La domenica della nonviolenza. 51



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 51 dell'11 dicembre 2005

In questo numero:
1. Paolo Naso: Una proposta
2. "Palabre", un gruppo e un sito per la nonviolenza
3. Antonio Vigilante presenta "La teologia degli oppressi" di Tonino Bello
4. Antonio Vigilante presenta "Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo
Capitini" di Federica Curzi
5. Antonio Vigilante presenta "Cambiare il mondo senza prendere il potere"
di John Holloway
6. Antonio Vigilante presenta "Come Gandhi. Un metodo per risolvere i
conflitti" di Mark Juergensmeyer
7. Antonio Vigilante presenta "Pace e disarmo culturale" di Raimon Panikkar
8. Emily Dickinson: Come silenti stanno le campane

1. INIZIATIVE. PAOLO NASO: UNA PROPOSTA
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri diffondiamo. Paolo Naso e'
autorevole figura della cultura evangelica, costruttore di pace, promotore
del dialogo interculturale e interreligioso, direttore di "Confronti" e di
"Protestantesimo", autore di molte pubblicazioni]

Cari e gentili amici e amiche,
vi scrivo per proporvi di aderire all'edizione 2006 di "Semi di pace" che si
svolgera' in Italia tra il 6 e l'11 febbraio 2006 Come saprete, si tratta di
un programma di incontro tra testimoni di pace israeliani e palestinesi che
vengono in Italia sia per conoscersi meglio tra di loro - l'attuale
situazione politica e militare scoraggia o impedisce questo tipo di
incontri - sia per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e
le loro analisi.
La caratteristica di questa iniziativa e' che, dopo un breve periodo di
orientamento rispetto alla realta' italiana assicurato da "Confronti", i
"testimoni" si dividono in coppie - un israeliano e un palestinese - e si
mettono a servizio dei gruppi, delle associazioni e delle istituzioni che li
hanno "prenotati".
Quest'anno i partecipanti proverranno dall'associazione Hand in Hand che ha
tre scuole bilingue in Israele, dall'associazione Parent's circle (genitori
di vittime del conflitto, di una parte e dell'altra), parteciperanno inoltre
Mohammad Bakri, regista palestinese e Asher Salah, dell'Universita di
Gerusalemme e curatore del libro "La storia dell'altro".
All'inizio di gennaio 2006 saremo in grado di indicare i nomi esatti di
tutti i partecipanti all'iniziativa.
La proposta che rivolgiamo a tutti voi e' di invitare almeno una coppia di
persone del gruppo - ovviamente un israeliano e un palestinese - e
organizzare per loro gli incontri che riterrete piu' opportuni. Negli anni
passati hanno avuto natura molto diversa: alcuni si sono svolti nelle
scuole, altri in sedi istituzionali, altri in parrocchie o nelle sedi di
associazioni per la pace, altri ancora in seminari o monasteri.
L'accoglienza di queste persone e' in se' un servizio alla pace: vengono da
una situazione di conflitto e trascorrere qualche giorno in un paese
tranquillo, bello e vivace come il nostro, e' per molti di loro una preziosa
occasione di ricarica.
Anche per questo contiamo sul vostro sostegno e sulla vostra adesione.
Trattandosi di un'iniziativa sostanzialmente autofinanziata, ci permettiamo
di chiedere un contributo a coppia di 800 euro iva esclusa, cui vanno
aggiunte le spese di viaggio e di ospitalita'.
Solo uno o due partecipanti parlano italiano e bisogna pertanto provvedere
un servizio di traduzione dall'inglese (o dall'ebraico e dall'arabo).
Se interessati, vi preghiamo di mettervi in contatto con Alessia De Rossi,
ufficio programmi, tel. 064820503, fax 064827901, e-mail:
programmi at confronti.net, entro e non oltre il 15 dicembre 2005.
Sicuro che vorrete considerare con attenzione la nostra proposta, vi invio
un caro saluto di pace, shalom, salaam.

2. ESPERIENZE. "PALABRE", UN GRUPPO E UN SITO PER LA NONVIOLENZA
[Dal sito "Palabre (http://palabre.altervista.org) proponiamo questa
presentazione del sito stesso e del gruppo di ricerca che lo ha realizzato]

