La nonviolenza e' in cammino. 1073



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1073 del 4 ottobre 2005

Sommario di questo numero:
1. Mao Valpiana: Diciamo si' alla vita. E un esperimento e una proposta
2. Evelina Savini: Sognando insieme il sogno diventa realta': un si' per il
Brasile e per il mondo
3. Marcelo Barros: Disarmare i cuori per disarmare il paese
4. Paolo Giuntella: Si'
5. Raffaella Mendolia: Si'
6. Per sostenere il lavoro informativo di padre Ermanno Allegri e
dell'agenzia "Adital"
7. Alcuni siti utili per informarsi e sostenere il si' al referendum per il
disarmo
8. Giulio Vittorangeli: annus mirabilis, annus horribilis
9. Alessandro Dal Lago: Quello che l'Europa non riesce a vedere
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. MAO VALPIANA: DICIAMO SI' ALLA VITA. E UN ESPERIMENTO E UNA
PROPOSTA
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la
redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax  0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) per questo intervento. Mao (Massimo) Valpiana e' una
delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato
nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale e giornalista;
fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e'
diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di
intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale
del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di
Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel
1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese
militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il
riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega
obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante
la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta
per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e'
stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione
Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters
International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e'
stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle
forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da
Trieste a Belgrado nel 1991; nello scorso mese di giugno ha promosso il
digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana
rapita in Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto
con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario]

Ho fatto questo esperimento: ho chiesto ai miei colleghi di lavoro, alla
fruttivendola, al postino, al panettiere, al medico, alla farmacista, a
qualche conoscente che incontro spesso al supermercato, se sanno che il 23
ottobre ci sara' un referendum in Brasile. Tutti, senza eccezione alcuna, mi
hanno risposto di no. Ho spiegato loro che i brasiliani fra tre settimane
saranno chiamati a pronunciarsi sulla proibizione del commercio delle armi e
delle munizioni in Brasile, e poi ho chiesto ai miei interlocutori cosa ne
pensassero. Tutti, senza eccezione alcuna, mi hanno risposto che e' una
buona cosa, e che sperano vinca il si'. Qualcuno ha anche aggiunto che un
referendum simile ci vorrebbe pure in Italia, perche' c'e' troppo violenza
diffusa e troppe armi in giro sono un pericolo per tutti.
Poi sono andato in internet e con il motore di ricerca Google ho fatto la
ricerca "referendum Brasile": sono uscite solo le notizie provenienti dai
"nostri" siti (Peacelink, Pax Christi, Unimondo... con unica fonte
informativa fatta circolare da "La nonviolenza e' in cammino" e dai
missionari bolzanini).
*
Questo piccolo sondaggio in proprio mi ha rattristato. E' stata la conferma
della grave disinformazione che c'e' sul primo referendum al mondo contro il
commercio di armi. Le agenzie di stampa, i giornali, la televisione hanno
finora totalmente ignorato la notizia. E c'e' da pensare che il silenzio
proseguira' anche nelle prossime settimane. Si fara' un gran parlare di
legge elettorale e di primarie; nei cosiddetti spazi informativi del
servizio pubblico radiotelevisivo vedremo comparire "nani e ballerine",
mentre i sacerdoti dell'informazione continueranno ad adorare il dio
auditel, ma agli italiani non sara' spiegato che in un grande paese come il
Brasile i cittadini possono votare contro le armi.
In questa disinformazione a mio parere c'e' molta ignoranza (nel senso
letterale che i massimi responsabili dell'informazione del nostro paese sono
dei semianalfabeti su questioni importantissime), ma c'e' anche del dolo
(nel senso che non si vuol far sapere una notizia ritenuta non gradita ai
potenti).
Dunque, il referendum brasiliano pone a noi un problema legato
all'informazione. Viviamo ormai in una democrazia dimezzata, dove la gente
non puo' scegliere, perche' non e' messa nelle condizioni di conoscere.
Se gli italiani, attraverso le istituzioni, i partiti, la libera stampa, la
televisione di stato, fossero messi a conoscenza del fatto che per la prima
volta nel mondo un popolo e' chiamato a votare contro il commercio di armi,
forse anche qui da noi a qualcuno verrebbe l'idea di emulare una simile
scelta di civilta'. Ed e' questo che fa paura. Ed e' per questo che nelle
prossime settimane saremo sommersi dal chiacchiericcio sulle primarie del
centro-sinistra e magari anche del centro-destra, ma non ci sara' un solo
dibattito televisivo sul referendum brasiliano.
Il lavoro dei missionari bolzanini e dei tanti amici della nonviolenza che
stanno cercando di rompere l'omerta' attorno al referendum brasiliano e'
meritorio, e deve essere sostenuta con tutte le nostre forze.
*
Faccio una proposta ai partiti del centro-sinistra, molti dei quali dicono
di sentirsi impegnati sul tema della pace. Organizzare le primarie, che si
terranno il 16 ottobre, costa moltissimo e per questo a tutti gli elettori
verra' chiesto un contributo di un euro. Voteranno in alcuni milioni e
dunque la cifra raccolta sara' notevole. Una piccola parte di quei soldi
(dati volontariamente dai cittadini ai partiti) venga utilizzata per
acquistare il giorno 22 ottobre una pagina sui principali quotidiani
nazionali ("Repubblica", "Corriere", "Stampa", ecc.) per informare i lettori
sul referendum brasiliano e sostenere la campagna contro il commercio di
armi. Sarebbe un modo per costringere la stampa il giorno dopo a dare le
informazioni sull'esito referendario (ed inoltre le primarie acquisterebbero
cosi' un minimo di senso...).
Diciamo si' alla vita.

