altri che per noi sono di difficile comprensione. Credo che sia molto,
molto importante aggiornarsi tecnicamente e il movimento deve svolgere
un'opera di acculturazione in tutti i sensi per evitare la frattura
generazionale al suo interno.
(Fine)

4. RIFLESSIONE. SERENA FUART: UNA CULTURA DELL'AMORE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo la trascrizione dell'intervento di Serena Fuart all'incontro
svoltosi al Circolo della Rosa, a Milano, martedi' 20 dicembre 2005.
L'articolo di Luce Irigaray cui Serena Fuart fa ripetutamente riferimento e'
stato pubblicato anche - con diverso titolo -  nel n. 1168 del nostro
foglio.
Serena Fuart e' una prestigiosa intellettuale femminista.
Luce Irigaray, nata in Belgio, direttrice di ricerca al Cnrs a Parigi, e'
tra le piu' influenti pensatrici degli ultimi decenni. Opere di Luce
Irigaray: Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975; Questo sesso
che non e' un sesso, Feltrinelli, Milano 1978;  Amante marina. Friedrich
Nietzsche, Feltrinelli, Milano 1981; Passioni elementari, Feltrinelli,
Milano 1983; Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985;
Sessi e genealogie, La Tartaruga, Milano 1987; Il tempo della differenza,
Editori Riuniti, Roma 1989; Parlare non e' mai neutro, Editori Riuniti, Roma
1991; Io, tu, noi, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Amo a te, Bollati
Boringhieri, Torino 1993; Essere due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; La
democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; L'oblio
dell'aria, Bollati Boringhieri, Torino 1996]

