Nonviolenza. Femminile plurale. 32



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 32 del 6 ottobre 2005

In questo numero:
1. Carla Biavati: Si'
2. Un ordine del giorno di solidarieta' con la Campagna per il disarmo in
Brasile da proporre alle istituzioni italiane
3. Elena Buccoliero: La disposizione al dialogo
4. Maria G. Di Rienzo: Qualche notizia d'ottobre
5. Sherif El Sebaie intervista Elham Agid
6. Benjamin Dangl intervista Celia Martinez
7. Maria Antonietta Saracino: Le parole, il dolore. Letteratura sudafricana
oggi

1. 23 OTTOBRE. CARLA BIAVATI: SI'
[Ringraziamo Carla Biavati (per contatti: carlabiavati at interfree.it) per
questo intervento. Carla Biavati e' impegnata nelle rilevanti esperienze di
interposizione nonviolenta in zone di conflitto dei "Berretti bianchi" e
della rete "Verso i corpi civili di pace"]

Un si' a sostegno del referendum per la proibizione del commercio delle armi
da fuoco  in Brasile.
Credo che proposte civiche come questa debbano essere sostenute da tutto il
movimento per la pace e riportate anche in italia, dove peraltro non mancano
i farneticatori che, sull'onda emotiva di alcuni recenti fatti di cronaca,
propongono di liberalizzare ulteriormente la vendita di armi ai privati.
La pubblicizzazione dei dati relativi all'incremento della violenza legato
al possesso di armi da fuoco serve a fare chiarezza anche in Italia.
Proporro' anche al coordinamento della rete "Corpi civili di pace" di
aderire all'iniziativa a sostegno del si' al referendum brasiliano per il
disarmo.
Teniamoci in contatto.

2. MATERIALI DI LAVORO. UN ORDINE DEL GIORNO DI SOLIDARIETA' CON LA CAMPAGNA
PER IL DISARMO IN BRASILE DA PROPORRE ALLE ISTITUZIONI ITALIANE
[Riproponiamo ancora una volta la seguente proposta di ordine del giorno da
presentare e approvare nelle istituzioni italiane a sostegno della Campagna
per il disarmo in Brasile. Essa e' stata gia' approvata con voto unanime dal
Consiglio Provinciale di Viterbo nella seduta del 3 ottobre 2005]

Premesso che
- il Brasile e' un paese in cui sono in circolazione piu' di 17 milioni di
armi da fuoco, di cui soltanto il 10% appartengono alle forze armate e alle
forze di polizia, mentre il resto e' nelle mani di civili;
- ogni giorno in Brasile circa cento persone muoiono uccise da armi da
fuoco;
- nel 2003 39.325 persone in Brasile sono morte uccise da armi da fuoco;
- le istituzioni brasiliane hanno promosso una Campagna di disarmo
volontario attraverso cui e' stato chiesto ai cittadini in possesso di armi
di consegnarle alle autorita' affinche' venissero distrutte;
- nel 2004 grazie a questa Campagna di disarmo piu' di 450.000 armi da fuoco
sono state tolte dalla circolazione, e per la prima volta in 13 anni il
numero dei morti uccisi da armi da fuoco in Brasile e' diminuito: rispetto
ai dati del 2003 nel 2004 sono state salvate 3.234 vite umane;
- il 23 ottobre 2005 si svolgera' in Brasile il primo referendum della
storia di quel Paese, referendum in cui ai cittadini verra' posto il
quesito: "Il commercio di armi da fuoco e munizioni deve essere proibito in
Brasile?";
- intorno alla Campagna per il disarmo vi e' stato un grande coinvolgimento
popolare: l'associazionismo democratico, imprenditori, sindacati, chiese,
movimenti, personalita' della cultura, dello sport e dello spettacolo,
operatori sociali e sanitari, docenti universitari, si sono uniti alle
istituzioni nell'impegno di salvare quante piu' vite umane possibile;

il Consiglio [Circoscrizionale, Comunale, Provinciale, Regionale] di ...

1. esprime solidarieta' all'impegno delle istituzioni e della societa'
civile del Brasile per ridurre il numero delle vittime di uccisioni da armi
da fuoco;

2. esprime apprezzamento per la scelta di civilta' di chiedere ai cittadini
di disarmarsi volontariamente e di decidere democraticamente ed
umanitariamente di salvare quante piu' vite umane sia possibile;

3. sollecita che l'esempio brasiliano si estenda quanto piu' possibile, e
che anche altri paesi ed altre popolazioni scelgano la via del disarmo e del
rispetto per la vita umana;

4. auspica che l'intera umanita' abbia un futuro di pace e convivenza, ed a
tal fine si impegna a promuovere la cultura della pace, del dialogo, della
solidarieta', della legalita', del disarmo, della nonviolenza;

5. esprime un convinto e coerente si' alla difesa della vita di ogni essere
umano, si' alla pace tra le persone e tra i popoli, si' alla sicurezza di
tutti nel rispetto dei diritti umani di tutti gli esseri umani, si' alla
legalita', si' al disarmo della societa', si' alla civile convivenza.

*

Il Consiglio [Circoscrizionale, Comunale, Provinciale, Regionale] di ...

dispone inoltre che il presente ordine del giorno, approvato nella seduta
svoltasi in data ...,
a) sia reso noto alla cittadinanza mediante affissione di manifesti, invio
ai mezzi d'informazione locali e nazionali, e in tutte le altre forme
consuete ed opportune;
b) sia inviato per opportuna conoscenza ai seguenti soggetti istituzionali:
- Ambasciata del Brasile in Italia,
- Ambasciata italiana in Brasile,
- Presidenza della Repubblica del Brasile;
- Presidenza della Repubblica Italiana;
c) sia inviato inoltre ai seguenti ulteriori referenti istituzionali
brasiliani:
- Ministero della Giustizia;
- Ministero della Salute;
d) sia inviato inoltre per opportuna conoscenza ai seguenti indirizzi di
referenti istituzionali e della societa' civile brasiliani particolarmente
impegnati nella Campagna per il disarmo:
acresemarmas at uol.com.br
oca-ong at bol.com.br
fccv at ufba.br
suzanav at atarde.com.br
estadodepaz at estadodepaz.com.br
inamaramelo at yahoo.com.br
pazpelapaz1 at yahoo.com.br
borgescoml at bol.com.br
desarmamentodf at desarmamentodf.org
otaviofalcao at pop.com.br
samambaiadizsim at bol.com.br
federacaoinquilinosdf at bol.com.br
associacaomis at brturbo.com.br
desarmamentoes at paz-es.org.br
valparaiso at terra.com.br
cmtbatista at mixx.com.br
orestesoliveira at casamilitar.mt.gov.br
pteruel at terra.com.br
frentemunicipalbrasilsemarmas at yahoo.com.br
bh_sem_armas at yahoo.com.br
welingtonvenancio at bol.com.br
kleversonrocha at ig.com.br
depjordy at alepa.pa.gov.br
deparacelilemos at alepa.pa.gov.br
almirlaureano at yahoo.com.br
paz at londrinapazeando.org.br
murilocavalcanti at uol.com.br
f.tavares at digi.com.br
leandro_amme at yahoo.com.br
frentepelodesarmamento at ig.com.br
pemarcel at terra.com.br
gvieira7 at terra.com.br
seguranca at niteroi.rj.gov.br
beatriz at soudapaz.org
mariana at soudapaz.org
desarmecampinas at yahoo.com.br
ajardim at al.sp.gov.br
josecpinto at camaralimeira.sp.gov.br
gotadeorvalho at gmail.com
jbernegossi at prefeitura.sp.gov.br
mjduarte at uol.com.br
hpereira at al.sp.gov.br
marcoanjos at bol.com.br
marcosanjos at emsergipe.com
conic.brasil at terra.com.br
cbjp at cbjp.org.br
ronenu at canal13.com.br
jdarif at uol.com.br
naida at uol.com.br
pstoffel at saap.org.br
welinton_pereira at wvi.org
padrebizon at casadareconciliacao.com.br
ivoschoenherr at terra.com.br
frentepelodesarmamento at ig.com.br
rev.aquino at ig.com.br
torressantana at uol.com.br
norberge at terra.com.br
soniarosafaria at hotmail.com
mitra at diocesepetropolis.org.br
cier at cnbbsul4.org.br
czbsbf at terra.com.br
e) sia inviato inoltre per opportuna conoscenza ai seguenti indirizzi di
referenti italiani particolarmente impegnati a sostegno della Campagna per
il disarmo brasiliana:
- padre Ermanno Allegri, e-mail: ermanno at adital.com.br
- dottor Francesco Comina, e-mail: f.comina at ladige.it
- Centro per la pace del Comune di Bolzano, e-mail: welapax at hotmail.com
- Rete italiana per il disarmo, e-mail: segreteria at disarmo.org
- Centro di ricerca per la pace di Viterbo, e-mail: nbawac at tin.it

