IL CONTINENTE DA MODIFICARE



IL CONTINENTE DA MODIFICARE
      (di Marco D'Eramo, su "Il Manifesto" del 27/8/02)

Può l'Africa affamata permettersi il lusso di rifiutare cereali
geneticamente modificati? È una delle domande più scabrose cui deve
rispondere il vertice di Johannesburg, ed è uno dei dossier più spinosi che
si porta in cartella il segretario di stato americano Colin Powell,
soprattutto dopo che Zimbabwe, Mozambico e la settimana scorsa Zambia hanno
respinto gli aiuti alimentari offerti dagli Stati uniti che per tutta la
regione ammonteranno a fine anno a 500.000 tonnellate di cereali,
comprendenti varietà geneticamente modificate (invece Malawi, Swaziland e
Namibia li hanno accettati). Così ora migliaia di tonnellate di mais e di
grano giacciono nei silos del porto di Durban in Sudafrica. Della questione
si occupa anche l'Organizzazione mondiale della Sanità che da ieri tiene una
riunione regionale di tre giorni ad Harare, capitale dello Zimbabwe.
L'Africa australe sta subendo una delle sue peggiori carestie, perché da due
anni è colpita dalla siccità, i raccolti sono andati a ramengo, il bestiame
ha dovuto essere abbattuto, 13 milioni di persone sono in stato d'inedia e
300.000 di loro moriranno di fame nei prossimi mesi.

Ora, gli statunitensi sostengono che l'Africa non può permettersi questo
lusso: non vada tanto per il sottile e salvi la vita di decine di migliaia
di persone. Tanto più che - affermano - il cibo geneticamente modificato
(Gm) non ha mai fatto male a nessuno, visto che negli Stati uniti sono anni
che se lo mangiano, sia direttamente, sia indirettamente, attraverso la
carne di bestiame allevato a mais Gm. Gli Stati uniti dimenticano che il
vero timore nei confronti degli organismi Gm (Ogm) non è per i danni alla
salute che può provocare la loro ingestione. [...]
Il fatto è che, a causa dell'opposizione mondiale agli Ogm, i farmers Usa
sono in difficoltà e la stessa azienda leader del settore, la Monsanto, è in
crisi profonda, nonostante la superficie coltivata a Gm si sia trentuplicata
in solo 5 anni, passando da 1,7 milioni di ettari nel 1996 a 52,6 milioni di
ettari nel 2001. Infatti, scrive il Guardian, a luglio la Monsanto voleva
rastrellare sul mercato un miliardo di dollari, ma è riuscita a
raggranellarne solo poco più della metà, anche perché i creditori sanno che
sta per scadere il brevetto sul suo pesticida Roundup che genera il 45%
delle sue entrate. Se negli anni '50 era vero che gli interessi della Gm
erano gli interessi dell'America, oggi la stessa sentenza continua a valere,
solo che Gm significa non più General Motors ma Geneticamente modificati.

Così, per scavalcare il rifiuto africano. Washington si è ridotta persino a
chiedere all'Unione europea (Ue) di intercedere presso questi paesi, e di
garantire loro che non è nocivo mangiare cereali Gm. Bruxelles ha risposto
giovedì scorso che non erano affari suoi, che la gatta se la pelasse
Washington e che, comunque, se gli Usa volevano mandare aiuti umanitari in
Africa, 1) facessero come gli europei e comprassero cereali nella regione,
in modo da stimolare l'agricoltura locale; 2) se proprio insistevano a
mandare il proprio mais, che lo spedissero in forma di farina, così non ci
sarebbe più rischio di contaminazione nell'ambiente: è questa la soluzione
che il Mozambico ha alla fine accettato, di tritare il mais prima di
distribuirlo; ma gli Stati uniti vi si oppongono sia perché è una soluzione
cara (macinare costa 25 $ a metro cubo), sia perché, se l'accettassero,
riconoscerebbero che questi cibi Gm presentano un problema vero. Ma venerdì
scorso l'Ue ha un po' ammorbidito la sua posizione, e si è detta pronta a
convincere i paesi africani che non sono dannose per la salute le cinque
varietà di cereali Gm ch'essa stessa permette.

Chi si oppone invece all'uso di cereali Gm in Africa invoca le seguenti
ragioni:

1) Non vuole che l'Africa sia considerata la pattumiera dei paesi ricchi.
Come prima - con la scusa dell'aiuto umanitario - le multinazionali
smaltivano nel Continente nero latte in polvere avariato, farine marce e
farmaci scaduti, così ora gli Stati uniti smaltiscono gli enormi surplus di
cereali Gm coltivati grazie agli immani sussidi pubblici (ogni anno Usa ed
Ue sovvenzionano le loro agricolture con 350 miliardi di dollari): il 60%
della produzione dei farmers americani è esportata, ma le esportazioni sono
diminuite dopo le polemiche di vari paesi contro gli Ogm. Secondo Vandana
Shiva, tra il 1999 e il 2000 i surplus di derrate Gm hanno costituito circa
il 30% delle 500.000 tonnellate di mais "donate" dalla Us Agency for
International Development alle agenzie umanitarie, tra cui il World Food
Program, grazie a contratti con le corporations dell'agrobusiness.

