La nonviolenza e' in cammino. 1140



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1140 del 10 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Bruna Peyrot: Lo spirito dei luoghi
2. Umberto Santino: Borghesia mafiosa e societa' contemporanea
3. Enrico Peyretti: Un commento a Galtung
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. BRUNA PEYROT: LO SPIRITO DEI LUOGHI
[Ringraziamo Bruna Peyrot (per contatti: brunapeyrot at terra.com.br) per
questo intervento. Bruna Peyrot, torinese, scrittrice, studiosa di storica
sociale, conduce da anni ricerche sulle identita' e le memorie culturali;
collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi letterari,
autrice di vari libri; vive attualmente in Brasile. Si interessa da anni al
rapporto politica-spiritualita' che emerge da molti dei suoi libri, prima
dedicati alla identita' e alla storia di valdesi italiani, poi all'area
latinoamericana nella quale si e' occupata e si occupa della genesi dei
processi democratici. Tra le sue opere: La roccia dove Dio chiama. Viaggio
nella memoria valdese fra oralita' e scrittura, Forni, 1990; Vite discrete.
Corpi e immagini di donne valdesi, Rosenberg & Sellier, 1993; Storia di una
curatrice d'anime, Giunti, 1995; Prigioniere della Torre. Dall'assolutismo
alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, 1997; Dalla Scrittura alle
scritture, Rosenberg & Sellier, 1998; Una donna nomade: Miriam Castiglione,
una protestante in Puglia, Edizioni Lavoro, 2000; Mujeres. Donne colombiane
fra politica e spiritualita', Citta' Aperta, 2002; La democrazia nel Brasile
di Lula. Tarso Genro: da esiliato a ministro, Citta' Aperta, 2004]

Pur lavorando in Brasile, ho seguito quasi in diretta le drammatiche vicende
della Val Susa, grazie a internet e alle lettere degli amici. Il mio cuore
era lassu'. Per tanti motivi, principalmente perche' le "Valli", da quella
dove sono nata, la Val Pellice, alla Val Susa, sono un fazzoletto di
Occitania italiana densa di storia di autonomia e interculturalita'
frontaliera.
Questa storia ha comunicato anche un modo di pensare e di essere, ha formato
delle personalita'-ponte, abituate a parlare con la loro e con l'altrui
diversita'. Non e' stato facile per le popolazioni alpine imparare a essere
italiani, ma e' avvenuto, con la grandezza del saper portare in se' altre
anime importanti, altre identita'.
Negli ultimi decenni, soprattutto in  Europa, si e' assistito alla
valorizzazione dei "luoghi". Considerati preziosi atlanti d'orientamento,
sono stati sfogliati per  riabilitare la loro sapienza antica, proprio come
i cerchi alla base dei tronchi tagliati degli alberi, fino a proclamare gli
"Statuti dei luoghi", che molte municipalita' italiane hanno considerato
alla stregua di una carta costituzionale a tutela dei loro diritti. I luoghi
sono il frutto di un dialogo continuo fra uomo e natura, fra uomini e donne,
fra genere umano e altre specie, fiori e animali che evolvono uniti nel
destarli.
Molto si e' gia' scritto sull'attacco alla sapienza ambientale, sulla
sostenibilita' del territorio, che "non e' un asino", come dice Alberto
Magnaghi, sull'ecocompatibilita' e sulla necessita' di riterritorializzare
lo spazio nell'armonia fra le entita' che lo abitano, per far capire, in
primo luogo agli umani, la necessita' di prenderli in cura con lo stesso
amore con cui si accudisce alla prole. Il risveglio dei luoghi e' stato
associato anche al "fare societa' locale", un modo per riconsegnare a chi li
abita la facolta' di governarli con forme di democrazia partecipativa
diretta.
Mi  sembra che, oltre alla battaglia politica che con intelligenza
amministratori, religiosi, popolazione locale della Val Susa da sempre, ed
e' da sottolineare, da sempre,  stanno conducendo, sia da portare alla luce
questa dimensione profonda e forte di "cultura della montagna" che rivela
anche nella battaglia politica la sua particolarita'. Non e' una semplice
battaglia noglobal quella della Val Susa, e non e' radicata sulla cultura
dei noglobal che affluiscono la' dove si opera uno strappo alla
globalizzazione. La Val Susa lotta per la tav, ma anche perche' non sia
distrutta la radice della sua cultura piu' antica. Questa cultura appartiene
a tutte le valli e alla montagna europea che tradizionalmente sono state
sconfitte sul piano economico, soprattutto con lo spopolamento alpino degli
ultimi anni sessanta.
In questi mesi e' in ballo pero' un'altra sconfitta ancora piu' dura:
l'offesa alla spiritualita' di luoghi che avevano ancora la possibilita' di
creare comunita'. Sono luoghi che se restassero sulla scena sarebbero
irritanti per il vivere caotico globalizzato. Questo io percepisco sul piano
culturale: l'irritazione verso un popolo alpino che insiste nel vivere e
vivere bene, e che si ama solo quando canta e balla e vende formaggi ai
turisti. Invece questo popolo e' sede di personalita' moderne, e' una
"personalita'" moderna perche' e' sempre stato sulla frontiera. Il suo
spirito e' il mio, il nostro. La democrazia resiste se resistono queste
capacita' di essere - e resistere - con il proprio territorio.

2. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: BORGHESIA MAFIOSA E SOCIETA' CONTEMPORANEA
[Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato"
(www.centroimpastato.it) riprendiamo la seguente relazione di Umberto
Santino presentata al convegno su "Mafia e potere" promosso da Magistratura
Democratica e svoltosi a Palermo il 18-19 febbraio 2005. Umberto Santino
(per contatti: csdgi at tin.it) ha fondato e dirige il Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e' uno dei
militanti democratici piu' impegnati contro la mafia ed i suoi complici. E'
uno dei massimi studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i
poteri criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e
criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di), L'antimafia
difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza programmata. Omicidi e
guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, Franco Angeli, Milano
1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia
agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio Chinnici, Umberto
Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote. Processi per omicidio
a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli, Milano 1992 (seconda
edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro la droga. Economie di
sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia mafiosa, Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia come soggetto
politico, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Casa Europa. Contro le mafie, per l'ambiente, per lo sviluppo, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia
interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la
democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1995; La democrazia bloccata. La strage di Portella
della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1997; Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in
terra di mafie, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato",
Palermo 1997; L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di
Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli
1997; Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e
il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2000. Su Umberto Santino cfr. la bibliografia ragionata
"Contro la mafia. Una breve rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino"
apparsa su questo stesso foglio nei nn. 931-934]

Premessa
Quando concordavo con gli organizzatori del convegno il titolo della
relazione sapevo perfettamente che mi condannavo al ruolo del San Sebastiano
che offre il suo corpo nudo al bersaglio delle frecce. L'espressione
"borghesia mafiosa" e' stata esplicitamente contestata da studiosi e
politici, preoccupati di un'eccessiva dilatazione e diluizione dell'idea di
mafia se non di una criminalizzazione generalizzata della societa' siciliana
(il vecchio "tutto e' mafia", su cui ammoniva Leonardo Sciascia) e allarmati
dalla riproposizione di schemi ideologici ormai coralmente considerati
obsoleti, come un peccato di gioventu' che e' preferibile archiviare.
Nel mio catalogo delle idee di mafia, pubblicato sotto il titolo La mafia
interpretata (1995), riportavo le critiche di uno storico (Pezzino) e di un
economista (Centorrino) che quasi con le stesse parole facevano un'obiezione
di fondo alla mia analisi fondata sul concetto di borghesia mafiosa: se il
concetto di aggregato mafioso si dilata fino a comprendere intere classi
sociali, non resta che sperare in un cambiamento sociale e politico
generale. Bisogna invece limitarsi a considerare la mafia come Cosa nostra,
cioe' una struttura militare armata, colpendo cosi' il polo piu' debole del
pactum sceleris tra mafia e poteri legittimi (istituzioni ed economia) che
ha consentito alla prima di affermarsi.
Come si vede, si sostiene, si da' quasi per scontato, che l'affermazione di
Cosa nostra sia dovuta al patto con il mondo istituzionale ed economico, ma
l'idea di mafia dovrebbe limitarsi all'organizzazione mentre dovrebbero
rimanere nebulosi e imprecisati quei soggetti che avrebbero stipulato il
patto con gli affiliati alla "struttura militare armata".
Erano i tempi in cui si assisteva a un mutamento di paradigma, o piu'
esattamente di stereotipo: si passava da una visione secondo cui la
mafia-organizzazione non esisteva, la mafia era soltanto mentalita',
subcultura, come affermavano testi che ebbero una notevole fortuna, come
quello dell'antropologo tedesco Henner Hess (1973), a un'altra secondo cui
la mafia era soltanto Cosa nostra, cioe' l'organizzazione superstrutturata,
piramidale e verticistica, disvelata dai mafiosi collaboratori di giustizia,
in particolare da Buscetta. Fino a quel momento anche il mafiologo piu'
gettonato (Arlacchi) sosteneva che la mafia-organizzazione non esisteva e
avrebbe continuato a sostenerlo finche' il mafioso-pentito Antonino
Calderone non gli avrebbe rivelato l'arcano (Arlacchi 1992).
Dopo le rivelazioni dei pentiti si transitava (riprendo alcune espressioni
usate in altri scritti) dall'"indigestione di informale" (i non corporate
groups, il disorganized crime) all'"overdose del superstrutturato", da una
mafia amebica a una mafia cartesiana. La torsione veniva acriticamente
accolta dagli studiosi che traghettavano da una polarizzazione all'altra.
Rimanevo tra i pochissimi, se non l'unico, a parlare di mafia come fenomeno
composito, in cui l'organizzazione, che non era una scoperta dei pentiti ma
era documentabile fin dal XIX secolo, si saldava con i codici culturali e il
consenso sociale e i gruppi criminali venivano visti in stretto collegamento
con un sistema relazionale; idea che e' andata facendosi strada negli anni
piu' recenti, ma in modo a mio avviso inadeguato e all'insegna di piu' o
meno innocenti fraintendimenti.
*
Precedenti e puntualizzazioni
La mia analisi imperniata sul concetto di borghesia mafiosa ha dei
precedenti, remoti e prossimi. Il precedente storico piu' remoto e' dato
dalle riflessioni di Franchetti (1877-1993) che com'e' noto parlava di
"facinorosi della classe media" che praticavano "l'industria della violenza"
e sosteneva che tutti i capi della mafia erano "persone di condizione
agiata" e che il capomafia, rispetto ai "facinorosi della classe infima",
esecutori dei delitti, svolgeva "la parte del capitalista, dell'impresario e
del direttore".
Sciascia in uno scritto del 1968 parla di "una categoria sociale, se non di
una classe, che approssimativamente si puo' dire borghese, borghese-mafiosa
piu' esattamente", che si forma dentro il calderone del sicilianismo
(Sciascia 1970, p. 77).
L'economista e dirigente politico Mario Mineo in un documento del novembre
1970 parlava di "borghesia capitalistico-mafiosa" come strato dominante
della societa' siciliana, diffusa in tutta l'isola, Sicilia orientale
compresa, e proponeva con dodici anni di anticipo sulla legge antimafia
l'esproprio della proprieta' mafiosa. Tesi che incontro' la disattenzione
completa del Manifesto nazionale, a cui il gruppo diretto da Mineo aveva
appena aderito ma restando sostanzialmente un corpo estraneo; suscito' le
critiche di militanti siciliani dello stesso gruppo, che consideravano la
mafia un residuo arcaico gia' emarginato se non seppellito dallo sviluppo
capitalistico e per la Sicilia orientale parlavano di una borghesia
imprenditoriale che niente aveva a che fare con la mafia (dopo si sarebbe
visto di che pasta erano fatti i cosiddetti "cavalieri" di Catania).
