L'ALTERNATIVA AL PETROLIO? CRESCE NEI CAMPI



Continuo a ribadire -e vorrete avere pietà di me- che non è il carburante da
cambiare ma il sistema trasportistico.
Continuo ancora una volta a sottolineare che neanche se tutto il Paese
Italia (città, campagne, campi sportivi, giardini, ecc.) fosse coltivato a
pioppeto ad uso energetico ci sarebbe abbastanza materiale alternativo per
far funzionare tutte le nostre vetture (per tacere degli autotreni & Co).
Continuo a sottoporre al giudizio degli abbonati alla rete questo piccolo
conteggio calato sulla mia città, Ravenna, proprio là dove Ferruzzi aveva
lanciato la produzione del biodiesel :

BIODIESEL: un po' di conti


L'interesse suscitato dal  biodiesel è  senz'altro encomiabile, sia perché
si tratta di un combustibile da biomassa (quindi relativamente rinnovabile),
sia perché consente un relativo "riciclo" della CO2.
Ma  il  consumo di combustibili è oggigiorno talmente elevato che un breve
calcolo dimostra la impossibilità di risolverne il problema con un uso
statisticamente significativo del biodiesel.
Un calcolo molto approssimato, ma sufficiente a chiarire gli ordini di
grandezza in gioco,  consente facilmente di verificare  quanto sopra.
Attualmente un ettaro di colza, girasole (o altri semi oleaginosi) produce
circa 1000 litri di biodiesel, che sono in grado di far marciare un
automezzo per circa 10 000 km.
Se ipotizziamo che un auto consumi solo 10 000 km in un anno, possiamo dire
che un'auto "consuma" l'equivalente di un ettaro coltivato  a  biomassa all'
anno.
Se pensiamo che il numero di auto in circolazione nel comune di Ravenna è
sull'ordine delle 100 mila  unità, ciò significa che "consumerebbero" 100
000 ettari: ma l'intero territorio comunale di Ravenna è di  65 400 ha, cioè
anche destinando tutto il territorio comunale, ma proprio tutto (campi
coltivati ed incolti, case strade fabbriche ospedali cimiteri valli e
pinete!) ci mancherebbero ancora più di trentamila ettari.
Una valutazione ancora più pessimistica,ma realistica, ci viene dal consumo
effettivo di carburanti per trazione, che il Primo rapporto sull'ambiente,
edito dalla Provincia di Ravenna, quantifica per il 1996 in poco meno di 400
000 tonn, in questo caso avendo a disposizione  186 000 ettari totali di
superficie.

In teoria per far andare a biodiesel le sole auto dei ravennati si dovrebbe
rinunciare a tutto il grano, alla carne alla frutta alla verdura, al vino,
ecc. piantando colza o girasole anche nelle aiuole, sui tetti delle case e
delle fabbriche fino alle pinete, alle valli e, per assurdo, in decine di
migliaia di ettari di coltivazioni "marine", visto che la terraferma non
basterebbe.
Come anticipato, queste stime sono approssimate, ma l'ordine di grandezza
resta però  un dato di fatto.
A favore del biodiesel si possono prevedere alcuni scenari futuribili: una
resa per ettaro migliore (quanto? del 30,  50% o più?), un consumo per auto
minore  (quanto ? qui  in realtà sembra possibile fare ancora molto), un
minore numero di auto in circolazione (auspicabile ma al momento
improbabile), per cui la superficie necessaria diminuirebbe abbastanza, ma
questa è appunto una ipotesi futuribile.
Per andare in quella direzione occorre che le rese agricole per ettaro siano
effettivamente molto maggiori delle attuali, le case automobilistiche ed i
petrolieri lancino sul mercato motori a bassissimo consumo, la cultura
individuale privilegi i mezzi pubblici, ecc. ecc.
Il problema dunque consiste nelle dimensioni industriali del consumo
energetico; e non è neppure  pensabile di risolvere "industrialmente" il
problema di una eco-agricoltura energetica con la messa a coltura di qualche
migliaio di ettari di  terreni incolti. Non dimentichiamoci, tra l'altro,
che la Comunità Europea ha promosso e sta finanziando il set-aside (messa a
riposo dei terreni agricoli) proprio per motivi ecologici, e quindi di
interesse pubblico generale

Conclusione: il biodiesel potrà risolvere il problema dell'energia per
trazione solo in una percentuale molto bassa e per usi "dedicati" (come la
motonautica, la stessa agricoltura, ecc.) , ma non deve assolutamente
costituire un comodo alibi per chi sostiene la sostenibilità dello sviluppo,
perlomeno come è stato inteso finora (cioè come aumento quantitativo di beni
consumati).
In ultima analisi, se si vuole fare  passare il biodiesel per la soluzione
meravigliosa del futuro energetico, i conti proprio non tornano,  ettari
alla mano.