3. RIFLESSIONE. ELENA BUCCOLIERO: LA DISPOSIZIONE AL DIALOGO
[Da "Azione nonviolenta" di luglio 2005 (sito: www.nonviolenti.org). Elena
Buccoliero (per contatti: e.buccoliero at comune.fe.it), nata a Ferrara nel
1970, collabora ad "Azione nonviolenta" e fa parte del comitato di
coordinamento del Movimento Nonviolento; lavora per Promeco, un ufficio del
Comune e dell'azienda Usl di Ferrara dove si occupa di adolescenti con
particolare attenzione al bullismo e al consumo di sostanze, e con
iniziative rivolte sia ai ragazzi, sia agli adulti; a Ferrara, insieme ad
altri amici, anima la Scuola della nonviolenza. E' autrice di diverse
pubblicazioni, tra cui il recente (con Marco Maggi), Bullismo, bullismi,
Franco Angeli, Milano 2005. Un piu' ampio profilo biobibliografico di Elena
Buccoliero e' nel n. 836 di questo notiziario]

Il conflitto e' risorsa, la diversita' e' ricchezza. E' in questa ottica che
la disposizione al dialogo assume senso e prospettiva in quanto strumento di
conoscenza dell'altro.
Giuliano Pontara nel suo saggio su dieci caratteristiche della personalita'
nonviolenta ricorda che "ha grandissima importanza la disposizione ad
argomentare e ascoltare gli argomenti della parte opposta, e quindi lo
sforzo di tenere continuamente aperti canali di comunicazione con essa".
Nella tendenza generale all'evitamento del conflitto o al suo congelamento
in equilibri provvisoriamente composti sul pregiudizio o il non ascolto
dell'altro, parole come queste ci sollecitano ad ampliare lo sguardo e a
ricordare che solo attraverso l'incontro con la diversita' si cresce e si
cambia.
Proviamo a ricominciare da principio. Il conflitto e' risorsa, la diversita'
e' ricchezza: sacrosanto. E parziale. Chi frequenta ambienti formativi o si
occupa ad un qualunque titolo di gestione dei conflitti potra' forse
condividere una noia o un'impazienza di fronte a questi che rischiano di
restare ritornelli privi di spessore, se non provati da un affondo personale
e vero.
Il conflitto e' anche disagio, difficolta', sofferenza. Ci sono ambienti
dove c'e' da vergognarsi a ricordarlo. Chi solo ci prova - l'ingenuo! -
viene guardato con acuta disapprovazione dagli astanti, quasi avesse osato
profanare un'acquisizione indiscutibile. E allora si potrebbe ripartire
proprio da qui, dalla disposizione al dialogo con se stessi, dall'ascolto e
accoglienza del proprio vissuto e del proprio limite, per non rischiare di
ridurre la presenza nel conflitto a qualcosa di asettico e vuoto, colmo di
solitudine, irreale.
Il dialogo nel conflitto e' un passo necessario e difficile, nel quale si
cresce non senza fatica. Alla base di questa attitudine, scrive Giuliano
Pontara, "e' l'accettazione del principio del fallibilismo. Questo principio
ci dice che siamo tutti mortali con poteri di conoscenza limitati onde
nessuno puo' mai dirsi sicuro che quello che in un certo momento crede
essere vero, in effetti sia tale: puo' benissimo darsi che sia falso". Come
puo' darsi - vorrei aggiungere - che non sia falso ma incompleto, cioe'
abbracci solo una parte di quello che puo' essere visto, perche'
strettamente legato al proprio punto di osservazione.
*
Il disegno di Sasha
La definizione che piu' mi piace di disposizione al dialogo mi viene dalle
"Sette regole dell'arte di ascoltare" di Marianella Sclavi, e precisamente
la terza: "Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere
che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla
sua prospettiva".
Sasha ha disegnato una casa in mezzo al bosco e su quel foglio continua ad
aggiungere segni e a cancellarli. Siamo in quarta elementare, nel pieno di
un laboratorio di scrittura collettiva, e Sasha e' un bambino bielorusso
adottato da una famiglia italiana dopo alcuni anni di vita in un
orfanotrofio. Non ha ancora dimestichezza con la nostra lingua e, per
questo, ha faticato a prendere parte al dialogo da cui e' scaturita la
storia che ora stiamo per scrivere. Sasha che non parla bene l'italiano,
tutti si aspettano che si dedichi alle illustrazioni, non che cincischi su
di un foglio per due ore. "L'ho visto subito", conclude l'insegnante. "Non
fa niente, non ha voglia di far niente...".
Un po' di attenzione e di ascolto per capire quello che sta facendo Sasha.
Ha disegnato su un grande foglio l'ambientazione della storia e ora
sottovoce la sta raccontando. I segni che traccia e cancella continuamente
sono i personaggi che escono dalla casa o si muovono nel bosco. Ogni volta
che si spostano Sasha li cancella per disegnarli nuovamente nella nuova
collocazione. Sasha ha capito perfettamente la storia, e' dentro al lavoro
quanto gli altri, semplicemente sta procedendo secondo una logica diversa da
quella dell'insegnante. E lei, che pure e' davvero un'ottima insegnante,
presa dall'impegno di tenere a bada venticinque bambini, e forse dalla
stanchezza, si sta perdendo un fatto meraviglioso e potente dal punto di
vista educativo. Glielo faccio notare e quasi si commuove: "Chissa' se mai
qualcuno gli ha raccontato una favola prima che arrivasse qui...".
Vedo spesso, nella scuola, questa fatica degli adulti di decentrarsi, di
ammettere che un bambino o un ragazzo proceda secondo una strada diversa da
quella prefigurata. Mi pare che l'errore della maestra stia nel "subito".
L'insegnante "ha visto subito", cioe' si e' tolta la possibilita' di
guardare davvero.
