La nonviolenza e' in cammino. 1168



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1168 del 7 gennaio 2006

Sommario di questo numero:
1. Paolo Spunta: Mi abbono ad "Azionenonviolenta" perche'...
2. Un appuntamento mensile con la nonviolenza
3. Joseph Halevi ricorda Harry Magdoff
4. Luisa Muraro: Dietro una strana pantomima maschile
5. Maria Luisa Boccia: Il nodo dell'autorita' politica femminile
6. Sara Gandini: Continuare a riflettere
7. Luce Irigaray: Nel corpo della donna, o dell'amore
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. STRUMENTI DI LAVORO. PAOLO SPUNTA: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Paolo Spunta (per contatti: paolo.spunta at gmx.net) per questo
intervento. Paolo Spunta, nato nel 1970, di Bologna, laureato in ingegneria,
nel 1997 ha svolto il servizio civile come obiettore di coscienza al
servizio militare presso il Gavci (il Gruppo autonomo di volontariato civile
in Italia, di cui e' presidente padre Angelo Cavagna); e' attualmente
segretario politico del Gavci e si occupa della formazione dei ragazzi in
servizio civile volontario; fa parte del nodo di Bologna della Rete Lilliput
ed e' aderente al Movimento Nonviolento da circa 4 anni; ha partecipato al
Gruppo di azione nonviolenta (in sigla: Gan) di Bologna ed ai primi passi
della formazione della rete nazionale dei Gan; sta seguendo gli incontri
nazionali, che ultimamente si svolgono a Bologna, degli obiettori alle spese
militari per la Difesa popolare nonviolenta (in sigla: Osm-Dpn) e della rete
Corpi civili di pace (in sigla: Ccp). Ha partecipato a vari corsi di
accostamento alla nonviolenza promossi dal Gavci, dal Mir-Mn, dalla Rete
Lilliput ed altri soggetti (con la partecipazione fra gli altri come
relatori e facilitatori di Claudio Cardelli, Luciano Capitini, Wilma
Costetti, Enrico Euli, Silvia Casentino, Francesco Pupella, Roberta Ventura,
Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo)]

Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche' in un certo senso ho fatto una
scelta di evasione. Ho deciso di evadere da questo mondo grigio e per
cercare una speranza, ho scelto l'impegno.
Ho iniziato ad abbonarmi ad "Altreconomia" circa cinque anni fa. Nonostante
il fatto che non mi interessasse l'economia, avevo scelto quel mensile per
tenermi aggiornato sulle mie possibili scelte quotidiane di consumatore
critico e preoccupato della globalizzazione.
Il primo passo per la decisione ad abbonarmi ad "Azione nonviolenta" e'
stato aver conosciuto un po' di persone ad una assemblea del Movimento
Nonviolento ("La nonviolenza e' il varco attuale della storia", a Ferrara)
ed aver capito che non sarebbe stato male essere parte di una rete formata
anche da quelle persone.
In realta' a Bologna non c'e' il Movimento Nonviolento, per cui per
esercitarmi in teorie e pratiche nonviolente, ho iniziato a frequentare le
riunioni del nodo di Bologna della Rete Lilliput.
Comunque gia' prima avevo avuto la fortuna di conoscere "Azione nonviolenta"
al Gavci (Gruppo autonomo di volontariato civile in Italia) di Bologna,
l'ente presso cui ho fatto la mia obiezione di coscienza al servizio
militare ed ho svolto il mio servizio civile, e presso cui attualmente sono
impegnato nell'attivita' di formazione dei giovani in servizio civile
volontario. E proprio per questo difficile compito di formatore cerco di
utilizzare alcuni spunti tratti da "Azione nonviolenta".

2. STRUMENTI DI LAVORO. UN APPUNTAMENTO MENSILE CON LA NONVIOLENZA
"Azione nonviolenta" e' la rivista mensile del Movimento Nonviolento fondata
da Aldo Capitini nel 1964, e costituisce un punto di riferimento per tutte
le persone amiche della nonviolenza.
La sede della redazione e' in via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org
L'abbonamento annuo e' di 29 euro da versare sul conto corrente postale n.
10250363, oppure tramite bonifico bancario o assegno al conto corrente
bancario n. 18745455 presso BancoPosta, succursale 7, agenzia di Piazza
Bacanal, Verona, ABI 07601, CAB 11700, intestato ad "Azione nonviolenta",
via Spagna 8, 37123 Verona, specificando nella causale: abbonamento ad
"Azione nonviolenta".

3. LUTTI. JOSEPH HALEVI RICORDA HARRY MAGDOFF
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 4 gennaio 2006. Joseph Halevi, economista
e saggista, acuto commentatore delle principali questioni internazionali, e'
docente di economia all'Universita' di Sydney in Australia e di Grenoble in
Francia, collabora abitualmente con il quotidiano "Il manifesto"]