2. EDITORIALE. EVELINA SAVINI: SOGNANDO INSIEME IL SOGNO DIVENTA REALTA': UN
SI' PER IL BRASILE E PER IL MONDO
[Ringraziamo Evelina Savini (per contatti: evelina.savini at tiscali.it) per
questo intervento. Evelina Savini e' nella vita religiosa contemplativa,
amica della nonviolenza, partecipe ed animatrice di tante luminose
iniziative di pace e di solidarieta']

Il Brasile e' ancora capace di sognare: un si' per il Brasile e per il
mondo.
I dati ufficiali li conosciamo. La legge sul disarmo, approvata dalla Camera
Federale brasiliana nel giugno 2003, e il decreto attuativo, entrato in
vigore nel luglio 2004, hanno stabilito l'attuazione di un referendum
popolare contro il commercio delle armi da fuoco e munizioni.
Per amor di precisione: la legge n. 10.826 sul disarmo, conosciuta come
Statuto del disarmo, ratificata dal Presidente della Repubblica, Luiz Inacio
Lula da Silva, il 22 dicembre 2003, pubblicata  nella Gazzetta Ufficiale ed
entrata in vigore il giorno seguente - il decreto attuativo, n. 5.123 del
primo luglio 2004, e' stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale ed entrato
in vigore il 2 luglio 2004 - prevede che il suo articolo 35, che stabilisce
la proibizione del commercio delle armi da fuoco e delle munizioni, entri in
vigore solo se approvato con un referendum popolare, quello che si terra' il
23 ottobre 2005.
Come primo passo, l'atto legislativo ha istituito disposizioni piu' rigorose
per la circolazione di armi, ampliando fortemente il controllo e stabilendo
pene severe per il traffico d'armi.
Come secondo passo, contemporaneamente all'entrata in vigore del decreto, e'
stata lanciata una campagna per la consegna volontaria delle armi da fuoco
in cambio di un indennizzo monetario. Questa campagna e' diventata per il
Brasile un evento importantissimo. Dal suo inizio sono state consegnate
circa 450.00 armi da fuoco (dati di agosto 2005). Ma il fatto ancor piu'
importante e' che la stessa popolazione civile (sostenuta dalle varie
chiese, ong e associazioni democratiche) si e' fatta protagonista di tale
inaspettato successo, che ha portato alla riduzione in un anno dell'8,2%
delle morti per armi da fuoco (di fatto 3.234 morti in meno, in previsione
5.560). La significativita' dei risultati ottenuti e' un ottimo inizio, se
pensiamo che il Brasile e' il paese nel mondo col maggior numero di morti
per arma da fuoco, quasi 40.00 all'anno (dati 2003), di cui per il 90% si
tratta di civili.
Ora siamo in piena campagna elettorale per il referendum che si terra' il
prossimo 23 ottobre.
*
Sappiamo che si tratta del primo referendum della storia del Brasile e anche
del primo in assoluto nel mondo su tale problema. Questo e' gia' di per se'
un fatto straordinario.
Il referendum assume due valori entrambi di fondamentale rilievo.
Il primo, indipendentemente dal tema concreto, pone in gioco il tentativo di
passare da una democrazia rappresentativa a forme di democrazia diretta
popolare. Tutto cio' accade in un periodo di profonda crisi politica per il
paese.
*
La societa' brasiliana e' in stato di shock: diversi ministri del governo e
un numero impressionante di membri del congresso nazionale sono accusati di
corruzione. In questo clima di "Tangentopoli" le accuse di corruzione
rappresentano la punta di un iceberg che investe l'intera societa'
brasiliana.
In un'intervista rilasciata a "Carta capital" nel mese di settembre, Joao
Pedro Stedile, coordinatore del "Movimento dei senza terra", dichiara che
gli indici di investimento sono i piu' bassi di tutta la storia del paese, e
sostiene che la disoccupazione e' cresciuta raggiungendo 27 milioni di
adulti tra disoccupati e lavoratori informali. I problemi sono molto gravi:
la distribuzione della terra continua a creare poverta' e ingiustizia; il
diritto all'abitazione e' pressoche' inesistente. Sotto il profilo della
politica economica il governo ha cercato l'alleanza coi settori borghesi del
capitale produttivo brasiliano, forse, dice Stedile, senza rendersi conto
che questi sono del tutto subordinati al capitale internazionale e
finanziario. Cio' ha continuato l'opera secolare di prosciugamento delle
risorse locali a favore dei capitali esteri. Inoltre, il neoliberismo ha
appiattito le coscienze ideologiche e progettuali degli accademici, degli
intellettuali, dei partiti. La pratica politica della sinistra in genere e
del Partito dei Lavoratori (Pt), che tante speranze aveva suscitato con
l'ascesa di Lula alla presidenza, sta subendo un grave deterioramento che,
secondo Stedile, e' comune a tutta l'America Latina. "Si e' sostituito alla
convinzione ideale il marketing politico, il lavoro volontario con il
pagamento in denaro di qualsiasi incarico di partito, si e' sostituita la
generosita' del militante con la disputa per gli incarichi, si e' sostituito
il dibattito sul progetto con il pragmatismo del comando... Si e' sostituito
il lavoro di base con cupole centralizzate, molto ben preparate
ideologicamente, ma che non hanno democratizzato il dibattito, aspettando le
decisioni di chi sta in alto" ("Carta Capital", 19 settembre 2005).
Si e' in tal modo creata una crisi politica di rappresentanza. Molti
militanti stanno abbandonando il Pt e i partiti della sinistra perche' si
sentono traditi e inascoltati dai vertici. Il discredito della classe
politica e' sempre maggiore, col pericolo che si crei una cultura sociale
della legge del piu' forte, di colui che ha meno scrupoli.
La destra naturalmente cavalca la situazione, enfatizza a dismisura le
accuse di corruzione a carico del governo e si sta preparando per una
successione forte e repressiva: i segnali di barbarie sociale che vanno
aumentando ne sono un chiaro indicatore.
Occorre poi aggiungere che la classe imprenditoriale locale, la piu' critica
contro i cosiddetti "politici corrotti", e' sovente responsabile di non
pagare le tasse e depositare nei "paradisi fiscali" cifre che si aggirano
sull'ordine di centinaia di miliardi di dollari.
In piu' le multinazionali assaltano il paese, utilizzando i risparmi
depositati nelle banche locali per finanziare i loro progetti con la
complicita'dei dirigenti finanziari.
*
In una situazione globale cosi' critica, il referendum, quale strumento di
partecipazione popolare nella presa di decisioni rilevanti sulla vita
pubblica, verrebbe a fungere da contrappeso al deterioramento degli
strumenti che permettono l'espressione della volonta' popolare.
Pei noi, in Italia le esperienze referendarie, specie le ultime, non sono
certo state esaltanti. Ma il Brasile e' ancora capace di sognare e di
pensare che la prima autentica partecipazione diretta del popolo sia una
grande passo avanti, anche perche', in occasione del referendum, ci sara' un
nuovo censimento nel paese per ridurre le frodi elettorali e per dare alla
popolazione povera un documento con fotografia che avra' valore legale
ufficiale.
Questo e' il primo grande motivo per testimoniare e solidarizzare col
referendum e col Brasile dei senza terra, dei poveri, delle donne, degli
emarginati, dei bambini di strada, dei giovani disoccupati, dei neri e
mulatti delle periferie urbane; un Brasile che, nonostante la poverta' e
l'ingiustizia; vuole caparbiamente andare avanti sulla via della democrazia.
*
Il secondo motivo che ci induce a solidarizzare fortemente col sogno
brasiliano, nella speranza anche che possa risvegliare le nostre assopite
coscienze e introdurre un po' di sabbia negli ingranaggi del commercio
mondiale delle armi, e' quello specifico della diminuzione della violenza.
Su questo, da donna, sottolineo la violenza domestica. Afferma Antonio
Rangel Bandeira, autore del libro "Armi da fuoco: protezione o rischio?",
che quasi la meta' delle donne morte per arma da fuoco in Brasile sono state
uccise con le armi di casa dai loro compagni, mariti e fidanzati, in stato
di ubriachezza o per gelosia.
L'abolizione del commercio delle armi da sola non basta, ma e' comunque il
primo indispensabile passo per quelli successivi che dovranno essere,
secondo Bandeira (vedi l'intervista in www.adital.com.br riprodotta anche su
questo foglio), "l'umanizzazione del sistema carcerario, la
democratizzazione del sistema giudiziario e la riforma della polizia".
Quest'ultima e' resa necessaria dal fatto che molte persone che ricoprono
cariche di potere nella polizia sono state preparate e addestrate durante la
dittatura e la corruzione e' purtroppo abituale.
*
Prima di scrivere questa testimonianza mi sono informata presso un amico che
vive in Brasile da tanti anni. E' un missionario saveriano, padre Savio
Corinaldesi, impegnato ta l'altro nella solidarieta' con i "meninos de rua"
(chi volesse contattarlo puo' scrivermi). E' da lui che ho ricevuto la
maggior parte delle informazioni sulla situazione brasiliana.
*
Purtroppo, nonostante i sondaggi, l'esito del referendum non e' cosi'
scontato. La difficolta' maggiore e' quella di coinvolgere l'intera
popolazione, delusa dalla politica nazionale, e convincerla ad andare a
votare.
Il comportamento dei media brasiliani piu' importanti e' stato fino ad ora
dubbio, non si sono compromessi, tacciono.
Un altro grosso problema e' che i sostenitori del si' sono scandalosamente
svantaggiati dal punto di vista finanziario. Lo stato ha stanziato una cifra
equivalente a circa 71 milioni di euro per los volgimento del referendum.
Oltre al fronte parlamentare per il si', le istituzioni di maggior
incisivita' e credibilita' che appoggiano e propagandano il referendum sono
la Conferenza dei vescovi brasiliani, il Consiglio delle chiese cristiane
(secondo i dati di un'inchiesta interna al paese) e una costellazione di
organizzazioni e movimenti popolari di lunga tradizione democratica, oltre
alle numerose ong che operano in Brasile.
Le disponibilita' economiche del fronte del no, massicciamente appoggiato
dai produttori e commercianti d'armi (mi chiedo: solo da loro o ci sono
altri "imprenditori della morte"?), sono assolutamente piu' cospicue. La
tattica dei difensori del "no" si basa su slogan che hanno una presa
suggestiva, in un paese cosi' dilaniato dalla violenza armata: "Lottiamo per
il diritto alla difesa"; "Tu hai diritto di difenderti"; "Non e' giusto che
solo i banditi siano armati". Per noi e' evidente il paradosso del doversi
difendere con le armi da una violenza causata dall'eccesso di armi in
circolazione. Ma noi ce ne stiamo qua, e in Brasile invece anche molte
persone in buona fede rischiano di crederci.
Da qui l'importanza primaria di coinvolgere la popolazione e l'opinione
pubblica locale.
*
E' senza dubbio fondamentale diffondere l'informazione in Italia ma, se
possiamo, dobbiamo arrivare anche direttamente in Brasile. La nostra
solidarieta' e' piu' che mai necessaria. Cosa possiamo concretamente fare?
Come gia' altri hanno scritto, una delle cose certamente utili e'
sensibilizzare le ong e le associazioni che realizzano progetti in Brasile,
perche' si impegnino nell'informazione e nella coscientizzazione a sostegno
del referendum presso la popolazione e l'opinione pubblica.
Sul sito del referendum (www.referendosim.com.br) c'e' anche l'invito a fare
una donazione, come persona fisica o giuridica, sul conto corrente del
"Fronte parlamentare per un Brasile senza armi". I dati sono: Banco do
Brasil Agencia: 2636-0, Conta corrente: 11010-8.