Ancora Marianella - e' la regola numero uno: "Non avere fretta di arrivare a
delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte piu' effimera della
ricerca".
*
Trasformare le ferite
Si raccontano storie per farsi compagnia, per superare le attese, per
sciogliere nodi, per colmare distanze. Si raccontano storie - purche'
qualcuno le ascolti - per sopportare un'assenza amata, o la mancanza di una
soluzione. "Quello che non ha una spiegazione ha pero' una storia", ha detto
qualcuno che non so.
"One by One", uno ad uno, e' l'associazione che promuove il dialogo tra
sopravvissuti dei lager nazisti, e i loro figli e nipoti, ed ex-nazisti, e i
loro figli e nipoti. L'orrore ha radici profonde, travalica le generazioni.
In questi incontri, che a Berlino annualmente si ripetono, tutto quello che
fanno, queste persone insieme, e' raccontarsi la loro storia personale,
mettere in comune la sofferenza in un cammino di liberazione che trasforma
le ferite senza negarle o cancellarle. Esperienze come queste sono
un'alternativa possibile, praticata, meravigliosa, durissima, alla vendetta
e alla lacerazione. Ritorna nei percorsi di verita' e riconciliazione come
in "Parents' circle", l'associazione che riunisce i parenti delle vittime
israeliane e palestinesi, o nel libro La storia dell'altro, che giustappone
la storia del conflitto mediorientale nelle due versioni, di giovani
israeliani e di coetanei palestinesi, o in molto altro ancora... E'
l'opposto di qualunque muro e non ha niente di rassicurante perche' e'
fragile, continuamente minato dal ribollire della violenza. Da' l'idea di
una giustizia che per un attimo mette da parte pesi e misure e percorre la
via del dialogo.
*
La partecipazione che vorrei
"Ascoltare e parlare, mai l'uno senza l'altro", mi ricorda un amico il motto
dei Cos di Aldo Capitini, che ha un corollario di grande saggezza: "Chi puo'
parlare ascolta con piu' attenzione".
I Cos, Centri di orientamento sociale, corrispondevano nel pensiero
capitiniano all'antidoto contro l'inevitabile distanziamento dei partiti e
delle istituzioni democratiche dalla gente. E' commovente rileggere oggi gli
argomenti in discussione: si va dal prezzo del latte ai dogmi del
cattolicesimo, dalla difficolta' di trovare, alla bisogna, un idraulico,
alle modalita' di riapertura delle scuole o del teatro comunale,
all'obiezione di coscienza. "Patate e ideali", raccomandava Capitini.
Assistiamo ora ad una ripresa di attenzione delle istituzioni verso la
partecipazione: agende 21, bilanci partecipati, piani di zona... Assemblee
di tanti generi per sostenere, confermare, rimpolpare la legittimita' di
scelte gia' prese o - qualche volta - per suggerirne di altre.
Alcuni percorsi li vedo dall'interno. Si considera un successo che la sala
sia piena e la gente prenda parte al dibattito. Se si teme un flop si
sceglie una sala piu' piccola. Se si parla di giovani ci si incontra di
mattina, coartando classi scolastiche per assicurarsi di riempire le sedie.
Poca importanza alla qualita' del processo, alla rappresentativita' delle
persone riunite, alla competenza con cui si interviene. Ho visto
rappresentanti sindacali forzati nel gruppo sull'aggregazione giovanile
perche' quello sull'occupazione era gia' troppo numeroso e educatori
discutere di politiche del lavoro di cui non avevano conoscenza. C'e' sempre
la scusa delle competenze diffuse, naturali, trasversali. Intanto un gruppo
di ragazzi inventava un servizio di informazione e si dispiaceva di scoprire
che gli Informagiovani esistono gia', e da tempo. "Ma se avete inventato
tutto, cosa volete da noi?", sembravano dirci. Poi il tempo scade e i gruppi
devono sciogliersi, a qualunque punto siano arrivati.
Resta il dubbio intorno ad una partecipazione senza competenza, che non sa
cio' di cui si parla e, dunque, ha poco margine per portare un'aggiunta. E
il dubbio e' anche sulla partecipazione forzata, coartata appunto, perche'
se un'istituzione apre le sue porte, non e' affatto detto che i cittadini si
mettano in fila per entrare - e' molto piu' probabile, e scoraggiante,
incontrare laghi di passivita', assenza di richieste -, e se e'
l'istituzione a spingerli dentro probabilmente non sara' poi veramente
interessata ad ascoltarli, ne' loro ad esprimersi.
*
L'urgenza del dialogo, dove il conflitto non c'e'
Parla, Pontara, di "disposizione al dialogo" come attenzione nonviolenta da
praticare nelle situazioni di conflitto. Ma se davvero il dialogo e'
"ascoltare e parlare", bisognera' reclamarne l'urgenza dove il conflitto non
c'e' e al suo posto regna l'indifferenza. In una cultura televisiva dove la
comunicazione procede da una sola direzione lasciando poco piu' che la
possibilita' di assistere, si spaccia per rivoluzionario tutto cio' che
ribalta questo modello senza modificarlo. Avviene allora che si inventino
spazi nei quali tutti possano dirsi artisti o opinionisti o altro, e che
l'accento non vada posto su che cosa viene detto o su chi e' stato ad
ascoltare, ma sul fatto che si e' avuta la possibilita' di prendere la
parola. Come dire: stavolta tocca a me. Che poi le parole cadano nel vuoto,
questo e' del tutto indifferente. Penso a volte: siamo troppo mediamente
benestanti, mediamente comodi, mediamente foderati di fronte alla sofferenza
nostra o altrui, siamo troppo al sicuro da una qualunque urgenza perche'
nascano idee, politica, curiosita', arte davvero.

