la finanziaria , una analisi



da lavoceinfo.it
martedi 5 ottobre 2004

La deriva della riforma fiscale
Maria Cecilia Guerra
Silvia Giannini

Sette miliardi e mezzo di inasprimenti fiscali. Questo è il concorso che la
manovra finanziaria per il 2005 chiede alle entrate per il risanamento dei
conti pubblici. Allo stesso tempo, però, il Governo assicura che fra poco
più di un mese presenterà la seconda tranche della manovra, che ha al suo
centro sgravi fiscali per 6 miliardi, da finanziarsi integralmente con
riduzioni di spesa.

Una delega troppo generica

Poiché 7,5 è più grande di 6, il risultato netto atteso per i contribuenti
nel loro insieme dovrebbe quindi essere negativo. Al meglio, la manovra
fiscale proposta dovrebbe tradursi in una ricomposizione del prelievo, con
categorie di contribuenti che ci rimettono e altre categorie che ci
guadagnano. Chi ci guadagna e chi ci perde però non è facile dirlo:
incredibilmente infatti, a tre anni dalla presentazione del disegno di legge
delega sulla riforma fiscale e a un anno e mezzo dalla sua approvazione in
Parlamento, il Governo non è ancora in grado di fornire indicazioni
credibili su come pensa di riformare, non già il sistema fiscale nel suo
complesso, ma neppure la sua imposta principe, l'Irpef, su cui sembra
dovrebbero essere concentrati gli "sgravi" promessi. Ciò dimostra che la
delega fiscale, che pure aveva auto il consenso di tutte le forze della
maggioranza, era troppo generica nei contenuti, e troppo ottimista circa le
possibilità di copertura, come è stato più volte sottolineato dai suoi
critici. Poiché i contenuti, le modalità e i tempi della seconda tranche
della manovra sono ancora oscuri, occupiamoci intanto della parte che già c'
è e che è finalizzata al risanamento dei conti pubblici, con un gettito
atteso di 7,5 miliardi nel 2005. L'intervento segue fondamentalmente due
direttrici.
- la cosiddetta manutenzione della base imponibile
- l'inasprimento di (micro)tributi esistenti

La manutenzione della base imponibile

Le misure che vanno sotto questo nome sono meritoriamente dirette a
contenere il fenomeno dell'evasione fiscale in alcuni importanti settori: in
primo luogo, la tassazione del lavoro autonomo e delle piccole imprese e
quella dei fabbricati. Nessuna fonte ufficiale ha sinora indicato come i 7,5
miliardi attesi dalla manovra siano ripartiti fra i diversi settori di
intervento. Indiscrezioni giornalistiche sui contenuti della relazione
tecnica attribuiscono il ruolo di maggior rilievo alla tassazione dei
redditi di lavoro autonomo e piccola impresa. La norma più importante in
questo campo riguarda gli studi di settore, di cui si prevede la revisione
quadriennale, con l'accordo delle categorie interessate. È importante
sottolineare che la revisione, doverosa, degli studi di settore non
richiederebbe un nuovo intervento normativo: è già ammessa dalla legge
istitutiva del 1993 (n. 427 articolo 62bis). La mancata revisione dei primi
studi, che risalgono al 1998, è quindi frutto di un ritardo o di una scelta,
solo in parte spiegabile con le difficoltà politiche che un'operazione di
questo genere comporta. L'accordo per un inasprimento del prelievo con le
categorie interessate, a fronte della necessità di controllare i prezzi e in
un fase di stagnazione della domanda, non sembra un'operazione facile a
maggior ragione in questo momento. Proprio per cautelarsi rispetto a queste
difficoltà, la Finanziaria prevede anche un meccanismo di aggiornamento
automatico degli studi, a cadenza annuale, reso possibile dall'elaborazione,
da parte dell'Istat, di appositi indici specifici, costruiti a partire dai
dati economici settoriali desunti della contabilità nazionale, differenziati
per settore, territorio e dimensione dei soggetti interessati. Sulle
caratteristiche tecniche degli indici, per ora delineate solo per grandi
linee, sarà opportuno ritornare in futuro. Peccato però che, di fronte delle
rimostranze della Lega Nord e delle categorie interessate, il ministro
Siniscalco abbia già fatto marcia indietro, rimangiandosi il termine
"automatico" e dichiarando che anche questa indicizzazione sarà concordata
con le categorie interessate. È appena il caso di notare che il problema
politico potrebbe essere più facilmente affrontato se fosse chiaro quale è
(se ci sarà) il guadagno in termini di riduzione di aliquote che viene posto
sull'altro piatto della bilancia dell'aggiornamento della base imponibile,
dalla promessa riforma dell'Irpef. Utilizzando, forse per pudore, un nome di
verso viene poi proposta la quinta (nel giro di tre anni) edizione del
concordato triennale. L'elemento di maggiore interesse di questa, per ora,
ultima versione (che mal si raccorda con quella prevista dalla delega
fiscale e che perciò deve ripassare per l'approvazione del Parlamento)
sembra essere un più stretto collegamento con gli studi di settore, e una
maggiore attenzione alle caratteristiche specifiche del singolo contribuente
o quanto meno di singole categorie di contribuenti. Un giudizio complessivo
sull'operazione è però per ora prematuro, sia per la genericità delle
previsioni normative, che rendono difficile comprendere il rapporto fra i
tre interventi delineati, sia per l'incertezza sugli esiti della
contrattazione politica sul tema. Va però da subito sottolineato che non è
facile comprendere come queste previsioni possano dare un gettito rilevante
nel 2005. A meno di non prevederne applicazioni retroattive, la revisione
degli studi (che peraltro avverrà necessariamente gradualmente) dovrebbe
riguardare l'anno di imposta 2005 (con effetti principali a partire dal
2006). Mentre la norma stessa prevede che la pianificazione fiscale
concordata, che prende le mosse da una proposta da parte dell'
amministrazione finanziaria a ogni singolo contribuente, entri a regime solo
progressivamente nel corso di un triennio.

