globalizzazione a tappe forzate



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LE MONDE diplomatique - Dicembre 2001  
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 L'omc dopo il vertice a doha 
Globalizzazione a tappe forzate 


Mai gli squilibri sono stati così profondi tra Nord e Sud, come anche
all'interno di ogni singola società. Le disparità, spesso occultate da
discorsi consolatori sulla «globalizzazione felice», sono emerse in modo
eclatante dopo l'11 settembre. E hanno stimolato un'iniziale presa di
coscienza: il mondo non può continuare ad essere gestito senza tener conto
di questa situazione. Tuttavia, nel pieno della guerra in Afghanistan,
l'Organizzazione mondiale del commercio (Omc) proseguiva la sua marcia
forzata verso la globalizzazione, tenendo il suo summit a Doha, nel Qatar.
La sessione, pur registrando alcuni progressi sulla questione dei
medicinali, ha totalmente ignorato gli impatti sociali ed ecologici del
commercio. E ha rilanciato un nuovo «ciclo di sviluppo» fondato sull'idea,
smentita dai fatti, che l'apertura dei mercati sia un fattore di crescita
condivisa. 

di BERNARD CASSEN e FRÉDÉRIC F. CLAIRMONT * 
I commenti della stampa anglosassone, che ha fatto del libero scambio il
suo dogma fondamentale, sono illuminanti riguardo ai risultati della quarta
conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc)
svoltasi a Doha (nel Qatar) dal 9 al 14 novembre scorsi: prima di tutto un
gran sospiro di sollievo, poi la certezza che, malgrado qualche ritardo qua
e là, la liberalizzazione degli scambi e degli investimenti andrà avanti.
Per il New York Times, la cosa più importante è che la riunione si sia
potuta concludere con un accordo al quale non è del tutto estranea la
scelta del paese ospitante: «Non ci sono state manifestazioni di protesta
di massa come a Seattle e a Genova, perché il Qatar aveva limitato con
grande severità il numero dei visti concessi (1)». Nel complesso, i
negoziati «potrebbero produrre un gran numero di riforme utili all'apertura
dei mercati»; il che significa che «sono stati una vittoria per Robert
Zoellick, capo della diplomazia commerciale americana». Per quest'ultimo e
per Pascal Lamy, commissario europeo per il commercio, «entrambi convinti
liberoscambisti» e legati da «forti relazioni personali», il lavoro non è
ancora concluso: «Hanno tre anni per stimolare i colleghi a trasformare
l'agenda di Doha in riforme reali (2)».
Queste rosee prospettive meritavano evidentemente qualche concessione
formale. Per il Washington Post, infatti, «le questioni più delicate sono
state risolte più con finezze linguistiche che con accordi di fondo (3)».
Una sensazione condivisa dal Financial Times: «Giungere ad un accordo ha
richiesto tali e tanti compromessi e riserve che l'agenda finale è
praticamente priva di significato», ma comunque «non c'è nulla che blocchi
un nuovo ciclo dedicato all'accesso al mercato (4)».
Di tutt'altro segno, ovviamente, è il giudizio sul vertice di Doha espresso
dai movimenti civici e dalle organizzazioni non governative più impegnate
in questo settore, che può essere così riassunto: «Anche se qualcuno può
rallegrarsi di un nuovo ciclo, sia pure ridotto, l'Omc si è squalificata
offrendo il suo contributo alla globalizzazione liberista (5)».
Naturalmente l'Organizzazione, attraverso i suoi portavoce, afferma di
incarnare un sistema commerciale multilaterale fondato su regole precise.
Ma i portavoce non dicono che queste regole sono state elaborate e
funzionano a uso esclusivo delle grandi società multinazionali. Né si
dilungano sul catechismo di questo presunto sistema multilaterale:
privatizzazioni, deregolamentazioni e assoluta libertà di movimento dei
capitali; distruzione dello stato sociale, dei servizi pubblici e di quanto
nei patrimoni nazionali sembri ancora in grado di frenare la realizzazione
pratica di questo catechismo.
Di fatto, ciò che caratterizza l'Omc non è il multilateralismo, ma un
forsennato unilateralismo neoliberale.
Difficilmente l'Organizzazione sarebbe sopravvissuta ad un fallimento come
quello del novembre 1999 a Seattle, che avrebbe rimesso in discussione
tutta la logica del sistema multilaterale, già esposta a numerose critiche
esterne ed interne (in particolare quelle di Joseph Stiglitz, ex economista
capo della Banca mondiale e recente Premio Nobel per l'economia). I
liberoscambisti, che vedono nel commercio la panacea capace di risolvere
tutti i problemi della povertà e dello sviluppo, non hanno motivo di
lamentarsi: anche se non nell'immediato (nella maggioranza dei casi alla