4. MONDO. MARIA G. DI RIENZO: QUALCHE NOTIZIA D'OTTOBRE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo articolo. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di
Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti,
Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza
velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli
2005]

L'Unicef, in collaborazione con il governo turco, sta conducendo dal 2003 un
programma chiamato "Haydi Kizlar Okula" ("Su' ragazze, andiamo a scuola").
Il programma ha portato a tutt'oggi 120.000 bambine ad accedere
all'istruzione scolastica. La frequenza scolastica e' obbligatoria, in
Turchia, sino al compimento dei 14 anni, eppure mezzo milione di ragazze
ancora non vanno a scuola, principalmente per l'erroneo convincimento che
l'Islam proibisca l'istruzione delle femmine. Gli imam turchi sono stati di
grande aiuto alla campagna.
*
Un giudice spagnolo ha ordinato ad un Imam di studiare la Costituzione del
paese e la Dichiarazione universale dei diritti umani. (fonte: "Daily
Telegraph", primo ottobre 2005). Mohamed Kamal Mustafa, che ha scritto un
libro in cui si insegna agli uomini musulmani come battere le mogli senza
lasciar loro addosso cicatrici o lividi, e' stato multato ed ha ricevuto una
sentenza a 15 mesi di carcere lo scorso anno, perche' riconosciuto colpevole
di incitare alla violenza contro le donne.
*
Le donne australiane che cercano aiuto perche' subiscono violenza domestica
non lo trovano: secondo il rapporto dell'"Istituto australiano per la salute
ed il welfare" circa 100.000 donne si sono rivolte alle agenzie pubbliche
durante il 2003 e il 2004, e circa un terzo di esse stava cercando di
fuggire da situazioni di violenza domestica. Piu' della meta' di queste
ultime, oltre 15.000 donne, sono state ignorate dai servizi pubblici.
*
E' morta a 84 anni Constance Baker Motley, la prima donna afroamericana a
diventare giudice federale nel 1966. Nota avvocata per i diritti civili,
lotto' contro la segregazione razziale nel sud degli Usa e condusse la
battaglia legale che porto' all'ammissione di uno studente nero
all'Universita' del Mississippi nel 1962. Nata a New Haven, Connecticut, nel
1921, Motley era la nona di 12 tra  fratelli e sorelle. La sua famiglia non
poteva permettersi di mandarla al college e fu un attivista bianco a pagare
i suoi studi, dopo averla sentita tenere un discorso pubblico quando aveva
18 anni. Motley credeva nel progresso sociale: "Qualcosa che pensiamo
impossibile ora, non sara' impossibile fra dieci anni".

5. RAZZISMO. SHERIF EL SEBAIE INTERVISTA ELHAM AGID
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 30 settembre 2005.
Sherif El Sebaie, nato al Cairo, vive a Torino; parla correntemente
italiano, francese, inglese, greco e arabo; piu' volte insignito di
onorificenze dalle autorita' politiche, diplomatiche, religiose e militari
dei governi francese, italiano ed egiziano, vicepresidente del Rotaract Susa
(distretto Rotary 2030), dal 2005 e' segretario del "Coordinamento
immigrati" di Torino; opinionista, collaboratore de "Il Manifesto",
redattore di "Aljazira.it", ha collaborato con "La Stampa", "La Repubblica"
e Radio radicale; insegna arabo in un corso presso il Politecnico di Torino;
nel 2004 ha curato una mostra sull'Islam e il Cristianesimo ortodosso e
pubblicato il libro Al Ka'bah.
Elham Agid e' la madre della bambina aggredita giorni fa a Biella da
giovanissimi razzisti]

Alla fine sono stati identificati: i tre ragazzini di Biella che l'altro
ieri hanno aggredito una tredicenne italo-marocchina incidendole una
svastica sul braccio sono stati denunciati al Tribunale per i minorenni di
Torino e alla Procura di Biella. Le accuse: lesioni personali lievi,
violenza privata e atti discriminatori verso stranieri. Abbiamo intervistato
la madre, la signora Elham Agid, visibilmente agitata e preoccupata per il
futuro dei suoi figli.
- Sherif El Sebaie: Signora Elham, da quanto tempo vivete a Tollegno?
- Elham Agid: Ci siamo trasferiti qua nel novembre del 2004, dopo la morte
di mio marito. Dovevo cercare lavoro e dalle nostre parti non ce n'era
molto, anche se sono laureata in lettere arabe. Ma il mio titolo non e'
riconosciuto in Italia e ci vogliono almeno due anni per l'equipollenza...
- Sherif El Sebaie: E come sopravvive ora?
- Elham Agid: Lavoro presso una cooperativa, la Casa del Riposo, dove si
occupano degli anziani.
- Sherif El Sebaie: Come e' stata accolta nella cittadina?
- Elham Agid: Bene, qui ho trovato molti amici. Il Comune e il sindaco hanno
fatto di tutto: mi hanno anche dato una casa popolare, per fortuna.
- Sherif El Sebaie: E' la sua unica figlia?
- Elham Agid: Oriana e' la piu' piccola, ha anche due fratelli gemelli di 14
anni.
- Sherif El Sebaie: Si chiama Oriana?
- Si'. Mio marito ci teneva, anche se avrei voluto chiamarla Miriam. E
infatti a casa la chiamo cosi'.
- Sherif El Sebaie: E nessuno di loro e' mai stato vittima di episodi simili
di razzismo?
- Elham Agid: No. Io me li tengo stretti. Sono tutti casa e scuola e quando
usciamo lo facciamo sempre insieme.
- Sherif El Sebaie: Che cosa e' successo esattamente quel giorno?
- Elham Agid: Mia figlia e' uscita per buttare la spazzatura, verso le 7,15,
prima di andare a scuola. E loro l'aspettavano li'. L'hanno picchiata, le
hanno dato pugni in faccia, l'hanno spinta e fatta cadere per terra. Ora ha
un ginocchio verde, graffi sul viso per non parlare del "tatuaggio" che le
hanno inciso sul braccio, quella svastica...
- Sherif El Sebaie: E' tornata a casa piangendo?
- Elham Agid: No, voleva proteggermi. L'hanno minacciata. Si e' sciolta i
capelli per nascondere i graffi. In classe non e' riuscita a trattenere le
lacrime e sono stati gli insegnanti a scoprire quanto e' accaduto e a
chiamarmi.
- Sherif El Sebaie: E adesso come sta?
- Elham Agid: E' sotto shock. Ha parlato solo con i carabinieri, e ora non
parla piu'. Dorme spaventata e si sveglia piangendo.
- Sherif El Sebaie: Secondo lei, le accuse generali ai musulmani in questo
periodo hanno contribuito a questo episodio?
- Elham Agid: Cosa vuole che le dica? Spero di no...
- Sherif El Sebaie: E' vero che vorrebbe rimandare i figli in Marocco?
- Elham Agid: Con il clima che si e' creato, ci ho pensato per un attimo. Ma
loro sono cittadini italiani, come lo era loro padre e come lo sono io.
- Sherif El Sebaie: Qualcuno si e' messo in contatto con lei?
- Elham Agid: Mi ha chiamato un rappresentante della Islamic Anti Defamation
League. Poi sono venuti il Sindaco e il Presidente della Provincia. Mi hanno
detto che ho tutto il loro appoggio, che potevo mettermi in contatto quando
avevo bisogno. Che quelli che hanno fatto questo a mia figlia avrebbero
pagato.
- Sherif El Sebaie: Lei pensa che dovrebbero pagare?
- Elham Agid: Sono solo dei ragazzini. Io spero solo che non lo facciano a
nessun altro. Soffriamo tutti. Allah perdona, e lo fa con tutti. Potrei
farlo anch'io: spero di avere questa forza.

