La nonviolenza e' in cammino. 749



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 749 del 4 dicembre 2003

Sommario di questo numero:
1. L'8 dicembre a Venezia per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e
smilitarizzata, solidale e nonviolenta
2. Enrico Peyretti: Josef Schiffer, uomo di pace
3. Amnesty International: fermare i mercanti del dolore
4. Giovanni Paolo II: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza
5. Tonio Dell'Olio: la nonviolenza sulle labbra del papa
6. Ali Rashid: da Ginevra per la pace contro tutti i terrorismi e tutte le
guerre
7. Luisa Muraro: l'arte di mendicare
8. Ida Dominijanni: i messaggi nella bottiglia di Lelio Basso
9. Augusto Cavadi: un convegno a Messina
10. Giuliana Sgrena: Fatima e Azra, piccoli omicidi
11. Giuliana Sgrena: fine del ramadan a Kerbala
12. Giuliana Sgrena: domenica di sangue a Samarra
13. La "Carta" del Movimento Nonviolento
14. Per saperne di piu'

1. INCONTRI. L'8 DICEMBRE A VENEZIA PER UN'EUROPA NEUTRALE E ATTIVA,
DISARMATA E SMILITARIZZATA, SOLIDALE E NONVIOLENTA
Si terra' a Venezia l'8 dicembre il convegno di presentazione pubblica della
proposta promossa da Lidia Menapace e della "Convenzione permanente di donne
contro le guerre" per un'Europa neutrale e attiva, disarmata e
smilitarizzata, solidale e nonviolenta, proposta che ha gia' avuto uno
sviluppo rilevante con l'appello scaturito dall'incontro svoltosi presso la
Casa della nonviolenza di Verona lo scorso 8 novembre.
Il convegno veneziano avviene nella solenne cornice del terzo Salone
dell'editoria di pace promosso dalla Fondazione Venezia per la ricerca sulla
pace, lunedi' 8 dicembre, dalle ore 10 alle ore 13 nel Teatro del Patronato
ai Frari, per tutte le indicazioni anche logistiche e topografiche si puo'
vedere nel sito www.terrelibere.it/fondacodivenezia Per ulteriori
informazioni e contatti: Giovanni Benzoni (e-mail: gbenzoni at tin.it), Lidia
Menapace (e-mail: llidiamenapace at virgilio.it), Mao Valpiana (e-mail:
azionenonviolenta at sis.it).

2. ESEMPI. ENRICO PEYRETTI: JOSEF SCHIFFER, UOMO DI PACE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti (per contatti: peyretti at tiscali.it)
per averci messo a disposizione il testo discorso pronunciato il 20 novembre
2003 in occasione della consegna a Josef Schiffer, da parte
dell'Oberbuergermeister della citta' di Duesseldorf, della Croce al Merito
della Repubblica Federale di Germania, conferita dal Presidente della stessa
Repubblica. Josef Schiffer e' gia', dal 1999, Commendatore della Repubblica
Italiana. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo
foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace
e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, di cui abbiamo pubblicato il
piu' recente aggiornamento nei numeri 714-715 di questo foglio, ricerca una
cui edizione a stampa - ma il lavoro e' stato appunto successivamente
aggiornato - e' in Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace, Annuario
della pace. Italia / maggio 2000 - giugno 2001, Asterios, Trieste 2001; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.arpnet.it/regis, www.ilfoglio.org.
Una piu' ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel
n. 731 del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

Onoratissime signore e signori!
Sono felice di essere presente a questa importante premiazione del signor
Josef Schiffer, ma soprattutto sono felice e onorato di essere suo amico. Io
lo conosco, in un certo senso, da 58 anni.
Un giorno di aprile 1945, appena finita la guerra, vidi fucilare tre soldati
tedeschi, che avevano perso il contatto coi loro reparti in ritirata. Avevo
nove anni e non posso dimenticare quella scena.
La lotta dei partigiani italiani contro il nazismo e il fascismo era giusta.
Ma quella fucilazione fu profondamente ingiusta, perche' quei tre soldati
erano disarmati, non minacciavano nessuno, non erano personalmente
colpevoli. Cio' dimostra, a mio giudizio, che dobbiamo tutti imparare a
risolvere i conflitti senza l'uso delle armi che uccidono, le quali rendono
insensibili al rispetto sacro della vita umana. Troppi episodi di ferocia
omicida si verificano, in tutti gli eserciti, molto al di la' delle
necessita' di difesa.
Seppi quel giorno che c'era nel paese un quarto soldato tedesco, che non fu
fucilato, perche' aveva trattato con umanita' e rispetto la popolazione
civile italiana durante l'occupazione militare. Aveva difeso i civili da
alcuni provvedimenti ingiusti dell'esercito occupante. Aveva salvato molti
uomini. Al momento della ritirata si era rifiutato di far saltare la
polveriera di cui era responsabile, nel paese di Pallerone, vicino alla
cittadina di Aulla, perche' non voleva causare altri danni e dolori alla
popolazione. Ci sono documenti che attestano questi fatti. Chi era quel
soldato tedesco?
Nel 1995 si festeggiavano in Italia i cinquant'anni dalla Liberazione. Io
ripensai a quei tre soldati uccisi e a quel quarto soldato, che non avevo
mai visto. Riuscii a rintracciarlo a Duesseldorf. Seppi il suo nome. Il
sindaco di Aulla lo invito' alla festa per il cinquantesimo anniversario
della Liberazione, e invito' anche me. Cosi' conobbi Josef Schiffer. Io ho
visto nel 1995 con quanta amicizia e quanta festa gli anziani del paese lo
hanno accolto e abbracciato, perche' ricordavano bene la sua azione in
difesa della popolazione civile. Da quel giorno siamo diventati grandi
amici.
Per i suoi meriti di pace, il 24 marzo 1999, il Presidente Oscar Luigi
Scalfaro ha insignito Schiffer dell'onorificenza di Commendatore della
Repubblica Italiana.
Io ammiro il mio amico Josef, perche', dentro la guerra che vuole farci
diventare cattivi, resto' buono e giusto. Egli fu piu' uomo che soldato. Lo
ammiro e lo ringrazio, perche' i nostri due popoli sono ora amici per merito
di uomini come lui, che costruirono la pace anche dentro la guerra.
La vera vittoria non e' dominare un altro, ma e' costruire insieme giustizia
e pace.
Oggi, questo onore che la Germania rende al cittadino di pace Josef
Schiffer, e' un onore per tutta la Germania. Le sue grandi tradizioni di
cultura e di civilta', che il nazismo aveva tradito e offeso, sono
riaffermate nella pace, nell'amicizia tra i popoli. Dunque, contro le troppe
violenze militari ed economiche che ci sono nel mondo, e che generano altre
tremende violenze, lavoriamo insieme nella nuova Europa per la giustizia e
la pace.