I redditi da fabbricati

Per arginare i fenomeni di elusione ed evasione fiscale sui redditi dei
fabbricati l'altro importante campo di intervento della Finanziaria, vengono
inasprite le norme di controllo, prevalentemente attraverso l'ampliamento
della tipologia degli atti nei quali deve essere indicato il numero di
codice fiscale e la previsione della possibilità che esso venga comunicato
all'Agenzia delle entrate da parte delle banche e altri soggetti, nonché la
previsione della comunicazione all'anagrafe tributaria dei dati catastali
relativi agli immobili nei quali è erogato un pubblico servizio. L'
inasprimento dovrebbe favorire la possibilità di un accertamento puntuale
dei redditi eventualmente evasi o sottostimati. Ma gli viene curiosamente
affiancato un meccanismo che permette al contribuente di mettersi al sicuro
da eventuali accertamenti. Basta dichiarare un reddito da affitto che,
considerato al netto del 15 per cento di abbattimento previsto a titolo
forfetario per le spese di manutenzione, sia almeno pari al 10 per cento del
valore catastale dell'immobile Allo stesso tempo, si riconosce ai comuni la
possibilità di richiedere all'Agenzia del territorio di intervenire non già
sulla sottostima generalizzata degli estimi catastali, quanto sulla
sperequazione degli stessi, che derivi da un classamento antiquato, che vede
ad esempio accatastati come abitazioni popolari appartamenti poi
ristrutturati in centri storici (o altre zone) che sono stati valorizzati da
interventi pubblici di risanamento e dotazione di infrastrutture. L'insieme
di questi interventi andrà accuratamente valutato. L'elemento più critico è
la loro estemporaneità: manca infatti totalmente un piano di riforma
complessivo sulla fiscalità della casa, volto a coordinare il prelievo
patrimoniale, l'imposizione indiretta sui trasferimenti di proprietà, il
prelievo sul reddito, per sanare le sperequazioni esistenti, evitare eccessi
di prelievo e contenere i fenomeni elusivi. La mancanza di questo disegno,
oltre a porre problemi sotto il profilo della trasparenza e dell'equità del
prelievo, nonché della sua efficienza, presta il fianco alla protesta dei
gruppi di pressione, ancora una volta con grossi rischi sull'esito ultimo
della manovra.