6. AUTOGESTIONE. BENJAMIN DANGL INTERVISTA CELIA MARTINEZ
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a  disposizione nella sua traduzione la seguente intervista.
Benjamin Dangl, giornalista, ha viaggiato e lavorato in Argentina dal 2001;
e' l'editore di www.UpsideDownWorld.org, un giornale online che si occupa di
attivismo e politica in America Latina, e di www.TowardFreedom.com
Celia Martinez e' operaia della fabbrica tessile autogestita Brukman a
Buenos Aires]

Il 18 dicembre 2001, 52 operai della fabbrica tessile Brukman, in
maggioranza donne, si rifiutarono di continuare a lavorare sino a che i
dirigenti non avessero pagato loro gli stipendi arretrati.
Piegata dai debiti e dalla crescente bancarotta, la proprieta' aveva
"saltato" due paghe. Fu chiesto ai lavoratori di tornare ai propri posti, ma
le macchine per cucire rimasero silenziose. Jacobo Brukman, uno dei
proprietari della fabbrica, disse loro: "Se pensate di saper dirigere questo
posto meglio di me, allora vi daro' le chiavi". Ma invece di dare le chiavi
agli operai, Brukman fuggi' dall'edificio. I lavoratori, che in maggioranza
non avevano neppure i due pesos necessari a prendere l'autobus per tornare a
casa, restarono nella fabbrica e misero striscioni alle finestre su cui
stava scritto: "Vogliamo i nostri salari". Il giorno seguente, cominciarono
ad affluire alla fabbrica dimostranti che sostenevano i lavoratori. Durante
una conversazione telefonica, i proprietari Brukman offrirono agli operai di
prendersi due completi di vestiario a testa al posto degli stipendi. I
lavoratori rifiutarono e iniziarono un presidio permanente sulla strada
davanti all'edificio.
Poco dopo, un cliente della fabbrica Brukman li contatto' per una
consistente ordinazione di pantaloncini "bermuda". I lavoratori li
produssero, e usarono la maggior parte del denaro proveniente dalla commessa
per pagare i conti del gas e dell'elettricita' della fabbrica. Da questo
momento in poi cominciarono a gestirla completamente, organizzando i
contratti, i salari, il lavoro manageriale.
Cio' che era cominciato come una semplice domanda per gli stipendi arretrati
e' diventato una strenua lotta per il controllo della fabbrica Brukman.
Spinti dalla necessita' di sopravvivere e mantenere le proprie famiglie, gli
operai hanno tentato con tutti i mezzi legali di ottenere la proprieta'
della fabbrica che gestiscono, avendo contro politici, giudici e poliziotti
in assetto antisommossa. Le differenze politiche tra i lavoratori stessi
minacciarono piu' volte di dividerli e di indebolire la lotta: pure, quattro
anni piu' tardi, stanno ancora gestendo la fabbrica. Il loro esempio e'
diventato un simbolo e un'ispirazione per i lavoratori e gli attivisti in
Argentina e nel mondo intero.
Celia Martinez, operaia alla Brukman, e' stata parte di questa lotta
dall'inizio.
*
- Benjamin Dangl: I lavoratori della Brukman hanno attraversato
un'esperienza molto significativa. All'inizio chiedevate solo i salari
arretrati, ora la fabbrica e' in autogestione. Com'e' andata?
- Celia Martinez: Da principio volevamo solo che i capi parlassero con noi
degli stipendi. Poi, dopo il 19/20 dicembre, quanto l'economia crollo', i
dimostranti invasero le strade ed il presidente De la Rua fu costretto a
lasciare l'incarico, vedemmo cosa stava accadendo nel paese: tre governi si
erano formati e sciolti in poche settimane. La sinistra era tutta in strada,
e si univa. Io credo che la sinistra abbia sostenuto bene la protesta e che
il Pts (Partito socialista dei lavoratori) abbia lavorato duramente per
farla conoscere a tutto il mondo. E' sempre stata la sinistra a sostenerci
piu' di tutti gli altri. Direi che noi lavoratori della Brukman siamo stati
degli opportunisti: ci siamo lasciati circondare da persone che ci davano
coraggio, che ci dicevano di continuare a lottare. Cosi' abbiamo speso quasi
tutto il nostro tempo a mettere la fabbrica sotto il controllo dei
lavoratori senza nessun riconoscimento legale ed abbiamo lottato a lungo
contro il governo. Ora spero che riusciremo ad unire tutte le fabbriche che
sono state recuperate dai lavoratori e a creare un forte movimento in cui
aiutarci gli uni con gli altri. Ma adesso abbiamo visto l'attacco alla Zanon
(una fabbrica di ceramiche, fuori Buenos Aires, anch'essa gestita dai
lavoratori). La moglie di un compagno e' stata picchiata, le hanno tagliato
tutta la faccia e la parte superiore del corpo. Percio' non so cosa dobbiamo
aspettarci in futuro. Vorremmo riuscire a lavorare e a guadagnarci un
salario. Non e' facile per queste fabbriche recuperate entrare nel mercato.
Ci stanno riuscendo quelle metallurgiche, ma noi tessili non stiamo andando
altrettanto bene. A stento abbiamo ordinazioni, e i nostri passati clienti
non rispondono. Temiamo che sia per via dei prodotti cinesi. La stessa cosa
era accaduta negli anni '90, quando Menem era presidente: le piu' grandi
fabbriche tessili andarono a produrre in altri paesi, dove la manodopera
costava meno.
*
- Benjamin Dangl: Com'e' organizzata, ora, la Brukman? Tenete assemblee
settimanali? Ognuno ha diritto di voto e riceve lo stesso salario?
- Celia Martinez: Si', prendiamo gli stessi soldi per lo stesso lavoro, e
ogni persona ha un voto. Le assemblee sono settimanali o quindicinali,
dipende dalle necessita' che ci sono. Succede che ci riuniamo anche tre
volte in una settimana, se abbiamo bisogno di discutere. Abbiamo una
commissione direttiva, con un presidente e un segretario, eccetera.
All'inizio avevamo solo una commissione interna.
*
- Benjamin Dangl: Cosa discutete, durante le assemblee?
- Celia Martinez: Di cose che hanno a che fare con il lavoro, di cosa ci
serve, dei problemi legali e dei problemi con le macchine.
*
- Benjamin Dangl: Qual e' il segreto di una cooperativa di successo?
- Celia Martinez: Non e' ancora una cooperativa di successo, percio' non
posso darti la ricetta. Ma penso che la ricetta comprenda un bel po' di
democrazia e di coscienza di classe.
*
- Benjamin Dangl: In un'intervista, la tua collega di lavoro Matilda Adorno
ha raccontato delle prime assemblee che facevate subito dopo aver preso in
gestione la fabbrica. Lei dice che "Per molti di noi era difficile capire
come vivere insieme, come trattarsi con rispetto. Adesso abbiamo imparato
come si sta nelle scarpe di un altro e abbiamo fatto la pace. Durante le
assemblee saremmo capaci di cavarci gli occhi, voglio dire che non abbiamo
paura di sostenere ciascuno con molta forza i nostri punti di vista, ma dopo
si beve il mate insieme". Puoi dire qualcosa di piu' di questa esperienza?
- Celia Martinez: All'inizio pensavamo che tutti i compagni erano uguali, e
si tentava di vedere con questi occhi, credendo che ognuno avesse gli stessi
scopi. Ma a volte non e' proprio cosi'. Inoltre, devi abituarti a parlare in
assemblea di cosa ti preoccupa, di cosa vuoi, e devi imparare ad esprimere
la tua posizione: la posizione del tuo lavoro politico e la tua posizione
umana. Queste sono cose importanti di cui parlare insieme. La discussione
puo' essere accesa, ma quando l'assemblea e' finita, e' finita anche la
discussione.
*
- Benjamin Dangl: Qual e' il problema piu' grande per le fabbriche
recuperate che funzionano come cooperative?
- Celia Martinez: Riuscire a entrare nel mercato. E' molto difficile. Un
capitalista puo' perdere migliaia di dollari, noi no, perche' non abbiamo la
stessa forza economica alle spalle. Viviamo alla giornata.
*
- Benjamin Dangl: In una tua intervista pubblicata su www.LaVaca.org hai
detto che il tuo orientamento politico e' stato mutato da questa esperienza.
Puoi spiegarmelo?
- Celia Martinez: Io ero una peronista, come mio marito ed i miei figli. Ma
quando prendemmo la fabbrica, andai dai peronisti della mia comunita' per
avere aiuto. Andai da un senatore peronista che viveva vicino a casa mia,
per avere aiuto e consiglio, perche' veramente non sapevo cosa fare. Lui non
mi rispose mai, la sinistra invece si', e mi aiuto' a continuare a lottare.
Penso che di tutte le lotte di questi anni, la nostra alla Brukman sia
diventata esemplare. E' famosa in tutto il mondo, giornalisti da ogni dove
vengono a parlare con noi. I peronisti avrebbero voluto far tornare il
nostro vecchio padrone, di modo che noi finissimo per essere di nuovo
schiavi.
*
- Benjamin Dangl: Io ero qui in Argentina, nel 2002, e ho visto il crescere
di una coscienza sociale e politica straordinaria: assemblee, dimostrazioni,
autogestione delle fabbriche. Molto e' cambiato, ora. La gente di Buenos
Aires non sostiene le proteste ed il movimento delle fabbriche recuperate
con la stessa forza di allora. Cosa e' successo?
- Celia Martinez: La situazione politica del paese e' cambiata. Molta gente
ha fiducia nel presidente Kirchner, perche' sembra un po' di sinistra,
sembra un presidente che sta con il popolo, ma io non credo sia vero. Per
esempio, sono convinta che continuera' a pagare il Fondo Monetario
Internazionale. Almeno, pero', c'e' un po' piu' di lavoro. La classe media
si sta riprendendo, ed erano i suoi membri a stare per strada perche'
avevano perso tutti i loro soldi nella bancarotta delle infrastrutture
economiche del paese. Ora non e' piu' cosi'. La loro situazione economica
sta migliorando.