3. VOCI DAL BRASILE. MARCELO BARROS: DISARMARE I CUORI PER DISARMARE IL
PAESE
[Dal sito www.referendosim.com.br riprendiamo questo testo. Marcelo Barros,
monaco benedettino, teologo della liberazione, e' priore del Monastero
dell'Annunciazione del Signore nella citta' di Goias; impegnato per i
diritti umani di tutti gli esseri umani, tra molte altre opere ha scritto
con Francesco Comina il libro Il sapore della liberta', La meridiana,
Molfetta (Bari) 2005; di lui ha scritto Leonardo Boff: "Marcelo Barros e' un
monaco, innamorato della Bibbia e dedito all'ecumenismo tra le Chiese e tra
le religioni, del quale sono amico e compagno di ricerca teologica e
pastorale da piu' di trent'anni. Sicuramente, assieme a Carlos Mesters e Fei
Betto, Marcelo Barros e' uno dei teologi piu' letti e amati dalle comunita'
ecclesiali di base. Da bambino voleva essere veterinario di animali
selvaggi. Invece e' diventato monaco benedettino e fondatore di un monastero
ecumenico, una comunita' di monaci inserita in mezzo ai poveri e dove
passano persone delle piu' diverse tradizioni spirituali. Marcelo ha sempre
raccontato volentieri fatti vissuti personalmente, brandelli di vita vissuta
con intensita' e profondita' di cuore. Scrive nello stesso stile con cui
parla. In questo libro ha trovato un ottimo spazio per il suo tipo di
comunicazione affettuosa e franca. La sua esperienza di biblista al Cebi
(Centro di studi biblici) assieme a Carlos Mesters e poi nella Pastorale
della terra e nell'impegno all'interno della comunita' di Candomble', lo
hanno aiutato a sviluppare una teologia macro-ecumenica della terra,
dell'a'cqua. Ora, assieme ai suoi compagni e compagne di Asett (Associazione
ecumenica dei teologi del Terzo Mondo), diffonde una teologia della
liberazione a partire dal nuovo paradigma del pluralismo culturale e
religioso"]