Palabre e' un gruppo di ricerca, educazione e azione nonviolenta. E' nato a
Foggia nel gennaio del 2004. Non ha scopi di lucro e si basa sul lavoro
volontario degli aderenti; e' politico, ma non ideologico; si occupa anche
di religione, ma al di fuori di ogni confessione chiusa; e' aperto a
credenti ed atei. Crede nel valore del confronto fra persone ed e' dunque
aperto all'incontro con associazioni e realta' sociali diverse; crede
infatti nell'importanza e nell'urgenza, in questo determinato contesto
culturale locale e nazionale sfibrato e paralizzato, di costruire ponti di
comunicazione. Collabora con chiunque ne condivida le finalita', ma non e'
disposto a farsi strumentalizzare da nessuno.
Gli scopi di Palabre sono i seguenti: approfondire la conoscenza dei temi
della pace e della nonviolenza attraverso la ripresa dei grandi testimoni, e
lavorare per diffondere una cultura di pace; informarsi ed informare sulle
situazioni di violenza diretta e strutturale, tanto internazionali quanto
locali; criticare le chiusure ideologiche e le forme di violenza culturale;
fare attenzione alle violazioni dei diritti umani e alle violenze nei
confronti di soggetti deboli a livello locale; promuovere o partecipare ad
azioni di protesta nonviolenta; contribuire alla campagna per l'obiezione di
coscienza alle spese militari; elaborare progetti di educazione alla pace,
collaborando con le scuole di ogni ordine e grado; promuovere incontri
pubblici, giornate di studio, seminari sulla pace e la nonviolenza;
promuovere forme di critica del potere politico e di esercizio di potere dal
basso.
Il nome e il simbolo di Palabre rimandano alla cultura africana. Nell'Africa
subsahariana la palabre e' l'assemblea con la quale i membri di un villaggio
risolvono conflitti e problemi comuni. Alle moderne democrazie occidentali
essa puo' insegnare l'importanza dell'assemblea popolare per sperimentare un
potere reale, al di la' di quello assicurato dal rito periodico delle
votazioni, che si svuotano di significato se non sono sostenute dalla
pratica costante della discussione sui problemi comuni. Il simbolo e'
l'uccello sankofa, appartenente ai simboli adinkra degli ashanti del Ghana.
L'uccello, volto all'indietro, raccoglie un uovo che gli e' caduto. Indica
l'importanza di tornare al passato per costruire il futuro. Per noi e' il
simbolo piu' adatto per una nonviolenza concepita non come una ingenua fuga
nell'utopia, ma come il risultato di una considerazione seria del cammino
doloroso della storia.
*
"La nonviolenza non e' una giustificazione per il codardo, ma e' la suprema
virtu' del coraggioso, richiede molto piu' coraggio delle pratiche delle
armi e presuppone la capacita' di colpire. Essa e' un cosciente e volontario
freno imposto alla propria volonta' di vendetta. Ma la vendetta e' sempre
superiore alla passiva, imbelle e impotente sottomissione. Il perdono pero'
e' ancora superiore. Nella mia concezione, la nonviolenza e' una lotta
contro l'ingiustizia piu' attiva e piu' concreta della ritorsione, il cui
effetto e' solo quello di aumentare l'ingiustizia. Io sostengo
un'opposizione mentale, e dunque morale, all'ingiustizia. La resistenza
morale che io opporro' servira' a disorientare l'avversario tiranno.
Dapprima lo frastornera', e alla fine lo costringera' al riconoscimento
dell'ingiustizia, riconoscimento che non lo umiliera', anzi lo nobilitera'"
(Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino,
1973, 1996).
*
Questo sito intende offrire strumenti (saggi, testi, recensioni) per la
conoscenza e l'approfondimento della nonviolenza ed altri per la diffusione
di una prassi nonviolenta.
E' creato dal gruppo Palabre ed e' aperto alla collaborazione di chiunque ne
condivida la finalita' e l'impostazione metodologica.
I testi pubblicati in questo sito possono essere ripresi liberamente,
purche' si indichi la fonte e l'autore.

3. LIBRI. ANTONIO VIGILANTE PRESENTA "LA TEOLOGIA DEGLI OPPRESSI" DI TONINO
BELLO
[Dal sito "Palabre" (http://palabre.altervista.org) riprendiamo la seguente
recensione di Antonio Vigilante al libro di Tonino Bello,  La teologia degli
oppressi, Manni, San Cesario di Lecce 2003.
Antonio Vigilante (per contatti: agrypnos at tiscali.it) e' studioso e amico
della nonviolenza, di grande acutezza e profondita'; nato a Foggia nel 1971,
dopo la laurea in pedagogia si e' perfezionato in bioetica; docente di
scienze sociali, dirige la collana "L'Aratro. Testi e studi su pace e
nonviolenza" delle Edizioni del Rosone di Foggia, fa parte del comitato
scientifico dei prestigiosi "Quaderni Satyagraha", collabora a diverse
riviste ed e' autore di rilevanti saggi filosofici sulla nonviolenza. Tra le
opere di Antonio Vigilante: La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza
in Aldo Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Quartine, Edizioni del
Rosone, Foggia 2000; Il pensiero nonviolento. Una introduzione, Edizioni del
Rosone, Foggia 2004.
Tonino Bello e' nato ad Alessano nel 1935, vescovo di Molfetta, presidente
nazionale di Pax Christi, e' scomparso nel 1993; costantemente impegnato
dalla parte degli ultimi, promotore di iniziative di solidarieta' con gli
immigrati, per il disarmo, per i diritti dei popoli e la dignita' umana,
ideatore ed animatore di grandi iniziative nonviolente, e' stato un grande
costruttore di pace e profeta di nonviolenza. Opere di Tonino Bello:
segnaliamo particolarmente, tra le molte sue pubblicazioni, I sentieri di
Isaia, La Meridiana, Molfetta 1989; Il vangelo del coraggio, San Paolo,
Cinisello Balsamo (Mi) 1996; e' in corso la pubblicazione di tutte le opere
in Scritti di mons. Antonio Bello, Mezzina, Molfetta 1993 sgg., volumi vari.
Opere su Tonino Bello: cfr. per un avvio Luigi Bettazzi, Don Tonino Bello.
Invito alla lettura, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001; la biografia di
Claudio Ragaini, Don Tonino, fratello vescovo, Edizioni Paoline, Milano
1994; Alessandro D'Elia, E liberaci dalla rassegnazione. La teologia della
pace in don Tonino Bello, La Meridiana, Molfetta (Ba) 2000. Nella rete
telematica materiali utili di e su Tonino Bello sono nel sito di Pax
Christi: www.peacelink.it/users/paxchristi, in quello de La Meridiana:
www.lameridiana.it e in molti altri ancora]

