Implicazioni caso Calipari



secondo quanto ha riferito l’Ansa, Hans Kristensen, un analista militare del Natural Resource Defence Council di Washington, ha detto che in Italia ci sono 90 testate nucleari. Secondo l’esperto, 50 si trovano nella base militare di Aviano, in provincia di Pordenone, e 40 nella base di Ghedi Torre, in provincia di Brescia. Sempre secondo Kristensen, si tratta di ordigni che vanno dai 40 ai 300 chilotoni di potenza esplosiva (la bomba di Hiroshima era di circa 12 chilotoni).

La notizia non può che eccitare l’opposizione, e in particolare l’estrema sinistra pacifista, che avrà un argomento in più – anche se non nuovo – per parlare di vassallaggio dell’Italia. A meno che la rivelazione non sia stata fatta per mettere sul tavolo una moneta di scambio: chiudere, da parte italiana, la vicenda Calipari contro la rimozione di queste testate nucleari dal territorio italiano.

tutto l'articolo di Alessandro Corneli

05/05/2005
*Bush dà una mano a Berlusconi*. Ieri George Bush ha chiamato al telefono Silvio Berlusoni, impegnato a mettere a punto il discorso che terrà oggi in Parlamento sulla vicenda Calipari, per dargli una mano, rinnovando le espressioni di cordoglio, suo personale, del governo e del popolo americano per l’incidente avvenuto a Bagdad il 4 marzo scorso. Bush ha detto che Calipari “era un eroico servitore dell'Italia e amico stimato degli Stati Uniti” e ha pregato Berlusconi di farsi portavoce con la famiglia Calipari per rinnovare i sentimenti di affetto e partecipazione per la tragica scomparsa del loro caro". Secondo il comunicato rilasciato da Palazzo Chigi, “i due Paesi restano solidali nell'impegno in favore del popolo e del governo iracheno per la ricostruzione di un Iraq stabile, libero e democratico".

L’intervento di Bush era abbastanza scontato. La questione è: si tratta di scuse formali? Secondo Lamberto Dini, attuale Vice Presidente del Senato, ex Ministro degli Esteri nella passata Legislatura ed ex presidente del Consiglio, “le parole del Presidente americano sono intese a chiedere scusa”. Intervistato ieri da /SKY TG24 Pomeriggio/, Dini ha ricordato che “i rapporti fra i nostri servizi segreti e i servizi segreti americani sono sempre stati ottimi” ma ha precisato che “di fronte a un evento tragico come questo le responsabilità sono da entrambe le parti”. Ha però tenuto anche lui a porre una domanda: “Le nostre autorità, i nostri servizi, il nostro governo, hanno scelto l’azione che è stata presa da Calipari, cioè di riportare la Sgrena in Italia il prima possibile. Perché tanta fretta? Perché correre visto che ormai la giornalista non correva più nessun pericolo? Il governo ce lo spieghi”. Dini fa pur sempre parte dell’opposizione. Da ricordare come ebbe degli scontri con l’allora suo omologo americano, l’ex Segretario di Stato Madeleine Albright, soprattutto sulla questione della riforma dell’Onu, quando gli Usa sembravano decisi ad accendere il semaforo verde per Germania e Giappone.

*Sarà sufficiente?* E’ ovvio che l’opposizione non interpreterà la telefonata di Bush come una manifestazione di scuse, ma la interpreterà come un ennesimo soccorso al “vassallo” Berlusconi.

La situazione non è semplice neanche per Bush che non può esporsi troppo. Fare le scuse significherebbe ammettere che la colpa è stata degli americani. D’altra parte gli americani non possono pretendere che gli italiani si addossino le responsabilità ammettendo che l’auto andava troppo veloce, che non si sono fermati ai segnali luminosi, ecc.

In America qualcuno soffia sul fuoco. Proprio ieri, secondo quanto ha riferito l’Ansa, Hans Kristensen, un analista militare del Natural Resource Defence Council di Washington, ha detto che in Italia ci sono 90 testate nucleari. Secondo l’esperto, 50 si trovano nella base militare di Aviano, in provincia di Pordenone, e 40 nella base di Ghedi Torre, in provincia di Brescia. Sempre secondo Kristensen, si tratta di ordigni che vanno dai 40 ai 300 chilotoni di potenza esplosiva (la bomba di Hiroshima era di circa 12 chilotoni).