Al di la' del dibattito e delle rivelazioni che ogni giorno i mezzi
d'informazione presentano sulla corruzione politica ed economica che ancora
e' vigorosa nel Brasile dei potenti, uno dei temi piu' discussi in questi
giorni e' la campagna per il disarmo e la consultazione popolare - il
referendum - sull'articolo dello Statuto sul disarmo che proibisce la
produzione e commercializzazione delle armi da fuoco in tutto il territorio
nazionale.
In ottobre il popolo brasiliano dovra' votare per decidere se in Brasile la
produzione e la vendita delle armi da fuoco deve essere proibita. E' bene
sottolineare che per la prima volta un paese da' ai suoi cittadini il
diritto di votare su di un argomento cosi' decisivo per la vita e
l'organizzazione della societa'. Per questo la stessa realizzazione del
referendum costituisce gia' un'importante conquista per il popolo.
Man mano che si avvicina la data del referendum, il dibattito sull'argomento
cresce. Vi e' chi, per scelta personale o perche' al servizio dell'industria
armiera, difende la libera circolazione delle armi da fuoco. Ma molta gente
e' convinta che senza armi il Brasile sara' un luogo migliore per i nostri
figli e le nostre figlie.
*
La grande stampa ha dato notizia che in un anno di vigenza dello Statuto sul
disarmo l'indice delle morti per arma da fuoco in Brasile ha avuto una forte
diminuzione. La recente Campagna di disarmo ha consentito fin qui di
togliere dalla circolazione circa 500.000 armi. Peraltro questa cifra non
raggiunge neppure il 5% dell totale delle armi in circolazione. Clovis
Nunes, coordinatore nazionale del "MovPaz" (Movimento per la pace) calcola
che in Brasile continuino ad esserci 18 milioni di armi clandestine.
Ogni anno circa 40.000 persone continuano a morire, vittime di colpi di arma
da fuoco.
Le industrie armiere per opporsi al disarmo dichiarano di controproporre
"che si disarmi il bandito, e non il cittadino". Ma le statistiche rivelano
che l'immensa maggioranza dei crimini letali compiuti con armi da fuoco
avvengono nell'ambito della famiglia e del vicinato. Naturalmente vi sono
uccisioni legate a rapine e sequestri, ma - come dimostrano le statistiche -
pochissime volte il fatto che un cittadino fosse armato ha avuto come esito
una maggiore sicurezza per lui e la sua famiglia. Nella maggioranza dei
casi, di fronte a un'arma il criminale, piu' esperto nell'uso di questo
strumento, spara per primo.
In Brasile la maggior parte degli omicidi commessi con armi da fuoco non e'
stata eseguita da quelli che la societa' chiama "criminali". Ogni persona
puo' avere accesso ai documenti statistici diffusi dalla polizia che lo
provano: in Brasile la maggioranza delle vittime delle armi da fuoco ha meno
di trent'anni, e la maggior incidenza non l'hanno le aggressioni criminali,
bensi' la violenza tra vicini, colleghi di lavori ed ex-innamorati.
I dati statistici ci informano che e' proprio l'arma lasciata alle persone
di famiglia quella che provoca piu' morti, quando non finisce, per un
qualunque motivo, per passare nelle mani dei rapinatori o di qualche
criminale legato al traffico della droga.
La campagna "disarma il criminale e non il cittadino" [la subdola campagna
di disinformazione promossa dall'industria armiera affinche' le armi possano
liberamente circolare, e l'industria degli strumenti di morte continuare ad
arricchirsi sui cadaveri - ndt] mi ricorda quei vecchi film western in cui
ogni uomo tiene nella fondina il suo revolver carico perche' la cavalleria
potrebbe arrivare troppo tardi e lui non vuole "lasciare il proprio scalpo
nelle amni di qualche selvaggio".
Nessuno di noi vuol vedere il Brasile ridotto a un nuovo far west in cui
sopravvive solo chi spara per primo.
*
In verita' ogni giorno siamo bombardati da notizie di crimini terribili.
Molti parlano della violenza quotidiana come di una guerra civile non
dichiarata. Questo non e' corretto. Questo tipo di violenza e' accidentale e
non schiera a battaglia un popolo contro un altro, una classe sociale, o una
etnia, in una guerra per eliminarne un'altra. In guerra la barbarie e'
sistematica, pianificata per distruggere il nemico. Chi paragona la violenza
nelle citta' brasiliane a una guerra dovrebbe ascoltare la testimonianza
delle persone che vivono a Baghdad, in Sudan, in Algeria... Affermare che
viviamo in una situazione di guerra finisce per legittimare misure
eccezionali, di restringimento delle liberta' democratiche e di maggior
repressione poliziesca, misure che attentano ai diritti umani e in realta'
non eliminano affatto la violenza.
*
Gli stessi mezzi d'informazione che quotidianamente bombardano le nostre
case con notizie di aggressioni e crimini, raramente danno notizia di
avvenimenti molto piu' frequenti di costruzione di solidarieta' e pace,
giorno per giorno, nelle famiglie e nelle comunita'.
Siamo un paese in cui il popolo ha subito la colonizzazione, da cui deriva
l'eredita' di una delle piu' ingiuste e violente concentrazioni della terra,
una ripartizione delle ricchezze piu' immorale di tutte le frodi e le
corruzioni che si scopriranno ancora nel ceto politico.
In questa situazione i brasiliani coscienti vogliono mettere fine alla
violenza strutturale e a quella di strada, in modo pacifico e nonviolento:
cioe' senza armi, abolendo le armi.
Lasciamo le armi allo Stato, e lo renderemo cosi' sempre piu' in grado di
proteggere i cittadini di questo paese. Ogni altra soluzione significherebbe
rovesciare il cammino della storia e regredire alla barbarie.
*
Chi e' cristiano, poi, si deve ricordare di essere discepolo di quel Gesu'
che disse: "Chi di spada ferisce, di spada perira'". Origene, cristiano del
III secolo, ha scritto: "Quando Gesu', fatto prigioniero dai suoi nemici,
comando' a Pietro di deporre la spada, ordino' a tutti i cristiani di
bandire per sempre qualunque tipo di arma".