7. LIBRI. MARIA ANTONIETTA SARACINO: LE PAROLE, IL DOLORE. LETTERATURA
SUDAFRICANA OGGI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 5 ottobre 2005. Maria Antonietta
Saracino, anglista, insegna all'Universita' di Roma "La Sapienza"; si occupa
di letterature anglofone di Africa, Caraibi, India e di multiculturalismo.
Ha curato numerosi testi, tra cui Altri lati del mondo (Roma, 1994), ha
tradotto e curato testi di Bessie Head (Sudafrica), Miriam Makeba
(Sudafrica), la narrativa africana di Doris Lessing e Joseph Conrad, testi
di Edward Said, di poeti africani contemporanei, di Aphra Behn; ha curato
Africapoesia, all'interno del festival Romapoesia del 1999; ha pubblicato
saggi sulle principali aree delle letterature post-coloniali anglofone,
collabora regolarmente con le pagine culturali de "Il manifesto" e con i
programmi culturali di Radio3]

Quando, nel 1991, dopo oltre un quarto di secolo passato in una cella del
carcere di massima sicurezza di Robben Island - l'isola-prigione al largo di
Cape Town - Nelson Mandela venne rimesso in liberta', furono in tanti nel
mondo che, assistendo commossi all'evento, si domandarono non senza
preoccupazione se quell'avvenimento tanto atteso non avrebbe portato con
se', oltre a una comprensibile gioia, una scia di sangue lunga almeno quanto
quella che per decenni l'aveva preceduto. Era infatti gia' chiaro a tutti
quanto non fosse semplice la gestione di un passaggio storico epocale quale
era la fine dell'apartheid - di quella separazione (tale e' infatti il
significato del termine in afrikaans) che dal 1947 in poi aveva modificato,
fino a stravolgerlo del tutto, l'assetto umano, geografico, storico,
politico, ma anche economico, culturale e - non ultimo - letterario di una
intera nazione, la piu' grande, prospera e ricca del continente africano, e
tuttavia la piu' tormentata e in balia di dinamiche opposte tra loro. Non a
caso fra gli altri appare necessario nominare l'aspetto letterario. Perche'
in Sudafrica piu' che altrove gli intellettuali - in patria, ma assai di
piu' in esilio - sono stati motore e forma del processo di quel cambiamento
politico. Messi in prigione, al bando, in esilio per i lunghi decenni in cui
ha imperato l'apartheid, sono stati loro i portabandiera di quella
"coscienziosa consapevolezza" della quale tante volte aveva parlato Nadine
Gordimer, rivendicando il fatto che proprio per il dovere di essere "piu'
che uno scrittore", l'intellettuale sudafricano non avesse potuto per
decenni disgiungere il proprio ruolo culturale da quello politico; come non
avesse potuto mai abdicare al ruolo di coscienza critica, civile, della
societa' alla quale apparteneva.
*
E' certo anche grazie alla presenza dei tanti intellettuali rientrati in
patria dopo anni di esilio, che il nuovo parlamento - con Mandela prima, e
con Thabo Mbeki poi - ha potuto prendere l'avvio cosi' come ha fatto, con lo
straordinario processo di ricomposizione della memoria storica attraverso
l'operato del Truth and Reconciliation Committee, di quel "Tribunale per la
verita' e la riconciliazione" che nel corso di due anni e mezzo e sotto la
guida morale dell'arcivescovo Desmond Tutu ha messo di fronte l'uno
all'altro, volontariamente, vittime e carnefici, in un vero e proprio "bagno
di verita'" come non se n'era mai visti di uguali nella storia e come
difficilmente se ne vedranno. Di questa straordinaria operazione rimane
traccia nei documenti della Commissione, ma anche in un bellissimo testo,
Under My Skull, della poetessa e giornalista afrikaner Antjie Krog, che
apparira' in traduzione italiana nel 2006 e da cui e' stato liberamente
tratto il film In My Country, con Juliette Binoche nei panni di Krog
medesima. Under My Skull e' uno scritto importante perche' dimostra come la
nuova storia del Sudafrica abbia bisogno non solo di essere tradotta in
parole, ma anche fermata tra le pagine di testi nei quali molti generi
letterari diversi offrono la propria voce alla ricostruzione di vicende che
sono al tempo stesso individuali e collettive, generi che vanno dal
documento storico al memoir privato, dalla poesia alla cronaca, alla storia
orale.
Ecco di nuovo la storia, quella con la s maiuscola, fare da ossatura al
discorso letterario, e la coscienziosa consapevolezza - che prima dello
spartiacque rappresentato dalla liberazione di Mandela imponeva agli
scrittori il ruolo di rigorosi testimoni, di portavoce di una situazione di
violenza e sofferenza estreme - oggi, per quello stesso amore di verita', fa
emergere tanto gli inevitabili scheletri del recente passato quanto le
debolezze e le contraddizioni dell'ancor fragile presente in opere assai
diverse tra loro per costruzione narrativa e uso del linguaggio: opere
intrise di una consapevolezza della storia dalla quale i singoli autori, che
raccontano dal punto di vista di testimoni oculari, ancora non possono
distaccarsi - ma al tempo stesso nuove, perche' nuova e diversa e'
l'emozione che li sottende. Seppure le ferite siano ancora dolorose, oggi
gli autori scrivono da individui liberi, che non debbono scegliere che cosa
raccontare; che non vogliono nascondere o dimenticare il passato, ma che
anzi lo rielaborano narrativamente, forse anche per potersene liberare.
*
Cosi' fa Achmat Dangor, musulmano, meticcio, classe 1948, in Frutto amaro
(traduzione di Valeria Bastia, Frassinelli, pp. 336, euro 18) mettendo al
centro del suo romanzo una storia non infrequente nel Sudafrica
dell'apartheid, ossia lo stupro di donne nere, in detenzione, da parte dei
loro carcerieri boeri. La storia qui parte dal presente, dal giorno in cui
il nero Silas si imbatte casualmente, tra i banchi di un supermercato, in
una figura del passato, il boero Du Boise, che venti anni prima, da
militare, durante una retata di presunti dissidenti politici aveva