Il primo gennaio 2006, all'eta' di 92 anni, si e' spento nella casa del
figlio Fred, nel Vermont, Harry Magdoff; dal 1969 condirettore con Paul
Sweezy, scomparso nel 2004, della rivista marxista statunitense "Monthly
Review".
Il pubblico mondiale conobbe Magdoff attraverso il suo fondamentale lavoro
sull'imperialismo, The Age of Imperialism (Monthly Review Press, 1968). In
questo volume viene sviluppata una teoria dell'imperialismo su base storica,
che quindi definisce la dimensione dell'imperialismo Usa. Quest'ultimo non
era visto come orientato ad ottenere mercati per la produzione nazionale
statunitense, bensi' a conquistare spazi alle societa' multinazionali Usa
sull'intero pianeta ovunque ubicate. E l'accento non veniva nemmeno
prevalentemente messo sulle imprese industriali, quanto sulla natura delle
multinazionali come conglomerati finanziari. Le tesi di Magdoff gia' allora
sottolineavano il carattere strutturale del deficit della bilancia dei
pagamenti Usa; sebbene, ancora alla fine degli anni sessanta, tale deficit
era dovuto prevalentemente alla spesa militare all'estero e ad altre partite
invisibili mentre la bilancia commerciale americana permaneva attiva. La
tendenza al deficit era la conseguenza del costo dell'impero come soleva
dire Sweezy ed anche, secondo Magdoff, il portato dell'effetto negativo
dell'impero mondiale Usa sia sugli investimenti interni - ad eccezione del
settore dell'edilizia e della spesa per la produzione militare - che sulle
esportazioni nette appunto per la preferenza da parte delle multinazionali
Usa di produrre direttamente all'estero. Per cui "l'attuale spinta diretta
dagli Usa a demolire le barriere internazionali alla mobilita' dei
capitali - comunemente definita come "globalizzazione" - non e' altro che la
ricerca aggressiva per nuove profittevoli occasioni di investimento
all'estero" (Fred Magdoff e Harry Magdoff, Disposable Workers: Today's
Reserve Army of Labor, in "Monthly Review", aprile 2004).
Sebbene sia apparso al pubblico di sinistra nel 1965 con i saggi scritti
sulla "Monthly Review", Harry Magdoff aveva una lunga esperienza di
economista pratico. Egli partecipo' alle attivita' intellettuali e di
ricerca dell'era rooseveltiana pubblicando un volume sugli obiettivi e i
metodi nella misurazione della produttivita' (1938) ed uno, assieme a due
altri autori nel 1939, sulla produzione ed occupazione in 59 industrie
americane dal 1916 al 1936. Durante il secondo conflitto mondiale lavoro'
nel War Production Board del governo Roosevelt occupandosi della produzione
delle macchine utensili. Verso la fine del conflitto, Magdoff diresse il
Survey of Current Business presso il dipartimento del commercio e fu
assistente speciale del segretario al commercio Henry Wallace. Non scampo'
alle difficolta' del maccartismo. Inquisito nel 1948 dal House Committee on
Un-American Activities, rimase disoccupato vivendo di lavori di consulenza
finanziaria, spesso ottenuti in subappalto, i quali tuttavia gli
guadagnarono un duraturo rispetto da parte di operatori ed esperti
finanziari.
Entrando nel 1969 nella direzione della "Monthly Review", Magdoff porto'
cosi' la sua eccezionale conoscenza del funzionamento industriale,
finanziario ed istituzionale degli Usa al servizio del pensiero marxista.
Per chi abbia seguito le elaborazioni della "Monthly Review" negli ultimi
tre decenni, l'apporto di Harry emerge chiaramente nel potenziamento del
filone che collega la stagnazione immanente dell'economia Usa alla
"soluzione", oltre che quella tradizionale del keynesismo militare, basata
sull'indebitamento crescente delle famiglie americane (si veda il
fondamentale articolo The New Face of Capitalism: Slow Growth, Excess
Capital, and a Mountain of Debt, in "Monthly Review", aprile 2002
(disponibile alla pagina web http://www.monthlyreview.org/0402editr.htm).
Grazie alla sinergia e la complementarieta' che legavano Sweezy a Magdoff e
viceversa, la Monthly Review Foundation e' diventata la principale
istituzione marxista indipendente negli Usa e nel resto del mondo
anglosassone. Con tristezza osservo che con la scomparsa di Paul Sweezy nel
2004, di Paolo Sylos Labini lo scorso dicembre ed ora di Harry Magdoff,
vengono a mancare tre intellettuali che, assieme al vivente John Kenneth
Galbraith, hanno dato - sia nei punti analiticamente simili che nelle
interpretazioni socio-politiche divergenti - un contributo imprescindibile
alla comprensione del capitalismo fondato sulle grandi corporations. Inoltre
desidero sottolineare la loro grande umanita' che trasformava l'analisi
economica in vera e propria cultura.

4. RIFLESSIONE. LUISA MURARO: DIETRO UNA STRANA PANTOMIMA MASCHILE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente intervento del 7 dicembre 2005. Luisa Muraro, una
delle piu' influenti pensatrici viventi, ha insegnato all'Universita' di
Verona, fa parte della comunita' filosofica femminile di "Diotima"; dal sito
delle sue "Lezioni sul femminismo" riportiamo la seguente scheda
biobibliografica: "Luisa Muraro, sesta di undici figli, sei sorelle e cinque
fratelli, e' nata nel 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), in una regione
allora povera. Si e' laureata in filosofia all'Universita' Cattolica di
Milano e la', su invito di Gustavo Bontadini, ha iniziato una carriera
accademica presto interrotta dal Sessantotto. Passata ad insegnare nella
scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora nel dipartimento di filosofia
dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al progetto conosciuto come Erba
Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo coinvolta nel movimento femminista
dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al
femminismo delle origini, che poi sara' chiamato femminismo della
differenza, al quale si ispira buona parte della sua produzione successiva:
La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano 1976), Maglia o uncinetto (1981,
ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri), Guglielma e Maifreda (La
Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della madre (Editori Riuniti,
Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria, Napoli 1995), La folla
nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato vita alla Libreria
delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista trimestrale "Via
Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita' filosofica Diotima
(1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei (da Il pensiero
della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il profumo della
maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e nonna nel
1997"]