4. 23 OTTOBRE. PAOLO GIUNTELLA: SI'
[Ringraziamo Paolo Giuntella (per contatti: p.giuntella at libero.it) per
questo intervento. Paolo Giuntella, figlio di Vittorio Emanuele Giuntella
(una delle figure piu' luminose della nonviolenza in Italia), e' giornalista
televisivo tra i piu' autorevoli, saggista, partecipe di molte esperienze di
solidarieta', di pace, di promozione della dignita' umana]

Il referendum brasiliano per proibire il commercio delle armi da fuoco e'
uno straordinario segno dei tempi e la speranza e' che, oltre il successo,
l'idea si possa propagare.
Purtroppo viviamo in un'epoca nella quale a livello pubblico e di rapporti
tra Stati si e' tornati ad avere confidenza, troppa confidenza, nelle armi e
nelle soluzioni militari. Ed anche a livello privato, con l'illusione della
sicurezza - ma piu' spesso solo per moda, capriccio razzista, eclissi della
cultura delle regole e dunque dell'idea di bene comune, dell'idea
comunitaria - c'e' sempre piu' gente che gira armata.
Non posso non ricordare due cose. Il famoso referendum che si tenne anche in
Italia per la chiusura delle armerie, e la tradizione di mio padre che non
voleva che uccidessimo neppure le zanzare, secondo l'insegnamento, diceva,
di Albert Schweitzer.
*
Oltre la maggiore confidenza "culturale" nell'uso pubblico, internazionale e
privato delle armi, va anche detto che lo scandalo permanente e' il
traffico, il commercio che le grandi industrie occidentali ed anche italiane
fanno con i Paesi del Sud del mondo.
Sappiamo che i commercianti d'armi - alla luce del sole con permessi
regolari o "clandestini", quando si tratta di Paesi sottoposti ad embargo o
belligeranti - non hanno da questo punto di vista neppure scrupoli
ideologici. Hanno rifornito "tranquillamente" regimi militari e dittature
d'Africa e Asia, regimi democratici, movimenti armati palestinesi, ed hanno
seminato di mine territori nei quali, poi, sono arrivati sminatori, medici,
volontari, cooperanti, europei o italiani, cioe' concittadini degli stessi
venditori. Peggio ancora: esistono persino mercanti d'armi - e talora
persino commercianti al dettaglio - che si considerano cristiani. Dunque per
quanto la mia, la nostra, solidarieta', possa essere solo simbolica, non
puo' mancare.
Ho letto con emozione il forte numero di persone mobilitate, missionari,
suore...
Poi il caso ha voluto che io abbia letto questi messaggi proprio mentre
correggevo le bozze di un libro nel quale, tra gli altri testimoni, parlo
anche di Helder Camara...

5. 23 OTTOBRE. RAFFAELLA MENDOLIA: SI'
[Ringraziamo Raffaella Mendolia (per contatti: raffamendo at libero.it) per
questo intervento. Raffaella Mendolia fa parte del comitato di coordinamento
del Movimento Nonviolento, ed ha a suo tempo condotto per la sua tesi di
laurea una rilevante ricerca sull'accostamento alla nonviolenza in Italia]

