l'altruismo del pinguino



dal manifesto    
    
 
    
 

02 Dicembre 2001 
  
 
   
L'altruismo del pinguino 
Il pacifismo non va più di moda. E ora anche gli osservatori più aperti e
democratici cominciano a pensare che la natura umana sia essenzialmente
aggressiva. Eppure ci sono esempi opposti. Basta fare un giro in Internet,
dalle parti di Linux 
FRANCO CARLINI 




"Mi piace anche, di Strada, il suo empito pacifista ... Un punto però non
condivido: la rinuncia alla legittima difesa (poiché questo significa
l'invocazione continua della pace unilaterale) si fonda sulla possibilità
di cambiare la natura dell'uomo che è intrinsecamente competitiva e
aggressiva (la sottolineatura è nostra; ndr). Non ci sono riusciti né il
Buddha né Mosè né Gesù Cristo né Maometto a cambiare la natura dell'uomo.
Perciò non ho nessuna ragione di credere che possa riuscirci Gino Strada.
Purtroppo".
Così Eugenio Scalfari, domenica scorsa, facendo il punto sulla guerra
afgana (e forse anche replicando indirettamente al suo editore Carlo De
Benedetti che il giorno precedente aveva espresso sensati dubbi sul fatto
che si trattasse di una "vittoria della civiltà" contro la barbarie).
Per parte sua, sul Corriere della Sera, Piero Ostellino spiegava che, da
che mondo è mondo, vale il principio "Homo hominis lupus" del filosofo
Thomas Hobbes. Dunque bando alle ideologie pacifiste e si vada
empiricamente al sodo (cioè alle armi).
La discussione sulla "natura umana" ovviamente è vecchia di secoli e merita
non già due virgolette, ma molte. Intanto perché non c'è nemmeno consenso
su cosa differenzi un Homo da un Pan troglodytes (scimpanzé), ma
soprattutto perché natura è termine metafisico e indefinito, trattandosi di
un originale risultato di ereditarietà, cultura, ambiente, conflitti: un
prodotto storico insomma, sia che si tratti di uomini che di piante di
pomodoro.
Troppo frettolosamente dunque i nostri commentatori, che pure sanno di
filosofia, si affrettano a dichiarare che la "natura umana" (purtroppo) è
cattiva ed egoista e che dunque ogni tanto ci vuole la dura ragione delle
armi. Non è una cosa così certa e anzi sono molti gli indizi di segno
contrario. 

Si prenda la questione del software, nelle versioni Open Source e in quella
più radicale della Free Software Foundation. Come si è visto domenica
scorsa, il sistema operativo Linux si presenta ormai come un serio
concorrente dei software proprietari di Microsoft. Il che irrita molto Bill
Gates, ma non solo per una questione di soldi: l'uomo Bill, infatti, è già
talmente benestante da non sapere come utilizzare i suoi risparmi e infatti
ne investe delle buone fette in progetti di sviluppo destinati ai paesi
meno sviluppati.
Dunque potrebbe benissimo permettersi di non fare la guerra a Linus
Torvalds, il 32enne inventore di Linux. In fondo - tutti ne sono convinti -
le tecnologie dell'informazione sono comunque destinate a crescere,
malgrado la recessione in corso, e ci dovrebbe essere spazio di mercato per
tutti, per Linux come per Windows e per OS X di Apple.
Se invece Gates e collaboratori da qualche tempo vanno lanciando polemici
strali contro il software aperto e dispiegando iniziative di marketing
rivolte a contrastarlo, è anche per un motivo quasi filosofico: il modello
Open Source, infatti, rappresenta la negazione pratica (la "falsificazione"
direbbero i filosofi della scienza) di un assunto che appariva
indiscutibile. Quello secondo cui l'unico modello possibile consiste nella
massima protezione del software come forma originale di proprietà
intellettuale, rafforzata da leggi, licenze e chiavistelli che impediscano
a qualsivoglia utilizzatore di aprire, vedere cosa c'è dentro, modificare.
In altre parole: se uno si trova per le mani un programma di scrittura
Microsoft Word, debitamente acquistato, e vi trova un errore oppure voglia
aggiungervi della prestazioni, non potrà farlo per due robusti motivi:
intanto perché gli lo vieta la licenza d'uso (che implicitamente accetta
aprendo l'involucro del Cd Rom) e soprattutto perché il codice sorgente è
invisibile e protetto. Può solo sperare che prima o poi i progettisti di
Microsoft (oppure di Oracle, o di Sun, a seconda dei casi) accolgano le sue
proposte di correzione. 