La notizia non può che eccitare l’opposizione, e in particolare l’estrema sinistra pacifista, che avrà un argomento in più – anche se non nuovo – per parlare di vassallaggio dell’Italia. A meno che la rivelazione non sia stata fatta per mettere sul tavolo una moneta di scambio: chiudere, da parte italiana, la vicenda Calipari contro la rimozione di queste testate nucleari dal territorio italiano.

Anche in Italia, sebbene in modo diverso, si soffia sul fuoco. Gli eventi del 4 marzo continuano ad aguzzare l’ingegno degli specialisti. Secondo Alessandro Ceci, docente di Intelligence all’Università dell’Aquila e responsabile del comitato scientifico del Ceas (Centro alti studi sul terrorismo), “il passaggio dell'ex ambasciatore John Negroponte e l’ora in cui sarebbe avvenuto la sera in cui è avvenuta la sparatoria che è costata la vita al dottor Calipari, è uno dei punti oscuri su cui i due dossier, quello americano e italiano, non fanno chiarezza. E non credo che sapremo mai la verità... Nessuno discute che si sia trattato di un incidente. Questa vicenda però è ormai tutta politica. E’ diventata un delicato conflitto tra governi sulla gestione degli ostaggi”.

Anche qui niente di nuovo perché è noto che agli americani non è mai piaciuta la politica dell’Italia nella gestione dei sequestri finalizzata alla liberazione degli ostaggi. Secondo Ceci, “non è casuale che poco dopo la divulgazione del rapporto italiano esce una notizia che cita come fonte il Pentagono sull’avvenuto pagamento di un riscatto da parte del governo italiano per la liberazione di giuliana Sgrena. Così gli americani hanno smentito il governo: Berlusconi e Fini. Il problema ripeto è politico”.

Quindi Ceci si addentra negli aspetti operativi: “I nostri servizi, il Sismi, hanno operato molto bene in Iraq. Il Sismi è il servizio di intelligence che ha ottenuto la liberazione del maggior numero di ostaggi. Con un modello operativo che gli americani non hanno mai gradito. Un modello avallato al più alto livello politico in Italia. Questa vicenda ci dice che non siamo più graditi agli americani. O l’Italia si adegua e si integra nella logica della coalizione anglo-americana (anche nell'azione di intelligence) oppure... per gli americani è addirittura meglio che andiamo via”.

Quanto all’accidentalità in base alla quale uno sprovveduto avrebbe messo su internet il testo del Rapporto americano, poi facilmente leggibile nella sua integrità, Ceci sostiene che “tutto è possibile. Quindi anche che sia stato fatto uscire volutamente da qualcuno per bruciare i nostri agenti”. Infatti il contraccolpo sulla rete di intelligence italiana “c’è, è forte, ma è sanabile rapidamente”. Da qui qualche perplessità sul futuro del livello di collaborazione tra intelligence militare Usa e quella italiana: “E’ proprio questo il punto. Io vedo come effetto di questa vicenda un aut aut americano. Ora mi aspetto una 'botta' forte. Un attacco terroristico contro obiettivi italiani”.

*La posizione dell’Unione.* Oggi Fassino parlerà a nome dell’Unione sulla vicenda Calipari, ma la linea l’ha dettata Prodi, affermando che l’Unione deve “riflettere” sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, prima di trovarsi scavalcata a sinistra dallo stesso governo Berlusconi, che potrebbe decidere in tempi non troppo lunghi di ritirare i nostri militari dall’Iraq. Specificando però che “un legame diretto tra il caso Calipari e il ritiro non ha ragione d'essere”.

Prodi si è mosso sulle linee programmatiche che l’Unione ha cominciato a delineare durante i lavori della fondazione Italianieuropei, dove tra D’Alema ha irritato Rifondazione aderendo alla tesi della “esportazione della democrazia” e, all’occorrenza, il ricorso all’uso della forza. Evidente la preoccupazione della sinistra di aderire il più possibile alle linee generali della politica estera americana per convincere Washington che un suo eventuale governo non pregiudicherebbe i rapporti tra Italia e Usa.