L'inasprimento di (micro)tributi esistenti

In definitiva, seguendo i cliché più classici delle "stangate" di ogni
tempo, il gettito più certo verrà ancora una volta dall'inasprimento di
tributi esistenti, meno visibili rispetto alle imposte sui redditi. Ci si
riferisce, in primo luogo, all'imposta sui beni a domanda rigida (i
tabacchi) e all'imposta "sugli stupidi", secondo la definizione di Einaudi
(il lotto). È utile ricordare che questi due tributi già da alcuni anni
rappresentano circa il 10 per cento del prelievo indiretto complessivo, e
che ciascuno di essi ha dato un gettito analogo a quello dell'imposta di
registro. Vi è poi l'abolizione dell'esenzione dal pagamento del contributo
unificato per i processi civili e amministrativi di valore inferiore a 1.100
euro, accompagnata dall'incremento degli importi dei contributi già
previsti. Si tratta in entrambi i casi di interventi con effetti
redistributivi regressivi, che certo non contribuiscono a migliorare la
razionalità e la semplicità del prelievo tributario. L'opposto di quanto si
diceva di volere con la riforma fiscale approvata con legge delega, la cui
attuazione, se si esclude l'imposta societaria, è sempre più sfumata all'
orizzonte.

Il prelievo inevitabile
Maria Cecilia Guerra
Silvia Giannini

Circa un terzo dell'aggiustamento complessivo previsto dalla Finanziaria
(7,5 su 24 miliardi di euro) proviene dall'aumento delle entrate ordinarie
(dirette e indirette). Il ministro dell'Economia poteva evitare questo
impopolare inasprimento fiscale?

L'andamento delle entrate

Dopo aver deciso di fornire un quadro più attendibile dell'andamento dei
conti della finanza pubblica, il ministro Siniscalco non aveva molte
alternative: gli impegni comunitari impongono, per il 2005, che due terzi
della manovra siano di tipo permanente e sarebbe stato impossibile
concentrare tutto l'aggiustamento sulla spesa: la scarsa capacità fino ad
ora mostrata dal Governo nel tenere sotto controllo questa componente del
bilancio, e l'incertezza degli esiti del "nuovo metodo" alla Gordon Brown
rendono già dubbio il raggiungimento degli obiettivi fissati, che dovrebbero
consentire un risparmio di spesa pari 9,5 miliardi di euro nel 2005. Ma gli
inasprimenti fiscali contenuti nella Finanziaria sono anche una risposta al
tendenziale calo del prelievo ordinario osservato negli ultimi anni e fino
ad ora mascherato dagli incassi una tantum ottenuti dai condoni. La tabella
riporta gli incassi delle amministrazioni pubbliche dal 2000 al 2003 e le
previsioni contenute nel Dpef 2005-2008, per il 2004 e 2005.