3. DIRITTI UMANI: AMNESTY INTERNATIONAL: FERMARE I MERCANTI DEL DOLORE
[Dall'ufficio stampa di Amnesty International (per contatti: tel. 064490224,
e-mail: press at amnesty.it) riceviamo e diffondiamo]

Il mancato controllo governativo sul crescente commercio e uso di
"equipaggiamento per la sicurezza" sta contribuendo alla diffusione dei
maltrattamenti e della tortura: lo denuncia Amnesty International in un
nuovo rapporto diffuso oggi, intitolato "I mercanti del dolore".
Le ultimissime ricerche dell'organizzazione per i diritti umani rivelano
numerosi casi in cui le forze di polizia e le guardie carcerarie utilizzano
in modo scorretto le vecchie tecnologie e vengono incoraggiate a usarne di
nuove, nonostante l'assenza di test rigorosi per stabilire se queste
rispettino gli standard del diritto internazionale. Ecco alcuni esempi:
- in Cina, durante una mostra mercato sugli equipaggiamenti di polizia, sono
stati messi in vendita manganelli d'acciaio dotati di chiodi;
- in Svizzera, nel marzo di quest'anno, un proiettile di plastica e metallo
esploso da un agente di polizia ha causato lesioni permanenti a una donna,
lasciando frammenti sul suo volto impossibili da rimuovere per il rischio di
paralisi. Sul proiettile non era stato eseguito alcun test;
- nel 2002, gli Usa hanno esportato in Arabia Saudita oltre nove tonnellate
di ceppi di ferro: l'uso di questo strumento e' vietato dalle norme delle
Nazioni Unite sul trattamento dei prigionieri;
- mentre il rapporto di Amnesty era gia' in stampa, il 31 ottobre il governo
sudafricano ha pubblicato un avviso di gara per la fornitura di ceppi di
ferro, catene e scudi elettrici antisommossa;
- la Gran Bretagna ha autorizzato la vendita al pubblico della pistola
elettrica (taser gun), un congegno che esplode due dardi contenenti una
scarica elettrica da 50.000 volt e che puo' essere usato anche da distanza
ravvicinata con effetti stordenti. Secondo Amnesty International, non
esistono ancora ricerche mediche esaurienti sugli effetti di questa pistola;
- agenti chimici contenenti sedativi con effetti inabilitanti, come quelli
che l'anno scorso uccisero oltre 120 ostaggi in un teatro di Mosca: questo
equipaggiamento dovrebbe essere messo al bando a meno che non sia provato
che e' possibile proteggere le persone dal suo uso arbitrario e
indiscriminato.
"Il fatto che gli equipaggiamenti di sicurezza possano essere definiti 'meno
che letali' non vuol dire che non se ne possa abusare e che non possano
provocare ferite o decessi" - ha dichiarato Brian Wood, l'esperto di Amnesty
International sugli equipaggiamenti di sicurezza. "Siamo estremamente
preoccupati per il fatto che, in molti paesi, l'uso di questi strumenti
contro la popolazione viene autorizzato in assenza  di sufficienti indagini
circa il loro effetto sui diritti umani".
Gli Usa, uno dei maggiori produttori di equipaggiamenti che producono
elettroshock, sono uno dei pochi paesi a richiedere l'emissione di licenze
di esportazione per il trasferimento di armi del genere. Eppure, nel corso
del 2002 il Dipartimento del Commercio ha autorizzato l'esportazione di
prodotti che ricadono nella categoria degli strumenti da elettroshock verso
dodici paesi denunciati dal Dipartimento di Stato per il continuo uso della
tortura.
Il rapporto "I mercanti del dolore" rivela inoltre che il numero delle
aziende che producono strumenti da elettroshock sta aumentando nonostante i
continui casi di torture praticate mediante tali equipaggiamenti, denunciate
in 87 paesi a partire dagli anni Novanta.
Per quanto riguarda il periodo 1999-2003, Amnesty International ha
individuato almeno 59 aziende che producono armi da elettroshock in dodici
paesi: Brasile, Cina, Corea del Sud, Federazione Russa, Francia, Israele,
Messico, Polonia, Repubblica Ceca, Stati Uniti d'America, Sudafrica e
Taiwan. Nel periodo 1990-1997 le aziende rilevate erano venti.
Sono pochi i governi che controllano adeguatamente la produzione, la vendita
e l'esportazione di equipaggiamento di polizia e di sicurezza.
La Commissione Europea ha presentato una bozza di Regolamento commerciale
che, se applicato, potrebbe impedire l'esportazione dagli Stati membri di
equipaggiamento il cui scopo primario e' la tortura (come i ceppi di ferro e
le cinture elettriche) e sottoporre a rigoroso controllo l'esportazione di
equipaggiamento che la Commissione considera legittimo se usato nel corso di
operazioni di polizia ma che potrebbe essere usato per torturare (come i gas
lacrimogeni e le armi elettriche stordenti).
Amnesty International apprezza questi passi in direzione di un controllo, ma
ritiene che il testo del Regolamento commerciale dovrebbe essere reso piu'
stringente. Svariati strumenti definiti come "legittimi" nel contesto di
operazioni per il mantenimento della legge - le pistole stordenti, le
pistole elettriche e lo spray al peperoncino - vengono in realta' usati per
compiere torture e maltrattamenti e il loro effetto sui diritti umani e'
stato analizzato in modo insufficiente. Amnesty chiede che il loro uso sia
sospeso in attesa di indagini rigorose e indipendenti.
Amnesty International chiede inoltre:
- il divieto di usare, produrre e trasferire equipaggiamenti progettati
essenzialmente per la tortura o i maltrattamenti, come le cinture
elettriche, i polsini di acciaio, i congegni serra-dita e i manganelli
dotati di chiodi;
- la sospensione dell'uso, della produzione e del trasferimento di
equipaggiamenti progettati a scopo di sicurezza ma che e' stato dimostrato
possono determinare torture e maltrattamenti, in attesa di un'indagine
rigorosa e indipendente sul loro effetto, come le pistole stordenti, le
pistole elettriche e lo spray al peperoncino;
- il divieto di esportazione e uso di qualsiasi equipaggiamento che possa di
per se' causare tortura e altri abusi dei diritti umani, a meno che la parte
ricevente non abbia stabilito rigide normative, in linea con gli standard
internazionali, per regolare il loro utilizzo, come i gas lacrimogeni, i
manganelli e le manette.
Nel corso dell'ultimo anno, Amnesty International ha denunciato torture ad
opera delle forze di polizia e di sicurezza in 106 paesi.
Sono attualmente almeno 856 le aziende, operanti in 47 paesi, coinvolte
nella produzione o nella vendita di equipaggiamenti descritti come
alternative "meno che letali" alle armi da fuoco, molti dei quali possono
trasformarsi facilmente in strumenti di tortura.

4. DOCUMENTI. GIOVANNI PAOLO II: UNIAMO LE FORZE NEL PREDICARE LA
NONVIOLENZA
[Da "Pax Christi news" n. 3 (per contatti: e-mail: info at paxchristi.it; sito:
www.paxchristi.it) riprendiamo e diffondiamo il testo del discorso tenuto
dal pontefice cattolico il 30 novembre 2003]

Carissimi fratelli e sorelle!
1. Oggi inizia il tempo di Avvento, itinerario di rinnovamento spirituale in
preparazione al Natale. Risuonano nella liturgia le voci dei profeti, che
annunciano il Messia invitando alla conversione del cuore ed alla preghiera.
Ultimo di essi, e di tutti piu' grande, Giovanni il Battista grida:
"Preparate la via del Signore" (Lc 3,4), perche' Egli "verra' a visitare il
suo popolo nella pace".
2. Viene Cristo, il Principe della pace. Prepararci al suo Natale significa
risvegliare in noi e nel mondo intero la speranza della pace. La pace
anzitutto nei cuori, che si costruisce deponendo le armi del rancore, della
vendetta e di ogni forma di egoismo.
Ha grande bisogno di questa pace il mondo. Penso in modo speciale con
profondo dolore agli ultimi episodi di violenza in Medio Oriente e nel
continente africano, come pure a quelli che la cronaca quotidiana registra
in tante altre parti della Terra. Rinnovo il mio appello ai responsabili
delle grandi religioni: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza, il
perdono e la riconciliazione. "Beati i miti, perche' erediteranno la
terra"(Mt 5,5).
3. In questo itinerario di attesa e di speranza che e' l'Avvento, la
Comunita' ecclesiale si immedesima piu' che mai nella Vergine Santissima.
Sia Lei, la Vergine dell'attesa, ad aiutarci perche' apriamo i cuori a Colui
che reca, con la sua venuta tra noi, il dono inestimabile della pace
all'intera umanita'.