Stiamo assistendo ad una pantomima di politici, intellettuali ed
ecclesiastici, intorno alla legge che ha legalizzato l'aborto in Italia.
Alcune donne cominciano a reagire, in parlamento, sui giornali e in altre
sedi. Un'assemblea autoconvocata, donne e uomini, alla Camera del lavoro di
Milano, ha indetto una manifestazione nazionale per il 14 gennaio, a Milano.
Ma occorre capire meglio il significato di quelle strane manovre maschili.
C'e' bisogno di pensiero, Quello che diro' viene da una riflessione che sto
facendo con donne della Libreria e altre, uomini non esclusi.
E' piuttosto evidente che c'entrano le elezioni politiche, ma non e'
l'essenziale. Le elezioni sono vicine e il centrodestra avra' pensato di
allearsi con "i preti", cioe' con vescovi e parroci di cui si sa che
insegnano e predicano che l'aborto e' un peccato molto grave (non proprio un
omicido, come qualche volta si sente dire, ma quasi). Niente di molto nuovo,
certo, ma rispetto al passato c'e' una novita'. Ancora pochi mesi fa,
arrivavano attacchi ai politici "abortisti" (chi erano? probabilmente quelli
del centrosinistra, Prodi in testa, che non intendono modificare la 194).
Gli attacchi di questo tipo sono cessati. In passato dicevano: bisogna
abrogare o quanto meno "migliorare" la legge 194, adesso non piu'. Come mai?
Credo che si siano resi conto che la legge 194 non e' una legge abortista.
Da qui un cambiamento di rotta: bisogna applicare "meglio" la legge,
facciamo una commissione d'inchiesta, ecc. Quest'impostazione ha ricevuto
l'assenso del Vaticano, cosi' com'e' successo per la difesa della legge 40
sulla procreazione assistita, contro i referendum, sebbene anche questa sia
una legge che non rispecchia la morale cattolica. Da parte cattolica si sono
giustificati per queste scelte con il principio del minor male, ma non mi
convince perche' lo stesso principio non e' stato applicato all'uso del
preservativo contro l'epidemia dell'aids. Dunque, si tratta di scelte
politiche.
A questo punto vorrei inserire una nota. Fra noi molte s'indignano perche'
"i preti" fanno politica, io no, la politica e' un'espressione della propria
presenza nel mondo e non si puo' proibirla a nessuno. C'e' da indignarsi
solo quando negano di fare politica, perche' questo e' falso. Se non sei
d'accordo con la loro politica, entra nel merito e combatti.
Per combattere bene, una buona regola e' di non fare d'ogni erba un fascio.
Voglio dire: non confondiamo le recenti manovre dei politici con la
posizione dei cattolici sull'aborto. Quest'ultima rientra in una dottrina
morale che ha una sua dignita' e, purche' non pretenda d'imporsi con una
legge penale, va ascoltata. Le manovre dei politici sono operazioni
contingenti e in buona parte strumentali. Per esempio, i parlamentari che
hanno richiesto la commissione d'indagine sulla 194, poi ridimensionata in
indagine conoscitiva, pare che non avessero mai letto i rapporti annuali del
ministero della Sanita' in proposito. Va detto che fra questi ultimi,
contingenti e strumentali, ci sono anche uomini di Chiesa, moralmente neutri
come sono gli uomini di potere.
*
Tutto questo significa che, passate le elezioni, dell'agitazione presente
non restera' piu' nulla? Non credo, perche' in gioco c'e' dell'altro. Dietro
alla pantomima intorno alla 194 e a questioni come i Pacs, l'omosessualita',
le tecnologie della riproduzione, e' riconoscibile il tentativo di alcuni,
non ancora un movimento, a sviluppare una proposta culturale che prenda il
posto lasciato vuoto dalla fine del comunismo e che ne elimini ogni
possibile eredita'. Si voltano dalla parte del cattolicesimo, perche' la
destra, in Italia, non ha una vera tradizione culturale, mentre la Chiesa
indubbiamente ce l'ha, grande e variamente orientabile, non di rado a
destra, oltre al fatto che le tematiche religiose servono a rivestire la
miseria simbolica del liberismo. Forse, si sta formando un blocco ideologico
di destra esteso anche ad una parte della Chiesa cattolica. Da questo punto
di vista il racconto di Rosetta Stella, La nostra inviata speciale in
Laterano, e' istruttivo, compresa la sua vivace reazione che appartiene si'
al temperamento di lei ma non e' esagerata, lucidamente parlando. Quello che
lei ha visto ed ascoltato, e' molto grave per una che ha a cuore la cultura
religiosa. Non c'e' dubbio che la cultura religiosa esca danneggiata dal
tentativo dei cosiddetti teo-con, sebbene molte non si accorgano di questo
fatto, perche' della cultura religiosa poco sapevano e poco si curano.
Spieghero' perche' io, invece, ci tengo. La nostra civilta', con tutto
quello che ha di buono, si e' sviluppata secondo una razionalita' di tipo