Quale e' il compito di chi guida i cristiani? Quello di dichiarare "non
fuggiremo davanti ai terroristi", come ha fatto monsignor Ruini ai funerali
dei carabinieri uccisi a Nassiriya  (suscitando il plauso delle forze di
governo), o quello di invitare a non strumentalizzare la morte di quei
giovani "per legittimare guerre ingiuste", come ha fatto il vescovo di
Caserta Raffaele Nogaro (suscitando lo sdegno del Ministro dell'Interno, che
si e' anche riservato di "compiere i passi opportuni nei confronti delle
gerarchie ecclesiastiche")? Quello di dichiararsi a parole a favore dei
poveri e degli ultimi, frequentando pero' i ricchi, facendosi trovare sempre
in prima fila nelle manifestazioni dei potenti; oppure quello di cedere ai
poveri anche la propria dimora, senza il timore che cio' possa sminuire la
propria dignita' sacerdotale? Quello di colpire efficacemente la mentalita'
mafiosa, ad esempio dando la parola ad un pentito (come fece a Napoli don
Antonio Maione, con una liturgia che al cardinale Giordano parve selvaggia
ed inopportuna), o di tenere generici discorsi moralistici?
Non sono, queste, domande retoriche. Queste posizioni antitetiche possono
ugualmente trovare giustificazione nella lettura del Nuovo Testamento.
L'interpretazione del Vangelo, il vedere nel Cristo il liberatore degli
ultimi piuttosto che l'annunciatore di una pace fatta di ordini costituiti,
e' legata in fondo alla fibra morale, alla sostanza umana dell'interprete.
Don Tonino Bello non aveva dubbi. Il suo Cristo era il cristo del Sermone
della Montagna. E la fede era prassi, poiche' solo la prassi vince la
retorica: quella retorica che, se dal punto di vista etico e' immorale,
nella fede e' empieta' e bestemmia. Ai paramenti sacri, sosteneva, la Chiesa
deve aggiungere qualche indumento di uso quotidiano, qualche segno tangibile
di umilta' e di servizio; e nulla gli sembrava piu' adatto del grembiule. La
sua Chiesa del grembiule nulla perde del suo ruolo e della sua sacralita'
(il grembiule non sostituisce gli altri paramenti sacri, ma si aggiunge ad
essi) e molto guadagna. Senza il grembiule, i paramenti sacri diventano
segni di un potere che in nulla si distingue da quello politico, e che, come
quello politico, ha perso credibilita', non sa piu' alimentare speranze di
cambiamento. La Chiesa recuperera' il prestigio e la credibilita' perdute,
riconquistera' la valenza profetica del cristianesimo non attraverso la
porta principale delle manifestazioni grandiose e delle spettacolari
esibizioni di prestigio, ma attraverso la porta di servizio. Porta che e',
appunto, la porta del servizio. "Solo se avremo servito, potremo parlare e
saremo creduti. Solo allora potremo riprendere le vesti sontuose del nostro
prestigio sacerdotale e nessuno avra' nulla da dire". E' una concezione
della Chiesa che sembra contrastare non poco con quella di papa Giovanni
Paolo II. Don Tonino Bello vedeva invece nella Chiesa del grembiule, nella
Chiesa del servizio e della condivisione, ma anche della denuncia e della
lotta, l'ispirazione di fondo di "tutto il magistero audace e non ancora
dissepolto di questo pontefice", che ha il merito di parlare finalmente di
peccato in termini economici e sociali, di strutture di peccato che
costringono una parte consistente di questo pianeta alla fame, alla
malattia, alla poverta'. Si tratta di una innovazione di grande importanza,
poiche' consente di passare da una concezione tutta privata del peccato
(incentrata per lo piu' sulla sessualita') ad una pubblica e politica. E
cosi' il contrario del peccato - la rettitudine, la pieta' e, al limite, la
santita' - consiste nell'esercizio di virtu' pubbliche, nella lotta politica
(non, naturalmente, ideologica) per la creazione di una polis di uomini
liberi ed in possesso del potere necessario per far sbocciare la propria
umanita'.
Il titolo dell'antologia parla di una teologia di don Tonino Bello: la
teologia degli oppressi, appunto (definizione che rimanda a quella pedagogia
degli oppressi con la quale Paulo Freire si propose di liberare dalla
miseria e dall'analfabetismo i poveri del Brasile). Solo in questo senso e'
possibile parlare di una teologia di Bello. Non come speculazione, ma come
prassi. Significativo e', ad esempio, il suo modo di considerare la
concezione centrale del cristianesimo: quella della Trinita'. Oggetto di
infinite sottigliezze teoriche per cogliere il mistero di una Unita' che e'
al contempo pluralita' di Persone, la Trinita' e' per il vescovo di Molfetta
una verita' da vivere nella prassi. Quella trinitaria, avverte, "non e' solo
una dottrina da contemplare, ma un'etica da vivere". Come in cielo Tre sono
Uno, cosi' sulla terra bisogna lavorare affinche' i molti - diversi, eppure
uguali - siano uno nell'amore. Questa unita' non puo' lasciare fuori
nessuno: Gennaro l'ubriaco, Massimo il ladro, Giuseppe l'avanzo di galera ed
il fratello marocchino sono destinatari di alcune missive di don Tonino che,
benche' non immuni da quella certa arroganza di chi cerca nella storia degli
altri una qualche lezione morale, sono una dura requisitoria contro un polis
che si barrica in un nucleo suo borghese, dorato e felice, intorno al quale
si ammassa una grigia periferia di disperati.