5. RIFLESSIONE. TONIO DELL'OLIO: LA NONVIOLENZA SULLE LABBRA DEL PAPA
[Ancora da "Pax Christi news" n. 3 (per contatti: e-mail:
info at paxchristi.it; sito: www.paxchristi.it) riprendiamo e diffondiamo.
Tonio Dell'Olio (per contatti: tonio at paxchristi.it) e' infaticabile
animatore di Pax Christi e di tante iniziative nonviolente, e prosecutore
dell'opera di Tonino Bello]

Che bello sentire la parola nonviolenza sulle labbra del papa.
Quando poi l'invito ad annunciarla (e praticarla) e' esteso a tutte le
religioni... penso che stiamo percorrendo davvero i sentieri di Isaia verso
la trasformazione "delle lance in falci e delle spade in aratri".
Quale risposta piu' chiara alla tanta confusione che ha accompagnato i
giorni scorsi con discorsi confusi, retorici, deformanti e diseducativi?

6. RIFLESSIONE. ALI RASHID: DA GINEVRA PER LA PACE CONTRO TUTTI I TERRORISMI
E TUTTE LE GUERRE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 2 dicembre 2003. Ali Rashid e' il primo
segretario della delegazione palestinese in Italia. Fine intellettuale di
profonda cultura, conoscitore minuzioso degli aspetti storici, politici,
economici e culturali della situazione nell'area mediorientale, esperto di
questioni internazionali, ed anche acuto osservatore della vita italiana. E'
figura di grande autorevolezza per rigore intellettuale e morale, ed e' una
delle piu' qualificate voci della grande tradizione culturale laica
palestinese. Suoi scritti appaiono sovente nel nostro paese sui principali
quotidiani democratici e sulle maggiori riviste di cultura e politica]

Il nostro tempo e' pieno di paradossi, ma il piu' evidente e' quello che ha
reso la questione della pace come questione "di parte". Tutti ricordano come
alla vigilia della guerra contro l'Iraq i pacifisti, o semplicemente quelli
che erano contrari a questa guerra insensata e controproducente per gli
stessi obiettivi per cui e' stata dichiarata, venivano trattati come
vigliacchi e rinunciatari, sognatori o addirittura traditori.
Oggi nel mondo esiste una intera casta di politici, giornalisti e affaristi
che hanno fatto della guerra, questa avventura senza ritorno, una ragione di
vita per se stessi e per gli interessi che rappresentano. E' ingenuo pensare
che farebbero marcia indietro.
Mi chiedo, se non ci fosse stata la manna del terrorismo, come avrebbero
potuto giustificare la loro guerra. In condizioni di pace tornerebbero a
essere dei mediocri superati dalla storia, quali in effetti sono. La loro
unica maniera di sopravvivere e' trascinare indietro la storia stessa. Lo
potranno fare solo per un breve tempo, prima di esserne travolti.
*
L'accordo di Ginevra va nella direzione giusta, a prescindere dal suo
contenuto pur ricco e articolato. Affronta tutti i nodi difficili del
conflitto, al contrario degli accordi precedenti che li rimandavano a fasi
successive. Applica immediatamente tutti i punti senza rinviarli nel tempo e
lega il destino politico dei firmatari, per alcuni anche quello fisico, al
successo della iniziativa. E dal momento che parte dalla societa' e non dal
governo, diventa un richiamo all'assunzione di responsabilita' degli stessi
cittadini rispetto al loro destino e a quello dei loro figli, e non una
delega, come nel caso israeliano, a un governo che ha fatto del terrorismo
di stato praticato, provocato e psicologico uno strumento di potere per
governare e sopravvivere.
Certo, l'accordo di Ginevra non offre di fatto sul piano del diritto una
soluzione giusta a tutti i problemi che un conflitto che dura da piu' di
mezzo secolo ha causato al popolo palestinese. Ma sul piano etico e morale
le due parti hanno fatto del loro meglio per porre fine a questa
interminabile guerra, che ha impoverito entrambi non solo materialmente e
promette solo morte e distruzione, per aprire pagine nuove e guardare al
futuro con reciproco rispetto e pari dignita'.
Molta strada abbiamo di fronte, anche perche' la risposta della destra
israeliana non si e' fatta attendere. Dopo aver definito l'accordo carta
straccia, adesso Sharon senza nessun motivo apparente manda i suoi carri
armati a Ramallah per combattere il "terrorismo", in un momento in cui
l'Autorita' nazionale palestinese e' impegnata, con l'aiuto dell'Egitto, a
far sottoscrivere ai gruppi radicali una nuova tregua dopo quella che
Israele ha fatto fallire con le sue uccisioni mirate e le sue incursioni
militari. Sta cercando di ripetere quello che ha fatto con la complicita' di
Barak, quando aveva compiuto la sua passeggiata nella spianata della moschea
di Gerusalemme, questa volta mandando l'esercito a uccidere e arrestare
cittadini inermi, dare credibilita' e nuovi argomenti ai gruppi radicali,
condizionare in negativo la chiusura dovuta alla paura dei cittadini
israeliani.
Sharon osteggia la pace come concetto e come filosofia di relazioni
internazionali, e ridicolizza chi si oppone alla guerra con una retorica
razzista e iper-nazionalista. Supportato da una potente macchina
propagandistica, come i suoi alleati anche qui in Italia, oggi dice che la
guerra serve per costruire la pace nel quadro della "global american peace",
e che il muro dell'apartheid serve per la sicurezza. Un muro che difende
anche l'on. Fini. Che ha fatto bene a condannare le leggi razziali e a
prendere atto che la Shoah rappresenta il male assoluto, ma tollerando il
muro di Sharon dimostra che cio' che ha fatto non corrisponde a una civilta'
politica ritrovata, che altrimenti avrebbe dovuto avere carattere
universale.
In questo contesto internazionale, il sostegno alla pace in Palestina
diventa la punta avanzata per contrastare la strategia della guerra infinita
della destra mondiale e invertirne la tendenza.
*
Solo la pace puo' portare alla pace. E' la pace in Palestina che porta
stabilita', liberta' e democrazia in Medio Oriente, non la guerra contro
l'Iraq oggi e l'Iran e la Siria domani. Una pace che affermi il ruolo delle
Nazioni Unite e che, per governare i conflitti nel mondo, abbia come basi
giuridiche il diritto internazionale e le risoluzioni dell'Onu.