Tutti si sono allineati sulla posizione di Prodi: Fassino, Rutelli, Pecoraro Scanio, Dilibeto e Di Pietro. Ma l’obiettivo di sfruttare a fondo la vicenda Calipari per allentare il rapporto tra Berlusconi e Bush, spingendo il premier italiano verso posizioni di rottura, è rimasto immutato.

Piero Fassino ha detto che la ricerca della verità sulla vicenda Calipari non può e non deve compromettere in alcun modo l’alleanza fra Italia e Usa. In particolare, “il fatto che ci siano diverse versioni tra noi e Stati Uniti deve ancora di più sollecitarci a una piena ricostruzione dei fatti, perché siano fugate tutte le ombre, tutti i dubbi e tutti gli equivoci. Noi chiederemo al governo italiano di esigere da quello americano la più piena collaborazione con la Magistratura e le autorità italiane per arrivare alla ricostruzione della tragica vicenda”.

Luigi Castagnetti ha detto: “Non vogliamo speculare su quello che è stato evidentemente un tragico incidente, ma è necessario pretendere le scuse dal governo americano per la morte di un valoroso funzionario di un paese alleato come l'Italia... Una ricostruzione dei fatti che è clamorosamente divergente, due versioni opposte, quella italiana e quella americana, fatte da due paesi alleati in quel teatro di guerra, è una cosa inaccettabile”. Per questo motivo “non c’è nessuna ragione perché il governo Usa non chieda scusa per un fatto che è molto ma molto grave”.

Il leader dei Verdi, Pecoraro Scanio, è stato pesante: “Dopo la telefonata tra la Rice e Fini, quella tra Bush e Berlusconi, ormai siamo alla diplomazia della cornetta. I rapporti tra l’Italia e gli Usa vengono gestiti come una conversazione tra vecchi amici, assumendo contorni drammatici e farseschi insieme. E magari domani in Aula Berlusconi se ne vanterà anche".

*Anche Cossiga*. Secondo il Presidente emerito Francesco Cossiga, “le dichiarazioni sul caso Sgrena-Calipari che il presidente del Consiglio, Berlusconi renderà domani (oggi, ndr) dovrà essere l’occasione perché il governo italiano faccia piena luce sui mezzi utilizzati dall’intelligence italiana per ottenere pacificamente la liberazione della sequestrata e sull’ampiezza del dissenso tra la parte americana e quella italiana sulla ricostruzione dei fatti e l’accertamento delle responsabilità”.

Attento a tutte le sfumature, Cossiga ha proseguito: “Dovrà essere questa anche l'occasione per informare il Parlamento che il governo considera ancora 'missione di pace' la presenza delle unità militari italiane in Irak, e contraddica il giudizio americano, che è alla base del loro statement non favorevole alla versione italiana, quello di essere il territorio irakeno 'combat zone', zona cioè di operazioni militari in cui sono ancora impegnate le forze della coalizione. Cosa che quindi richiederebbe, ad avviso degli americani, una stretta collaborazione di tutte le attività svolte dalle singole forze nazionali, comprese quelle di intelligence, ed una continua mutua informazione con idonei sistemi di comunicazione, il che avrebbe richiesto una piena reciproca informazione anche in relazione all’operazione Sgrena ed alle sue modalità”.

In altre parole, Cossiga vuole che si dica apertamente che siamo in guerra e si finisca con la finzione della “missione di pace”. Aggiunge infatti: “Solo negando infatti che il territorio iracheno sia 'combat zone' o affermando che le unità militari italiane non si sentono impegnate comunque in operazioni militari, si può difendere la tesi che legittimamente il governo italiano ha trattato la liberazione della Sgrena come un 'affare privato', senza dovere alcuno di informativa verso il Multilateral forces command”.