4. LIBRI. ANTONIO VIGILANTE PRESENTA "VIVERE LA NONVIOLENZA. LA FILOSOFIA DI
ALDO CAPITINI" DI FEDERICA CURZI
[Dal sito "Palabre" (http://palabre.altervista.org) riprendiamo la seguente
recensione di Antonio Vigilante al libro di Federica Curzi, Vivere la
nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004.
Federica Curzi (per contatti: federica_curzi at libero.it), nata a Jesi
(Ancona), si e' laureata in filosofia nel 2002 presso l'universita' di
Macerata ove attualmente svolge un dottorato di ricerca; alla sua tesi e'
stato attribuito il premio dell'Associazione nazionale Amici di Aldo
Capitini; collabora alla rivista on line www.peacereporter.net Opere di
Federica Curzi: Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004. Scritti su Federica Curzi: cfr. l'ampio saggio
dedicato al suo libro da Enrico Peyretti ne "La domenica della nonviolenza"
n. 23.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti (a
cura di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in
Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001;
per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro
Polito citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel
sito dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini:
www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai
utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere
richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a
Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Lamentava Norberto Bobbio nel '75 che il pensiero di Aldo Capitini  non era
stato ancora decifrato. Recentemente Antonino Drago ha osservato che gli
studiosi "non sono stati sfidati da questo giudizio a fare di meglio, ma
piuttosto lo hanno accolto come la prova definitiva della impossibilita' di
comprendere Capitini" (in Aa. Vv., Convertirsi alla nonviolenza?, a cura di
M. Soccio, Il Segno dei Gabrielli, Verona 2003, p. 126). Le cose non stanno
proprio cosi'. Per quanto un adeguato approfondimento del significato
filosofico dell'opera capitiniana resti ancora da conseguire, non sono
mancati e non mancano gli studi che hanno tracciato linee interpretative
tutt'altro che ingenue.
Ultimo esempio e' questo volume, che legge il pensiero capitiniano come una
metafisica dell'amore, analizzando a fondo la complessa problematica della
compresenza, che l'autrice riconduce sostanzialmente al Dio evangelico, pur
consapevole della lontananza del filosofo umbro dal cattolicesimo. Nella
critica del Dio cattolico, scrive, Capitini "si avvicina sempre piu' al
totale recupero del Dio evangelico descritto, rappresentato e vissuto
attraverso la figura di Gesu'" (p. 32). La conoscenza di Dio avviene
attraverso l'amore. Amando, l'uomo ripete l'atto originario con il quale
Cristo ha amato il mondo. Il tentativo capitiniano di una religione aperta
e', da questo punto di vista, null'altro che un recupero dell'originario
messaggio evangelico, che appare ormai incompatibile con l'istituzione
ecclesiastica. Una lettura che fa passare in secondo piano l'aspetto laico
della religiosita' capitiniana; il suo essere non solo anti-istituzionale,
ma al di la' delle distinzioni correnti tra Trascendenza ed immanenza,
Provvidenza e storia, alla ricerca di una terza dimensione. La problematica
capitiniana e' ricondotta al di qua del confine tra fede ed ateismo, la
compresenza e' senz'altro Dio (e c'e' da chiedersi il perche', allora, della
scelta di un termine che avrebbe potuto ingenerare equivoci), e precisamente
il Dio cristiano, l'atto di amore con il quale  io mi apro all'altro e'
riportato indietro all'origine dell'essere. E' l'atto con cui "Dio si da'
nella realta' nella forma dell'amore verso tutti" (p. 72). L'amore diviene
cosi' il fondamento dell'essere. Cio' che questa interpretazione non sembra
tenere in debito conto e' la drammaticita, in Capitini, della tensione tra
compresenza e natura-vitalita', tra la dimensione spirituale e cio' che ad
essa resiste e che pure sembra avere un carattere originario. L'amore non
appare, in questa tensione, come principio dell'essere, ma forza che
dissolve e ricostruisce cio' che dall'origine e' compromesso.
Al di la' di alcuni limiti - tra i quali la mancanza di qualsiasi cenno a
Ferdinando Tartaglia, il cui pensiero e' fondamentale per la comprensione
del percorso teoretico e religioso di Capitini -  questo studio di Federica
Curzi e' apprezzabilissimo per la qualita' dell'approfondimento filosofico,
e certo costituira' un punto di riferimento imprescindibile per gli
ulteriori studi capitiniani.

5. LIBRI. ANTONIO VIGILANTE PRESENTA "CAMBIARE IL MONDO SENZA PRENDERE IL
POTERE" DI JOHN HOLLOWAY
[Dal sito "Palabre" (http://palabre.altervista.org) riprendiamo la seguente
recensione di Antonio Vigilante al libro di John Holloway, Cambiare il mondo
senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi, Intra
Moenia, Napoli 2004.
John Holloway e' nato a Dublino, in Irlanda; dal 1972 ha insegnato
all'Universita' di Edimburgo, attualmente e' docente all'Universita'
autonoma di Puebla, in Messico. Tra le opere di John Holloway: oltre a
Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione
oggi, Intra Moenia, Napoli 2004, segnaliamo in lingua inglese le seguenti:
The State and Capital: a Marxist Debate; In and Against the State;
Postfordism and social form; Global Capital, National State and The Politics
of Money; (con Eloina Pelaez), Zapatista! Reinventing Revolution in Mexico]