                  Entrate delle Amministrazioni pubbliche (dati in milioni
di euro)
 2000
 2001
 2002
 2003
 2004
 2005
 DPEF
 DPEF e LF 2005
Entrate
Imposte dirette
 170.547
 182.690
 178.964
 177.370
 181.507
 188.000
Imposte indirette
 175.171
 176.492
 185.116
 188522
 196.630
 203.500
Manovra per il 2005 (LF)
 7.500
Imposte dirette e indirette
 345.718
 359.182
 364.080
 365.892
 378.137
 399.000
Imposte in conto capitale
 1.117
 1.065
 2.986
 20.204
 7.548
 350
Totale entrate tributarie
 346.835
 360.247
 367.066
 386.096
 385.685
 399.350
Contributi sociali
 148.083
 153.905
 161.325
 171.028
 178.401
 184.000
Altre entrate correnti
 35.489
 40.090
 40.613
 41.345
 42.588
 43.000
Entrate in conto capitale non tributarie
 3.993
 2.337
 2.600
 4.294
 7.367
 5.000
Totale entrate
 534.400
 556.579
 571.604
 602.763
 614.041
 631.350
Pressione fiscale
 0,424
 0,422
 0,419
 0,428
 0,418
 0,414
Pressione fiscale al netto imposte in conto capitale
 0,423
 0,421
 0,417
 0,413
 0,412
 0,414
Come si nota, a fronte di una tenuta delle imposte indirette e dei
contributi sociali, le imposte dirette subiscono un vistoso calo, nel 2002 e
nel 2003. In percentuale del Pil passano dal 15 per cento nel 2001 al 14,2
per cento nel 2002 e al 13,6 per cento nel 2003. Nel 2004 se ne prevede una
ripresa, ma, nonostante i provvedimenti di luglio, il loro valore assoluto
resta ancora inferiore a quello del 2001, e la loro incidenza, in
percentuale del Pil, continua a calare leggermente (13,4 per cento).
Contestualmente si osserva un rilevante aumento delle imposte in conto
capitale, che includono gli incassi per sanatorie fiscali di vario tipo. Gli
introiti sono eccezionalmente elevati nel 2003 (circa 20 miliardi di euro),
ma anche nel 2004 forniscono un contributo significativo alla determinazione
delle entrate tributarie complessive. La pressione fiscale (dirette,
indirette, contributi sociali e imposte in conto capitale) aumenta dal 41,9
per cento nel 2002 al 42,8 per cento nel 2003 per poi tornare a scendere al
41,8 per cento, secondo le previsioni per il 2004. Al netto delle imposte in
conto capitale, tuttavia, il trend è sempre decrescente. Cosa ha determinato
il calo delle entrate ordinarie, e in particolare delle imposte dirette
osservato dal 2002? Concorrono diversi fattori, ma certamente il calo è
imputabile solo marginalmente al deludente andamento dell'attività
economica. Le basi imponibili delle imposte dirette e indirette sono infatti
definite in termini nominali e dovrebbero, in assenza di provvedimenti di
sgravio fiscale o altri fattori specifici, seguire grosso modo l'andamento
del Pil nominale. Tra gli sgravi fiscali che concorrono a determinare il
calo delle entrate nel 2002 e nel 2003 vi è certamente la prima tranche
della riforma dell'Irpef, il cui costo stimato era pari a 5,5, miliardi di
euro, e che è stato solo parzialmente finanziato dalla mancata restituzione
del fiscal drag. A ciò si aggiungono i costi di incentivi quali la Tremonti
bis e la Tecno Tremonti i cui oneri effettivi non sono mai stati resi noti.
Pur tenendo conto anche di altri fattori (ad esempio, il limitato importo
delle imposte sostitutive sulle attività finanziarie connesso all'andamento
dei rendimenti sui mercati finanziari), i conti non sembrano ancora tornare.
Il sospetto è che abbia contribuito al calo delle entrate anche la minor
propensione dei contribuenti a rispettare i propri obblighi tributari, a
seguito del susseguirsi di condoni fiscali.

Le entrate nel 2005

Venuti meno gli effetti dei condoni, con la legge Finanziaria per il 2005 si
è reso necessario trovare copertura agli sgravi permanenti operati nel
passato e compensare il tendenziale calo del prelievo. La pressione fiscale
al netto delle imposte in conto capitale arresta il suo declino e anzi
mostra un'inversione di tendenza. Ciò è il risultato, da un lato di una
previsione di crescita del prelievo superiore al 3 per cento circa (3 per
cento per i contributi sociali e 3,5 per cento circa per imposte dirette e
indirette), dall'altro dei nuovi provvedimenti introdotti con la legge
Finanziaria, il cui gettito previsto (7,5 miliardi di euro) dovrebbe essere
sostanzialmente in grado di compensare il venire meno del gettito delle
imposte in conto capitale (da 7,5 miliardi nel 2004 a poco più di 300
milioni nel 2005) ancora imputabile, nel 2004, a provvedimenti di sanatoria
fiscale. Nel complesso, tenendo conto delle previsioni di crescita spontanea
del prelievo e delle nuove disposizioni della Finanziaria, il prelievo
ordinario diretto e indiretto dovrebbe crescere del 5,5 per cento. Un
obiettivo ambizioso, sia per la crescita spontanea prevista (per le imposte
dirette è 3,6 per cento rispetto al 2,3 per cento del 2004 e all'andamento
negativo degli anni precedenti), sia per le specifiche disposizioni che
dovrebbero consentire di prelevare i 7,5 miliardi di euro, il cui esito e la
cui efficacia suscitano non pochi dubbi.

È davvero una svolta rispetto al passato?