Cossiga si aspetta quindi che oggi Berlusconi confermi che il governo “ha dato l’ordine al Sismi di tenere segreta l’operazione Sgrena ed in particolare di nulla dire in proposito agli americani. Sarebbe bene che il governo chiarisse, anche perché gli americani lo intendano, che il Sismi, a parte invero l’equivoca 'm', è un’agenzia di intelligence generale e non di military intelligence, come il Ris: l’agente Calipari era infatti un officer della polizia di stato, forza di polizia ad ordinamento non militare”.

Non basta. Cossiga afferma di aspettarsi che “il presidente del Consiglio con serenità, fermezza e dignità e non insistendo ulteriormente nel recitare, sotto le bastonate del Dipartimento della difesa americano, le giaculatorie della 'immarcescibile amicizia con gli States', dichiari la totale insoddisfazione del governo italiano ed inviti l’amministrazione di Washington a collaborare senza limiti con l’autorità giudiziaria italiana e confermi la sua fiducia nel Sismi e nei suoi uomini”.

Non manca un colpetto alla sinistra: “Certo, sarebbe bene che la sinistra radicale cessasse dai suoi ironici commenti sui camionisti, gli idraulici ed i salumai che operano, perché, anche se in una guerra sbagliata, ma agli ordini del loro governo democratico, in Iraq ne sono già morti oltre milleseicento fronteggiando comunque il rigurgito bahatista ed il terrorismo”.

Indubbiamente quella di oggi sarà per Berlusconi una giornata difficile.

*Ciampi e l’Europa*. Come in altre occasioni, Ciampi si sovrappone in modo alternativo a una esposizione del Governo. Al difficile momento della politica estera di Berlusconi, il Capo dello Stato contrappone la sua visione dell’Europa.

Oggi, ad Aquisgrana, Ciampi riceverà il premio Carlo Magno, simbolo dell’europeismo (un tempo solo “carolingio”). Ieri, nell’aula Carolina del municipio della città, accompagnato da Giuliano Amato, Giorgio Napolitano, Antonio Maccanico e Rainer Masera, ha rilanciato la sua visione dell’Europa. Ecco alcuni passaggi salienti del brindisi pronunziato ieri dal Capo dello Stato, una sintesi del discorso che pronunzierà oggi:

- “ L’accelerazione dei cambiamenti economici e politici nel mondo suscita interrogativi ed incertezze. Che lo voglia o no, l’Europa è costretta a guardare oltre i propri confini. Potrà farlo con maggiore autorevolezza ed efficacia se agirà come soggetto unico”.

- Questo “richiede istituzioni rafforzate e quindi l’entrata in vigore del Trattato costituzionale, il consolidamento di un’unione politica".

- “La zona euro è il nucleo pulsante dell’Europa” anche se oggi “esprime una potenzialità ancora solo parzialmente espressa”.

- Italia e Germania, il cui legame “rappresenta una certezza nella realtà europea di oggi”, “possono impegnarsi insieme per completare e consolidare quanto abbiamo faticosamente conquistato”.

L’accoglienza ricevuta da Ciampi in Germania, una vera e propria seconda patria per il nostro Presidente, è stata eccezionalmente calorosa, come hanno dimostrato i saluti del cancelliere Gerhard Schroeder, dell’ex presidente della Repubblica tedesca Richard von Weiszacher, e dell’ex cancelliere Helmut Kohl.

Ieri, in particolare, sono pesate le parole dell’ex ministro delle Finanze Theo Waigel che ha esaltato il ruolo-chiave di Ciampi: “Se l'Italia non fosse entrata nell’euro, adesso dovrebbe pagare interessi passivi sul debito pubblico di oltre 30 miliardi. Se questo non accade, l’Italia lo deve a lei, presidente Ciampi, è un bene per l'Italia e per l'Europa che al Quirinale ci sia il saggio Ciampi”. Particolarmente ispirato, Waigel ha aggiunto: “Noi tedeschi abbiamo due motivi per andare in Italia: il Papa e Ciampi”.

In una lettera, il cancelliere Schroeder ha sottolineato come il Presidente italiano “abbia difeso l’idea di un’Europa unita da diverse resistenze ed ostilità”: piuttosto chiari i riferimenti impliciti.