Dopo il crollo del comunismo sovietico non sembra piu' sostenibile l'idea
della rivoluzione come attacco al centro del potere, conquista dell'egemonia
da parte degli oppressi attraverso la sollevazione diretta. Ma questo
significa tout court rinuncia ad ogni idea di rivoluzione? E' possibile
pensare una prassi rivoluzionaria che non sia condannata dalla storia? E' la
domanda - la sfida - cui cerca di rispondere con questo libro John Holloway,
filosofo irlandese che insegna all'Universita' autonoma di Puebla, in
Messico. La sua risposta e' un tentativo di rileggere la tradizione marxista
alla luce dell'azione del movimento zapatista.
L'errore del passato, per Holloway, e' stato quello di voler cambiare il
mondo prendendo il controllo dello Stato: concependo quindi lo stato come
uno strumento che puo' fare indifferentemente gli interessi della borghesia
o del proletariato. In realta', sostiene Holloway, lo Stato fa parte del
sistema economico capitalistico, non e' uno strumento nelle mani del
capitalismo, ma e' intrecciato indissolubilmente con esso. La rivoluzione
dovra' quindi prescindere dallo Stato; deve, per questo, essere una
rivoluzione che rinuncia al potere.
La fenomenologia del potere di Holloway e' tra gli aspetti piu' interessanti
del libro. Distingue un potere inteso come poter-fare, possibilita' di
azione e di creazione, come un fare che ha un carattere collettivo, sociale,
dal potere-su che spezza questo fare collettivo e trasforma la moltitudine
di quelli che fanno in oggetti del fare, attraverso la minaccia e la forza
fisica. Si tratta, in sostanza, della differenza tra dominio e potere di cui
ha parlato Danilo Dolci. Il capitale acquista i prodotti del fare, e per
questa via giunge ad acquistare il poter-fare delle persone. Il fare
collettivo e libero diventa lavoro alienato. E' chiaro dunque in cosa
consistera' la rivoluzione. Nel liberare il poter-fare dal potere-su,
nell'emancipare il potere di tutti dal dominio di pochi, nel costruire e
consolidare un anti-potere.
La rottura del fare comune porta alla rottura di ogni relazione umana. Il
feticismo della merce rende le stesse relazioni umane cosificate, reificate.
Il pensiero borghese, riflettendo questa reificazione, classifica, fissa
identita' ed essenze. La lotta per il poter-fare e' dunque anche una lotta
contro l'identita' e contro la classificazione, ed al tempo stesso una lotta
per la comunita' e la socialita', poiche' il capitale, spezzando la
continuita' del fare, separa anche l'individuo dalla collettivita'. Le lotte
per l'identita' sono rivoluzionarie nella misura in cui portano con se'
anche una carica negativa e critica, anche se esse restano segnate da una
particolare fragilita', dalla possibilita' che l'esaltazione identitaria
prevalga sul potenziale critico.
E' necessario, dunque, un ripensamento del soggetto. Al soggetto borghese,
libero, innocente, separato, si contrapporra' una soggettivita' collettiva,
ferita dal potere-su, frammentata, che esiste nella forma della negazione e
che si afferma nella lotta per la propria dignita'. Lotta che non e'
soltanto la lotta della classe operaia contro quella borghese, ma una
"resistenza onnipresente" (p. 105) al potere-su, che e' diventato anch'esso
onnipresente.
Una certa tendenza ad una comprensione chiusa, statica dei fenomeni sociali
ha caratterizzato la stessa tradizione marxista. Il concetto stesso di
feticismo e' stato feticizzato, interpretando la reificazione delle
relazioni sociali come un fatto compiuto. A questa interpretazione Holloway
contrappone quella del feticismo come feticizzazione, vale a dire come un
processo di separazione del fare da cio'-che-viene-fatto che non e' mai
pacifico, ma si scontra di continuo con un processo contrario di
anti-feticizzazione, di resistenza umana, con un movimento negativo ed
incerto, che si esprime nella forma di una critica che investe ogni
identita', ogni esseita', recuperando il fare come agire collettivo.
La lotta di classe va intesa in senso ampio, come lotta contro la
classificazione operata dal capitalismo. Non v'e' lotta quindi - venga da
studenti, da ecologisti, da donne - che non sia anche lotta di classe. La
lotta e', paradossalmente, contro l'essere classe lavoratrice, per
l'emancipazione dalla classificazione operata dal capitale, e' chiaro dunque
che e' possibile compiere tale emancipazione solo se al tempo stesso si e' e
non si e' classe lavoratrice. C'e' una scissione ineliminabile nel soggetto
rivoluzionario, che e' al tempo stesso elemento del sistema e soggetto
critico, che al tempo stesso acconsente e grida contro il sistema. E' in
quest'ultimo, nel grido, che consiste quella che Holloway, riprendendo il
termine dallo zapatismo, chiama dignita'.
In quale modo concreto si realizza l'anti-potere? Esso e' ubiquo, puo'
attuarsi ovunque, in tutte le scelte con le quali quotidianamente cerchiamo
di resistere all'alienazione. A resistere non e', sostiene l'autore in
polemica con Toni Negri, la figura del militante, sostituito dalla grande
moltitudine degli oppressi.
Condizione del capitalismo e' la liberta' del lavoratore, che non e'
giuridicamente uno schiavo, puo' scegliere di lavorare o non lavorare. Cio'
e' elemento di forza dei lavoratori, perche', nella relazione fra capitale e
lavoro, il lavoro puo' fuggire, il capitale no. Il capitale dipende dal
lavoro piu' di quando il lavoro non dipenda dal capitale, sostiene Holloway:
un capitalista puo' cercare altrove lavoratori piu' subordinati, ma non puo'
affrancarsi, in generale, dal bisogno di avere lavoratori, mentre questi
ultimi, senza il capitale (licenziati, cioe'), possono sperimentare
"creativita' pratica, pratica creativa, umanita'" (p. 245). La liberta' del
lavoratore crea un mondo caotico, disarticolato, nel quale non v'e' piu'
corrispondenza tra capitale e lavoro, e la classe dominante cerca di
contenere il caos, senza poter realizzare alcun ordine stabile. E' qui che
si inserisce la rivoluzione: essa dovra' intensificare la crisi consistente
nella disarticolazione delle relazioni sociali introdotta dal capitalismo.
Non si tratta di prendere il possesso dei mezzi di produzione, perche'
questo significa ancora ragionare in termini feticizzati. Bisogna invece
eliminare la realta' stessa della proprieta', assecondare la tendenza a
liberarsi dal capitale, recuperare il fare sociale, collettivo, creativo.
"L'obiettivo della rivoluzione - scrive l'autore - e' la trasformazione
della vita comune, quotidiana, ed e' certamente da questa vita comune ed
ordinaria che deve sorgere la rivoluzione" (p. 284).
E' a questo punto che l'autore pone il problema della violenza.  Essa,
scrive, "accetta fin dall'inizio che sia necessario adottare i metodi del
nemico per vincerlo; ma anche nel caso di una vittoria militare, quelle che
avranno trionfato saranno le relazioni sociali capitalistiche' (p. 287). Una
osservazione che collima perfettamente con la posizione nonviolenta, che
scorge dietro la rivolta armata il rischio concretissimo di nuovi rapporti
di dominio.
Ma  Holloway indica la dimensione e la direzione della lotta - la
quotidianita', la socialita', il fare collettivo - piu' degli strumenti
concreti, delle azioni possibili, delle iniziative, delle strutture nuove,
non chiuse e identificanti come quelle del potere-su. Il libro di Holloway,
insomma, appare come una premessa - rigorosa ed intellettualmente
stimolante - ad un discorso necessario ed urgente sulle forme, le
sperimentazioni, le strutture del potere nuovo e liberante.