Critiche radicali da parte dell'allora segretario regionale del Pci Achille
Occhetto, impegnato ad avviare il "patto autonomistico", versione siciliana
del compromesso storico, con i "ceti medi produttivi", secondo cui il gruppo
palermitano del Manifesto vedeva dappertutto mafia (Santino 2000a, pp. 233
s.).
In linea con quelle valutazioni le critiche di Emanuele Macaluso, storico
dirigente comunista, che ritiene che lo "schema estremista di 'borghesia
mafiosa'" sia stato adottato "dalla pubblicistica antimafiosa: quella colta
e contorta e quella dozzinale" e abbia portato a identificare la lotta alla
mafia con quella contro la "borghesia imprenditrice e delle professioni",
con il risultato di giustificare "l'espansione oltre misura dell'industria
pubblica, non come stimolo alla crescita dell'industria privata e di una
borghesia imprenditrice, ma come alternativa ad essa. E questa 'cultura
antiborghese' metteva insieme la sinistra radicale antimafiosa e la Dc che
esercitava il potere pubblico usando anche la mafia". E aggiunge: "La
borghesia siciliana nel dopoguerra tento', usando l'autonomia regionale e i
poteri dello statuto, l'emancipazione, ma venne schiacciata, negli anni del
boom capitalistico, dalla grande industria del Nord, dalla 'nuova classe'
democristiana siciliana e dal radicalismo di sinistra" (Macaluso 1999, pp.
33 s.).
Avendo vissuto in prima persona le esperienze di quegli anni, posso solo
ricordare che l'analisi di Mineo e del gruppo del Manifesto di Palermo non
fu condivisa neppure all'interno del gruppo siciliano, trovo' la piu'
completa disattenzione presso le altre componenti della nuova sinistra,
troppo occupate a "fare la rivoluzione" per accorgersi della mafia, e che
all'esterno trovo' soltanto indifferenza o rifiuto. Non si vede come le si
possano addebitare conseguenze cosi' rilevanti come le politiche che
favorirono la crescita dell'industria pubblica, su cui peraltro esprimevano
un giudizio pesantissimo, giudicandola una serie di carrozzoni parassitari.
Mettere insieme la "sinistra radicale antimafiosa" e la Dc collusa con la
mafia e considerare il "radicalismo di sinistra" corresponsabile della
sconfitta della borghesia siciliana vuol dire soltanto rinverdire
l'atteggiamento dei dirigenti comunisti del tempo, pronti a vedere
tradimenti e "pidocchi nella criniera del purosangue" anche nella piu' esile
delle opposizioni alla linea dominante. Eravamo poche migliaia e la campagna
per una petizione popolare per l'espropriazione della proprieta' mafiosa si
apri' e si chiuse con un comizio di chi scrive in provincia di Agrigento.
Non c'erano le condizioni per continuare.
Andiamo ai nostri giorni. Negli ultimi tempi l'espressione "borghesia
mafiosa" e' stata rilanciata da qualche magistrato (in particolare da Pietro
Grasso e da Roberto Scarpinato), che nel corso di indagini ha rilevato la
presenza di soggetti del mondo imprenditoriale e professionale legati ai
mafiosi e ne ha tratto l'idea che c'e' una borghesia che si puo' definire
mafiosa, per la consistenza dei legami, la condivisione di interessi e di
comportamenti. Ma le critiche non sono mancate anche di recente. Salvatore
Lupo ha parlato di "suggestione": "In nessun modo la mafia puo' essere
considerata una classe sociale (e viceversa) e dunque tale suggestione non
aiuta nella necessaria distinzione tra i vari elementi costitutivi del
network mafioso" (Lupo 2004, p. 41). Quindi: il network c'e' ma non e'
analizzabile con la "suggestione" borghesia mafiosa. Meglio parlare di
"richiesta di mafia nella societa' italiana", di "bisogno di mafia" (Lupo
2002, p. 505 s.).
Giovanni Fiandaca contesta espressioni come "richiesta di mafia" e "voglia
di mafia", parla di "equivoche metafore", richiama la necessita' di "analisi
piu' puntuali dell'attuale modo di funzionare della politica, dell'economia
e piu' in generale della societa' siciliana", ma giudica l'espressione
"borghesia mafiosa" uno "pseudoconcetto comodo proprio per la sua indistinta
genericita' e vaghezza". Considera una favola una borghesia "sempre intenta
a ordire trame affaristiche in quei famosi e intramontabili 'salotti buoni'
rievocati e ridemonizzati da Leoluca Orlando. Sara' la mia pedanteria
professorale, ma non mi rassegno a considerare strumenti validi di
conoscenza e interpretazione della realta' quelli che non sono altro che
comodi e usurati slogan" (Fiandaca 2005, p. 66).
Ora, che il piu' delle volte si parli di borghesia mafiosa in modo generico
e onnicomprensivo non ci sono dubbi, ma solo una lettura preconcetta e
frettolosa puo' scambiare per slogan un'analisi che ha cercato di leggere la
realta' con strumenti complessi e articolati, a fronte di stereotipi senza
nessuna reale funzione conoscitiva eppure recepiti anche dalla letteratura
piu' accreditata (dalla subcultura senza organizzazione di Hess alla mafia
tradizionale in competizione per l'onore che solo negli anni '70 scopre la
competizione per la ricchezza, di Arlacchi).
*
Ruolo della violenza privata e sistema relazionale
Con l'espressione "borghesia mafiosa", piu' che fare riferimento alla
composizione sociale dei gruppi criminali (Franchetti come abbiamo visto
rilevava l'appartenenza alla classe agiata dei capimafia), intendo denotare
due fenomeni:
1) ruolo della violenza privata e dell'illegalita' nei processi di
accumulazione e di formazione dei rapporti di dominio e di subalternita';
2) sistema relazionale entro cui si muovono i gruppi criminali organizzati e
senza di cui essi non potrebbero agire o comunque avere il ruolo che hanno
avuto e continuano ad avere.