fine della quinta conferenza ministeriale da convocare entro due anni),
«nuovi soggetti» entrano nel campo di competenza dell'Omc: concorrenza,
mercati pubblici, «facilitazioni» negli scambi (in particolare
l'accelerazione delle procedure doganali) e, soprattutto, investimenti.
L'Accordo multilaterale sull'investimento (Ami), cacciato dalla porta
dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) nel
1998, rischia di rientrare dalla finestra dell'Omc negli anni a venire (6).
Vivamente incoraggiati sono poi i negoziati nel quadro di accordi già
adottati («l'agenda incorporata», nel gergo dell'Omc), in particolare
l'Accordo generale sul commercio dei servizi (Agcs).
Questo Agcs, pur essendo menzionato solo brevemente nella dichiarazione
ministeriale, si è rivelato invece una potenziale macchina da guerra contro
i servizi pubblici (là dove essi ancora esistono), in particolare sanità ed
istruzione. Ed era l'obiettivo della protesta dei partecipanti alle decine
di manifestazioni che si sono svolte in tutta Europa il 10 novembre scorso.
Nessuno, a Doha, si è interrogato sulla contraddizione tra l'espansione
degli scambi commerciali, ai quali non è imposto alcun limite - con la
conseguente proliferazione dei trasporti - e il carattere inevitabilmente
limitato delle risorse energetiche del pianeta. Quanto all'impatto
ambientale del commercio (inquinamento atmosferico, degradazione degli
ambienti naturali, effetto serra e via dicendo), nella dichiarazione
ministeriale si promette che sarà oggetto di futuri negoziati, ma questi
saranno vincolanti solo per gli stati che hanno già aderito ad accordi
ambientali esistenti. Così gli Stati uniti, che rifiutano ostinatamente di
firmare il protocollo di Kyoto sul clima o la convenzione di Cartagena
sulla biosicurezza, sono dispensati fin da ora da qualsiasi
regolamentazione (7). Questo atteggiamento farà scuola e incoraggerà altri
stati a non firmare più accordi multilaterali sull'ambiente.
Né Sud «buono», né Nord «cattivo» Si È parlato del progresso costituito
dall'accordo sugli aspetti del diritto di proprietà intellettuale relativi
al commercio (Adpic) e alla sanità pubblica nel campo dei medicinali.
L'interpretazione secondo cui questo accordo permette ai paesi di produrre
medicinali generici è stata convalidata a Doha. Ma per chi non ne produce e
vorrebbe importarne? In questo caso non è stato deciso niente e la
dichiarazione si limita a dare istruzioni al Consiglio degli Adpic perché
«trovi una rapida soluzione al problema». Si può essere certi che le case
farmaceutiche americane e svizzere non molleranno la presa, anche se in
effetti tale dichiarazione è un incontestabile risultato positivo (il solo
uscito da Doha) per i paesi del Sud.
Del resto non bisogna credere che ci siano sempre un Sud «buono» e un Nord
«cattivo». Tutti i governi del Sud, per esempio, India in testa, hanno
fatto causa comune con gli Stati uniti contro l'Unione europea per impedire
che venissero approvati miglioramenti in materia di normative sociali e
ambientali, percepiti come altrettanti vincoli supplementari alle
esportazioni, mentre l'indebitamento li costringe a procurarsi valuta a
qualsiasi costo.
Questo è peraltro il solo e unico obiettivo dei piani di aggiustamento
strutturale imposti ai paesi in debito con la Banca mondiale e il Fondo
monetario internazionale (Fmi): il paese «beneficiario» deve esportare
sempre di più per poter saldare il suo debito. Deve quindi riorientare la
sua produzione agricola o sfruttare a oltranza le risorse naturali in
direzione dei mercati esterni, a detrimento del consumo locale e del
rispetto degli equilibri ecologici. Alcune situazioni sfidano il buon
senso. Quella del Brasile, per esempio, dove il governo si batte per
l'apertura dei mercati agricoli europei mentre 60 milioni di brasiliani
soffrono (e talvolta muoiono) di malnutrizione.
È chiaro che le nozioni di sovranità e di sicurezza alimentare (8), difese
dalle organizzazioni contadine di settanta paesi riunite nel movimento Via
campesina (in Francia, la Confédération paysanne), non trovino eco negli
apparati dirigenti dei loro paesi. E neppure nella posizione dell'Unione
che, sotto la pressione della Francia, a sua volta sottoposta alla potente
lobby della Fédération nationale des syndicats d'exploitants agricoles
(Fnsea) e degli organismi da questa controllati, ha mantenuto, con estrema
fermezza, la difesa delle sue sovvenzioni alle esportazioni (praticata
sotto altre forme anche dagli Stati uniti). Queste sovvenzioni sono veri e
propri premi alla produttività agricola forzata e alla distruzione delle