6. LIBRI. ANTONIO VIGILANTE PRESENTA "COME GANDHI. UN METODO PER RISOLVERE I
CONFLITTI" DI MARK JUERGENSMEYER
[Dal sito "Palabre" (http://palabre.altervista.org) riprendiamo la seguente
recensione di Antonio Vigilante al libro di Mark Juergensmeyer, Come Gandhi.
Un metodo per risolvere i conflitti, Laterza, Roma-Bari 2004.
Mark Juergensmeyer e' docente di sociologia e direttore del Dipartimento di
studi globali e internazionali dell'Universita' della California. Opere di
Mark Juergensmeyer: Terroristi in nome di Dio. La violenza religiosa nel
mondo, Laterza, Roma-Bari 2003; Come Gandhi. Un metodo per risolvere i
conflitti, Laterza, Roma-Bari 2004.
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo
pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della
nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio
d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di
convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef. Altri volumi sono stati
pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di frammenti Antiche
come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da Newton Compton: e tra
essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio pensiero, e La voce
della verita'. Altri volumi ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da
altri editori. I materiali della drammatica polemica tra Gandhi, Martin
Buber e Judah L. Magnes sono stati pubblicati sotto il titolo complessivo
Devono gli ebrei farsi massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un
acuto commento si veda il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara,
Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1996). Opere su Gandhi: tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il
mahatma, Mondadori; il recente accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi,
Il Mulino; il recentissimo libro di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra
gli studi cfr. Johan Galtung, Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio
Vecchiotti, Che cosa ha veramente detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di
Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il Mulino (in collaborazione con Pier Cesare
Bori); Gandhi in Italia, Il Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre:
Dennis Dalton, Gandhi, il Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una
importante testimonianza e' quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro,
Paoline. Per la bibliografia cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma
Gandhi; materiali esistenti nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna.
Altri libri particolarmente utili disponibili in italiano sono quelli di
Lanza del Vasto, William L. Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock,
Giorgio Borsa, Enrica Collotti Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione
e' quella di Ernesto Balducci, Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una
interessante sintesi e' quella di Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi,
Anterem]

Studioso del terrorismo religioso, Juergensmeyer analizza il metodo
gandhiano di lotta politica, da una parte mostrandone caratteristiche,
possibilita' e limiti grazie al ricorso ad un conflitto esemplare (quello
tra due vicini che si contendono un pezzo di giardino), dall'altro
presentando dei casi di studio, alcuni ipotetici, altri verificatisi
realmente (la battaglia contro l'installazione di un missile nucleare e la
tragica resistenza nel ghetto di Varsavia). In conclusione presenta poi una
serie di dialoghi immaginari di Gandhi con Marx, Freud, Niebuhr ed un
curioso dialogo di "Mohandas contro Mahatma", che mette in evidenza le
oscillazioni e le vere e proprie contraddizioni di Gandhi stesso.
L'autore non e' uno studioso di Gandhi, e lo si avverte da alcune
affermazioni. Questa, ad esempio: "Aveva studiato da avvocato a Londra e
aveva grande considerazione per le regole di proprieta' e moralita' che le
strutture legali rappresentano". E' il caso di ricordare quello che Gandhi
scriveva in Hind Swaraj: "E' sbagliato pensare che i tribunali siano
costituiti per il bene del popolo. Coloro che vogliono perpetuare il loro
potere, lo fanno attraverso i tribunali". Il libro, del resto, non ha
l'intento di fornire un profilo generale di Gandhi, ma di approfondire il
satyagraha come strumento per la soluzione dei conflitti. Juergensmeyer
mostra efficacemente come nella prospettiva nonviolenta non si tratti di far
prevalere una parte sull'altra, ma di ridefinire la situazione, in modo tale
da giungere ad una posizione che soddisfi le esigenze di entrambe le parti:
quello che Galtung chiama trascendimento. Il quale non sempre,
evidentemente, e' possibile; ne' si puo' dire che la volonta' di accogliere
realmente le esigenze della controparte ispiri sempre l'operato di Gandhi.
Juergensmeyer e' molto preoccupato dell'aspetto coercitivo che puo' essere
presente anche nella lotta nonviolenta. Sostanzialmente accetta l'obiezione
di Niebuhr, per il quale la lotta nonviolenta e' costrittiva, e percio'
violenta anch'essa. Una obiezione che dilata il concetto di violenza fino a
farlo coincidere con quello di costrizione, e che finisce per accomunare il
massacro di civili con un digiuno di protesta. Vero e', pero', che nel
satyagraha di Gandhi sono presenti due momenti - la forza e l'amore - spesso
in contrasto tra di loro, e che in qualche caso la lotta nonviolenta puo'
essere non una ricerca della verita' insieme all'avversario, ma un metodo
per imporgli la propria verita'. Come rimedio, l'autore propone l'idea del
doppio patrocinio, l'essere cioe' al contempo avvocati difensori di se
stessi e dell'avversario, in modo tale da avere onestamente presenti le
ragioni di entrambe le parti. Una idea che e' gia' presente nel satyagraha
gandhiano, benche' la sua applicazione sia tutt'altro che semplice, essendo
fortissima la tendenza ad una interpretazione del conflitto fondata sui
propri interessi. Se poi occorrera' far ricorso alla coercizione, bisognera'
fare in modo che tale coercizione sia detentiva, e non distruttiva. C'e'
coercizione detentiva quando si interviene sull'avversario impedendogli,
attraverso la coercizione, di compiere violenza. Una coercizione ammissibile
come mezzo abilitante, perche' riduce il livello di violenza di un conflitto
e rende possibile affrontarlo in modo realmente nonviolento.
Una questione ulteriore e' quella della lotta contro le grandi
organizzazioni. Quando la lotta e' contro poteri personali, e' possibile far
leva sull'umanita' dell'altro e lavorare per la sua conversione, ma che fare
quando ci si trova di fronte ad un potere impersonale? La risposta e'
duplice. Da una parte, Gandhi cerco' di individuare le persone che facevano
parte di queste organizzazioni impersonali, le incontro' e discusse con
loro. Dall'altra, creo' contro queste strutture delle controstrutture, delle
strutture economiche e politiche alternative a quelle dei dominanti. "E' un
punto di vista denso di implicazioni per quel che riguarda il modo in cui i
gandhiani dovrebbero condurre una lotta contro qualsiasi organizzazione:
dovrebbero considerarla una lotta tra struttura e controstruttura, tra
visioni concorrenti di come dovrebbe essere e quale cammino dovrebbe seguire
un'organizzazione" (p. 176). Questo concetto di controstruttura e' il piu'
prezioso contributo di questo libro, e c'e' da auspicare la sua adozione nel
linguaggio politico nonviolento.