Giorgio Lazzari
Ravenna, 21.12.2002
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----- Original Message ----- 
From: "Altragricoltura" <altragrico at italytrading.com>
To: <consumocritico at peacelink.it>
Sent: Tuesday, November 22, 2005 4:02 PM
Subject: rassegna stampa: L'ALTERNATIVA AL PETROLIO? CRESCE NEI CAMPI


> a cura di AltrAgricoltura Nords Est
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> L'ALTERNATIVA AL PETROLIO? CRESCE NEI CAMPI
> Ad Albettone (VI) il titolare di un'azienda agricola sta sperimentando la
> coltivazione di un pioppeto ad uso energetico.
> L'alternativa al petrolio alberga anche a Vicenza e fa rima con pioppeto.
Ne
> sa qualcosa Federico Pagliarin, titolare dell'azienda agricola "Alla
Melia"
> di Albettone, che da alcuni mesi sperimenta la coltivazione di piante ad
uso
> energetico, per produrre elettricità da biomassa.
> Nell'azienda di Albettone, tradizionalmente dedita alla coltivazione di
> ortaggi, leguminose e mais e all'allevamento di bovini, sta prendendo
piede
> un'altra coltura che cresce a ritmo inarrestabile: quella di 10.000 pioppi
> da "convertire" in energia pulita. Secondo un modello che potrebbe
> allargarsi a tutta la provincia, sulla scia di quanto già da tempo accade
> nei paesi del centro-nord Europa come la Germania.
>
> Le biomasse sono materiali di origine biologica (legname, scarti di
attività
> agricole) utilizzati in apposite centrali termiche per produrre energia
> elettrica che poi viene venduta alla rete. Trarre energia dalle biomasse
> consente di eliminare in modo ecologico i rifiuti prodotti dalle attività
> umane, produrre energia elettrica e ridurre la dipendenza dalle fonti di
> natura fossile come il petrolio.
> I biocombustibili sono energia pulita perchè liberano nell'ambiente le
sole
> quantità di carbonio che hanno assimilato le piante durante la loro
> formazione ed una quantità di zolfo e di ossidi di azoto nettamente
> inferiore a quella rilasciata dai combustibili fossili. «Da quando si è
> detto no al nucleare - spiega Pagliarin - gli altri stati europei si sono
> lanciati sulle biomasse, l'Italia invece ha perso tempo e non ha sfruttato
> il suo alto potenziale, sia in termini di colture, sia di allevamenti».
Per
> ora è la centrale di Porto Tolle, la destinazione del legname prodotto
> dall'azienda "Alla Melia", ma il sogno del titolare è quella di creare
delle
> piccole centrali a livello locale: «La mia coltivazione riesce a produrre
> 300 quintali per ettaro di sostanza secca, equivalenti a un milione e 350
> kilocalorie.
> Lo stesso potere calorifico di 100 quintali di gasolio. Va da sè che le
> biomasse non inquinano e rispondono perfettamente al protocollo di Kyoto,
> che impone all'Italia la riduzione entro il 2012 di circa il 7\% delle
> emissioni di gas serra. Inoltre il costo dell'impianto si ammortizza in 20
> anni, ma i risultati si hanno da subito. Entro 50 anni le biomasse
> potrebbero soddisfare una buona parte del consumo energetico mondiale, dal
> momento che il petrolio costa sempre di più».
>
> E un ulteriore premio a chi imbocca la strada delle fonti energetiche
> alternative è la vendita dei certificati verdi emessi a favore degli
> operatori con impianti "puliti": si tratta di una forma di incentivazione
> che premia i produttori di energia da fonti rinnovabili. E i vantaggi
delle
> biomasse, dicono i sostenitori, non possono essere sottovalutati: la loro
> abbondanza, la capacità di rigenerare terre desolate e di creare
> occupazione.
> Inoltre non contribuiscono all'effetto serra e garantiscono una migliore
> protezione del suolo dall'erosione, in caso di esondazione. Non solo: «Per
> ottimizzare i risultati - aggiunge Pagliarin - nello stesso terreno dei
> pioppi è possibile coltivare, e io lo sto facendo, anche le leguminose che
> arricchiscono i campi di azoto. Se le istituzioni investissero su questo
> tipo di coltivazioni preserverebbero il territorio. Invece la speculazione
> edilizia ha ridotto le città a distese di capannoni e aree industriali che
> non servono. Vorrei divulgare questa soluzione alle aziende agricole della
> provincia per creare una cooperativa che produca biomassa.L'agricoltura è
> una miniera che finora nessuno ha voluto valorizzare. Noi agricoltori
siamo
> stati bistrattati dal sistema burocratico e giudiziario. Così, uno che
> produce legname è trattato come uno che produce cromo esavalente. Gli
> agricoltori, invece, sono i promotori dell'ambiente. Per questo dovrebbero
> darci ascolto».
> Il Gazzettino, 3 novembre 2005
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> N.B. se volete essere cancellati da questa lista scrivete a
> altragricoltura at italytrading.com
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