scientista ed economicistico che chiude l'orizzonte dell'umano dentro i
confini dell'egoismo e del materialismo. La cultura di sinistra ha portato
dei correttivi nell'interesse della giustizia sociale e della pace, ma non
ha aperto l'orizzonte. Che l'apertura di quell'orizzonte avvenga ad opera di
una cultura di destra, la considero una catastrofe perche', oltre a
calpestare le esigenze della giustizia sociale e della pace, mette fuori
gioco la liberta' femminile che sola, a mio giudizio, puo' operare
quell'apertura senza esiti reazionari. Questo l'ho intuito leggendo le
scrittrici mistiche, poi ci ho lavorato con la ricerca personale e con
altre, come Rosetta Stella, come Romana Guarnieri, come Adriana Sbrogio' e
la sua associazione.
Questa prospettiva, che affida alla liberta' femminile la capacita' di
orientarci nella realta' che cambia, vale anche per le discussioni intorno
alla legge 194. Alcuni dicono: sommato tutto, ha dato buona prova di se',
oltre ad essere una legge che ha passato vittoriosamente la prova di un
referendum (un vero referendum, non boicottato con l'assenteismo come invece
e' successo con i recenti referendum sulla legge 40). Non tocchiamola,
dicono percio'.
Pensiamo che sia veramente necessario chiudersi sulla difensiva? Io non lo
penso, non da parte nostra che abbiamo guadagnato, con la liberta', un
orientamento positivo verso qualcosa di meglio.
*
Il nodo problematico, al di la' degli attacchi pretestuosi e delle risposte
reattive, e' costituito dal fatto che la 194 e' il frutto di un compromesso
(cosa che in politica spesso e' necessaria) fra i democristiani e le forze
laiche progressiste di quegli anni. Il testo ne risente. C'erano istanze
irrinunciabili, quella del rispetto della vita umana, in primo luogo, e
quella di accordare la salute e la liberta' della donna con la vita nascente
dentro di lei, che sono state formulate con difficolta'. Si e' cercato di
rimediare con il linguaggio dei diritti, oggi inflazionato, con esiti non
buoni perche' si finisce per opporre quello che nella vita reale e'
solidale, esiti peraltro criticati dai giuristi.
A suo tempo, alcune di noi hanno lavorato sull'ipotesi della semplice
depenalizzazione dell'aborto, non quella della sua legalizzazione. Non
importa adesso la parola d'ordine, ma forse conviene tornare mentalmente a
pensare le cose al di qua delle formulazioni di legge, che sono comunque
sempre secondarie rispetto ai convincimenti piu' profondi e condivisi. Tra
questi c'e', fin da allora, oggi piu' chiaramente, il convincimento che non
si possa obbligare una donna a diventare madre e che la relazione materna,
indispensabile alla vita umana, si stabilisce nell'attimo in cui lei
l'accetta.
Il passo da fare, dunque, e' di sapere e affermare che tocca alla donna
singola dire si' alla vita che comincia in lei. Questa competenza femminile,
che nessuno, nella nostra cultura, forse, potrebbe veramente negare, va
basata sul principio che la vita umana comincia da questo si' di lei
liberamente pronunciato. Non siamo ancora arrivati ad una formulazione
comunemente accettata di questo principio e bisogna dunque che ci pensiamo e
ne parliamo, come anche che teniamo il terreno del confronto sgombro da
inutili polemiche e da fossati pregiudiziali di tipo antireligioso e
anticlericale. Ci sono molti riferimenti religiosi nei discorsi dei teo-con,
ma la loro e' una cultura di destra che non riguarda la religione come tale.
Fra di loro ci sono eminenti personaggi del mondo cattolico, ma costoro non
sono la Chiesa cattolica, ecc.
Il che non elimina la polemica anche nei confronti della religione e delle
chiese nel loro insieme. La Chiesa cattolica, ad esempio, sembra ignorare
che il suo insegnamento, troppo imbevuto di cultura patriarcale, ha indotto
molte donne all'aborto. La piu' valida delle prevenzioni contro l'aborto,
finora l'ha fatta il movimento femminista incoraggiando la nostra autonomia
nei confronti della sessualita' maschile e togliendo la vergogna tipicamente
patriarcale, sia clericale sia borghese, che fino a tempi recenti colpiva la
donna non sposata che restava incinta.
Bisogna dunque che la donna sia libera, questo e' il nodo dell'intera
questione, in pratica e in teoria. Molto giustamente, la liberta' femminile
e' il tema della manifestazione del 14 gennaio. In questo senso ben vengano
anche le proposte di aiuto economico alle donne che fanno bambini, infatti
il bisogno toglie liberta', purche' siano proposte consistenti e rispettose
della dignita' materna. Cio' che si esige e' che il diritto inscriva il
principio della liberta' femminile all'inizio della vita umana. Da li', poi,
il resto.