In conclusione, data la situazione della finanza pubblica non si può che
concordare con l'esigenza di rimettere sotto controllo i conti pubblici e di
agire, a tal fine, anche sulle entrate. Al di là delle specifiche misure va
anche apprezzata, in linea generale, l'intenzione di recuperare base
imponibile tramite una ripresa della lotta all'evasione: un'ulteriore
positiva inversione di tendenza rispetto agli anni passati. Ma analogamente
al passato, manca un'analisi delle cause dell'andamento delle entrate negli
ultimi anni, che farebbe emergere con evidenza il concorso al peggioramento
dei conti pubblici di sgravi fiscali effettuati senza adeguata copertura.
Manca poi una corretta informazione sulle modalità con cui sono state fatte
le previsioni delle entrate attese per il futuro e sulla capacità delle
norme previste di garantire il raggiungimento dell'obiettivo di incasso
prefissato. In particolare, l'attendibilità delle stime sugli effetti della
manovra potrà essere verificata solo quando sarà disponibile la Relazione
tecnica e soprattutto solo al termine dell'iter parlamentare: le
controversie sulle misure proposte, anche all'interno della maggioranza, e
le recenti dichiarazioni dello stesso ministro dell'Economia lasciano
intendere che gli interventi contenuti nella Finanziaria potranno essere
ampiamente modificati. A rendere particolarmente incerto il quadro è però l'
annunciato provvedimento di riduzione dell'Irpef e dell'Irap, del quale non
si conoscono ancora né le modalità con cui "affiancherà" la legge
Finanziaria, né le forme di copertura degli sgravi da esso previsti, , che
per il 2005 dovrebbero raggiungere i 6 miliardi di euro. In sostanza, è vero
che il nuovo ministro dell'Economia ha fatto inizialmente chiarezza sui
conti pubblici e ha dichiarato a più riprese l'intenzione di volerne
riprendere il controllo, ma non sembra aver fatta altrettanta chiarezza su
come intende attuare il risanamento fiscale e conciliarlo con le reiterate
promesse di riduzione della pressione fiscale. Il rischio tangibile è che l'
inasprimento fiscale, reso necessario oggi dagli sgravi di ieri, non solo
non sia credibilmente realizzato dai provvedimenti inseriti nella legge
Finanziaria, ma venga seguito a brevissimo termine da ulteriori sgravi che
renderanno inevitabili nuovi aggravi domani, secondo un circolo vizioso da
cui non possono più salvarci ulteriori interventi una tantum.

Esercizi di stile
Tito Boeri
Giuseppe Pisauro

A questa Finanziaria si chiedeva un'inversione di rotta, tanto più decisa in
quanto il ministro designato a vararla non poteva chiamarsi fuori dalle
scelte che avevano portato al crollo delle entrate ordinarie (-1,5 per cento
del Pil dal 2001 al 2003) con cittadini indotti a pagare le tasse solo con i
condoni. Occorreva, inoltre, convincere i mercati che il Governo è capace di
tagliare in modo permanente la spesa, anziché aumentarla finanziandola con
misure una tantum. L'aggiustamento richiesto era stato quantificato dal Dpef
in 24 miliardi di euro, di cui almeno 17 legati a misure permanenti.
C'è stata questa inversione di rotta? Purtroppo solo a parole, non nella
sostanza. È una manovra lontana dai 24 miliardi e ne occorreranno altri da
qui alla fine dell'anno se vogliamo restare sotto il 3 per cento. E incombe
sulla Finanziaria il taglio delle tasse che annullerebbe gli effetti degli
interventi sulle entrate, che sono la parte più convincente della manovra.
Il presidente della Camera dovrebbe chiedere che Finanziaria e riforma
fiscale vengano discusse contestualmente. Oppure che la riforma fiscale
venga rinviata a un altro esercizio.