"Il commercio di armi da fuoco e munizioni deve essere proibito in
Brasile?". Questa e' la domanda semplice e diretta a cui la popolazione
brasiliana tra i 18 e i 70 anni e' chiamata a rispondere il 23 ottobre
prossimo.
Chissa' se la madre di famiglia o il giovane di citta' sanno dell'importanza
che riveste questa data al di la' dei confini brasiliani. Chissa' se tutti
coloro che andranno a votare  sono consapevoli che il loro voto ha il potere
di intraprendere finalmente un cambiamento.
Sicuramente la stragrande maggioranza sa che e' la prima volta che i
brasiliani vengono chiamati alle urne per un referendum e forse sapranno
anche che e' la prima volta che il tema del commercio delle armi viene
sottoposto alla decisione del popolo. Senza dubbio hanno ben presente la
situazione di violenza in cui si trova il paese, grazie alle esperienze che
vivono quotidianamente loro stessi, i loro figli e i loro vicini.
In Brasile circolano 71 milioni di armi di cui solo il 10% e' sotto il
controllo delle forze dell'ordine. Del resto queste non riescono a garantire
una protezione adeguata alla cittadinanza a causa della corruzione diffusa
al loro interno. E' con questa motivazione che i fautori del no (cioe' le
fabbriche d'armi e tutti coloro che dal loro traffico ne traggono vantaggio)
ritengono indispensabile mantenere per i cittadini la possibilita'
dell'autodifesa armata.
Ma basta dare un rapido sguardo alle statistiche per rendersi conto che il
possesso di un'arma in casa non solo non rende piu' sicuri, ma moltiplica
gli incidenti domestici e  favorisce la degenerazione di liti banali in
omicidi. Le vittime piu' frequenti delle armi sono le donne e i giovani.
Da una situazione piu' che mai drammatica accade pero' che emergano forti
movimenti popolari di reazione, che possono alle volte ottenere risultati
insperati.
Cio' e' successo anche in Brasile dove da tempo il governo Lula, tra
incertezze e contraddizioni, ha intrapreso un percorso politico e ideale
verso il cambiamento, verso un mondo diverso e migliore, in cui si
intrecciano responsabilita', ecologia, promozione dei diritti, pacifismo e
nonviolenza.
In questo contesto si e' materializzato il progetto di disarmo del paese,
prima con l'approvazione dello Statuto per il disarmo (legge n.10.826, del
22 dicembre 2003) e poi con la campagna di disarmo volontario del 2004,
attraverso cui 450.000 armi sono state consegnate volontariamente dalla
popolazione alle autorita' pubbliche.
Ad essa si e' accompagnato un grande coinvolgimento popolare:
l'associazionismo democratico, imprenditori, sindacati, chiese, movimenti,
personalita' della cultura, dello sport e dello spettacolo, operatori
sociali e sanitari, docenti universitari, si sono uniti alle istituzioni
nell'impegno verso una societa' piu' sicura.
Oggi siamo spettatori di una nuova fase di questo percorso: il referendum
popolare.
Alcuni affermano che il 70% della popolazione e' favorevole al si'. Ma non
si possono sottovalutare le forze opposte, politicamente e economicamente
superiori. Per questo non possiamo permetterci di assistere passivamente a
questo evento, ma al contrario dobbiamo dare tutti il nostro contributo
affinche' questa insperata occasione venga colta, e un nuovo passo venga
fatto sulla lunga strada della nonviolenza.
Il popolo brasiliano il 23 ottobre dovra' decidere se caricarsi di un enorme
peso di fronte al mondo, quello di rendersi esempio concreto del rifiuto
della logica del potere, del terrore e dell'insicurezza.
La vittoria del si' assume oggi un significato di lungo periodo, in cui
rinunciare alle armi come strumento di difesa personale e' solo il punto di
partenza. A tutti coloro che voteranno si' all'abolizione del commercio
delle armi va il nostro sostegno e l'augurio che il referendum abbia esito
positivo e che tale esperienza possa al piu' presto essere ripetuta in altri
paesi.

6. APPELLI. PER SOSTENERE IL LAVORO INFORMATIVO DI PADRE ERMANNO ALLEGRI E
DELL'AGENZIA "ADITAL"
[Nuovamente proponiamo l'invito a sostenere il lavoro informativo di padre
Ermanno Allegri e dell'agenzia stampa "Adital" da lui diretta. Ringraziamo
Francesco Comina (per contatti: f.comina at ladige.it) per averci inviato i
dati che di seguito riproduciamo, ed Ermanno Allegri (per contatti:
ermanno at adital.com.br) per il suo lavoro di costruttore di pace,
solidarieta' e nonviolenza.
Francesco Comina e' il principale punto di riferimento in Italia della
campagna di sostegno al si' al referendum brasiliano per proibire il
commercio delle armi. Giornalista e saggista, pacifista nonviolento, e'
impegnato nel movimento di Pax Christi; nato a Bolzano nel 1967, laureatosi
con una tesi su Raimon (Raimundo) Panikkar, collabora a varie riviste. Opere
di Francesco Comina: Non giuro a Hitler, Edizioni San Paolo, Cinisello
Balsamo (Mi) 2000; (con Marcelo Barros), Il sapore della liberta', La
meridiana, Molfetta (Ba) 2005; ha contribuito al libro di AA. VV., Le
periferie della memoria, Anppia - Movimento Nonviolento, Torino-Verona; e a
AA. VV., Giubileo purificato, Emi, Bologna.
Ermanno Allegri e' direttore di "Adital", Agenzia d'informazione "Frei Tito"
per l'America Latina, tel. 8532579804, fax: 8534725434, cellulare:
8599692314, sito: www.adital.com.br ; "sacerdote bolzanino da trent'anni in
Brasile, gia' segretario nazionale della Commissione Pastorale della Terra e
ora direttore di un'agenzia continentale (Adital, sito: www.adital.com.br),
nata come strumento per portare all'attenzone della grande informazione
latinoamericana i temi delle comunita' di base e l'impegno contro la
poverta'. Allegri e' stato chiamato a contribuire al coordinamento delle
azioni di sensibilizzazione in vista del referendum che si terra' in Brasile
alla fine di ottobre che ha come tema la messa al bando del commercio delle
armi da fuoco che in tutta l'America Latina costituisce un rilevante fattore
di violenza (omicidi, rapine, ecc.). E' una battaglia civile e di diritto
importantissima per tutto il Brasile, ma anche per il movimento per la pace
di tutto il mondo. La posta in gioco e' grande ma i poteri che contano (le
multinazionali delle armi) sono gia' all'opera per vincere, mettendo in
campo enormi fondi. Allegri chiede che questo tema venga messo nell'agenda
anche del movimento per la pace italiano e chiede anche un aiuto finanziario
per coordinare da qui a ottobre l'attivita' di sensibilizzazione di Adital"
(Francesco Comina)]

L'agenzia di informazione brasiliana "Adital" e' impegnata a sostegno della
Campagna per il disarmo e nel diffondere informazione e coscientizzazione
sul referendum per proibire la vendita delle armi da fuoco e delle munizioni
in Brasile.
Per poter continuare con la consueta tempestivita' ed efficacia il suo
lavoro essa ha bisogno in questo momento di un sostegno economico.
*
Per facilitare l'invio di bonifici bancari da parte di amici italiani padre
Ermanno Allegri, che dell'agenzia "Adital" e' il direttore, ha aperto due
anni fa un conto presso la Banca Etica a Bolzano, collegata alla Banca Etica
di Padova.
Seguono i dati che interessano per il deposito:
Ethical Banking - Cassa Rurale di Bolzano
a nome di: Agencia de Informacion Fray Tito para America Latina
Conto "sole" n. 0003000 4.616-7
Abi 08081 Cab 11600
Via De-Lai, 2, 39100 Bolzano, Italia
Gerente: Helmut Bachmayer, tel.: mobile 3497516447, ufficio 0471978666, fax:
0471979407, e-mail: helmut.bachmayer at raiffeisen.it, sito:
www.ethicalbanking.it