5. RIFLESSIONE. MARIA LUISA BOCCIA: IL NODO DELL'AUTORITA' POLITICA
FEMMINILE
[Dal sito www.usciamodalsilenzio.org riprendiamo il seguente articolo
apparso sul quotidiano "Liberazione" del 3 gennaio 2006. Maria Luisa Boccia
e' nata il 20 giugno 1945 a Roma, dove vive. Dal 1974 lavora all'Universita'
di  Siena, e attualmente vi insegna filosofia politica. Dagli anni '60 ha
preso parte alla vita politica del Pci e dei movimenti, avendo la sua prima
importante esperienza nel '68. Deve alla famiglia materna la sua formazione
politica comunista, e al padre, magistrato e liberale, la sua formazione
civile, l'attenzione per l'esistenza e la liberta' di ciascun essere umano.
Ad orientare la sua vita, la sua mente, le sue esperienze, politiche e
umane, e' stato il femminismo. In particolare e' stato il femminismo a
motivare e nutrire l'interesse alla filosofia. La sua pratica tra donne,
cominciata nel 1974 a Firenze con il collettivo "Rosa", occupa tuttora il
posto centrale nelle sue attivita', nei suoi pensieri, nei suoi rapporti. Ha
dato vita negli anni a riviste di donne - "Memoria", "Orsaminore",  "Reti" -
e a diverse esperienze di gruppi, dei femminili tra i quali ricordare, oltre
al suo primo collettivo, dove iniziano alcune delle relazioni femminili piu'
profonde e durevoli, "Primo, la liberta'", attivo negli anni della "svolta"
dal Pci al Pds; "Koan", con alcune allieve dell'universita'; "Balena", nato
dal rifiuto della guerra umanitaria in Kosovo e tuttora felicemente attivo.
E' stata giornalista,  oltre che docente, partecipa dagli anni '70 alle
attivita' del Centro per la riforma dello Stato, ha fatto parte della
direzione del Pci, poi del Pds, ed ha  concluso questa esperienza politica
nel 1996. Vive da molti anni con Marcello Argilli, scrittore per l'infanzia,
e non ha figli. Ha scritto articoli, saggi, ed elaborato  moltissimi
interventi, solo in parte pubblicati, per convegni, incontri, iniziative.
Tra i suoi scritti recenti: Percorsi del femminismo, in "Critica marxista"
n. 3, 1981; Aborto, pensando l'esperienza, in Coordinamento nazionale donne
per i consultori, Storie, menti e sentimenti di donne di fronte all'aborto,
Roma 1990; L'io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, La Tartaruga,
Milano 1990; con Grazia Zuffa, l'eclissi della madre. Fecondazione
artificiale, tecniche, fantasie, norme, Pratiche, Milano 1998; La sinistra e
la guerra, in "Parolechiave" nn. 20/21, 1999; Creature di sabbia. Corpi
mutanti nello scenario tecnologico, in "Iride" n. 31, 2000; L'eredita'
simbolica, in Rossana Rossanda (a cura di), Il manifesto comunista
centocinquanta anni dopo, Manifestolibri, Roma 2002; Miracolo della
liberta', declino della politica. Rileggendo Hannah Arendt e Simone Weil, in
Ida Dominijanni (a cura di), Motivi di liberta', Angeli, Miano 2001; La
differenza politica. Donne e cittadinanza, Il Saggiatore, Milano 2002]