forme di produzione agricola tradizionale di tutti i paesi, inclusi quelli
del Nord. La prima lezione da trarre è che non bisogna confondere gli
interessi delle società dei paesi del Sud con le posizioni dei loro governi
che, immobilizzati dal Fmi, spesso non sono altro che semplici portavoce di
oligarchie, esportatori locali e multinazionali straniere installate sul
loro territorio. La seconda lezione è che l'annullamento del debito
pubblico dei paesi in via di sviluppo è l'unico modo per fare diminuire la
pressione sull'«esportazione a ogni costo» cui sono costretti dalle
istituzioni finanziarie internazionali. Le loro economie potrebbero allora
essere riorentate più facilmente al soddisfacimento della domanda interna,
prima di tutto alimentare, e si potrebbe realizzare un progressivo
inserimento di normative sociali e ambientali senza che venga continuamente
agitata la minaccia del «protezionismo» incombente.
Se la nozione di «terrorismo» è astratta, quelle di «protezionismo» o di
«libero scambio» non sono certo più chiaramente definite. Dopo aver
descritto i manifestanti di Genova del luglio scorso come una «accozzaglia
di vandali», George Bush ha dichiarato che «tutti quelli che sono contro il
libero scambio sono contro i poveri». Questo evangelismo ricorda il fervore
fanatico del primo governatore di Hong-Kong, un grande industriale tessile
inglese, sir John Bowring: «Gesù Cristo è il libero scambio; il libero
scambio è Gesù Cristo (9)». In quegli anni, il movimento liberoscambista
viveva nel Regno unito il suo apogeo contro le leggi protezioniste sul
grano del 1815 (Corn Laws), abrogate infine nel 1846 dal primo ministro
Robert Peel. Ma l'India, la colonia che minacciava di fare concorrenza alla
produzione tessile della metropoli sul suo stesso mercato, si vide
rifiutare questa «libertà» di commercio; il che comportò la distruzione di
quel settore industriale nel subcontinente. Ricordiamo a questo proposito
le parole di Gandhi, al momento della sua incarcerazione nel 1942: «Non
potranno mai esserci eguaglianza e libertà tra due partner ineguali».
Due cifre la dicono lunga sul «libero scambio». I paesi a capitalismo
avanzato dedicano ogni anno 360 miliardi di dollari alla protezione della
loro agricoltura e 450 miliardi di dollari a quella della loro industria,
in tutto 810 miliardi di dollari. Non sono somme versate una volta per
tutte ma, al contrario, una sorta di eldorado permanente.
Come si può avere l'ipocrisia di esaltare i benefici paradisiaci di un
sistema multilaterale di libertà del commercio di fronte ad un
interventismo statale che si traduce in sovvenzioni così astronomiche?
Joseph Stiglitz coglie il nodo del problema quando, riferendosi chiaramente
a Bush, fortemente tentato di chiudere il mercato americano alle
importazioni di prodotti siderurgici provenienti dall'Asia e dall'Europa
dell'Est per salvare i produttori americani dell'acciaio, afferma: «Viene
da porsi qualche domanda quando qualcuno dice di credere nel libero scambio
e nell'economia di mercato e poi annuncia di voler creare un cartello
dell'acciaio».
Bisogna sapere che questi 810 miliardi costituiscono soltanto uno degli
elementi della macchina da guerra protezionista dei paesi sviluppati.
Il dipartimento americano del commercio e il suo dispositivo di spionaggio
commerciale - che comprende il sistema Echelon e la National Security
Agency (10) - incoraggiano gruppi ufficialmente concorrenti ad accordarsi
per conquistare mercati esteri. La stessa cosa succede negli altri paesi
industrializzati dove hanno sede le 200 industrie più importanti a livello
mondiale. Alla vigilia di Doha, la Banca mondiale ha festosamente
annunciato che la soppressione di tutti gli ostacoli al commercio (libero
scambio) farà aumentare la ricchezza mondiale di 2.800 miliardi di dollari
entro il 2015, e strapperà 320 milioni di poveri alla miseria. Senza
volersi soffermare sulla mancanza di rigore scientifico dei calcoli che
portano a simili cifre, si deve segnalare, come hanno dimostrato i lavori
dell'economista svizzero Paul Bairoch, che non esiste alcuna correlazione
storica tra lo sviluppo del commercio e quello della ricchezza mondiale.
D'altra parte, anche supponendo che vengano smantellate tutte le barriere
protezionistiche, in che modo questo diminuirebbe il potere delle 200
imprese transnazionali che dettano legge nel mondo ? La concorrenza uccide
la concorrenza, esattamente come un capitalista ne elimina un altro.
Concorrenza e monopolio non sono poli antagonisti: la dominazione
monopolistica è iscritta nella logica stessa della concorrenza.