Le belle parole.
Il linguaggio della relazione d'accompagnamento è di quelli accattivanti: l'
inasprimento fiscale è "manutenzione della base imponibile", i tagli di
spesa diventano "incrementi nominali e uniformi", le dismissioni degli
immobili pubblici "valorizzazione dell'attivo di bilancio". Ma soprattutto c
'è la "nuova regola di bilancio" che garantisce "interventi equi,
controllati e trasparenti", "concentrati sulla spesa corrente", tali da
permettere "l'incremento della spesa in conto capitale o in altri programmi
strategici". Un metodo nuovo, "che capovolge l'impostazione tradizionale" ed
è "in grado di controllare i saldi su di un orizzonte di medio periodo".
Tanti diversi modi di presentare il metodo "all'inglese".
.e i fatti: sono i tagli permanenti?
Il metodo, in realtà, non è nuovo, se si considera che da almeno trent'anni
lo segue la Ragioneria nella circolare con cui a marzo dà direttive ai
ministeri per costruire il nuovo bilancio (per il bilancio 2005 la direttiva
di marzo 2004 era di mantenere gli stanziamenti allo stesso livello nominale
del 2004). Ma, quel che conta di più, non è efficace, se non come misura
tampone, d'emergenza. Presenta rischi notevoli, se guardiamo all'esperienza
del passato. L'analisi delle voci del rendiconto del bilancio dello Stato
svolta dalla Corte dei Conti dimostra come i risparmi del decreto
taglia-spese nel 2002 siano stati più che compensati da maggiori spese nel
2003. I tagli uniformi alla spesa per acquisti di beni e servizi nel decreto
legge dello scorso luglio si sono rivelati, per la parte relativa alla
Difesa, impossibili da realizzare. Lo stesso articolo 3 della Finanziaria
prevede che per rispettare i limiti si possa ricorrere a "rimodulazioni
negli esercizi successivi". Insomma, c'è da essere scettici sul fatto che i
tagli alle spese rappresentino una correzione permanente delle tendenze
della finanza pubblica.

Sono concentrati sulla spesa corrente?
In realtà, i tagli colpiscono in buona misura direttamente il conto capitale
(circa 3 miliardi) e, soprattutto, anche quelli sulla spesa corrente (6,5
miliardi), per la parte che va a impattare sui trasferimenti dallo Stato ad
altri enti pubblici, rischiano di tradursi unicamente in riduzioni degli
investimenti. Qui pesa anche la scelta di prendere come riferimento per l'
applicazione del tetto la spesa di un anno (2003) anziché almeno la media
degli ultimi tre anni. Perché è proprio la spesa in conto capitale quella
soggetta a maggiori variazioni nel corso del tempo.
Sono equi?
Si potrebbe disquisire sul principio secondo cui dei tagli uniformi devono
essere considerati equi. Quale principio di equità impone di trattare allo
stesso modo il personale e gli acquisti di computer, le Regioni e i comuni,
la scuola e la sanità, e così via? Ma in realtà gli interventi non sono
uniformi. C'è molta selettività, dietro alla presunta uniformità. Quindi è
una selettività poco trasparente. Si risparmiano dai tagli le pensioni di
anzianità dopo aver nuovamente massacrato con gli interventi decisi a luglio
le generazioni che avevano già pagato con la riforma pensionistica del 1995.
Si lascia spazio (si parla di 750 milioni) ad ammortizzatori molto generosi
(prepensionamenti?) per i lavoratori Alitalia in esubero, quando ogni anno
centinaia di migliaia di lavoratori vengono licenziati avendo diritto, nella
migliore delle ipotesi, ai miseri (e brevi) sussidi di disoccupazione. I
tagli ai comuni sono basati sul principio della spesa storica. Ciò significa
che quelli che hanno speso di più - come il comune di Milano nel 2000 -
potranno spendere di più mentre i comuni su cui gravano maggiormente le
spese di assistenza potranno trovarsi in difficoltà.  Sfuggono al tetto
anche l'università (non riformata), gli incentivi per l'acquisto di pc (la
cui efficacia è molto dubbia), gli incentivi per l'acquisto di decoder e
quelli all'utilizzo della banda larga.

Si valorizza l'attivo patrimoniale?
Nella manovra compaiono 7 miliardi di una tantum, derivanti da nuove
dismissioni di immobili. In buona parte dovrebbero provenire dall'
applicazione dello schema del "vendi e riaffitta" applicato alle sedi degli
uffici pubblici. Si tratta, in questo caso, dell'accensione di nuovo debito:
lo Stato incassa una somma oggi che si impegna a ripagare con gli interessi
mediante la futura spesa per affitti. Al lettore valutare se tutto questo
corrisponde a "valorizzazione del patrimonio". Un'altra entrata (intorno ai
3 miliardi) dovrebbe provenire dal trasferimento all'esterno della Pa, ma
sempre in mano pubblica, di una fetta consistente della rete stradale
statale (4.500 chilometri), attualmente a circolazione libera, domani da
sottoporre a pedaggio. In questo modo, la nuova Anas diventerebbe una
società che si finanzia sul mercato e potrebbe essere posta fuori dalla Pa,
con un beneficio per i conti pubblici, pagato stavolta direttamente dai
cittadini con i pedaggi. L'operazione sarà ancora più vantaggiosa (per le
casse del Tesoro) nell'immediato se, come è adombrato, avverrà mediante
cartolarizzazione, da ripagare con i proventi dei futuri pedaggi. Di
privatizzazioni, dunque, non c'è traccia.