Riporto l'ipotesi definitoria che compendia questi due aspetti e i corollari
che ne discendono: "Mafia e' un insieme di gruppi criminali, di cui la piu'
importante ma non l'unica e' Cosa nostra, che agiscono all'interno di un
contesto relazionale, configurando un sistema di violenza e di illegalita'
finalizzato all'accumulazione del capitale e all'acquisizione e gestione di
posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo
consenso sociale" (Santino 1995, p. 129 s.).
I gruppi criminali hanno composizione transclassista, altrettanto si puo'
dire del blocco sociale che ruota attorno ad essi, che percorre
trasversalmente il tessuto sociale, dagli strati piu' svantaggiati a quelli
intermedi e ai piu' alti, ed e' dominato dai soggetti illegali-legali piu'
ricchi e potenti, definibili come borghesia mafiosa: capimafia,
professionisti, imprenditori, amministratori, politici, che risultano in
rapporto continuativo con i criminali.
*
Accumulazione e dominio
Quando dico che la violenza e l'illegalita' hanno avuto un ruolo decisivo
nei processi di accumulazione e nei rapporti sociali faccio riferimento a
fasi storiche determinate, anche se non si possono tagliare con l'accetta:
il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, l'affermazione del modo di
produzione capitalistico, il tardo capitalismo o posdtfordismo e la
globalizzazione. Un'analisi che usa criticamente categorie e strumenti di un
marxismo non economicistico, ma aperto all'ibridazione con modelli
scientifici di vario orientamento (Weber, per esempio), permette di
individuare la funzione di soggetti e pratiche formalmente criminali nelle
dinamiche sociali che hanno contrassegnato le varie fasi.
Nello studio del processo di transizione dal feudalesimo al capitalismo
ritengo utilizzabile lo schema proposto da Wallerstein (centro, periferia,
semiperiferia): la Sicilia come periferia anomala vede lo sviluppo di quelli
che ho chiamato "fenomeni premafiosi": l'impunita' di delinquenti garantiti
perche' legati a soggetti di potere; reati con funzione accumulativa che
implicano un dominio territoriale, come le estorsioni e l'abigeato (Santino
2000b).
Nella fase di affermazione del capitalismo con caratteri specifici (si e'
parlato di capitalismo di mediazione) la violenza mafiosa ha un ruolo
fondamentale nel controllo della forza lavoro, con la repressione sanguinosa
del movimento contadino, legittimata dall'impunita', e nel contrasto ai
processi di rinnovamento, che arriva fino ai decenni scorsi, con le stragi e
i delitti politico-mafiosi (di cui non sono mai stati individuati i
mandanti). Qui ci sono utili anche riflessioni propriamente criminologiche,
come quelle di Sutherland sui colletti bianchi (1949-1987) e quelle piu'
recenti sulla criminalita' dei potenti (Ruggiero 1999).
Nella fase attuale, designata correntemente come "globalizzazione", il
crimine organizzato non e' un intruso sporadico o marginale ma un
protagonista dei processi di modernizzazione, che utilizza le occasioni
offerte dai processi di emarginazione dei quattro quinti della popolazione
mondiale e dai processi di finanziarizzazione dell'economia (Santino 2002).
Contrariamente a quello che sostengono alcuni studiosi che parlano tout
court di globalizzazione criminale propendo per la tesi della
criminogenicita' dei processi di globalizzazione.
Questa analisi percorre una via alternativa alle due strade che mi sembrano
dominate da eccessi di polarizzazione, tra il "tutto e' mafia" delle piovre
planetarie e il riduzionismo che vede i fenomeni criminali come marginali e
puntuali, entrambe lontane dalla realta'. E non pretende di essere l'unica
possibile ma chiede che venga considerata nelle sue implicazioni teoriche e
per la base di documentazione su cui si regge.
Che queste analisi si rifacciano a modelli obsoleti e' tutto da dimostrare.
L'analisi di classe e' stata piu' proclamata che praticata, piu' ridotta a
schemi generalizzanti che articolata con studi di contesti reali. Nello
stesso Marx e' rimasta allo stato di frammento; il cinquantaduesimo capitolo
del terzo libro del Capitale dedicato alle classi contiene solo una pagina e
mezza e l'accenno alle "tre grandi classi della societa' moderna", cioe' gli
operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari, e' accompagnato da
un'avvertenza: c'e' un "infinito frazionamento di interessi e di posizioni"
(Marx 1965, pp. 1003 s.). Il Marx storico (Il 18 brumaio, Lotte di classe in
Francia) ha analizzato in concreto quel "frazionamento", individuando una
stratificazione articolata in classi e frazioni: aristocrazia finanziaria,
proprieta' fondiaria, borghesia industriale, piccola borghesia, contadini,
proletariato industriale, sottoproletariato. E il concetto marxiano di
"formazione economico-sociale" richiama una totalita' formata di soggetti
sociali, mezzi di produzione, modelli culturali, che puo' essere utile anche
oggi, con una realta' piu' complessa (si pensi alle varie forme di lavoro,
con prevalenza del precario e del sommerso), ma pure con divari tra ricchi e
poveri che tendono ad aumentare.
Nel nostro Paese l'analisi delle classi sociali non ha avuto molti cultori e
gli studi di Sylos Labini rimangono tra i pochi esempi che possono
ricordarsi (Sylos Labini 1974, 1986).
In ogni caso, mi chiedo cosa ci sia in circolazione di significativo sul
piano teorico e di rilevante per la documentazione raccolta e interpretata
per lo studio della mafia-organizzazione e dei suoi rapporti con il contesto
sociale. Non mi pare che il panorama offerto dalle scienze sociali sia molto
affollato. Dopo la sbornia culturalista si parla di Cosa nostra in termini
subalterni alle tesi giudiziarie, ma tornano ad affiorare tesi culturaliste
(Santoro 1998); per quanto riguarda il contesto si parla di relazioni
esterne e di capitale sociale, di voglia di mafia. Sul piano
politico-istituzionale si e' proposto di mettere in luce accanto alla
responsabilita' giudiziaria la responsabilita' politica.