I segnali di una grande e diffusa insofferenza femminile rispetto
all'ennesima offensiva sull'aborto sono molti; da quelli direttamente
politici, le tante e affollate riunioni nel paese, alle reazioni personali.
La manifestazione del 14 gennaio a Milano, riunendo corpi e voci plurali,
sara' una messa in scena teatrale di questa insofferenza, come l'ha definita
Rosetta Stella alla Casa internazionale delle donne di Roma.
Prima e dopo c'e' la politica, la tessitura di un discorso e di un percorso
tra donne differenti, per esperienze, per pratiche, per saperi, ma che
concordano sull'essenziale: contrastare la pretesa di controllare il corpo
femminile, dettando norme, etiche e giuridiche, in nome di principi e valori
assoluti. In realta' gli antiabortisti sono i primi a sapere che non vi e'
modo di sottrarre la decisione alla donna, nell'esperienza prima che nella
legge. Il loro intento e' quello di stravolgerne il significato: negando
autorita' politica alla parola femminile, svilendo la responsabilita' della
singola donna, rendendo piu' onerosa e condizionata la sua scelta.
E' evidente che il conflitto piu' aspro e' quello sull'autorita' politica
della parola femminile. Perche' tra gli anni '70 e l'oggi non c'e' stato
affatto silenzio. Al contrario. Se all'invito "usciamo dal silenzio" abbiamo
risposto in molte, riempiendo da un giorno all'altro spontaneamente le sale,
e' perche' in questi anni abbiamo continuato a fare politica tra donne,
giovani e meno giovani, femministe e non, mettendo in parola l'esperienza
femminile, cambiando noi stesse e i rapporti privati e pubblici. Il
problema, allora, non e' il nostro silenzio, ma quello altrui su questa
politica. Silenzio di uomini su come e cosa e' cambiato anche per loro;
silenzio delle istituzioni, dei media, della cultura su questi cambiamenti,
e su come debbano, quindi, mutare i temi, le priorita' e i modi della
politica, per non scollarsi dalla realta'.
E' un silenzio non innocente, poiche' rovescia su noi donne la crisi di
autorita' maschile, inevitabile conseguenza della nostra sempre piu' forte e
diffusa autonomia. Per romperlo non serve visibilita', come spesso sento
dire nelle nostre riunioni. La rappresentazione pubblica della nostra
insofferenza, per me benvenuta, potra' soltanto interromperlo. Molto di piu'
ci servira', come ha scritto Lea Melandri su "Liberazione" (18 dicembre),
consolidare i rapporti politici "tra le realta' diverse in cui le donne si
trovano a vivere", per "operare da qui in avanti insieme e separate".
Abbiamo iniziato a farlo in occasione dei referendum sulla legge 40 e le
molte iniziative di questo periodo sono anche effetto di quel lavoro.
*
Molte di noi avevano facilmente previsto che la sconfitta nel referendum
avrebbe portato ad una nuova, piu' arrogante offensiva sull'aborto. In
quell'occasione abbiamo preso parola contro una legge proibizionista.
Ma ci siamo anche opposte all'appello a valori astratti: da un lato la
liberta' della ricerca scientifica ed il progresso dello sviluppo
tecnologico, dall'altro la sacralita' del concepito e del legame biologico a
fondamento della famiglia. Sono convinta che questa contrapposizione era
distante dalle domande di donne ed uomini, e dunque abbia favorito
l'astensione dal voto. Per contrastare il proibizionismo della legge 40
c'era e c'e' bisogno di un discorso critico sulle tecnologie. Infatti il
paradosso di questa legge e' che assume in pieno, legittimandolo, il
nocciolo essenziale del discorso scientifico-tecnologico, quello del
riduzionismo biologico. E' in nome di una verita' biologica,
scientificamente accertata, che vengono affermati i diritti del concepito:
alla vita, all'identita' genetica, ai genitori biologici. Ed e' su questo
che si e' avuta la convergenza sulla tutela della Vita fin dal suo inizio;
la stessa Chiesa cattolica ha adottato argomenti scientifici piu' che
teologici, nei quali potessero riconoscersi laici e cattolici, di destra o
di sinistra, con l'intento di allargare lo schieramento politico
proibizionista.
In realta' il dibattito sulla Vita ed i diritti del concepito non e' affatto
nuovo, si ripropone identico da quando si e' posta la questione dell'aborto.
Il fatto nuovo e' che il concepimento avviene fuori dal corpo femminile.
Poiche' l'embrione in provetta appare del tutto autonomo dalla donna, su
questa apparente autonomia si fa leva per dare un fondamento oggettivo alla
tesi che vi e' persona etica e giuridica fin dal concepimento. Con la
conseguenza inevitabile di negare la liberta' e responsabilita' femminile,
nell'aborto come nella fecondazione assistita. Poiche' e' suo il corpo, suo
il desiderio, non puo' che essere lei a decidere se accettare o no un
concepimento come inizio, non solo biologico, di un essere umano. Questo e'
il nocciolo etico e politico che lega la riflessione femminista degli anni
'70 sull'aborto a quella piu' recente sulle tecnologie riproduttive.
*
Se la legge sulla fecondazione assistita configura un vero e proprio dovere
di maternita', sottoponendo la donna ad interventi invasivi e obbligati, per
fare di ogni concepimento una nascita, riguardo all'aborto, caduto il
divieto penale, si afferma da piu' parti che il vero scopo della legge 194,
fino ad oggi disatteso, e' dare valore alla maternita'. Chi sostiene questa
posizione nega che possa trattarsi di una scelta consapevole. Una donna
abortisce, perche' e' costretta da cause esterne alla sua volonta', o
perche' quest'ultima e' deviata dalla sua naturale, autentica, disposizione.
E abortire e' comunque una "colpa" da stigmatizzare: ieri giuridica, oggi
etica.
L'etica della Vita dai cieli della metafisica dei valori assoluti precipita
cosi' in picchiata nella retorica sul dramma sociale di donne che vorrebbero
ma non possono essere madri. Prevenire e' insomma la parola magica che
autorizza a sottoporre la donna al controllo sociale e dello Stato, con
l'evidente conseguenza di ridurre l'ambito nel quale legalita' dell'aborto
significa autonomia della scelta, e di allargare il ricorso alla
clandestinita'.
L'impegno a non lasciare "sole" le donne, dissuadendole con attiva
ingerenza, puo' essere perseguito con ogni mezzo: dall'incentivo economico,
all'adozione prenatale, alla pressione psicologica e riprovazione morale,
aprendo i consultori pubblici all'attivita' dei diversi, solleciti,
portatori di "aiuto" alla donna.
Se e' certo che la vera posta in gioco e' quella delle tecnologie, del loro
ruolo nel governo e nel controllo dei corpi sessuati, femminili e maschili,
dettare legge sull'aborto e', in questa prospettiva, un nodo cruciale. Ed e'
altresi' certo che per noi donne non e' in gioco soltanto la possibilita' di
scegliere se e come abortire. Non si tratta, allora, di difendere una legge
e neppure un principio, quello dell'autodeterminazione, per garantire la
possibilita' di scegliere se e come abortire. Contro la pretesa di
controllare i nostri corpi, e contro la riduzione della differenza femminile
a funzione materna dovremo far valere l'autorita' del nostro punto di vista,
non solo su procreazione e sessualita', ma sulla politica.