Si fa manutenzione della base imponibile?
Gli interventi sulle entrate dovrebbero offrire un gettito aggiuntivo di 7,5
miliardi, sufficienti a sostituire le una tantum del 2004 che verranno meno
nel 2005. Questa parte della manovra segna, almeno in linea di principio, un
'importante inversione di tendenza rispetto al recente passato perchè
interrompe la tregua fiscale di fatto concessa al lavoro autonomo in questa
legislatura. Quando però si guardano nel dettaglio le misure proposte,
sorgono non pochi dubbi. La revisione degli studi di settore è un'operazione
lunga e complessa. Come potrà avere effetti già sul gettito del 2005? Cosa
ci garantisce poi che la nuova versione del concordato triennale abbia
maggiore successo di quella della Finanziaria 2004? Le misure di contrasto
di evasione ed elusione (Iva e redditi immobiliari) sono condivisibili, ma
di nuovo è difficile valutare l'incremento di gettito che ne potrà
scaturire. Insomma, il rischio che il contributo delle nuove entrate alla
manovra sia sopravvalutato è forte.

"The collegate" svuota la Finanziaria
Nella relazione di accompagnamento alla Finanziaria viene fatto esplicito
riferimento a un collegato per lo sviluppo. Stando a quanto sostenuto sulle
colonne del "Corriere della Sera" dal presidente del Consiglio, cui ha fatto
prontamente eco da Washington il ministro Siniscalco, i due provvedimenti
"saranno approvati entro il 31 dicembre, per entrare in vigore dal 1
gennaio". Si può allora immaginare un emendamento presentato quando la
sessione di bilancio starà per concludersi, con voto di fiducia motivato
dalla ristrettezza dei tempi. Rischiamo perciò di avere, per il terzo anno
consecutivo, una sessione di bilancio in Parlamento (e nell'opinione
pubblica) svuotata di contenuti.
Finanziaria e riforma fiscale non possono essere separati. Come è possibile,
ad esempio, valutare interventi sulle basi imponibili, quando si annuncia
una riduzione delle aliquote dal contenuto ancora oscuro? Prendendo per
buone le cifre ufficiali, il taglio delle aliquote (6 miliardi) servirà a
mala pena a compensare le maggiori entrate decise dalla legge Finanziaria.
Tutta l'operazione consiste allora in una redistribuzione del carico
tributario tra i contribuenti. Quali categorie si avvantaggiano e quali
vengono colpite? Per ora è un mistero. Come può il Parlamento esprimersi
dietro a questo velo di ignoranza? Il presidente della Camera, oltre a
chiarimenti sul tetto del 2 per cento, dovrebbe perciò chiedere di discutere
contestualmente della legge Finanziaria e del cosiddetto collegato. Sono
atti inseparabili l'uno dall'altro.

Ma è davvero possibile tagliare le tasse?
Se il Parlamento fosse messo in condizione di valutare la manovra nel suo
complesso, dovrebbe porsi una domanda ricorrente di questi tempi: abbiamo
risorse sufficienti per ridurre le aliquote dell'imposta sul reddito? Per
rispondere è utile guardare ai saldi di questo esercizio. L'obiettivo di un
disavanzo 2004 al 2,9 per cento del Pil non è affatto scontato. Per
rendersene conto basta confrontare le condizioni che la Relazione
trimestrale di cassa poneva a maggio (incassi dal concordato tributario e
dal condono edilizio in linea con le previsioni, un piano di dismissioni di
immobili per 9 miliardi, il rispetto del patto di stabilità interno), tutte
non realizzate, e le nuove misure decise a luglio (7,5 miliardi di cui 2
derivanti da misure amministrative mai realizzate). L'impressione è che il
tendenziale del consuntivo 2004 stia ancora viaggiando ben oltre il 3 per
cento.