2) Se sementi Gm vengono rilasciate nella natura, possono contaminare le
sementi locali e così chiudere ai prodotti africani i mercati europei: il
bestiame africano nutrito con granaglie Gm non potrà più essere esportato
nei paesi che rifiutano cibo Gm. Questi cereali possono perciò spazzare via
una nicchia di mercato che permetterebbe ai contadini africani di
guadagnarsi da vivere.

3) Gli aiuti umanitari rendono i paesi dipendenti. Ogni tonnellata di
cereali ricevuta è una tonnellata di cereali che non sarà coltivata. Con lo
stesso metodo gli Stati uniti hanno smaltito eccedenze di riso ad Haiti
mandando in rovina migliaia di fattorie e l'Unione europea ha smaltito le
proprie eccedenze di latte nell'economia giamaicana provocando la bancarotta
degli allevatori locali.

4) Le sementi Gm provocano una doppia dipendenza. Poiché la quasi totalità
di essa è manipolata per resistere a uno specifico pesticida prodotto da una
specifica azienda, i coltivatori saranno poi costretti in tutte le future
generazioni di raccolti a usare quel pesticida. Per esempio i due terzi di
semi di soia Gm sono manipolati per resistere all'erbicida Roundup della
Monsanto.

Ultimo punto, decisivo, è che non vale la principale ragione invocata dai
fautori degli Ogm, e cioè che la biotecnologia può aumentare la produzione e
quindi far sparire lo spettro della fame. Il fatto è che la fame oggi dilaga
in un mondo di abbondanza [...], un mondo in cui i magazzini europei e
americani straboccano di derrate alimentari, di burro, latte, grano, vino
olio, ma in cui ogni giorno muoiono per fame 24.000 persone, tre quarti
delle quali sotto i cinque anni; più di 800 milioni di umani sono
cronicamente denutriti; 180 milioni di bambini sono sotto peso e 2 miliardi
di persone soffrono di malattie dovute a deficienze alimentari. Il fatto è
che in Malawi si muore di fame anche se nei mercati di Lilongwe abbondano
riso e mais. In fondo, per cinque anni di seguito l'India ha avuto
un'eccedenza record di cereali, di 59 milioni di tonnellate, eppure decine
di milioni di bambini indiani continuano a essere denutriti. Negli Stessi
stati uniti, che esportano il 60% della loro produzione agricola e che hanno
l'agricoltura più ricca e più efficiente del mondo, 26 milioni di poveri
devono ricorrere ai Food stamps, ai bollini alimentari distribuiti dalla
mutua, per riuscire a nutrirsi. La fame può decimare in un mondo ricco e le
ossa a fior di pelle costeggiano l'oscena obesità dei paesi
industrializzati. Vent'anni fa, scrive John Vidal del Guardian, il Ghana
esportava riso, oggi la sua risicoltura è crollata sotto le importazioni di
riso Usa o thailandese. I contadini pakistani hanno bruciato i loro raccolti
per disperazione perché a coltivare ci perdono. Circa il 20% del cibo
africano viene ora importato dai paesi ricchi, anche se potrebbe facilmente
crescere sul posto. L'editorialista John Kamu del Daily Nation (Zimbabwe)
cita un recente rapporto Oxfam, intitolato Rigged Rules and Double
Standards, secondo cui "128 milioni di persone potrebbero uscire dalla
povertà se le regole del commercio permettessero ad Africa, America latina,
Asia orientale e del sud-est di aumentare la propria parte del commercio
mondiale di appena l'1%. In Africa, quest'aumento generebbe un introito di
100 miliardi di dollari, il quintuplo di quanto il continente riceve in
termini di aiuti e di ripianamento del debito. Con questo 1% ci potremmo
ricomprare il nostro cibo".

Sono verità così sacrosante da sembrare acqua calda. Nel frattempo tutta
l'altrettanto sacrosanta resistenza dei paesi dell'Africa australe contro i
cereali Gm rischia di essere un'altra di quelle battaglie di retroguardia
che - a differenza delle Termopili e di Roncisvalle - si rivelano inutili,
semplicemente perché il nemico era già in casa: infatti uno dei maggiori
produttori al mondo di cibi Gm è il Sudafrica: e si sa che la dispersione
delle sementi attraverso il vento e gli uccelli non è ostacolata dai posti
di confine delle frontiere umane.