6. RIFLESSIONE. SARA GANDINI: CONTINUARE A RIFLETTERE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo l'intervento di Sara Gandini all'incontro svoltosi presso il
circolo della Rosa, a Milano, il 20 dicembre 2005. Sara Gandini e' una delle
animatrici della Libreria delle donne di Milano e delle curatrici del sito
www.libreriadelledonne.it]

La proposta che e' uscita dall'incontro alla Camera del lavoro, riguardo
alla manifestazione del 14 gennaio, e' una proposta valida. Come diceva
Irigaray, essere insieme a camminare, a cantare, ad affermare la necessaria
liberta' del proprio corpo e della propria parola puo' regalare cose
inaspettate. L'energia comincia a circolare tra le persone, tra esse e la
citta'. Puo' succedere qualcosa di imprevisto. E se anche fosse solo piu'
gioia non sarebbe poco.
Pero' qui vorremmo anche continuare a riflettere, e mettere in circolo
pensiero, per capire cosa sta capitando.
*
La prima considerazione importante, da cui non si puo' prescindere, e' che
la vita umana arriva a questo mondo passando necessariamente attraverso la
libera accettazione di una donna che la accoglie e la coltiva. Che deve dire
si'. Quindi prima di tutto bisogna chiederle il permesso e riconoscerle
competenza. Il punto della competenza femminile sulla maternita' e della
necessita' del suo assenso e' una cosa molto importante e pero' fa problema,
perche' crea uno squilibrio, una disparita' che fa paura.
Infatti le reazioni che leggiamo ci dicono che la parte contraria alla 194
non ha accettato la situazione di diritto, come pare invece sia avvenuto per
il divorzio. Ma ha continuato ad organizzare la propria opposizione puntando
all'erosione del consenso alla legge. Perche'?
Innazitutto la legge mette in discusione sentimenti profondi e stratificati
come quelli che derivano dal valore simbolico che attribuiamo alla
sessualita' e alla riproduzione, e che nella civilta' cristiana si e'
concentrato prevalentemente in una valorizzazione della donna in quanto
madre e del bambino.
Le manovre a cui abbiamo assistito dalla 194 alla fecondazione artificiale
potrebbero stare in una strategia volta a spostare la cultura politica, la
civilta' del paese, ma potrebbero essere legate anche alla volonta' di
mantenere il controllo sulla famiglia da parte della destra. Mentre la
cultura della sinistra e' debole sulla vita e non ha neanche personalita'
femminili forti e combattive, come ci sono a destra tra Prestigiacomo e
Mussolini che hanno avuto il coraggio di parlare al di fuori degli
schieramenti.
*
In piu' sessualita' e riproduzione sono il luogo originario in cui la
differenza tra i sessi diventa dominio sulle donne; e' evidente che la legge
sull'aborto pone in primo piano l'autodeterminazione della donna rispetto
alla sua vita e la sua sessualita'.
A questo proposito ho trovato interessante l'intervento della Soncini sul
"Foglio" che sottolinea la dispartita' di potere che c'e' in gioco con la
maternita'. Lei afferma che tra le altre cose c'e' adddirittura il
"sostituirsi a Dio". Cito: "chi sei tu per scegliere di dare la vita e la
morte?". "Sono una che puo' dare la vita e anche decidere di non darla". Lei
dice. "Spiacente, e' una discussione impari. Magari nella prossima vita sei
fortunato, nasci con un utero, ma per ora non puoi praticare nessuna delle
due opzioni".
Amato a suo tempo diceva: non tollero che non nasca un figlio che io voglio.
Sofri su "la Repubblica" nel settembre di quest'anno scrive: "Come posso
parlare dell'aborto, senza ricordarmi che non posso abortire, ma che in
cambio posso spingere apertamente una donna ad abortire, o vietarle
furiosamente di farlo, o lavarmene vilmente le mani, o fare una faccia
compunta e partecipe e scongiurare dentro di me che abortisca" e va avanti
cosi' e poi finisce dicendo "E sono, nel loro 'seno', nel loro 'grembo' -
nel loro utero - figli nostri". Qui e' evidente che da un punto di vista
intellettuale, lui accetta lo squilibrio, pero' e' altrettanto chiaro che e'
dura per lui, lo accetta con difficolta'. Infatti alla fine gli scappa la
frase dove si riferisce a "i nostri figli". Quando in realta' sono solo
potenzialmente i suoi figli. C'e' quindi in gioco il desiderio di
paternita', oltre alla difficolta' per l'uomo di accettare questo
squilibrio. Uno squilibrio riconosciuto dalla legge, la quale rispetta una
disparita' naturale. Per l'uomo e' dura accettare di essere escluso da
quella decisione. Ma a questo punto deve chiedere alla sua compagna e quindi
abituarsi all'ascolto e al confronto con lei, senza avere in mano il potere
decisionale. Deve quindi accettare il limite della paternita'.
Molto probabilmente c'e' in gioco anche la paura rispetto al fantasma di una
madre distruttiva e non accogliente. Gli uomini non vogliono essere
abortiti, e su questo a destra e a sinistra non c'e' grande differenza. Piu'
o meno consciamente sono entrambi dentro questa contraddizione.
*
In realta' fermarsi alla 194 e non arrivare alla semplice depenalizzazione
ha voluto dire che consentivamo allo stato e agli uomini di mantenere un
certo controllo sulla riproduzione. La legge 194 non e' abortista. Infatti
non autorizza l'aborto, al contrario condiziona la sua pratica a certi
limiti, fra cui l'obbligo di rivolgersi ad una struttura sanitaria pubblica.
Tra le altre cose e' interessante notare che molti uomini attaccano la 194
sostenendo che la vita e' sacra, senza rendersi conto che esprimono una
contraddizione enorme, visto che la civilta' della guerra, o degli immigrati
che regolarmente annegano nel tentativo di emigrare, e' una civilta'
sostenuta principalmente dagli uomini, e qui la vita non e' per nulla sacra.
*
Detto questo pero' varrebbe la pena riparlare anche di sessualita', come
hanno detto alcune anche alla Camera del lavoro, e tra queste Lea Melandri.
Negli anni '70, le donne di Rivolta dichiaravano che il concepimento era il
frutto di una violenza della cultura sessuale maschile sulla donna.
Affermavano che era il piacere imposto dall'uomo alla donna a condurre alla
procreazione. Dichiarazioni forti, legate alla scelta della separatezza che
ha svolto un ruolo simbolico fondamentale negli anni '70. La rottura
relazionale era necessaria per significare la liberta' femminile, per
valorizzare l'autonomia dal giudizio dell'uomo, proprio per far nascere
liberta' femminile nelle relazioni tra donne. Questo ci ha messo in
condizione di avere un rapporto contrattuale e libero con l'altro. Il gesto
della separazione era quindi un gesto di chiamata all'interlocuzione nella
liberta' e non piu' nella complementarieta', nella subordinazione.
Grazie al femminismo abbiamo conquistato una liberta' che ha permesso una
consapevolezza e una contrattualita' all'interno della coppia che rende
sempre piu' esplicita e di valore la disparita' fra i sessi. La forza
acquisita dalle donne ha inoltre portato un guadagno anche per gli uomini
grazie alla scoperta di una sessualita' poliedrica, in cui l'altra e'
divenuta un soggetto autorevole con precise richieste.
Pero' rispetto agli anni '70 tante cose sono cambiate ma soprattutto e'
cambiata l'interpretazione delle cose, lo sguardo sulla realta'. Una volta
si parlava molto della frigidita', ora dell'impotenza o dei problemi legati
alla fecondita'. Noi vorremmo interpretare il presente, partendo dalle
conquiste del passato.
L'acquisizione della liberta' da parte delle donne ha fatto si' che ora per
molte anche la sessualita' vaginale possa rientrare in una libera scelta
basata sulla ricerca del piacere tanto quanto per gli uomini. E il
concepimento ora piu' che mai chiama in causa la responsabilita' di
entrambi. Non possiamo piu' dire che la contraccezione o il sesso vaginale
sono un problema solo degli uomini, che non ci riguardano. Non possiamo piu'
dire che le donne vogliono essere lasciate in pace o che cercano godimento
in altro modo. Ora quella parola libera che abbiamo conquistato bisogna
scambiarla.
*
Il punto essenziale e' quindi la liberta' femminile. Che rende possibile la
relazione politica con l'altro. Ma questo non significa che la rende
obbligatoria: infatti, da una posizione di liberta', e' possibile anche
scegliere la non relazione con l'altro, e questa continua a essere la scelta
di molte donne.
Dal mio punto di vista, pero', penso che non si possano piu' lasciare fuori
gli uomini da questa lotta. Io vorrei evitare la ripetizione, e vorrei
lottare invece per una civilta' in cui la donna non sia colpevolizzata e
l'uomo accetti profondamente - e non solo intellettualmente - lo squilibrio
in gioco quando c'e' in ballo il suo desiderio di paternita', quando si
appella al principio morale legato alla vita che deve nascere.