7. LIBRI. ANTONIO VIGILANTE PRESENTA "PACE E DISARMO CULTURALE" DI RAIMON
PANIKKAR
[Dal sito "Palabre" (http://palabre.altervista.org) riprendiamo la seguente
recensione di Antonio Vigilante al libro di Raimon Panikkar, Pace e disarmo
culturale, Rizzoli, Milano 2003.
Raimon (Raimundo) Panikkar e' nato a Barcellona nel 1918 da madre spagnola e
padre indiano; laureato in chimica, filosofia e teologia, ha insegnato in
molte universita' europee, asiatiche ed americane; e' uno dei principali
esperti di studi interculturali. Opere di Raimon Panikkar: tra i suoi
numerosi libri cfr. Il dialogo intrareligioso, Cittadella, Assisi 1988;
Trinita' ed esperienza religiosa dell'uomo, Cittadella, Assisi 1989; La
torre di Babele, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi)
1990; La sfida di scoprirsi monaco, Cittadella, Assisi 1991; Ecosofia: la
nuova saggezza, Cittadella, Assisi 1993; Saggezza stile di vita, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1993; La pienezza dell'uomo.
Una cristofania, Jaca Book, Milano 1999; Pace e interculturalita', Jaca
Book, Milano 2002; Pace e disarmo culturale, Rizzoli, Milano 2003; La nuova
innocenza, tre volumi, Servitium, Palazzago (Bg); L'esperienza della vita,
Jaca Book, Milano 2005. Si vedano anche gli atti del seminario animato da
Panikkar su Pace e disarmo culturale, L'altrapagina, Citta' di Castello (Pg)
1987 (con interventi tra gli altri di Ernesto Balducci, Fabrizio
Battistelli, Luigi Cortesi, Antonino Drago, Achille Rossi). Opere su Raimon
Panikkar: Achille Rossi, Pluralismo e armonia: introduzione al pensiero di
Raimon Panikkar, L'altrapagina, Citta' di Castello (Pg) s. d. ma 1990]