7. CONTATTI. ALCUNI SITI UTILI PER INFORMARSI E SOSTENERE IL SI' AL
REFERENDUM PER IL DISARMO

Fondamentale fonte di informazione e' il sito www.referendosim.com.br (in
lingua portoghese-brasiliana).
*
Alcuni altri siti particolarmente utili
a) in Brasile:
www.adital.com.br
www.desarme.org
www.soudapaz.org.br
www.vivario.org.br
b) in Italia:
www.amnesty.it
www.archiviodisarmo.it
www.controlarms.org
www.disarmo.org
www.disarmonline.org
www.ildialogo.org
www.nonviolenti.org
www.paxchristi.it
www.peacelink.it
www.retelilliput.net
*
Tutti gli interventi a sostegno del si' al referendum brasiliano per
proibire il commercio delle armi da fuoco e delle munizioni ospitati su
questo foglio compaiono anche in una apposita serie di pagine web del sito
di Peacelink (www.peacelink.it), curate da Giacomo Alessandroni,
raggiungibili cliccando su:
http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_12631.html
Nel sito di Peacelink e' anche possibile consultare tutti i fascicoli de "La
nonviolenza e' in cammino" a partire dal dicembre 2004 alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html

8. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: ANNUS MIRABILIS, ANNUS HORRIBILIS
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Le Nazioni Unite hanno festeggiato i sessant'anni. Nate ufficialmente il 24
ottobre 1945, annus mirabilis, "per preservare le generazioni future dal
flagello della guerra". Dopo gli orrori della seconda guerra mondiale si
decise di mettere al bando la guerra, di affermare i diritti, di proclamare
l'eguaglianza di tutti gli uomini e le donne, di tutte le nazioni grandi e
piccole, di costruire una comunita' democratica delle nazioni. Cosi' il
preambolo della Carta si apre con la celebre frase "Noi, popoli delle
Nazioni Unite", anche se i membri dell'Onu sono gli stati, un raggruppamento
di stati.
Il grande vertice per i sessant'anni, si e' chiuso senza le tanto attese
riforme. Si e' perduta l'occasione per precisare il ruolo dell'Onu nel
mantenimento della pace, nel disarmo, nello sviluppo, per darle un Consiglio
di sicurezza rappresentativo del mondo di oggi.
Concepita come strumento teso a raggiungere l'equilibrio internazionale,
l'Onu e' stata strumentalizzata e paralizzata dalle grandi potenze, fino a
giustificare azioni militari selettive; mente in altre situazioni e' prevals
a la passivita', come ad esempio l'occupazione dell'intera Palestina da
parte di Israele.
Il sistema di voto al Consiglio di sicurezza si e' spesso rivelato
paralizzante. Vero organismo "aristocratico" dominato dai vincitori della
seconda guerra mondiale, ha di fatto emarginato i paesi del cosiddetto terzo
mondo, maggioritari nell'Assemblea generale. Terzo mondo che rappresenta
comunque una realta' vasta e complessa, poliedrica per quanto concerne la
situazione economica, il progetto politico, l'esperienza culturale, ecc.
In quanto all'Assemblea generale, sostanzialmente si accontenta di adottare
dichiarazioni di principio o condanne formali. Parimenti la Corte
internazionale di giustizia, unico organo in grado di valutare la
legittimita' di interventi militari, le cui decisioni restano piuttosto
teoriche, visto che sono sottoposte all'accettazione dello stato sotto
accusa. Come e' accaduto con la condanna dell'intervento statunitense in
Nicaragua del 1986.
Evidentemente i problemi che colpiscono l'Onu sono molto spesso il risultato
di incrinature che risalgono alla sua istituzione nel 1945, di politiche di
parte dei paesi membri piu' potenti dell'organizzazione. Ma le debolezze
istituzionali dell'Onu spiegano solo in parte il suo relativo fallimento,
particolarmente evidente nel 2004, definito dal suo segretario Kofi Annan
come "annus horribilis".
"Si scopri' che i soldati della pace inviati dal Marocco, dall'Africa del
sud, dal Nepal, dal Pakistan, dalla Tunisia e dall'Uruguay, avevano usato
violenza contro le ragazze in Congo e in Liberia. Alcuni funzionari delle
Nazioni Unite responsabili del programma 'petrolio in cambio di cibo' (oil
for food), destinato a garantire l'alimentazione degli iracheni alla fine
degli anni novanta, e che ammontava a 65 miliardi di dollari, sono stati
accusati di aver incassato tangenti. La Commissione delle Nazioni Unite per
i diritti umani, presieduta nel 2004 dalla Libia, elesse di nuovo il Sudan
con un mandato triennale, nel bel mezzo di una campagna di massacri etnici
che aveva gia' fatto decine di migliaia di vittime nel paese" (da "Le Monde
diplomatique", edizione italiana, settembre 2005).
*
Ad oggi, e' altamente improbabile che i paesi riuniti in seno alle Nazioni
Unite (in particolare le grandi potenze che non vogliono cedere nulla del
loro potere) cambino politica in un prossimo futuro. E' percio' improbabile
che le contraddizioni interne all'organizzazione siano superate. Quindi, se
l'Onu si mostra non emendabile, che fare?
Inventare una nuova Organizzazione della comunita' mondiale, che sia
veramente la nazione dei popoli, o puntare ad una riforma democratica?
Apparentemente la cosa piu' semplice da fare sarebbe quella di sopprimere il
diritto di veto dei cinque stati del Consiglio di sicurezza; cosi' che tutti
gli stati godrebbero di uguaglianza. Ma resterebbe il ricatto dei paesi piu'
forti. Gia' da oggi, i voti dei paesi meno potenti sono comprati con
facilitazioni od offerte economiche dai paesi piu' ricchi e potenti.
Ed ancora, se la malata Onu non riesce a guarire da sola, quale ruolo
spetterebbe ai nuovi attori che hanno fatto irruzione sulla scena
internazionale: associazioni, organizzazioni non governative, movimenti
sociali?
Attori che possono contribuire a resistere alla globalizzazione liberista,
ma che non sembrano avere grandi idee sul futuro dell'Onu, salvo generici
richiami ad una maggiore democrazia, diritto e giustizia. Ed e' magra
consolazione constatare che le Nazioni Unite sono ancora la', sessant'anni
dopo la loro creazione, in un mondo che ha conosciuto tanti sconvolgimenti.
Mentre la loro antenata, la Societa' delle nazioni, creata e abbandonata tra
le due guerre mondiali, non e' riuscita a resistere all'ascesa dei
totalitarismi.