7. MAESTRE. LUISA MURARO: L'ARTE DI MENDICARE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo questo articolo di Luisa Muraro apparso sul quotidiano
"L'unita'" del 20 settembre 2003 con il titolo Lo specchio dei mendicanti.
Luisa Muraro insegna all'Universita' di Verona, fa parte della comunita'
filosofica femminile di "Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul
femminismo" riportiamo la seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro,
sesta di undici figli, sei sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a
Montecchio Maggiore (Vicenza), in una regione allora povera. Si e' laureata
in filosofia all'Universita' Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo
Bontadini, ha iniziato una carriera accademica presto interrotta dal
Sessantotto. Passata ad insegnare nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora
nel dipartimento di filosofia dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al
progetto conosciuto come Erba Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo
coinvolta nel movimento femminista dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e
Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al femminismo delle origini, che poi
sara' chiamato femminismo della differenza, al quale si ispira buona parte
della sua produzione successiva: La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano
1976), Maglia o uncinetto (1981, ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri),
Guglielma e Maifreda (La Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della
madre (Editori Riuniti, Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria,
Napoli 1995), La folla nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato
vita alla Libreria delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista
trimestrale "Via Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita'
filosofica Diotima (1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei
(da Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il
profumo della maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e
nonna nel 1997"]

Mio fratello anarchico, che gira le fiere d'Europa vendendo un gioco
fabbricato da lui stesso, dice ai suoi compagni di strada: non mendicate,
offrite sempre qualcosa in cambio dei soldi. Lui pensa alla loro dignita' e
lo capisco. La Caritas, d'altra parte, ci consiglia di non dare soldi ai
mendicanti, altri sono i modi di aiutare i bisognosi; penso che abbia
ragioni da vendere. C'e' poi, immancabile, il sindaco che vorrebbe escludere
i mendicanti dal centro storico della sua citta' e perfino lui potrebbe
avere una parvenza di ragione, la stessa per cui una volta si proibiva ai
bambini di entrare nel salotto di casa. Insomma, non parlero' contro
nessuno.
Il mio discorso e' solo per ricordare che, ragioni a parte, mendicare a modo
suo e' un'arte, non molto diversa dalle performance artistiche che vanno di
moda, con la differenza che quella e' un'arte antichissima, radicata nella
condizione umana a una profondita' che le performance moderne raramente
attingono. E' un teatro della bisognosita' umana: bisogno di che cosa,
veramente? E continua a rinnovarsi nel tempo, insieme all'umanita'.
Dico teatro perche' non e' dato distinguere il vero dal falso: tutti
sembrano poverissimi, ma non e' vero, alcuni sembrano mutilati e qualche
volta e' vero, ci sono donne con bambini in braccio che forse sono
affittati, uomini con ragazzini al seguito che forse sono schiavi, ragazze
in fuga da casa e altre che una casa non l'hanno piu', terremotate o
profughe, dicono, a seconda delle contingenze storiche... Chi lo sa e come
saperlo?
L'arte del mendicare e' come una recita che mette a contatto due parti
separate che devono restare separate. Da una parte loro, inutili, bisognosi,
senza diritti, alla nostra merce', dall'altra noi, presuntamente utili,
indipendenti, garantiti. Bisognerebbe aggiungere: da una parte loro che
sanno di noi, dall'altra noi che non sappiamo di loro. Come funziona? Che la
vista del mendicante, come uno specchio incontrato nel momento e nel posto
sbagliato, ci disturba, suscitando fastidio, senso di colpa, un leggero
timore, ma basta dargli un soldo ed eccoci felicemente restituiti alle
nostre presunzioni. Cosi' lui (o lei) tira avanti, e noi pure. Vi pare
semplice, vi pare poco?
Ci sono persone che, con i mendicanti, cercano un rapporto umano alla pari,
forse vorrebbero attraversare lo specchio, e s'informano sulla salute,
suggeriscono delle possibilita' di cambiare vita... Non so se qualcuno si
sia mai rivolto al giovane Picasso dicendogli: invece di continuare a fare
quelle croste invendibili, ti do io un buon lavoro d'imbianchino. Con i
mendicanti questo si fa e trovo ammirevole la loro risposta, sempre a tono e
perfettamente evasiva. Tacitamente dicono: guarda che si tratta di te, non
di me.

8. MEMORIA. IDA DOMINIJANNI: I MESSAGGI NELLA BOTTIGLIA DI LELIO BASSO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 3 dicembre 2003.
Ida Dominijanni (per contatti: idomini at ilmanifesto.it), giornalista e
saggista, e' una prestigiosa intellettuale femminista.
Lelio Basso, nato a Varazze nel 1903, fin da giovanissimo si impegno' nel
movimento socialista e collaboro' a vari fogli democratici, tra cui  la
"Rivoluzione liberale" di Gobetti. Avvocato, antifascista, perseguitato,
resistente, il 25 aprile 1945 partecipo' all'insurrezione di Milano.
Costituente, parlamentare, dirigente della sinistra italiana, fondatore e
direttore di varie riviste (tra cui "Problemi del socialismo"), studioso del
marxismo e particolarmente di Rosa Luxemburg. Fondatore della Lega per i
diritti e la liberazione dei popoli, promotore della Dichiarazione
universale dei diritti dei popoli (Algeri 1976). E' scomparso nel 1978.
Opere di Lelio Basso: della sua vastissima produzione si veda almeno l'opera
postuma Socialismo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano 1980; e l'ampia
introduzione (pp. 13-129) a Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori
Riuniti, Roma 1967, 1976. Opere su Lelio Basso: per un avvio cfr. Enzo
Collotti, Oskar Negt, Franco Zannino, Lelio Basso, teorico marxista e
militante politico, Angeli, Milano 1979 (con scritti di Basso e una
bibliografia curata da Fiorella Ajmone)]