*
Il capitale sociale
Il concetto di capitale sociale e' importato dalla sociologia americana, in
particolare dagli studi di James S. Coleman che fa riferimento "all'insieme
di risorse di cui dispone un individuo sulla base della sua collocazione in
reti di relazioni sociali" (in Sciarrone 1998, p. 44). Lo studioso, di
orientamento neoclassico, nel tentativo di temperare l'impostazione
individualistica delle sue teorizzazioni, introduce il riferimento
all'organizzazione sociale che costituirebbe il cosiddetto capitale sociale.
Nasce cosi' una concettualizzazione bivalente, per cui il capitale sociale
e' insieme attributo del sistema e risorsa individuale. Sotto questo
ombrello concettuale c'e' di tutto: "dalle relazioni di autorita' alla
fiducia, dalle norme sociali alla densita' degli scambi esistenti in un
determinato ambiente" (Bianco - Eve 1998, p. 3).
Quale utilita' presenta l'uso del concetto di capitale sociale nell'analisi
del fenomeno mafioso? Sciarrone scrive che "una lettura del fenomeno mafioso
in termini di capitale sociale presuppone di focalizzare l'attenzione sulla
capacita' e sulle risorse relazionali dei mafiosi". La forza della mafia "e'
conseguenza anche della sua capacita' di networking: cio' permette ai
mafiosi di porsi, a seconda delle circostanze, come mediatori, patroni,
protettori in strutture relazionali di natura diversa che essi riescono a
utilizzare per i propri obiettivi" (Sciarrone 1998, p. 47).
I gruppi mafiosi avrebbero una struttura organizzativa caratterizzata da una
dualita': centralizzazione interna e fluidita' esterna. La prima tendenza
riguarda gli affiliati, la seconda le reti di alleanze dei mafiosi con altri
soggetti. Ci sarebbero pertanto legami forti verso l'interno e legami deboli
verso l'esterno. Questa visione mi pare inadeguata a rappresentare la
complessita' e la consistenza dei legami di quello che preferisco chiamare
"sistema relazionale", al cui interno si realizzano i rapporti, piu' forti
che deboli, piu' persistenti nel tempo che episodici e sporadici, informali
ma non per questo labili e sfuggenti, dei criminali di professione con il
contesto sociale e in particolare con alcuni soggetti.
Nella ricerca pubblicata nel volume L'impresa mafiosa abbiamo ricostruito il
sistema relazionale di Francesco Vassallo, promosso da carrettiere a
costruttore principe sulla scena palermitana, indicando i soggetti che lo
componevano: parenti mafiosi, tecnici, liberi professionisti, imprenditori,
direttori di banche, funzionari della pubblica amministrazione, politici. Un
quadro di cointeressenze senza di cui il costruttore non avrebbe potuto
neppure muovere i primi passi della sua carriera imprenditoriale (Santino-La
Fiura 1991).
Piu' recentemente, nel 1998, uno studente dell'Universita' di Messina,
Antonello Mangano, ha ricostruito nella sua tesi di laurea attivita',
interessi, soggetti che compongono la "borghesia mafiosa" di quella citta',
che ha il suo terreno privilegiato nell'Universita' e non per caso la tesi
ha incontrato l'aperta avversione dell'accademia locale, fino al ritiro
della firma da parte del correlatore, l'economista Mario Centorrino che ha
scritto vari volumi sull'economia mafiosa. Evidentemente questo tipo di
ricerca non interessa i cattedratici dello Stretto, che hanno negato la lode
a una tesi fuori dagli schemi. Solo con l'omicidio del professore Bottari il
"caso Messina" e' emerso nelle cronache italiane e nelle audizioni della
Commissione parlamentare antimafia ma non nella riflessione di studiosi e
docenti, tolte poche eccezioni (Comitato messinese per la pace 1998).
I capimafia attuali, a cominciare da quelli che vengono indicati come capi
dei capi, Riina e Provenzano, sono quasi analfabeti e tutte le attivita' che
si attribuiscono loro, da quelle illegali, come il traffico di droghe, a
quelle legali (imprese, appalti ecc.) non sarebbero possibili, neppure a
livello di ideazione, senza la collaborazione di altri soggetti del mondo
delle professioni, dell'imprenditoria e delle istituzioni.
Le riflessioni sul capitale sociale e sulle relazioni esterne anche se mi
sembrano inadeguate sono indubbiamente apprezzabili sul piano teorico, mente
parlare di richiesta o di bisogno di mafia o di voglia (espressione
adoperata nell'uso corrente per i desideri alimentari delle donne incinte,
che lascerebbero il segno sui corpi dei nascituri) di mafia, vuol dire
soltanto usare espressioni ad effetto, buone per il titolo di libri di
carattere giornalistico, anche ben documentati, ma prive di rilevanza
scientifica.
*
Responsabilita' giudiziaria e politica
La legislazione attuale, dopo la legge antimafia del 1982 (approvata una
settimana dopo l'assassinio di Dalla Chiesa), e' tutta all'insegna
dell'emergenza. Comunque, per quanto riguarda l'organizzazione criminale, e'
servita per condannare gli affiliati, capi e gregari, rompendo con una
prassi d'impunita' che rimonta ai primi anni dello Stato unitario. Per cio'
che riguarda il sistema relazionale, la creazione della fattispecie
giurisprudenziale del concorso esterno ha dato vita a varie vicende
processuali, con risultati diversi.