La guerra e' un fenomeno culturale, ed a livello culturale va contrastata.
E' inutile la ricerca della pace senza un disarmo culturale, il superamento
cioe' della cultura bellica in cui viviamo, che non e' mai realmente andata
oltre il modello della pax romana. Panikkar distingue tre ipotesi sulle
origini della violenza, cui corrispondono tre concezioni della pace. La
prima e' quella monistica, per la quale l'uomo e' originariamente buono,
anche se e' decaduto; potra' tuttavia sollevarsi da questa caduta. In modo
piuttosto singolare, l'autore fa rientrare in questa prima posizione tanto i
monoteismi, quanto il buddhismo ed il marxismo. La seconda ipotesi e' quella
dualista, per la quale il bene e il male sono entrambi principi metafisici.
Infine l'ipotesi a-dualista o advaita, per la quale la realta' e'
ambivalente, ed ogni cosa e' al tempo stesso bene e male; o meglio: il male
e' il bene che perde trasparenza, e puo' essere convertito in bene
attraverso la saggezza.
Una cultura tecnocratica tende a considerare anche la pace come un'opera
umana. Essa invece e' un dono: non si costruisce, ma si riceve assumendo un
atteggiamento "femminile" di ricettivita' e di disponibilita' ad accogliere
il dono.
La filosofia della pace e' il tentativo di comprendere il mistero della
realta', superando la violenza epistemica della tradizione occidentale. Il
suo presupposto e' che la struttura della realta' sia armonica. Cio' che e'
e' come deve essere; non disponiamo, del resto, di alcun criterio di
valutazione estraneo alla realta' stessa. La pace e' l'ordine della realta'.
La filosofia che coglie quest'ordine non e' solo esercizio intellettuale, ma
richiede in primo luogo il raggiungimento dell'armonia interiore e
l'attitudine alla contemplazione.
La guerra, come fenomeno limite (al pari della morte), e' un fenomeno
religioso. La secolarizzazione consente di valorizzare la dimensione
religiosa della pace senza cadere nella teocrazia. Disarmo culturale
significa, riguardo alla religione, purificarla dal suo ruolo istituzionale.
Ma a dover essere ridimensionata e' soprattutto la tradizione
tecnico-scientifica europea, con la sua prospettiva evoluzionistica ed
ottimistica. I valori occidentali non vanno negati, ma nemmeno possono piu'
essere usati come armi d'assalto nei confronti della parte restante del
mondo. La stessa verita' non va intesa come uno strumento per vincere, ne'
per convincere: altrimenti diventa ideologia. Il riferimento di Panikkar e'
ai missionari cristiani, ma l'osservazione sembra colpire anche il concetto
gandhiano di satyagraha, fondata sulla idea dell'efficacia della verita'
nella lotta politica.
La modernita' ha tre fattori distintivi: tecnocrazia (che e' una forma di
dominio, ben diversa dalla techne antica), secolarita' e primato della
storia (l'uomo moderno non vive piu' nel cosmo, ma nel mondo storico). La
liberazione umana si e' andata scindendo in salvezza religiosa, salute
medica e liberta' politica. Bisogna riunificate queste tre dimensioni.
La pace e' il risultato della interazione di tre elementi: armonia, liberta'
e giustizia. Armonia vuol dire conciliazione degli opposti (e quindi
rinuncia al dualismo). Cio' non vuol dire che la realta' che accoglie e
armonizza i contrari sia idilliaca. In essa c'e' posto anche per il male. La
pace deve fondarsi su questa armonia cosmica, e rispettarla. "Se e' vero,
per esempio, che l'universo materiale sussiste grazie al fatto che il pesce
grande si nutre del piccolo, l'armonia della pace non potra' consistere nel
far si' che gli uomini rinuncino alla caccia, ma esigera' che questa venga
praticata secondo i ritmi naturali delle cose" (p. 105). E' una posizione
diametralmente opposta a quella di Aldo Capitini, per il quale la filosofia
della pace cerca un mondo nel quale il pesce grande non mangi piu' quello
piccolo. Il secondo elemento, la liberta', e' il rispetto dell'ontonomia di
ogni persona, ed a sua volta e' fondata su una Realta' che e' libera, e
dalla quale non ci si puo' isolare senza diventare nemici della liberta'. La
giustizia, terzo elemento, non va confusa con la legalita', e permette di
uscire da una concezione intimistica della pace, esigendo il riconoscimento
di cio' che spetta a ciascuno.
Perche' vi sia pace occorre che i tre elementi - armonia, liberta' e
giustizia - siano in equilibrio, e che nessuno predomini sugli altri. Il
centro comune cui fanno riferimento i tre elementi e' l'amore, inteso non
come sentimento, ma come eros cosmico.
I principali ostacoli alla pace sono tre. Il primo e' l'ideale militare.
Anticamente il militare faceva parte anch'egli dell'ordine cosmico, aveva la
funzione di difendere l'ordine sociale, e rispondeva ad un codice
severissimo. Ora questo ideale cavalleresco e' degenerato a causa del potere
e della deriva tecnocratica, che ha portato dalle armi bianche a quelle
atomiche, con le quali la guerra diventa pura distruttivita'. Il secondo e'
appunto la tecnocrazia, che rompe l'equilibrio cosmico e crea un quarto
mondo oltre quelli dell'Uomo, della Natura e degli Dei. Il terzo ostacolo e'
la cosmologia evoluzionista. La legge dell'evoluzione dice che il passaggio
a forme evolutive piu' alte avviene a costo del sacrificio di milioni di
esseri. Come non giustificare cio' anche nel mondo della storia? Per parlare
di pace occorre la trascendenza, intesa non come un Dio escatologico che
premia i buoni, i vincitori della vicenda cosmica, ma come un Dio al tempo
stesso immanente e trascendente, che e' oltre l'uomo ma anche dentro l'uomo.
E se in ogni uomo c'e' una scintilla di Divino, nessuno puo' essere lasciato
indietro nel cammino dell'umanita'. Di qui l'opzione preferenziale per i
poveri e gli ultimi. "L'opzione per i poveri equivale alla ribellione
dell'uomo di fronte a tutte le forze cieche della natura e della storia" (p.
141), scrive Panikkar. Ma dire che le forze della natura sono cieche non
vuol dire disapprovare anche il fatto che il pesce grande mangi il piccolo?
non significa introdurre un dover essere, in base al quale giudicare
eticamente non solo il mondo storico, ma anche quello naturale?

8. POESIA E VERITA'. EMILY DICKINSON: COME SILENTI STANNO LE CAMPANE
[Da Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005, p. 1071.
Emily Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886) e' una delle piu' grandi
voci poetiche che l'umanita' abbia avuto; molte le edizioni delle sue poesie
disponibili in italiano con testo a fronte (tra cui quella integrale,
diretta da Marisa Bulgheroni, da cui citiamo); per un accostamento alla sua
figura e alla sua opera: Barbara Lanati, Vita di Emily Dickinson. L'alfabeto
dell'estasi, Feltrinelli, Milano 1998, 2000; Marisa Bulgheroni, Nei
sobborghi di un segreto. Vita di Emily Dickinson, Mondadori, Milano 2002]

Come silenti stanno le campane
nelle torri, finche', gonfie di cielo
balzan con piedi argentei
in melodia frenetica!

==============================
LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 51 dell'11 dicembre 2005

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