Ci sono centenari rituali e centenari sensati, freddi e caldi, ossificati e
vivi. Il centenario della nascita di Lelio Basso appartiene alla seconda
categoria.
Non solo - aspetto tuttavia non secondario - per l'affetto e l'amicizia di
cui la sua persona e' tuttora circondata in quanti lo hanno seguito nella
sua attivita' politica e culturale. Ma anche per la stringente attualita'
dei messaggi che tuttora la vita, l'opera e il pensiero di Basso sono in
grado di mandarci.
De nobis fabula narratur, sia che di Basso si ricordi il politico o il
giurista, l'avvocato delle garanzie individuali o dei diritti dei popoli, il
socialista spietatamente critico delle illiberta' del comunismo di stato o
il padre costituente lucidamente vaccinato dalle illusioni della democrazia
diretta.
Si' che non potevano non essere carichi di allusioni all'oggi, dirette o
indirette, i ricordi che di Basso hanno tracciato ieri nella sala di palazzo
Giustiniani del senato Giuliano Amato, Giulio Andreotti e Stefano Rodota',
restituendo il ritratto sfaccettato di un intellettuale-politico che, per
dirla con Rodota', per un verso "ha attraversato il secolo breve,
identificandosi con le sue promesse", per l'altro puo' condurci oggi a
riattraversarlo a nostra volta, "per non rimanere prigionieri della cupa
vulgata di un Novecento lastricato solo di orrori, e divenire pienamente
consapevoli della restaurazione che stiamo vivendo".
Prendiamo il Lelio Basso deputato alla Costituente, estensore dell'articolo
49 sui partiti politici. Suona fuori tempo, dopo le vicende italiane degli
anni Novanta, quella visione del partito come cardine della democrazia
organizzata? Si', se fissiamo lo sguardo solo sulla degenerazione della
forma-partito. No, se reinterpretiamo la filosofia di quell'articolo alla
luce della degenerazione democratica. Basso vedeva lucidamente quanto puo'
essere esile il confine fra democrazia e populismo, e per questo riteneva
che la sovranita' popolare dovesse essere incardinata a forme di mediazione
politica e istituzionale precise. "E' questo l'aspetto piu' difficile della
democrazia, la quale e' principalmente democrazia indiretta. Un sistema di
deleghe e' indispensabile anche perche' la massa e' immatura e impreparata
ad affrontare tutti i complessi problemi della vita statale, ed e' piu'
soggetta a influenze irrazionali. Occorre equilibrare la duplice esigenza di
una partecipazione reale e continua delle masse e di una continua mediazione
che traduca in decisione razionale la risultante di tutti gli impulsi di
volonta' che provengono dal popolo".
Oppure prendiamo il Lelio Basso senatore nel 1978, che interviene in aula
durante il sequestro Moro. Giulio Andreotti ne riporta le preoccupazioni
contro il rischio dell'introduzione di norme antiterrorismo emergenziali:
"Lo so che il sentimento della grande maggioranza della popolazione italiana
e' favorevole a queste norme e magari anche a misure ancora piu' gravi.
Credo pero' che il dovere di una classe politica responsabile sia quello di
non cedere all'emotivita' di una folla, alla pressione immediata, alla
reazione umana emotiva del popolo, ma quello di saper mantenere un
atteggiamento piu' freddo, piu' sereno, piu' capace di affrontare le
situazioni nel quadro della nostra struttura costituzionale, perche' solo in
questo modo la democrazia puo' salvarsi". Che risponderebbero oggi Bush o
Berlusconi?
Da giurista, Rodota' sottolinea di Basso la concezione del diritto come
garanzia di un progetto politico aperto, delle istituzioni internazionali (a
partire dal Tribunale internazionale dei diritti dei popoli) come garanzia
dei processi di liberazione e della loro verifica, della cittadinanza come
"fascio dei diritti fondamentali della persona", della Costituzione come
testo che da' inizio al patto sociale e non lo chiude in soluzioni
ingegneristiche. Come compagno di percorso, Giuliano Amato ricorda gli anni
della comune militanza nel Psiup, quando il partito era stato appena formato
e gia' Basso pensava a quello che non andava bene e andava modificato, mosso
dalla sua incoercibile ricerca di pratiche di liberta'. E a testimonianza di
un rapporto capace di contenere anche grossi dissidi, Andreotti ricorda
quando si oppose alla nomina di Basso alla consulta, perche' "questo
illuminato amico stupendamente anarchico non aveva le caratteristiche di
fondo di un giudice costituzionale", ma aveva le caratteristiche di un amico
e non gliene volle.
Dal Brasile, infine, arriva il saluto di Luiz Inacio "Lula" Da Silva, che
porta in primo piano l'istituzione del Tribunale Russell per l'America
Latina, le inchieste sulla repressione e la tortura in Brasile e in altri
paesi, le reti internazionali a sostegno degli esuli. "Si tratto' di un vero
e proprio movimento politico, che cercava di andare al di la' delle denunce
puntuali e che contribui' al dibattito e all'impegno per la fine
dell'autoritarismo e il ritorno della democrazia".
Michele Salvati, che coordina il dibattito, sente il bisogno di fare qualche
distinguo e di prendere qualche distanza: la passione di Basso per la
liberta' gli consenti' di lottare contro il fascismo e anche contro il
comunismo realizzato, ma non fu sufficiente a fargli vedere le simmetrie fra
i due totalitarismi di cui il dibattito pubblico di oggi ha finalmente
acclarato l'esistenza. Marcello Pera invece coglie l'occasione per chiedere
l'ennesimo lavacro alla sinistra italiana, rea di non avere raccolto fino in
fondo la sfida di Basso a liberarsi definitivamente dell'"impronta
leninista". Ecco due sciocchezze che Lelio Basso non avrebbe detto.

9. RIFLESSIONE. AUGUSTO CAVADI: UN CONVEGNO A MESSINA
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi at lycos.com) per averci
messo a disposizione questo suo articolo apparso sull'edizione palermitana
del quotidiano "La Repubblica" del 28 novembre 2003. Augusto Cavadi,
prestigioso intellettuale ed educatore, collaboratore del Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, e' impegnato nel
movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a Palermo, collabora a
varie qualificate riviste che si occupano di problematiche educative e che
partecipano dell'impegno contro la mafia. Opere di Augusto Cavadi: Per
meditare. Itinerari alla ricerca della consapevolezza, Gribaudi, Torino
1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni inevitabili,
Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo, Augustinus, Palermo 1990;
Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad. portoghese 1999; Ciascuno
nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera, Augustinus, Palermo 1991;
Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad. portoghese 1999; Le nuove
frontiere dell'impegno sociale, politico, ecclesiale, Paoline, Milano 1992;
Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa puo' fare ciascuno di noi qui e
subito, Dehoniane, Bologna 1993, seconda ed.; Il vangelo e la lupara.
Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A scuola di
antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze didattiche,
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994;
Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza cristiana,
Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain fra moderno e
post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo. Indicazioni per chi
fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce "Pedagogia" nel cd-
rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie, Cliomedia Officina,
Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici. Naufragio della
politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000; Le ideologie
del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001. Vari suoi contributi sono
apparsi sulle migliori riviste antimafia di Palermo. Indirizzi utili:
segnaliamo il sito: http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con
bibliografia completa)]