Dov'e' l'amore della chiesa? In questo periodo ho molto riflettuto sul
moralismo imperante della chiesa sulla questione dell'aborto. E lo trovo
fuori luogo. Soprattutto rispetto al mio pensiero in seguito alla lettura di
Luce Irigaray e alla mia esperienza passata di cattolica praticante.
La cultura cristiana e' una cultura dell'amore. E anche la gravidanza e' una
questione d'amore.
Per spiegare il mio pensiero faccio riferimento appunto all'articolo di Luce
Irigaray "Dentro il corpo di tutte le donne". Luce Irigaray parla della
nascita di un figlio come il perpetuarsi di un atto d'amore. Comprende
quindi il corpo della donna assieme a esperienze, vissuti, emozioni,
sentimenti propri di lei e in rapporto con il corpo, l'esperienza, i
vissuti, emozioni e sentimenti del suo partner. Gravidanza come perpetuarsi
di un atto d'amore, quindi. La sua interruzione avverra' per mancanza di
questo o a seguito di gravi altre difficolta'. Non sono certo io la prima a
pensare che abortire non sia una scelta facile o indolore.
Luce Irigaray sostiene che la maternita' e' una questione che riguarda la
sfera dell'amore e non il moralismo. Questo il punto che mi ha colpito e su
cui concordo.
L'amore pero' e' anche il centro della cultura cristiana. "E se rileggo i
Vangeli portatori della 'Buona novella' - scrive Luce Irigaray-, e' di amore
che sento parlare e non di morale, un amore che passa anche attraverso i
corpi, che si toccano e diventano cosi' capaci di compiere miracoli".
Scrive anche di Maria che concepisce Gesu' a seguito dell'Annunciazione
dell'Angelo che le chiede se vuole diventare madre del Salvatore. "Questo
passo in piu' nello sbocciare dell'umano - scrive - e' stato possibile
perche' il Signore ha condiviso con Maria un soffio divino prima di metterla
incinta 'naturalmente'. Questo ci insegna l'evento dell'Annunciazione in cui
l'angelo del Signore chiede a Maria se vuole essere la madre del Salvatore
del mondo".
*
Ma io, Serena, sentendo i media e le sentenze moraleggianti dei portavoce
della cultura cristiana, non sento il messaggio d'amore: come si fosse perso
per strada.
Eppure nella mia esperienza passata di cattolica ho vissuto molto amore. Un
amore che ho sentito nella relazione con dei preti maschi, in particolare
con uno, padre Vittorio. Un'esperienza che non ritrovo nel pensiero della
Chiesa che sento nei media. Dov'e' l'amore della cultura cristiana? Perche'
e' l'amore in questione, anche quando si parla di aborto. Perche' allora non
ci si intende?
Il moralismo sulla questione dell'aborto che aleggia, impera e si espande mi
lascia perplessa.
Non sono certo la prima a dire e pensare che abortire non fa certo piacere
alle donne. Si tratta di una questione che lega corpo e sentimenti,
emozioni, storie, vissuti propri di lei e in rapporto con quelli del suo
partner.
Mi colpiscono molto le parole di Luce Irigaray quando nel suo testo "Dentro
il corpo di tutte le donne", parla della gravidanza come perpetuazione di un
atto d'amore. Irigaray scrive inoltre: "Se la gravidanza risulta da un atto
d'amore, non c'e' dubbio che il desiderio della donna sara' di perpetuare in
se' l'unione amorosa. Certo, ospitare l'altro in se' durante nove mesi non
e' una cosa solo agevole e gradita in ogni momento. Ma per amore, per
l'amore, le donne sono capaci di oltrepassare i limiti della solita
umanita'. Sfortunatamente, succede troppo spesso che la gravidanza non sia
il frutto di un'unione amorosa di corpi e di anime".
Mi trovo molto in sintonia con queste parole anche se ci sono alcuni punti
nel resto dell'articolo che mi lasciano un po' perplessa.
Il primo e' quando scrive: "La donna non ospita solamente un futuro
individuo ma l'unione dei due corpi e delle anime che l'hanno generato". Mi
chiedo se questa frase lasci forse intendere che nell'interruzione di
gravidanza sia fortemente coinvolto l'uomo. In questa prospettiva il padre
avrebbe quindi dei diritti. Se questo intende, non sono d'accordo. La legge
194 lascia la decisione solo alla donna. E questo, almeno secondo me, e'
importantissimo e deve restare cosi'.
La gravidanza, anche se porta in se' un'esperienza di due, e' comunque un
fatto che riguarda il corpo di lei solo. E' lei che genera, porta avanti il
progetto di vita e infine mette al mondo la creatura. L'uomo, a parte
l'inseminazione che avviene durante il rapporto sessuale, con la gravidanza
e la sua eventuale interruzione non c'entra nulla.
C'e' anche una parola dell'articolo su cui mi sono imbattuta e su cui ho
voluto riflettere. Luce Irigaray definisce il feto "straniero". Dice: "ma
spesso accade che la gravidanza non e' il frutto di un'unione amorosa di
corpi e anime. E l'ospite non sia la perpetuazione di un atto d'amore.
L'ospite e' uno straniero e questo non e' facile...".
Straniero lo interpreto come Altro da me, pero' puo' capitare di intendere
questo termine come "corpo estraneo". Non penso che Luce Irigaray intendesse
questo, tuttavia vorrei chiarire che "straniero" per come l'ho interpretato
io, intendo straniero come Altro da me.
*
Tornando ai punti dell'articolo a me cari, riporto alcuni passi che mi hanno
profondamente colpito in quanto coinvolgono la cultura cristiana.
"L'interpretazione piu' positiva della 'Buona novella' del Cristianesimo
consisterebbe nella riconciliazione fra corpo e anima. Il Cristo ne sarebbe
il primo frutto se lo consideriamo come l'avvento o il ritorno del divino
nella carne... il possibile incamminarsi dell'umanita' verso il suo
compimento grazie alla redenzione della carne per l'amore.
Questo passo in piu' nello sbocciare dell'umano e' stato possibile perche'
il Signore ha condiviso con Maria un soffio divino prima di metterla incinta
'naturalmente'. Questo ci insegna l'evento dell'Annunciazione in cui l'angel
o del Signore chiede a Maria se vuole essere la madre del Salvatore del
mondo...
L'accento posto sull'aborto naturale non risulterebbe da una cecita'
rispetto a un aborto spirituale all'opera nella storia del Cristianesimo?
Per mancanza di attenzione e fedelta' all'unione del corpo e dell'anima che
puo' compiere l'amore? La morale non c'entra granche', in questo mistero. La
sua preminenza avviene per la nostra incapacita' ad amare. Certo, un diritto
civile positivo deve tutelare la possibilita' per la donna di assumere in
modo responsabile la sua identita' di donna. Il resto e' un affare d'amore
per cui difettiamo tuttora di un insegnamento adeguato, sia laico sia
religioso.
E se rileggo i Vangeli portatori della 'Buona novella', e' di amore che
sento parlare e non di morale, un amore che passa anche attraverso i corpi,
che si toccano e diventano cosi' capaci di compiere miracoli.
Lo ribadisco: ci manca ancora una cultura dell'amore e del desiderio
all'altezza della nostra tradizione".
*
Quindi nella cultura cristiana si parla di amore e non di moralismi e
pregiudizi. Oggi sembra tutto il contrario guardando la televisione o
leggendo le dichiarazioni sui giornali.
Quello che mi ha fatto riflettere e' anche la mia esperienza di cattolica
praticante. Posso dire che quello che ho vissuto e ricordo e' un'esperienza
di amore e non di critica morale. Frequentavo una chiesa di rione. Era
piccola. Certo seguivo i corsi di dottrina e venivo a contatto con tanti
insegnamenti. Non posso negare che sentivo i sensi di colpa, che spesso
venivano alimentati. E ne soffrivo. Ma non posso neanche rinnegare
esperienze speciali. Che sono quelle che ricordo con una lucidita' che non
da' quasi margine di errore.
Parlo di una relazione positiva con un prete, padre Vittorio. Non era il mio
padre spirituale ma seguivo molto i suoi consigli. Era positivo e
sorridente. A 17 anni ho avuto una crisi molto forte. Credevo che
esistessero peccati per cui non si venisse mai perdonati. Avevo bisogno di
qualcuno che mi aiutasse. Lo ha fatto un prete, non uno psicologo. Ed e'
stato proprio lui, padre Vittorio, in un incontro privato con lui, un
incontro bellissimo. Mi ha fatto capire che Dio e' Amore e Perdono.
Sorrideva, evocava l'immagine di Dio come un oceano blu soleggiato (un
oceano d'amore). Comunque anche in altre occasioni padre Vittorio mi
tranquillizzava sempre. Questo avveniva quando mi confessavo e anche dal
pulpito. Dava messaggi di speranza e non di castrazione morale.
Non era il solo. Anche padre Marino era cosi', e anche padre Alberto. Ce
n'era uno bacchettone invece, uno solo pero'. Le sue prediche, come anche
quando ti confessavi da lui, erano infarcite di angoscia e di sensi di
colpa. Ma non ero solo io ad avere problemi con lui. Se ne parlava. Io poi
mi sono allontanata da quella cultura. Per una crisi mistica che ho avuto
mentre ero molto malata. Un discorso lungo. Ora non so bene cosa fare, ma
non c'entra adesso.
Quello che c'entra e' che ho sentito amore nella mia esperienza cattolica, e
un'umanita' che niente ha a che fare con certe dichiarazioni e certi
atteggiamenti del presidente della Cei, di altri cardinali e di tutti quelli
che vedo in tv e leggo sui giornali.
La cultura cristiana e' una cultura dell'amore. E anche la gravidanza e' una
questione d'amore. Dov'e' l'amore della cultura cristiana? Perche' e'
l'amore in questione anche quando si parla di aborto. Perche' allora non ci
si intende?