violentato la sua giovane moglie, Lydia, davanti agli occhi del marito,
ammanettato al furgone che li trasportava. Esito di quella violenza e' il
giovane Michael, che la coppia accetta e cresce come figlio di entrambi, nel
segreto condiviso di una vita fatta di apparente equilibrio. Ma l'incontro
casuale di Silas restituisce un passato che non si puo' piu' ignorare, il
cui fantasma non potra' che sconvolgere le vite dei tre protagonisti, quella
di Lydia, in particolare, che negli anni aveva taciuto, per mantenere il
diritto alla privatezza del suo dolore; per non esserne espropriata,
racconta, condividendolo con il marito o con la comunita' di appartenenza.
Ragione per la quale aveva scelto di non apparire davanti alla Commissione
per la verita' e la riconciliazione, quando avrebbe avuto la possibilita' di
accusare il suo violentatore di un tempo. Un dolore che sceglie di portare
da sola, perche', dice Dangor "solo le donne, esseri dotati di utero,
possono portare sulle proprie spalle il fardello della muta tragedia della
storia".
*
E il tema del dolore delle donne, nel Sudafrica di oggi, investe prepotente,
da una diversa angolatura, Da madre a madre di Sindiwe Magona (traduzione di
Rosaria Contestabile, Goree, pp. 285, euro 16). Un romanzo in forma di
lettera, ma al tempo stesso anche di diario e di racconto orale. A scrivere
la lettera, diretta a un'altra donna come lei, ma bianca, e americana, e'
Mandisa, il cui figlio Mxolisi, poco piu' che adolescente, e' in carcere per
aver ucciso la figlia della donna americana alla quale si rivolge, una
studentessa bianca che nel 1993 si trovava in Sudafrica come volontaria, per
aiutare la comunita' locale ad organizzare le prime elezioni democratiche.
Non una boera, dunque, ne' una figlia del Sudafrica ricco. Solo una bianca,
contro la quale si dirige, al grido di "Un colonizzatore, una pallottola!",
l'improvviso indiscriminato attacco di rabbia di un gruppo di giovani neri.
Un episodio realmente accaduto, per il quale i protagonisti sono tuttora
condannati. E dunque la lettera, lo sfogo accorato della madre
dell'assassino, non cerca perdono o impossibili giustificazioni. Il fatto e'
accaduto e nessuno lo puo' contestare. Quel che Sindiwe Magona fa raccontare
alla sua protagonista, e' il contesto nel quale l'episodio e' maturato. Sono
gli ultimi durissimi trent'anni di apartheid, con i trasferimenti forzati
dei neri fuori dalle citta', lo stravolgimento delle culture, delle
abitudini, l'assenza della scuola e della legalita'. Sono la poverta',
materiale e morale, la paura, la fatica del vivere. Un racconto che mostra
come la grande storia altro non sia che il prodotto di milioni di singole
storie individuali, che nessuno racconta, e come a pagare piu' di tutti, in
modi diversi, siano sempre le figure socialmente piu' deboli: le donne e i
bambini.
*
E di bambini - ma in una prospettiva del tutto diversa da quella che ci si
potrebbe aspettare - parla Tredici centesimi, di K. Sello Duiker (traduzione
di Sara Fruner, Cargo, pp. 158, euro 10), romanzo breve ma durissimo, che
colpisce il lettore come un pugno nello stomaco. L'io narrante, Azure, nero
ma con l'anomalia di due intensi occhi azzurri, da cui il nome, ha tredici
anni, e' solo al mondo, vive per strada, nei sobborghi di Cape Town, per
mangiare si arrangia o fruga nella spazzatura, e come altri nella sua
situazione, per sopravvivere si prostituisce. Con uomini bianchi,
benestanti, che lo accolgono per qualche ora nelle loro case eleganti, e ne
usano il giovane corpo in cambio di cibo e pochi spiccioli, e che mettono
alla porta subito dopo. Un bambino cresciuto in fretta, che vive tra
prostitute e spacciatori - l'unico spaccato sul mondo degli adulti che gli
sia dato conoscere - e che sogna: sogni terribili che al risveglio si sforza
di far diventare realta', sogni nutriti di vendetta, di fuoco e di mare.
Caratterizzato da un ritmo incalzante, da una struttura narrativa mossa, nel
suo sovrapporre sogno e realta', presente e passato, il romanzo e' tanto
intenso che si stenta a credere che non sia autobiografico: un dato, questo,
che forse non conosceremo mai, perche' nel gennaio del 2005, non ancora
trentenne e subito dopo aver vinto proprio con questo libro un importante
premio letterario, Sello Duiker si e' suicidato. Un'altra delle morti che -
insieme a quelle per aids, piaga endemica in tutta l'Africa subsahariana e
della quale troppo poco si parla - ha recentemente colpito la giovane
letteratura africana, portandosi via alcuni dei suoi talenti piu'
promettenti.
*
Se Tredici centesimi si chiude con la visione, dall'alto di un promontorio
che sovrasta Cape Town, della sottile linea di confine tra cielo e mare, con
Il cielo di Cape Town, della sudafricana bianca Patricia Schonstein Pinnock
(traduzione di Flavia e Costanza Rodota', Editrice Pisani, pp. 205, euro 13)
la prospettiva su questa citta', la piu' bella e complessa del Sudafrica,
certamente la piu' ricca, e' riproposta dal basso, da quello stesso mare sul
quale la citta' si affaccia; dal punto in cui lo sguardo si innalza ad
abbracciare e contenere lo Skyline (questo il titolo originale del romanzo)
ossia il profilo di un gigantesco grattacielo che segna la linea di confine
tra la citta' ricca e prospera, e uno dei suoi quartieri piu' poveri e
degradati. » in questa parte della citta' che si riversa, nell'onda di
speranze e aspettative apertasi con la fine dell'apartheid, una folla di
personaggi provenienti da luoghi diversi dell'Africa, dal Mozambico come dal
Rwanda, dal Sudan come dalla Nigeria, clandestini in fuga dalla guerra e
dalla miseria, spinti da un solo miraggio: arrivare nel paese di Nelson
Mandela, il nuovo re dell'Africa, dicono, dove tutto per forza deve essere