Quando negli anni Ottanta ci chiedevamo con degli amici perche' mai le
universita' siciliane non dedicassero energie e spazi alla ricerca sulla
mafia, arrivammo alla conclusione psicanalitica  - certamente un po'
maliziosa -  che a nessuno risulta agevole analizzare le proprie patologie.
Da allora, pero', molte tragedie hanno avuto l'effetto collaterale di
migliorare decisamente la situazione. E non e' un caso, probabilmente, che
proprio nel chiacchieratissimo ateneo messinese sia nato da tempo un "Centro
studi e documentazione sulla criminalita' mafiosa", al quale si deve
l'organizzazione di un convegno di studi (dal 27 al 29 novembre) che si
caratterizza per l'originalita' del tema e per il livello scientifico dei
contributi previsti.
L'originalita' del tema: e' infatti, se non erro, la prima volta in assoluto
che un'istituzione accademica pubblica discuta su "Cattolici, chiesa e
mafia. Aspetti storici, politici e religiosi". Il livello scientifico: a
meno di defezioni, parteciperanno con relazioni alcuni degli studiosi piu'
competenti sull'argomento sia nel mondo ecclesiale (tra cui don Francesco
Michele Stabile, don Luigi Ciotti, l'arcivescovo di Monreale Cataldo Naro, i
vescovi Michele Pennini di Piazza Armerina e Gian Carlo Brigantini di Locri)
sia nel mondo laico (tra cui Angelo Sindoni, Salvatore Lupo, Rosario
Mangiameli, Giuseppe Campione e Tano Grasso).
Si potrebbe aggiungere che il convegno, pur privilegiando per ovvie ragioni
la memoria storica, potrebbe riservare delle preziose ricadute
sull'attualita' piu' bruciante. Sappiamo infatti che, dall'unita' d'Italia
ad oggi, i rapporti fra chiesa cattolica e sistema di potere mafioso non si
sono configurati in maniera omogenea: in alcuni casi c'e' stata opposizione
conflittuale, in altri complicita', piu' spesso estraneita' e indifferenza.
Le ragioni di queste vicissitudini cosi' alterne sono molteplici e saranno
senza dubbio focalizzate da alcuni esperti le cui tesi sono ormai divenute,
per fortuna, patrimonio abbastanza diffuso. Ma almeno una va evidenziata: lo
snodo, o il nodo, della politica.
Intendo dire che i casi in cui esponenti del laicato o del presbiteriato
cattolico hanno avuto un rapporto diretto, immediato con le cosche mafiose -
sia un rapporto di scontro come per esempio due personaggi che saranno
rievocati nel corso del convegno, don Pino Puglisi o il giudice Rosario
Livatino, sia un rapporto di sintonia programmatica e di sinergia
operativa - sono, tutto sommato, poco numerosi. Molto piu' frequenti,
invece, i casi in cui il contatto - talora polemico, talaltra d'intesa - si
e' realizzato mediatamente: per via di partiti, movimenti o singoli
esponenti politici. Per dirla un po' schematicamente ma con chiarezza: il
mondo cattolico e il mondo mafioso tenderebbero, di per se', a procedere
parallelamente e quando cio' non avviene e' perche' entrambi entrano in
relazione con il mondo politico. Vescovi e parroci, ma anche semplici
fedeli, che non stringerebbero mai la mano di un assassino, intessono
pero' - senza travagli interiori - rapporti clientelari con ministri,
sindaci o assessori di area cattolica che, a loro volta, la mano di un
assassino l'hanno stretta incontrandola nella loro strada (se non
addirittura ricercandola). Quando Salvo Lima fu ucciso, il parroco di
Mondello dichiaro' a un giornalista il suo dolore per la morte di un
benefattore che aveva procurato a decine di giovani della borgata degli
impieghi pubblici e l'arcivescovo di Monreale dell'epoca espresse il proprio
disappunto per la tragica fine di un amico che sino a qualche giorno prima,
richiesto di un favore, era corso in episcopio per mettersi a disposizione.
Sara' interessante conoscere i risultati di questo autorevole convegno a
Messina. Ancora piu' notevole, pero', sarebbe la conclusione pratica, o -
come si dice con espressione un po' anacronistica - "pastorale", che le
comunita' cattoliche non devono limitarsi a esecrare, con sincero sdegno, il
volto violento della mafia che intimidisce e condanna a morte gli innocenti,
ma devono arrivare a troncare ogni rapporto privilegiato con il volto
politico della mafia: con quel sistema di potere, apparentemente bonaccione
e pacioccone, che premia i sudditi piu' vili e piu' proni - con appalti,
convenzioni e assunzioni nelle cliniche universitarie - e punisce,
emarginandoli o condannandoli all'esilio - i cittadini gelosi della propria
dignita' e della propria liberta'. Certo, ai cattolici non deve venir meno -
come e' stato ricordato autorevolmente in questi giorni a Palermo - "il
coraggio della politica": ma, sradicato dal coraggio della legalita' formale
e della giustizia sostanziale, si trasforma in sfacciataggine spudorata.
E' in fondo il nocciolo dell'appello che molti di noi sentimmo rivolgere,
nella chiesa di S. Ernesto, dal cattolico Paolo Borsellino durante una
veglia di preghiera ad un mese dalla strage di Capaci: "Dobbiamo pagare il
nostro debito morale, verso questi fratelli morti per noi, rifiutando di
trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli
aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); troncando immediatamente ogni
legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi
persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli".

10. TESTIMONIANZE. GIULIANA SGRENA: FATIMA E AZRA, PICCOLI OMICIDI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 29 novembre 2003. Giuliana Sgrena,
intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu' prestigiose, e'
tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle culture arabe e
islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra cui: a cura di,
La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma; Kahina contro i califfi,
Datanews, Roma; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma); e' stata
inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase piu'
ferocemente stragista della guerra tuttora in corso, ed e' nuovamente in
Iraq in questi giorni]

L'avvicinarsi dell'inverno terrorizza gli iracheni: la corrente elettrica
arriva solo qualche ora al giorno, per fare benzina occorre fare code di
ore, manca il kerosene e il gas ha prezzi proibitivi (una bombola e' passata
da 500, prima della guerra, a 4-5.000 dinari). I paradossi di un paese
occupato che galleggia sul petrolio ma non ha piu' il controllo delle
proprie risorse. Intanto la temperatura si sta abbassando e oltre al
problema di cucinare si pone anche quello del riscaldamento. Bisogna trovare
alternative, finora insolite visti i prezzi irrisori dei combustibili, come
andare a raccogliere legna, magari rimettendoci la vita.
E' successo a Baquba, una cittadina di circa 300.000 abitanti, a una
cinquantina di chilometri a nord-est di Baghdad. Fatima e Azra, due sorelle,
rispettivamente quindici e dodici anni, giovedi' a mezzogiorno stavano
raccogliendo legna in un campo a qualche decina di metri dall'aerporto
militare di Ibn Firnas, dove gli americani hanno installato la loro base,
quando sono state colpite a morte dai soldati. "Azra e' morta subito e
l'altra mia sorella dopo, per le ferite riportate", ha riferito il fratello
Qusay, diciottenne. Un poliziotto, Hussein Ali, ha detto che i soldati
americani hanno consegnato alla polizia locale il corpo di una delle ragazze
"sostenendo che era in possesso di un fucile". Ma la polizia, che non ha
risparmiato alla famiglia nemmeno l'umiliazione di una perquisizione subito
dopo la perdita delle due ragazze, "non ha trovato nulla di illegale" nella
loro abitazione, ha riferito Ali. Nessun commento finora da parte del
comando militare Usa.
Nuove "vittime collaterali", nuove ferite difficilmente rimarginabili, in
una citta' che non nasconde la propria nostalgia per Saddam, a giudicare
dalle numerose scritte sui muri: "Abbasso Bush, viva Saddam" e "A morte gli
americani". Sottoposta a continue rastrellamenti degli americani che cercano
di porre fine agli attacchi della resistenza, la cittadina e' allo stremo.
Anche perche' non sempre gli attacchi anti-Usa sono andati a segno: alla
fine di settembre un colpo di mortaio, che verosimilmente avrebbe dovuto
colpire la sede del governatorato dove stazionano anche gli americani, era
invece caduto su una piazza, a circa 200 metri dall'obiettivo, alle nove di
sera in un momento di affollamento, provocando la morte di nove civili e il
ferimento di altri quindici. Il 22 novembre invece erano entrati in azione i
kamikaze contro i "collaborazionisti". Un'autobomba aveva investito la
principale stazione di polizia della citta', uccidendo nove poliziotti e due
civili. Altre nove vittime erano state il bilancio di un'altra autobomba
lanciata contro la stazione di polizia di Kahn Bani Saad a 15 chilometri da
Baquba.
L'antica cittadina sul fiume Diyala, dalle origini preislamiche, quando era
gia' un centro di agricoltura e commerci sulla via della seta, stazione di
sosta tra Baghdad e Khorasan, piu' recentemente era diventata un serbatoio
di uomini per l'esercito e la guardia repubblicana di Saddam, ed anche per
questo e' particolarmente martellata dall'esercito di occupazione che trova
del resto una resistenza degna del famoso "triangolo sunnita". Una
situazione che aumenta la tensione e che terrorizza i militari Usa, come
avevamo potuto verificare durante una sosta alla base Ibn Firnas, che si
trova a circa sette chilometri dal centro della citta', alla fine di
settembre: non ci avevano fatto entrare, "non c'era nessuno con cui
parlare". Questo terrore rende i militari assai pericolosi, hanno sempre il
dito sul grilletto e l'indicazione che circola a Baghdad per tutta la
popolazione e' quella di stare il piu' lontano possibile dalle truppe
americane, ma non sempre e' possibile.
Cosi' le vittime civili aumentano e a risarcirle non puo' certamente bastare
la manciata di dollari stanziati dagli Stati Uniti. Recentemente sono stati
stanziati 1,5 milioni di dollari per risarcire i civili colpiti dai militari
americani al di fuori delle operazioni di combattimento. Le domande superano
le 10.000. Ma non e' facile non solo ottenere il risarcimento ma nemmeno
arrivare a presentare la richiesta, per questo Occupation watch - ong
sostenuta anche da "Un ponte per Baghdad" - sta cercando di portare avanti
le richieste di alcune di queste vittime, grazie alla collaborazione di
avvocati volontari e anche all'aiuto di Globale exchange.
Continuano le perdite anche in campo americano, ieri un militare e' rimasto
ucciso a Mosul, dove un colpo di mortaio ha colpito il palazzo che era di
Saddam ed ora e' sede del comando americano. Un altro e' morto dentro la
base americana di Ramadi, cento chilometri a ovest di Baghdad.