note:

* Frédéric F. Clairmont è economista. 
(1) International Herald Tribune, Parigi, 16 novembre 2001.

(2) Ibid.

(3) International Herald Tribune, Parigi, 16 novembre 2001.

(4) Financial Times, Londra, 16 novembre 2001.

(5) José Bové, François Dufour, Yannick Jadot e Bruno Rebelle, «Oublier
Doha», Le Monde, 23 novembre 2001.

(6) Leggere Christian de Brie, «Come l'Ami è stato fatto a pezzi», Le Monde
diplomatique/il manifesto, dicembre 1998 e «Vers un nouvel Ami», Le Monde
diplomatique, dicembre 2000.

(7) Leggere Agnes Sinai, «Il clima ostaggio delle lobby industriali», Le
Monde diplomatique /il manifesto, febbraio 2001.

(8) Le due nozioni non sono identiche. La sicurezza alimentare rimanda alla
conquista dell'autosufficienza e dell'indipendenza in materia di
approvvigionamento. La sovranità alimentare implica il diritto di accettare
o di rifiutare le importazioni, se queste hanno effetti devastanti (Leggere
Campagnes solidaires, mensile della Confédération paysanne, Bagnolet,
ottobre 2001.

(9) Citato in Karl Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1971.

(10) Leggere Nicky Hager, «Al cuore dei servizi segreti americani», Le
Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2001.