Il processo che ha dominato la scena giudiziaria degli ultimi anni, quello
ad Andreotti, si e' concluso con una sentenza di prescrizione del reato
commesso (l'associazione a delinquere semplice) fino al 1980 e di
assoluzione per il periodo successivo. Mi pare una sentenza all'italiana,
buona per contentare tutti. Il termine del 1980 appare calcolato in modo da
far scattare la prescrizione e aprire la strada all'assoluzione, che
l'opinione pubblica quasi unanimemente ha considerato come esito unico del
processo, in realta' bivalente. Non so se la fattispecie di associazione
fosse la piu' adatta a rappresentare i rapporti effettivi di Andreotti con
Lima e con mafiosi notori, comunque questi rapporti, almeno con Lima, sono
perdurati ben oltre quella data, certamente fino alla morte del parlamentare
europeo (marzo 1992) e se non sono stati considerati come criminosi dalla
magistratura rimangono gravemente censurabili sul piano etico e politico.
Avrei delle perplessita' sull'esito di alcuni processi a professionisti e
politici, assolti anche in presenza di elementi consistenti come la
collaborazione al riciclaggio del denaro sporco o l'ospitalita' a mafiosi
latitanti. Forse l'ipergarantismo di alcuni magistrati ha pesato sulle
decisioni finali.
Com'e' noto rimangono avvolti nel mistero, ed e' fortemente probabile che lo
rimarranno, i cosiddetti mandanti esterni dei delitti e delle stragi
politico-mafiosi ed e' rimasta interamente sulla carta la responsabilita'
politica di cui parlava la relazione su mafia e politica della Commissione
parlamentare antimafia approvata a larga maggioranza nel 1993, sull'onda
dell'emozione suscitata dalle stragi.
In mancanza di sanzioni la responsabilita' politica e' destinata a restare
un pio desiderio che nessuna autoregolazione si propone di soddisfare. Nelle
ultime elezioni politiche si e' arrivati a candidare personaggi sotto
processo per concorso esterno (Marcello Dell'Utri a Milano e Calogero
Giudice a Palermo, entrambi eletti) e negli anni piu' recenti l'attacco alla
magistratura ha avuto accenti inusitati, in piena delegittimazione della
funzione giurisdizionale, bollata come persecutoria e gestita da uomini
politicizzati (le "toghe rosse") e antropologicamente tarati. Nella storia
dello Stato italiano non si era mai arrivati a tanto, ma l'opposizione non
e' andata al di la' di reazioni timide e precarie.
Un governo e una maggioranza in cui abbondano personaggi sotto inchiesta per
mafia o per corruzione, affiancati da avvocati difensori di potenti
incriminati, diventati parlamentari per meriti acquisiti nelle aule dei
tribunali, con una politica esplicitamente intesa a tutelare interessi
personali, avrebbero meritato un'analisi adeguata. Concetti poco
rassicuranti come quello di borghesia mafiosa o della mafia come soggetto
politico, in proprio attraverso la signoria territoriale e in interazione
con le istituzioni (Santino 1994), forse avrebbero avuto una maggior presa
sulla realta' di quanto ne abbiano avuto teorizzazioni appiattite sugli
aspetti organizzativi e militari. I pochi che hanno provato a disegnare un
quadro allarmato dell'attuale sistema di potere sono giornalisti e
intellettuali che in gran parte non provengono dalle file di una sinistra in
piena crisi d'identita'. Anche i docenti e gli intellettuali impegnati nella
stagione dei girotondi non hanno prodotto analisi convincenti e in ogni caso
non sono riusciti ad andare al di la' di colorite manifestazioni di
protesta. In questo contesto la Commissione parlamentare antimafia non ha
fatto sentire la sua voce, se non per indicare i rischi di un'"analisi
politica", anche distorcendo le analisi di chi scrive (Commissione
parlamentare 2003, pp. 510 ss.). La mia proposta di continuare sul cammino
intrapreso nella precedente legislatura con la relazione sul depistaggio, ad
opera di rappresentanti delle istituzioni, per il delitto Impastato
(Commissione parlamentare 2001), che poteva essere il primo capitolo di una
storia dell'impunita', che avrebbe dovuto affrontare il problema delle
stragi neofasciste e mafiose, non e' stata accolta, certo per
l'indisponibilita' della maggioranza, ma anche per l'inerzia
dell'opposizione, per cui ho preferito dare le dimissioni da consulente.
Il quadro politico attuale costituisce a mio avviso il contesto piu'
favorevole dall'Unita' d'Italia a oggi per l'inserimento della cosiddetta
mafia sommersa, che ha rinunciato ai delitti eclatanti dopo gli effetti
boomerang che essi hanno causato. Siamo di fronte alla legalizzazione
dell'illegalita', a un'illegalita' sistemica che va in scena quotidianamente
e che mira a permeare d'illegalita' il quadro istituzionale, sottraendolo
alle prescrizioni costituzionali, e il modello di accumulazione, abolendo o
riducendo i controlli, per cui il nemico non puo' non essere chi esercita il
controllo di legalita'. A fronte di un simile scenario l'approccio
formalistico-legalitario delle attivita' di educazione alla legalita' di
gran parte dell'attivismo antimafia, dentro e fuori dalle scuole, e'
condannato alla predicazione ininfluente sui processi in atto. Se tutto si
risolve nel rispetto delle leggi, a prescindere dalla valutazione del loro
contenuto, anche le leggi razziali di Hitler e di Mussolini dal punto di
vista formale-procedurale sono leggi a tutti gli effetti, e anche le leggi
ad personam degli ultimi anni lo sono. Mentre sarebbero da escludere tutte
le forme di disobbedienza civile, dalle occupazioni delle terre del
movimento contadino alle pratiche piu' recenti (su cui c'e' da dire che
troppo spesso si riducono a forme discutibili di ribellismo estemporaneo,
senza preparazione adeguata e con scarsa partecipazione).
Le pratiche generose della societa' civile organizzata, efficacemente
impegnata sul terreno dell'uso sociale dei beni confiscati e
dell'antiracket, ancora scarsamente diffuso sul territorio nazionale, non
sono riuscite a elaborare un progetto complessivo e non c'e' un'analisi
condivisa, soprattutto sul rapporto mafia-politica, spesso inteso come
rapporto privatistico di qualcuno con qualcuno.