11. TESTIMONIANZE. GIULIANA SGRENA: FINE DEL RAMADAN A KERBALA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 30 novembre 2003]

A Kerbala, con Najaf una delle due citta' sante irachene, l'Aid, la festa di
fine Ramadan, e' cominciato giovedi', con un giorno di ritardo sugli altri
sciiti e due rispetto ai sunniti. Cosi' ha voluto l'ayatollah Ali al
Sistani, anziano leader religioso di origini iraniane riconosciuto come
marja (fonte di riferimento, massima autorita' sciita) dopo l'assassinio nel
1999 di Mohammed Sadeq al Sadr. Un modo per distinguersi dai wahabiti
sauditi e dagli sciiti legati a Tehran, visto che i suoi detrattori gli
rimproverano di non essere arabo? "Per proclamare la fine del Ramadan e'
sufficiente che due persone abbiano visto apparire la luna crescente", ci
spiega lo sheikh Mohammed al Saadi, imam della moschea al-Mukhaim e seguace
del radicale Muqtada, figlio di al Sadr e nemico giurato di Sistani, "e da
noi ieri (martedi', ndr) sono venute almeno un centinaio di persone a dirci
di aver visto la luna". Comunque Kerbala, dove gli sciiti sono in
maggioranza sostenitori di Sistani, ha seguito le sue indicazioni per
l'inizio dell'Aid.
Un Aid triste quest'anno, per la miseria aggravata dalla guerra e
dall'occupazione, i posti di blocco americani, numerosi sulla strada
proveniente da Baghdad. La sorpresa maggiore e' pero' rappresentata dalla
totale assenza dei ritratti dei leader sciiti iracheni nella zona delle due
splendide moschee dalle cupole d'oro, che ospitano i santuari degli imam
Hussein e Abbas, figli dell'imam Ali capostite degli sciiti e martiri della
battaglia di Tuff. Un unico ritratto campeggia ovunque, quello
dell'ayatollah Shirazi, iraniano, morto proprio due anni fa. Non puo' essere
solo l'anniversario della morte ad aver procurato l'esclusiva a Shirazi e
nemmeno la numerosa e visibile presenza di pellegrini iraniani. Forse e'
stato il modo per evitare, nei giorni di festa, di rinfocolare quella
battaglia per il controllo delle moschee scoppiato un mese e mezzo fa tra i
sostenitori di Sistani e quelli di Muqtada. A sfruttare la contrapposizione
sarebbero stati gli ex-baathisti, secondo sheikh al Saadi - che vanta il
merito del suo gruppo di aver ucciso molti ex militanti e "criminali" del
partito unico -, che avrebbero sparato su tutti perche' cercano di esportare
nel sud sciita la resistenza del triangolo sunnita. "Ma qui non c'e'
resistenza, non perche' siamo codardi, ma perche' aspettiamo indicazioni dai
nostri leader della marjiya (il consiglio dei marja). Se dobbiamo fare il
jihad siamo pronti, non siamo diversi dagli altri iracheni", sostiene l'imam
che anche fisicamente sembra la copia del facinoroso Muqtada. Muqtada, che
ha costituito il Jaish al Mahdi (esercito di al Madhi) per ora usato a fini
religiosi, alterna minacce a dichiarazioni di pacifica convivenza con gli
americani.
Ali al Sistani invece e' sempre stato un sostenitore del non coinvolgimento
dei leader religiosi nella politica e nelle istituzioni, ma sebbene un
musulmano - sostiene l'ayatollah - deve poter decidere da solo, e' compito
dei religiosi quello di aprire loro la mente rispetto ai pericoli delle
deviazioni dall'islam. E' conscio che non tutto il campo puo' essere
lasciato ai leader sciiti che combinano la religione con la politica, come
Muqtada al Sadr e il capo dello Sciri (Consiglio supremo per la rivoluzione
islamica in Iraq) Abdelaziz al Hakim, aveva affermato che "tutto (il
processo di trasferimento dei poteri agli iracheni, ndr) deve iniziare con
elezioni generali per mettere in piedi un'assemblea costituzionale" e "per
quanto riguarda la legge, siccome l'islam e' la religione della maggioranza
degli iracheni, le regole dell'islam devono essere presenti nei dettami
della costituzione". Affermazioni prese al balzo dal leader dello Sciri, che
si e' fatto scudo dell'autorita' del marja, per rilanciare le sue critiche
gia' espresse rispetto al piano sottoscritto da Usa e Consiglio governativo,
di cui fa parte. Ha approfittato dell'Aid per parlare con Sistani a Najaf e
riferire le sue "preoccupazioni" per la scarsa considerazione del ruolo del
popolo nel trasferimento dell'autorita' agli iracheni e per la mancanza di
assicurazioni sulla preservazione dell'identita' islamica nella
costituzione. L'ayatollah Sistani chiede elezioni sia per le amministrazioni
comunali che per il consiglio legislativo che deve portare alla elezione del
governo e che, invece, secondo il "piano" doveva essere scelto attraverso un
confuso processo di elezioni di delegati attraverso comitati provinciali.
Queste affermazioni della maggiore autorita' sciita riconosciuta - gli
sciiti sono il 60% della popolazione - sono suonate come una pesante ipoteca
sul processo in corso, tanto da indurre il presidente di turno del Consiglio
governativo, Jalal Talabani, che aveva firmato l'accordo con gli americani
il 15 novembre, a recarsi a Najaf a incontrare il vecchio ayatollah. La
resistenza sciita prende, per ora, strade diverse da quella sunnita, forte
anche del contropotere costruito in questi mesi di occupazione.
Il Consiglio governativo e' sotto pressione da parti diverse: degli
americani che dopo averne limitato i poteri e i mezzi a disposizione (non ha
nemmeno un budget) lo hanno accusato di inefficienza, ma soprattutto della
popolazione che non ne ha mai riconosciuto la legittimita' in quanto non
rappresentativo e nominato dagli occupanti - e per questo Sistani chiede
elezioni - e anche della resistenza che non ha risparmiato attacchi, anche
mortali, nei loro confronti.
La speranza di alcuni dei componenti del Consiglio si e' trasformata in una
trappola da cui cercano ora di sfuggire. Il disagio e i distinguo
nell'avallare una polica dettata da Washington, che finora erano rimasti
coperti all'interno del Consiglio governativo, improvvisamente sono esplosi
all'esterno. Il disagio di molti militanti era evidente, soprattutto tra i
comunisti, ma non solo.
L'anelito di sovranita' passa anche attraverso il ricorso alle Nazioni
Unite, di cui proprio l'Iraq ha rappresentato la tomba, con la guerra e il
dopo. Il primo a farlo e' stato Jalal Talabani, presidente di turno del
Consiglio, con la richiesta di una risoluzione del Consiglio di sicurezza
per sancire la fine dell'occupazione in giugno, dopo l'elezione del governo
provvisorio. Ieri e' stato il Partito comunista, per bocca di Salaam Ali,
membro del comitato centrale e vice di Hamid Majid Moussa, segretario del
partito, all'interno del Consiglio governativo, che ha accusato le forze di
occupazione la cui lentezza nell'individuare un piano attuabile per il
trasferimento dell'autorita' a un governo iracheno ha rafforzato "gli
sconfitti" del regime di Saddam e i militanti religiosi. "Se gli americani
ci avessero ascoltati lo scorso maggio e avessero permesso la realizzazione
di una conferenza nazionale per scegliere un governo legittimo, non si
sarebbe mai raggiunto questo livello di instabilita'", ha detto Ali. Questo
non vuol dire che Hamid Majid Moussa lascera' il Consiglio governativo. E
nemmeno Abdelaziz al Hakim, che si costraddistingue come campione di
ambiguita'.