bello, dove troveranno cibo e rifugio, lontano dalle guerre, dalla polizia,
dal dolore. E man mano che arrivano e si presentano, con il loro bagaglio di
speranze e di racconti, vediamo lo Skyline - prontamente ribattezzato "il
crocevia dell'Africa" - popolarsi di una umanita' ferita ma anche piena di
speranza e di un certo ottimismo. E i racconti dei singoli personaggi, come
tessere di un disegno che sembra ricomporre tutto un continente, arrivano
accompagnati e trasposti in forma visiva nelle tele del mozambicano
Sebastiao, che alla pittura affida il compito di liberarlo dal pesante grumo
di dolore che si porta dentro.
*
A questo miraggio di un nuovo Sudafrica prospero e sicuro, promanazione
diretta e in certo modo indolore della fine dell'apartheid, avevano creduto
in molti, che avevano immaginato che la transizione e la ricostruzione del
nuovo sistema politico e sociale avrebbe avuto tempi piu' brevi di quanto
non sia avvenuto. Un senso di delusione di speranze troppo a lungo tenute a
freno, che serpeggia in tutta la letteratura sudafricana di anni recenti,
come testimoniano tutte le narrative delle quali qui si parla, esempio
infinitesimale, rispetto a quanto si puo' leggere in lingua originale. E se
nel Cielo di Cape Town la delusione, che pure esiste, e' sempre accostata
alla necessita' di dar voce alle cause della attuale situazione che il paese
vive, nella saggistica non e' cosi', come si legge nelle pagine durissime di
Noi siamo i poveri. Lotte comunitarie nel nuovo apartheid (traduzione di
Marina Impallomeni, DeriveApprodi, pp.190, euro 15) del sociologo
sudafricano di origine indiana e attivista politico Ashwin Desai, apparso in
italiano con la prefazione di Naomi Klein e Franco Barchiesi. Klein presenta
questo saggio come "uno dei libri migliori su globalizzazione e resistenza",
qualita' che deriva dal fatto che il testo nasce dalle storie umane dei
singoli personaggi, che compongono la township di Chatsworth a Durban. Una
raccolta di storie orali dunque, accompagnata da dati e cifre, nel tentativo
di capire perche' nel Sudafrica di oggi l'Anc non sia stata in grado di
risolvere, per il paese, almeno alcuni dei bisogni piu' urgenti, quali il
bisogno di acqua, medicine, elettricita' e terra. Delusione ancora piu'
grande, perche', sostiene Desai, "l'intera lotta di liberazione si era
fondata sulla creazione di una fede quasi religiosa verso un ristretto
gruppo di dirigenti che avevano fatto credere a milioni di persone che tutto
si sarebbe risolto una volta che Nelson Mandela e l'Anc fossero arrivati al
potere".
*
Dunque, a undici anni dalle prime elezioni democratiche, il Sudafrica e'
ancora un paese fortemente in bilico tra un presente che non ha ancora visto
realizzarsi gran parte delle aspettative promesse, e un passato - recente e
lontano - che sull'oggi ancora grava pesantemente. Un "prima" che ci si
vorrebbe lasciare alle spalle, ma che non si puo' ne' si deve cancellare,
proprio per non correre il rischio che gli errori del passato tornino a
ripetersi. Di questo tormentato e ambiguo rapporto con il passato parla
Verranno dal mare, del cinquantasettenne Zakes Mda, certamente il piu'
interessante tra gli scrittori neri dell'ultima generazione. Si tratta di
una narrativa potente, magistralmente tradotta in italiano da Maria Baiocchi
(e/o, pp. 343, euro 15) che su un ricco tessuto metaforico costruisce un
racconto che lega presente e passato, procedendo a ritroso, quasi all'inizio
della espropriazione da parte dei bianchi ("in nome di Vittoria, Regina
d'Inghilterra") dei ricchi e fertili territori del Capo, appartenenti agli
xhosa, che da allora non avrebbero piu' avuto pace, ne' cibo di cui
nutrirsi. E racconta di come tale strategia di accerchiamento fosse
falsamente sostenuta dalle parole di una profetessa-bambina, che nel 1856
aveva annunciato al popolo xhosa che i loro antenati sarebbero tornati dal
mare, per salvarli dai bianchi e dalla carestia, a patto che essi
uccidessero tutto il bestiame e bruciassero i raccolti. A crederle furono
purtroppo in molti, costretti da allora ad abbandonare le terre nelle mani
dei bianchi e a scendere nelle miniere consumando per loro le proprie gia'
stremate esistenze. Cosi' che Verranno dal mare, grazie anche a un sapiente
impasto linguistico di inglese e xhosa, usa abilmente la storia del passato
per spiegare e narrare le difficolta' del presente.
*
Postilla
Non c'e' probabilmente da stupirsi (ma certo non da rallegrarsi) che a
guidare la lista dei libri piu' venduti nelle librerie di Johannesburg o di
Cape Town non siano i testi di narrativa che rendono la nuova letteratura
sudafricana fra le piu' interessanti del continente, ma i bestseller globali
che si ritrovano in cima alle classifiche di New York o di Roma o di Tokyo.
Secondo dati resi pubblici da Nielsen BookScan, i due titoli che in questo
2005 hanno sbaragliato qualsiasi concorrenza in Sudafrica sono infatti il
sesto tomo della saga di J. K. Rowling, Harry Potter e il principe
mezzosangue, e Il Codice Da Vinci di Dan Brown. Il primo ha battuto
qualsiasi record locale, vendendo il giorno stesso del suo lancio in
libreria, il 16 luglio, ben quarantamila copie, mentre il secondo detiene un
primato assoluto, visto che dalla sua uscita, lo scorso aprile, ha
addirittura superato le centomila copie: cifre stratosferiche in un paese
dove, sempre secondo Nielsen BookScan, un titolo acquisisce uno status di
bestseller quando supera le tremila copie. A mitigare la malinconia per
queste letture cosi' omologate, si puo' pero' citare il duraturo successo
dell'autobiografia di Nelson Mandela, Lungo cammino verso la liberta'
(pubblicata in Italia da Feltrinelli nel '97).

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 32 del 6 ottobre 2005

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