*
Quale strategia per il futuro?
La strategia mirata a colpire i mafiosi ha conseguito risultati storici,
incrinando la tradizione dell'impunita', ma ormai mostra la corda, per
l'attenuazione e cancellazione di una legislazione tarata sull'emergenza
("la mafia esiste quando spara") e le esperienze giudiziarie basate sul
concorso esterno hanno avuto esiti pressoche' fallimentari. Una strategia
adeguata non pretende certo di avviare la palingenesi sociale, come
vorrebbero i critici delle teorizzazioni sulla borghesia mafiosa, ma
dovrebbe essere capace di colpire i mafiosi a prescindere dalle congiunture
delittuose e di disarticolare il blocco sociale, con fattispecie penali che
regolino esplicitamente i rapporti all'interno del sistema relazionale.
Ovviamente la repressione da sola non basta. E anche la prevenzione
abbisogna di teorie e pratiche non suggestive e improvvisate. Occorrono
politiche integrate che incoraggino la fuoruscita dall'illegalita' sistemica
degli strati popolari e anche degli strati borghesi. Il movimento antiracket
ha difficolta' a estendersi e a radicarsi, non solo per l'efficacia
dell'intimidazione mafiosa ma soprattutto perche' prassi e metodi mafiosi,
adattati al contesto attuale, continuano ad essere vie d'accesso al sistema
di potere. Non e' il desiderio di protezione, su cui si attardano studiosi
attratti da formulazioni piu' o meno raffinate che orecchiano la teoria dei
giochi, a richiamare sotto l'ala mafiosa commercianti e imprenditori, ma la
consapevolezza che la mafia e' soggetto di potere, con cui e' conveniente
convivere (l'affermazione del ministro Lunardi piu' che una gaffe e' una
voce dal sen fuggita che richiama una tangibile realta'), per le
opportunita' che offre e le strade che apre.
Vuoto quasi completo per quanto riguarda gli strati popolari. La mafia e le
sue sorelle non producono sviluppo ma distribuiscono reddito e offrono
occasioni di arricchimento e di scalata sociale, e questo lo sanno benissimo
gli abitanti dello Zen di Palermo e di Scampia a Napoli. Poco importa se il
denaro si tinge di morte: la convivenza con la morte fa parte della vita
quotidiana, della cultura e della religiosita' popolare, piu' acclimatata ai
venerdi' santi che alle pasque, certamente molto piu' del rispetto per la
vita.
Se l'antimafia non fa tutt'uno con la lotta per la democrazia (insidiata da
forme piu' o meno mascherate di leaderismo carismatico, piu' presunto che
reale) e per un diverso modello di sviluppo che soddisfi i bisogni di tutti
e non aggravi squilibri territoriali e divari sociali, la sconfitta e'
certa, fatta salva l'anima di testimoni controcorrente.
Anche se da piu' parti si insiste su un'antimafia pre-condizione della vita
civile e lasciapassare alla normalita', che pertanto dovrebbe essere accolta
e praticata da tutti, senza distinzione di colore politico, la lotta contro
la mafia storicamente ha molti protagonisti esplicitamente schierati e pochi
singoli personaggi che hanno pagato la colpa di avere cercato di staccarsi
dalle politiche praticate dalle formazioni governative di cui facevano parte
(da Pasquale Almerico, sindaco di Camporeale ucciso nel 1957 perche' voleva
impedire l'ingresso dei mafiosi del paese nella Democrazia cristiana, a
Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, ucciso nel 1980).
Le formazioni di sinistra attraversano una crisi epocale che non si
risolvera' ne' con nostalgie del passato e rifondazioni piu' verbali che
sostanziali, ne' con pratiche di neoliberismo temperato. Entrambe non hanno
risposte adeguate ai problemi indotti dai processi di emarginazione che
globalizzano la poverta' e militarizzano i supermercati riservati a pochi
privilegiati.
Si potranno trovare risposte ai problemi del nostro tempo, dentro cui c'e'
il problema del lievitare dell'accumulazione illegale, della simbiosi tra
legale e illegale e del proliferare delle mafie, solo ricostruendo una
capacita' di analisi che non comincia da zero ma deve saper correre il
rischio di inventare nuovi paradigmi e nuovi percorsi.
Se ci si guarda in giro, non c'e' molto da rallegrarsi. Neppure per i
comportamenti di quelli che dovrebbero essere i soggetti di un rinnovamento
possibile, delle riflessioni e delle pratiche. Parlo dei centri studi e
delle associazioni antimafia. Si parla di impegno comune, ma spesso si
procede con ottiche di bottega. Soprattutto quando si tratta di assicurarsi
i finanziamenti pubblici. Come e' accaduto recentemente alla Regione
siciliana, dove alcuni centri studi hanno chiesto il ripristino di vecchie
leggine-fotografie, isolando il Centro Impastato, operante da molti piu'
anni, che e' rimasto solo a chiedere una legge di carattere generale che
fissi criteri oggettivi. Il primo esempio di cambiamento di rotta rispetto
al sistema clientelare di spartizione del denaro pubblico dovrebbe venire
dall'associazionismo antimafia, ma da questo orecchio non pare che siano in
molti a volerci sentire.
*
Riferimenti bibliografici
- Arlacchi Pino, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del
grande pentito Antonino Calderone, Mondadori, Milano 1992.
- Bianco Maria Luisa - Eve Michael, I due volti del capitale sociale. Il
capitale sociale individuale nello studio delle diseguaglianze,
dattiloscritto, 1998.
- Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale, Le mani
sull'Universita'. Borghesi, mafiosi e massoni nell'ateneo messinese, Armando
Siciliano, Messina 1998.
- Commissione parlamentare antimafia, relatore Giovanni Russo Spena, Peppino
Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001.
- Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della criminalita'
mafiosa o similare, Relazione annuale, Roma 2003.
- Fiandaca Giovanni, La magistratura non e' la bocca della verita', in
"Limes. Come mafia comanda", n. 2, 2005, pp. 63-68.
