VERTICE-LAMPO CON I PRESIDENTI DEI PAESI ANDINI



GUIDO PICCOLI (Il Mattino)
Tra Monterrey a San Salvador, Bush ha scelto di fermarsi solo poche ore a
Lima. Quella nella capitale peruviana, in completo stato d'assedio (7.000
poliziotti mobilitati, divieto di sorvolo della capitale, divieto di
manifestazione), è certamente la tappa più difficile del suo rapido giro
latinoamericano. Non tanto per la tensione generata dal sanguinoso attentato
di mercoledì scorso nei pressi dell'ambasciata americana (9 i morti), del
quale è ancora sconosciuta la matrice, ma per la grande instabilità della
regione andina. Dopo l'11 settembre, la Casa Bianca è costretta a rafforzare
il controllo sul continente americano «per non ripetere l'errore di Annibale
che lasciò scoperta Cartagine per attaccare Roma», come ha affermato giorni
fa il portavoce del Dipartimento di Stato, Phillip Reeker. La zona che va
dal canale di Panama fino alla foresta amazzonica è ricca, come poche altre
al mondo, di tre risorse strategiche - petrolio, acqua e biodiversità - ma è
anche minacciata dal contagio della guerra civile colombiana. A Lima - al
«minivertice» andino con i massimi rappresentanti di Perù, Bolivia, Ecuador
e Colombia - Bush ha portato l'assicurazione di non avere intenzione di
spedire i marines a impantanarsi in quel conflitto, ma ha anche esposto la
volontà di costruire altre basi militari, come quelle esistenti a Manta in
Ecuador, a mezz'ora di volo dalle zone d'influenza dei guerriglieri delle
Farc colombiane e a Iquitos in Perù, sul rio delle Amazzoni.
Proprio in questi giorni, il Congresso statunitense ha deciso di autorizzare
la Casa Bianca a utilizzare, contro il cosiddetto terrorismo locale, tutti i
mezzi e gli uomini finora destinati alla sola lotta al narcotraffico. Pochi
si sono opposti a questa svolta storica. Tra questi, il deputato
democratico, Ike Skelton, che ha ricordato che «l'aiuto militare fornito
fino ad oggi non ha posto fine alla guerra civile colombiana, né ha
contribuito alla stabilità della regione e neppure alla riduzione del
narcotraffico». La proposta di Bush trova tiepidi i presidenti andini,
tranne quello colombiano, Andrés Pastrana, convertitosi, a pochi mesi dalla
scadenza del suo mandato, alla linea dura contro la guerriglia. Nonostante
le scontate e formali adesioni alla strategia statunitense, i governi locali
temono di farsi coinvolgere militarmente nel conflitto colombiano e non
sembrano entusiasti di aderire all'Area di Libero Commercio delle Americhe
(Alca), prevista per il 2005.
Anche dopo il vertice di Lima, ogni paese andino rischia di procedere a
velocità diverse sulle strada dell'Alca. La Colombia è alle prese con una
guerra civile paralizzante. La Bolivia deve fare i conti con una popolazione
indigena mobilitata contro le privatizzazioni e la politica di fumigazioni
aeree delle coltivazioni di coca. L'Ecuador e il Perù sono stati costretti a
porre in stato d'emergenza le loro regioni settentrionali: per impedire le
incursioni dei guerriglieri colombiani, ma anche per proteggere le compagnie
petrolifere presenti in zona. Ma il protagonista del vertice di Lima è,
paradossalmente, il suo grande assente, e cioè il Venezuela. L'ultima
proposta del suo presidente Hugo Chavez, e cioè il tentativo di creare un
asse anti-Alca, insieme col Brasile, segue di pochi mesi la firma di un
accordo di cooperazione tra le compagnie petrolifere statali dei due Paesi,
che ha profondamente irritato la Casa Bianca. Alla vigilia della partenza
per Lima, Bush ha fatto di tutto per snobbare Chavez, limitandosi a dire che
«quell'uomo è stato eletto dalla gente, noi rispettiamo la democrazia, e
speriamo che la rispetti anche lui». Ma è chiaro che le posizioni del
presidente venezuelano disturbano i progetti degli Stati Uniti in quello che
continuano a considerare il loro «cortile di casa» molto di più dei ribelli
nascosti nelle foreste colombiane o di qualunque altro presunto terrorista.

Nello

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