12. TESTIMONIANZE. GIULIANA SGRENA: DOMENICA DI SANGUE A SAMARRA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 2 dicembre 2003]

Il numero dei "combattenti nemici" uccisi negli scontri avvenuti domenica a
Samarra, 100 chilometri a nord di Baghdad, sarebbe salito da 46 a 54,
secondo il tenente colonnello William MacDonald, portavoce del comando
americano, 22 i feriti e 11 i catturati. Ma secondo fonti irachene il loro
numero delle vittime sarebbe di molto inferiore, non piu' di nove o dieci,
numerosi i feriti. E, comunque, secondo la polizia locale nella sparatoria
sarebbero rimasti uccisi anche otto civili, tra cui uno dei tanti pellegrini
iraniani che si recano alle citta' sante di Najaf e Kerbala. Difficile
verificare il numero delle vittime, i corpi dei guerriglieri che gli
americani dicono di aver ucciso sono spariti. Il comando Usa ha esagerato
sul bilancio oppure i cadaveri sono stati fatti sparire dai loro compagni?
Il generale di brigata Mark Kimmit nega anche "danni collaterali". Come in
ogni conflitto si combatte anche la guerra delle cifre, e c'e' chi sostiene
che anche il numero delle vittime americane di questa guerra sia molto
superiore a quello ammesso. Quello di Samarra e' comunque lo scontro piu'
sanguinoso avvenuto tra le truppe americane e la guerriglia irachena, dopo
il primo maggio ("fine" della guerra per Bush). I guerriglieri avevano
preparato due imboscate, coordinate e contemporanee, una a ovest e un'altra
a est della citta', a due convogli di blindati americani che trasportavano
grandi quantita' della nuova valuta, che entro dicembre deve sostituire
tutti i "Saddam" (biglietti con la faccia del rais) in circolazione, da
consegnare alle banche. Secondo gli americani il prezioso carico era gia'
stato consegnato. Negli ultimi tempi sono stati numerosi i portavalori
caduti in imboscate.
Domenica i convogli sono stati attaccati con bombe, armi leggere, mortai e
granate. In una delle imboscate, i guerriglieri hanno bloccato la strada con
barricate e poi hanno colpito il convoglio sparando dai tetti. Ogni attacco
sarebbe stato condotto da una quarantina di guerriglieri, tra di loro ci
sarebbero stati dei Feddayn Saddam, la forza paramilitare gia' guidata dal
figlio del rais, Uday, riconoscibili per le loro tute nere. Gli americani
hanno risposto sparando indiscriminatamente, anche con i cannoni, contro
tutto e tutti. Ieri erano ancora evidenti i segni della battaglia campale:
ai lati della strada c'erano ancora le carcasse abbandonate di una dozzina
di auto, tre gli edifici pesantemente danneggiati, ma molti altri portano i
segni delle cannonate. Sono stati colpiti anche coloro che portavano i
feriti all'ospedale, hanno riferito gli abitanti. Ma soprattutto e' stato
colpito dal cannone di un carro armato anche un asilo. "Fortunatamente,
avevamo evacuato i bambini cinque minuti prima che venisse attaccato", ha
detto Ibrahim Jassin, il guardiano dell'asilo, "ma perche' attaccano
indiscriminatamente? Perche' sparano con un cannone a un asilo?". Mentre il
capo della polizia Mahmud Mohammed ha accusato gli americani di aver aperto
il fuoco per rispondere ai guerriglieri quando questi si erano gia'
ritirati. Tra i feriti, secondo il poliziotto, vi sarebbero anche dei fedeli
intenti a pregare nella vicina moschea. Quando gli americani hanno
cominciato a sparare anche i civili hanno risposto, recuperando le armi che
hanno in casa. La popolazione e' esasperata dopo le continue perquisizioni
notturne, arresti, soprusi. "Ci dicono che siamo terroristi? Allora va bene,
siamo terroristi", ha dichiarato uno dei feriti dalle schegge all'Associated
Press.
Samarra, citta' storica con la sua famosa malwiya (il minareto dalla forma a
spirale), una delle roccaforti dell'ex rais in pieno "triangolo sunnita", e'
piena di scritte a favore di Saddam. Qui la settimana scorsa sono state
arrestate la moglie e la figlia di Izzat Ibrahim, uno sei super ricercati,
considerato uno degli organizzatori degli attacchi anti-Usa. E gia' una
decina di giorni fa, alcuni abitanti ci avevano riferito dell'uccisione di
alcuni feddayn, mentre gli elicotteri sorvolavano a bassa quota la citta'.
Allora gli americani l'avevano fatto senza clamore, ieri invece hanno
sparato le cifre dei "nemici" uccisi.
Forse anche questo fa parte della campagna per rialzare il morale delle
truppe, lanciata con la visita di Bush, al termine di un mese che e' stato
il piu' sanguinoso dall'inizio della guerra: 79 sono gli americani uccisi in
novembre, ma la cifra sale a 104 se si tiene conto di tutta la coalizione,
compresi i 19 italiani, tra carabinieri e civili, uccisi a Nassiriya. Anche
ieri un soldato statunitense e' morto in seguito alle ferite riportate in un
attacco subito mentre era in pattuglia a Habbaniya, una ottantina di
chilometri a ovest di Baghdad.
Nonostante le pesanti perdite subite, le forze della coalizione - Italia e
Spagna comprese - non hanno nessuna intenzione di ritirarsi, ma ieri il
ministro degli esteri Antonio Martino durante la riunione ministeriale della
Nato a Bruxelles non ha escluso l'invio di un contingente Nato in Iraq:
"potrebbe accadere e a medio termine non e' solo possibile ma probabile".

13. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

14. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: luciano.benini at tin.it,
angelaebeppe at libero.it, mir at peacelink.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per non ricevere piu' questo notiziario e' sufficiente inviare un messaggio
con richiesta di rimozione a: nbawac at tin.it

Numero 749 del 4 dicembre 2003