- Franchetti Leopoldo, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia,
in La Sicilia nel 1876, per Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, Tip.
Barbera, Firenze 1877, ristampato da Donzelli, Roma 1993.
- Hess Henner, Mafia, Laterza, Roma-Bari 1973.
- Lupo Salvatore, L'evoluzione di Cosa nostra: famiglia, territorio,
mercati, alleanze, in "Questione giustizia", n. 3, 2002, pp. 499-506; Storia
della mafia, Donzelli, Roma 2004.
- Macaluso Emanuele, Mafia senza identita'. Cosa Nostra negli anni di
Caselli, Marsilio, Venezia 1999.
- Mangano Antonino, Mafia come sistema, tesi di laurea, Universita' di
Messina, anno accademico 1996-'97.
- Marx Karl, Il Capitale. Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1965.
- Ruggiero Vincenzo, Delitti dei deboli e dei potenti. Esercizi di
anticriminologia, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
- Santino Umberto, La mafia come soggetto politico. Ovvero: la produzione
mafiosa della politica e la produzione politica della mafia, in Fiandaca
G. - Costantino S., La mafia, le mafie, Laterza, Roma-Bari 1994, pp.
118-141; La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994; La
mafia interpretata, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Storia del movimento
antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000a; La cosa e il nome. Materiali per lo
studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000b; Modello
mafioso e globalizzazione, in Marco Antonio Pirrone - Salvo Vaccaro (a cura
di), I crimini della globalizzazione, Asterios, Trieste 2002, pp. 81-110.
- Santino Umberto - La Fiura Giovanni, L'impresa mafiosa. Dall'Italia agli
Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990.
- Santoro Marco, Mafia, cultura e politica, "Rassegna Italiana di
Sociologia", n. 4, dicembre 1998, pp. 441-476.
- Sciascia Leonardo, La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia,
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- Sciarrone Rocco, Mafie vecchie, mafie nuove. Radicamento ed espansione,
Donzelli, Roma 1998.
- Sutherland Edwin H., Il crimine dei colletti bianchi, Giuffre', Milano
1987 (ed. or. 1949).
- Sylos Labini Paolo, Saggio sulle classi sociali, Laterza, Roma-Bari 1974;
Le classi sociali negli anni '80, Laterza, Roma-Bari 1986.
- Wallerstein Immanuel, Il sistema mondiale nell'economia moderna, il
Mulino, Bologna 1978.

3. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: UN COMMENTO A GALTUNG
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Johan Galtung, nato in Norvegia nel 1930, fondatore e primo direttore
dell'Istituto di ricerca per la pace di Oslo, docente, consulente dell'Onu,
e' a livello mondiale il piu' noto studioso di peace research e una delle
piu' autorevoli figure della nonviolenza. Una bibliografia completa degli
scritti di Galtung e' nel sito della rete "Transcend", il network per la
pace da lui diretto, cui rinviamo: www.transcend.org]

Johan Galtung e' un maestro dei maggiori nella ricerca della pace.
Ascoltarlo e' un nutrimento dell'intelligenza e della creativita', nel
pensare e analizzare i conflitti per trasformarli in forme nonviolente e
positive.
In un bel convegno a Torino sulla mediazione, organizzato dal Centro studi
"Sereno Regis", il 3 dicembre, ha detto, en passant, che al termine
"nonviolenza", che suona ancora negativo, preferisce l'espressione "pace con
mezzi pacifici" (titolo di uno dei suoi libri piu' importanti, Edizioni
Esperia, Milano 2000).
Credo che il suggerimento vada raccolto ma anche discusso. Il termine
"nonviolenza", oltre la nobilta' della tradizione, ha il merito di
conservare in se' l'elemento negativo - la violenza - sempre da guardare e
conoscere per superarla, nelle nostre persone e nella storia umana.
Gandhi propose e diffuse (quasi cento anni fa) il termine "satyagraha", che
possiamo tradurre con "forza della verita'", "forza dell'anima". Martin
Luther King parlo' di "forza di amare". Sono termini chiaramente positivi,
che affermano la differenza essenziale tra forza, che e' virtu' umana e
costruttiva, e violenza, che e' offesa, distruzione, male causa di mali. Su
questa linea si possono fare altri tentativi (una piccola proposta, che feci
tempo fa, era "forzavera"). Ma credo che diffondere l'uso di "satyagraha"
nella nostra lingua, mantenendo pero' anche "nonviolenza", sarebbe la
soluzione migliore.
*
In un altro punto di questa sua ultima ricca conversazione torinese, Galtung
ha detto di cercare la pace per motivi non morali o religiosi, ma
pragmatici: ridurre i mali e le sofferenze. Mi pare giusto, ma del tutto non
sufficiente. La questione della violenza e della pace ha a che fare con la
questione massima del male e del bene, per quanto ardua questa si presenti
agli esseri umani: ardua ma centralissima nell'esistenza e assolutamente
chiara e primaria e ineludibile per vivere in modo degno.
Cosi', la violenza e la pace sono una essenziale questione religiosa: cioe'
di significato e di salvezza dell'esistenza umana. Non solo salvezza dalla
catastrofe fisica totale, preparata e programmata dalla logica di guerra,
dagli armamenti odierni e dall'antropologia violenta, ma soprattutto
salvezza dalla catastrofe morale. Le religioni non hanno sempre e tutte
messo al loro centro questa questione, e hanno persino santificato la
guerra, con una bestemmia gigantesca, ma questa loro grave colpa non fa
altro che denunciare e segnalare nuovamente la necessaria vocazione e
impegno di pace di ogni via religiosa, sotto pena di perdere ogni senso.
A mio parere convinto, la pace ha un bisogno essenziale di criticare le
infedelta' delle religioni per potere ottenere il loro apporto necessario e
prezioso alla mutazione pacifica delle culture e delle politiche umane,
dalla competizione dura alla cooperazione.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazion
e, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di
governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1140 del 10 dicembre 2005

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