7. RIFLESSIONE. LUCE IRIGARAY: NEL CORPO DELLA DONNA, O DELL'AMORE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo apparso sul quotidiano "La Repubblica" del
29 novembre 2005. Luce Irigaray, nata in Belgio, direttrice di ricerca al
Cnrs a Parigi, e' tra le piu' influenti pensatrici degli ultimi decenni.
Opere di Luce Irigaray: Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975;
Questo sesso che non e' un sesso, Feltrinelli, Milano 1978;  Amante marina.
Friedrich Nietzsche, Feltrinelli, Milano 1981; Passioni elementari,
Feltrinelli, Milano 1983; Etica della differenza sessuale, Feltrinelli,
Milano 1985; Sessi e genealogie, La Tartaruga, Milano 1987; Il tempo della
differenza, Editori Riuniti, Roma 1989; Parlare non e' mai neutro, Editori
Riuniti, Roma 1991; Io, tu, noi, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Amo a te,
Bollati Boringhieri, Torino 1993; Essere due, Bollati Boringhieri, Torino
1994; La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino 1994;
L'oblio dell'aria, Bollati Boringhieri, Torino 1996]

Chi puo' decidere, se non la donna stessa, se sia in grado o meno di
ospitare un altro dentro di se'? Imporre l'ospitalita' a chi non la
desidera, o a chi non si sente di offrirla, equivale a fare violenza.
Chiamiamo questa violenza "occupazione" quando siamo costretti a tollerare
nel nostro paese, nella nostra citta', perfino nella nostra casa persone che
non sono state invitate a venire ad abitare con noi. Fino a ora, non avevamo
immaginato una parola che designasse cio' che prova una donna che scopre di
avere in se' un ospite che non ha invitato, per di piu' un ospite con cui
deve condividere non solo uno spazio esterno, ma il proprio corpo, il
proprio sangue.
La cosa e' cosi' sovrumana che ci lascia muti, senza parole, costretti a
implorare l'aiuto sia della natura sia di Dio per lavarci le mani della
situazione in cui si trova la donna. Pensiamo che si tratti qui dell'opera
della natura o di Dio, senza fermarci a riflettere sull'opera della donna
stessa. Tanto piu' difficile che l'ospite non e' soltanto uno, ma due: e'
fatto da due. Nel suo corpo, la donna non ospita solo un futuro individuo
con un proprio corpo e una propria anima, ma l'unione di due corpi e due
anime: i suoi e quelli dell'uomo che ha concepito insieme con lei.
Se la gravidanza risulta da un atto d'amore, non c'e' dubbio che il
desiderio della donna sara' di perpetuare in se' l'unione amorosa. Certo,
ospitare l'altro in se' durante nove mesi non e' una cosa solo agevole e
gradita in ogni momento. Ma per amore, per l'amore, le donne sono capaci di
oltrepassare i limiti della solita umanita'.
Sfortunatamente, succede troppo spesso che la gravidanza non sia il frutto
di un'unione amorosa di corpi e di anime. E che l'ospite non sia la
perpetuazione di un atto d'amore. In questo caso e' piuttosto uno straniero
che abita il corpo della donna, uno straniero che, in parte, e' anche lei.
Accogliere in se stessa un simile ospite non e' una cosa facile. La donna e'
lacerata fra se stessa e un corpo estraneo che l'assedia dall'interno. Non
puo' sfuggire a questo assedio interiore di una presenza che e' e non e' lei
stessa. E anche se il corpo prosegue il suo lavoro, l'anima non riesce ad
accompagnarlo. La donna e' dunque divisa fra corpo e anima, che si possono
armonizzare solamente quando la gravidanza e' un atto d'amore che si
perpetua.
*
Gran parte della nostra tradizione e' basata sulla separazione tra corpo e
anima. Cio' spiega sia l'arroganza - compresa quella nei confronti della
donna incinta - sia l'infelicita' della nostra umanita'. L'interpretazione
piu' positiva della "Buona novella" del cristianesimo consisterebbe nella
riconciliazione fra corpo e anima. Il Cristo ne sarebbe il primo frutto se
lo consideriamo come l'avvento o il ritorno del divino nella carne. Ma se
cio' viene inteso come la messa a disposizione del corpo della donna per un
logos maschile, allora non e' una novita' rispetto alla cultura precedente.
In tal caso, il Cristo non testimonia una buona novella: il possibile
incamminarsi dell'umanita' verso il suo compimento grazie alla redenzione
della carne per l'amore.
Diventa invece tutt'altro se l'avvento del Verbo fatto carne viene inteso
come il superamento in Maria della scissione fra corpo e anima, uniti nella
carne andando oltre l'attrazione istintiva e l'arroganza mentale, grazie
all'amore. Questo passo in piu' nello sbocciare dell'umano e' stato
possibile perche' il Signore ha condiviso con Maria un soffio divino prima
di metterla incinta "naturalmente". Questo ci insegna l'evento
dell'Annunciazione in cui l'angelo del Signore chiede a Maria se vuole
essere la madre del Salvatore del mondo.
Tutto questo sembra un po' magico ed esigere da noi una fede cieca, a meno
che cerchiamo di sentire che cosa succede quando una donna e' incinta, e
come un semplice processo naturale puo' giungere a una dimensione
spirituale, che consente all'umanita' di accedere a un ulteriore livello del
suo compimento.
Sfortunatamente, si dimentica troppo spesso che Maria, grazie all'unione fra
natura umana e natura divina nella sua carne, e' il luogo fondatore del
cristianesimo. Maria si e' trovata incinta non solo a causa di sperma umano,
ma per un respiro divino che lei ha ricevuto e accettato di condividere per
il tramite dell'angelo del Signore, che ne simbolizza il soffio. Sembra
ovvio, per i cristiani che devono tentare di imitare Gesu'; eppure il piu'
delle volte dimenticano come il suo avvento e' stato possibile e che cosa
significa. Da anni, anche in occasione del Natale, non sento allusioni a
Maria nelle prediche. E le stesse donne ormai pretendono di imitare Gesu'
invece di divinizzare la propria natura femminile. Ma chi insegna loro in
modo positivo e non privativo, che esse sono il luogo dove e' nato, e puo'
rinascere, il cristianesimo? Quale uomo si cura di perpetuare un simile
avvento mandando alla donna che ama il proprio angelo - cioe' un supplemento
di respiro o di anima - per chiederle se vuole concepire un figlio, in modo
non solo naturale ma divino?
L'accento posto sull'aborto naturale non risulterebbe da una cecita'
rispetto a un aborto spirituale all'opera nella storia del cristianesimo?
Per mancanza di attenzione e fedelta' all'unione del corpo e dell'anima che
puo' compiere l'amore? La morale non c'entra granche', in questo mistero. La
sua preminenza avviene per la nostra incapacita' ad amare. Certo, un diritto
civile positivo deve tutelare la possibilita' per la donna di assumere in
modo responsabile la sua identita' di donna. Il resto e' un affare d'amore
per cui difettiamo tuttora di un insegnamento adeguato, sia laico sia
religioso.
E se rileggo i Vangeli portatori della "Buona novella", e' di amore che
sento parlare e non di morale, un amore che passa anche attraverso i corpi,
che si toccano e diventano cosi' capaci di compiere miracoli. La condanna
morale la trovo veramente di rado, salvo che nei confronti dei farisei,
degli ipocriti e egoisti, dei ladri e mentitori, di quelli che gettano sassi
alla donna che avrebbe peccato, senza considerare le proprie colpe ne' la
capacita' d'amore della donna. Una donna per cui, e' vero, l'amore troppo
spesso rimane una follia incapace di calcolare e sprovvista di sapienza. Lo
ribadisco: ci manca ancora una cultura dell'amore e del desiderio
all'altezza della nostra tradizione.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1168 del 7 gennaio 2006

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