*Il partito unico: primo o ultimo dei pensieri?* Per Berlusconi, s’intende. Ieri, Alleanza Nazionale non ha scartato l’idea del partito unico, ma ha invitato tutti a riflettere bene prima di fare passi decisivi. Con un documento del suo Ufficio di presidenza, ha posto cinque condizioni essenziali, senza la cui attuazione sarebbe “preferibile ristrutturare la Cdl mantenendo però l’attuale situazione pluripartitica” perché “quando un progetto non è ben definito corre il rischio di essere un boomerang”. E in ogni caso il nuovo soggetto politico “non può essere un prodotto verticistico calato dall'alto”.

I paletti di An sono: “Ispirarsi a un modello di economia sociale riformato secondo i principi di sussidiarietà e competitività in grado di parlare tanto alle imprese quanto alle parti sociali; possedere una forte percezione dell’interesse e dell’identità nazionale, in una chiave di integrazione europea e di dialogo euroatlantico (..); offrire risposte al bisogno di sicurezza diffuso nella società a tutti i livelli (..); incanalare la propria vocazione al cambiamento in una forte cultura istituzionale (..); incarnare una visione della politica profondamente radicata nel senso comune del nostro essere italiani che costituisca un progetto riformista partendo dall'identità più autentica e profonda della nostra società”.

Alessandro Cè, della Lega, ha affermato che il partito unico è “un progetto che sicuramente può avere un senso e una sua valenza, ma che non può riguardare la Lega Nord”. Consapevole di sollevare polemiche, ha aggiunto: “come potremmo conseguire l'obiettivo dell'autogoverno del Nord se fossimo una semplice corrente di un partito?”.

Senza peli sulla lingua Bruno Tabacci, /enfant terrible/ dell’Udc: “Una forza politica sul modello del Partito popolare europeo, un partito nazionale, non regionale, democratico, che nasce dal basso, che affronta il nodo della leadership a più punte”. Disponibile, ma è un sì che “costa caro”, ha detto ieri in un’intervista a /La Stampa/. Ma, ha avvertito, niente “americanate” e nemmeno “arcorate” che fossero mirate a perpetuare la “monarchia” di Berlusconi. Anzi: “Se il tentativo del partito unico è onesto, non bisogna perdere tempo. E il primo dato da prendere in considerazione è l’esito elettorale delle Regionali: è stato un grande insuccesso, una sorta di referendum su Berlusconi”. Secondo Tabacci, il messaggio “forte e chiaro” giunto dagli elettori è: “Con Berlusconi si perde: meglio allora attrezzarci a lanciare una leadership plurale della coalizione”.

Chi ha preso sul serio l’idea del partito unico è il cosiddetto “Gruppo di Todi”, di cui fanno parte vari esponenti Cdl. Il Gruppo propone un tavolo comune e un congresso entro febbraio. La proposta, presentata da Adornato e altri della Cdl tra i quali La Russa (An) e D’Onofrio dell'Udc, viene presentata come aperta anche ai moderati dell'Unione. Sandro Bondi, di casa a Todi, parla di congresso di Forza Italia sul partito unico e di averne parlato con Berlusconi.

Mentre Calderoli, della Lega, avverte che il partito unico non sia per mettere in discussione il leader, il Nuovo Psi si è dichiarato non disponibile “a prender parte al progetto del partito unico del centrodestra”.

E Berlusconi? Afferma di stare alla finestra: “Io ho tirato un sasso nello stagno, adesso vediamo come reagiscono”, sembra avere detto. Secondo alcuni, egli avrebbe valutato positivamente il documento di An, senza però nascondersi le “resistenze” che potranno venire. Forse condividendo la stessa preoccupazione di Calderoli, ha detto: “Se pensano di mettermi da parte così, sbagliano di grosso. Il partito unico avrà questo candidato premier alle prossime elezioni, anche perché Forza Italia ne è il motore e l’azionista di maggioranza. Se vogliono fare le primarie si accomodino...”. Mentre Fabrizio Cicchitto, in un’intervista al /Giornale/, ieri ribadiva la priorità di dare un forte impulso organizzativo a Forza Italia.