Nel caso del software aperto, invece, i sorgenti sono liberamente visibili
(oltre che gratuiti) e ogni modifica è possibile. Ovviamente questo ha una
conseguenza negativa per gli inventori, perché, rendendo pubblici i loro
algoritmi e le loro soluzioni, si espongono al rischio di pirataggi e
copiature. In secondo luogo, non possono caricare costi eccessivi sui loro
prodotti: nel mondo dell'Open Source, infatti, il commercio di software non
è proibito, ma lo si può fare solo nella forma di manuali d'uso,
assistenza, e Cd preconfezionati che rendano facile l'installazione.
Insomma, aziende come Red Hat, SuSe, VA Linux, Mandrake, non possono
sperare nella conquista di posizioni monopolistiche e nemmeno dominanti. E
infatti Red Hat ha una capitalizzazione in borsa di 957 milioni di dollari,
mentre Microsoft vale circa 350 volte tanto, ovvero 345 miliardi di dollari.
Allora perché lo fanno? Perché Linus Torvalds non ha accettato di entrare
nel consiglio di amministrazione di una società inglese che gli offriva 10
milioni di dollari giusto per cominciare? E perché Tim Berners-Lee,
entusiasta inventore del World Wide Web, si accontenta di dirigere un
consorzio non profit (www.w3c.org) e non ha mai voluto brevettare il suo
linguaggio Html né alcun altra sua creazione? Le ipotesi teoricamente
possibili sono due. La prima dice che sono delle mosche bianche ma fuori
del tempo, come sarebbero per esempio e in altro campo, Gino Strada e
Vittorio Agnoletto.
Nei confronti dei Linus e dei Gino, dei Vittorio e dei Tim, l'opinione più
critica sostiene anzi che essi non solo sono idealisti inguaribili ma che
fanno danno, impedendo con le loro azioni altruistiche e fuori della
realtà, il sano dispiegarsi delle uniche e possibili dialettiche sociali:
quelle del mercato nella versione Gates o quelle della guerra nella
versione Bush.
Esattamente di questa opinione è la Microsoft quando sostiene, per bocca di
uno dei suoi massimi dirigenti, che la licenza Open Source è come un cancro
che mina i diritti di proprietà intellettuale e che dunque Linux va
combattuto non solo per normale scontro concorrenziale, ma proprio perché
disseminatore di idee cattive e pericolose. 

L'altra ipotesi possibile è che invece Linus e Tim rappresentino solo le
figure più note di un movimento ampio (centinaia di migliaia di persone in
tutto il mondo) e che quest'ultimo contenga ben più di una idealistica
contestazione del modo attuale di fare software e di stare in rete. A
favore di questa ipotesi depongono i successi crescenti raccolti dal
software aperto, così come le vittorie, persino in sede di World Trade
Organization, in tema di eccezioni ai brevetti sui farmaci: è successo in
queste settimane in Qatar, e quel risultato (seppure ancora instabile a
ambiguo) non sarebbe mai stato ottenuto se si fosse dato retta al realismo
degli editorialisti italiani.
Sono allora dei benefattori? "Non scambiatemi per Madre Teresa di
Calcutta", ha scritto Linus Torvalds nella sua recente autobiografia
(Rivoluzionario per caso. Garzanti, 2001) e ha ragione a schernirsi. Le
ragioni dell'altruismo da tempo sono terreno d'indagine degli studiosi e il
caso del software aperto le ripropone, mettendole in nuova luce.