9. RIFLESSIONE. ALESSANDRO DAL LAGO: QUELLO CHE L'EUROPA NON RIESCE A VEDERE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 30 settembre 2005. Alessandro Dal Lago e'
docente di sociologia dei processi culturali all'Universita' di Genova,
presso la stessa Universita' coordina un gruppo di ricerca sui conflitti
globali; e' membro della redazione della rivista filosofica "aut aut", ha
curato l'edizione italiana di opere di Hannah Arendt e di Michel Foucault.
Tra le opere di Alessandro Dal Lago segnaliamo particolarmente Non-persone.
L'esclusione dei migranti in una societa' globale, Feltrinelli, Milano 1999.
Cfr. inoltre: I nostri riti quotidiani, Costa & Nolan, Genova 1995; (a cura
di), Lo straniero e il nemico, Costa & Nolan, Genova 1997; La produzione
della devianza, Ombre corte, Verona 2001; Giovani, stranieri & criminali,
Manifestolibri, Roma 2001. Polizia globale. Guerra e conflitti dopo l'11
settembre, Ombre corte, Verona 2003]

Su "El pais" di ieri c'era una vignetta, in cui si vede un disegno
dell'Europa con la scritta: "Africa sobresahariana". Non c'e' bisogno di
traduzione. Perche' l'autore non ha disegnato il Maghreb con la scritta
"Europa sahariana"? Infatti, le migliaia di "subsahariani" che hanno cercato
di saltare il confine a Ceuta e Melilla l'hanno fatto in un pezzo d'Europa
trapiantato in Africa con la forza delle armi, tanti decenni fa. Erano sul
loro continente e sono stati feriti (e alcuni uccisi) per fuggire da noi.
Tant'e' che Zapatero - ma si', il nostro mito - ha inviato l'esercito a
difendere il suo pezzo d'Europa, cioe' noi, da loro, nel loro continente.
Sempre su "El pais" di ieri c'era anche una notizia utile e interessante.
Secondo "Medici senza frontiere", il 25% delle cure mediche prestate ai
"subsahariani" in prossimita' di Ceuta e Melilla e' causato da atti di
violenza. Di questi, circa la meta' e' da attribuire alle forze di sicurezza
marocchine, e meno del 20% a quelle spagnole. Il resto si divide tra chi
organizza le reti, gli stessi stranieri e incidenti vari. In altre parole:
gran parte della violenza contro questi clandestini potenziali e' opera di
un'alleanza tra gli europei e i loro stati tributari nell'Africa del nord,
esattamente come nel caso di Italia e Libia, Italia ed Egitto ecc. Possibile
spiegazione: volete i nostri soldi? Allora teneteci lontana questa gente. Se
poi non ce la fate, interveniamo con l'esercito.
Qualche tempo fa, se non sbagliamo, fu combattuta una guerricciola per
un'isola al largo delle coste marocchine. E magari, se Zapatero manda
l'esercito, succedera' di tutto. Ma qualcosa mi dice che non si fanno guerre
per i "subsahariani". Le si fanno contro di loro. Anche Gheddafi, tanti anni
fa ci tiro' un piccolo missile. Ma erano altri tempi. Ora e' lo zio Muhammar
e ci tiene i clandestini lontani, come Ben Ali', Mubarak e il simpatico re
del Marocco. Non sara' il caso di cominciare a pensare davvero i nostri
rapporti con l'Africa?
Questa comincia a sud del Marocco, e dell'Egitto, come il confine dell'Asia
minore, a parte la Palestina, passa per Baghdad. C'e' un colonialismo di
nuovo tipo, che non ha bisogno di truppe in loco, ma ragiona con la fredda
logica del commercio internazionale: tanti soldi e opportunita' commerciali,
tanti espulsi. Una logica non troppo diversa agisce nei confronti della
Turchia: non vi vogliamo, se non come bastione dell'Occidente. Temiamo i
vostri immigrati, e poi non siete Europei. Dato pero' che non possiamo
dirvelo cosi', vi facciamo le pulci. E quindi chiedete il perdono per il
massacro degli armeni. Ovviamente, il massacro degli armeni c'e' stato e
orribile, ma perche' nessuno ha mai chiesto conto all'Italia dei massacri di
Graziani in Libia e di Badoglio in Etiopia? E che dire degli altri massacri
coloniali?
Quello che ci dice l'episodio di Ceuta e Melilla - e cosi' anche questi
altri morti nel mare di Sicilia, che ci sono e ci saranno - e' che l'Europa
, di fronte alle migrazioni, e' lungimirante come una talpa. Si nasconde
dietro le sue forze armate, i suoi Cpt, i suoi discorsi umanitari (per noi,
non per gli altri), la sua malafede. E i suoi scienziati, i suoi economisti
che fanno? Perche' non ce n'e' uno (o cosi' pochi) a correlare queste
disperazioni con le politiche del Fondo monetario internazionale, lo
sprofondamento dell'Africa con la nostra stolta economia globale, il
movimento delle genti con le nostre stupide guerre? Perche' noi, che
preferiamo la pace, vediamo cosi' poco che la guerra comincia all'orizzonte,
di la' dai nostri paradisi vacanzieri?

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1073 del 4 ottobre 2005

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