5. MONDO. MARIA G. DI RIENZO: CENSURE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questa notizia. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di
questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005]

Teheran. Il governo iraniano ha ordinato il 2 gennaio la chiusura di un
quotidiano ed il bando di una nuova pubblicazione bisettimanale dedicata
alle donne. Il Ministro della Cultura ha dichiarato che: "Il Comitato di
controllo sulla stampa si e' accordato per la temporanea chiusura del
giornale 'Asia' e di 'Nour-e Banovan', ed ha ordinato che i loro casi
vengano discussi in tribunale". Nessuna spiegazione e' stata fornita per
motivare la decisione, sebbene un giornalista di "Asia", quotidiano
economico, sostenga che il giornale aveva avuto un avviso qualche mese fa,
perche' aveva pubblicato immagini di donne considerate "impropriamente
vestite". "Nour-e Banovan", la pubblicazione bisettimanale diretta alle
donne, non ha neppure potuto mandare in stampa il primo numero. Piu' di
cento giornali sono stati chiusi dal governo iraniano a partire dal 2000,
sebbene molti di essi abbiano riaperto usando nomi differenti. Il
giornalista iraniano Isa Saharkhiz dice che il bando e' insolito: "Il
Comitato di controllo ha raramente in passato ordinato il bando: questo
indica un nuovo giro di vite sulla stampa".
Fonte: Reuters.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 46 del 12 gennaio 2006

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