a maggior ragione dopo l'attacco



da parte di Alfonso Navarra - FERMIAMO CHI SCHERZA COL FUOCO ATOMICO
 
Cari amiche ed amici firmatari dell'appello contro i venti di guerra "atomici" in Medio Oriente
 
(in sintesi: partecipiamo al Seminario milanese verso il Forum Sociale Europeo per caldeggiare la costruzione di un Network Europeo per la denuclearizzazione civile e militare. Questo network potrebbe attivare l'Iniziativa Civica Europea insieme al movimento per l'acqua pubblica. Potrebbe e dovrebbe anche cercare convergenze con le lotte per il disarmo contro le guerre. L'obiettivo della denuclearizzazione resta valido a maggior ragione se Israele attacca gli impianti nucleari iraniani. In Italia forse è venuto, da parte nostra, il momento di lanciare un referendum sull'energia ma questo non significa mollare l'obiettivo di attuare il referendum antinucleare).
 
 
La lettera che segue è lunga, forse troppo, ma vi chiedo attenzione, perché siamo alla vigilia di scadenze di interesse decisivo che richiedono, ne sono convinto, il nostro indispensabile intervento, di attivisti e di cittadini che vivono tempi duri con l'incubo che possano diventare terribili.
Sulle nostre teste rullano tamburi di guerra, dittatori "tecnici", con la scusa di spead e debito, ci ingabbiano nella T.I.N.A. (There is no alternative) e ci trascinano verso la disperazione (operai si danno fuoco e si tagliano le vene!), gli immigrati sono "cucinati" come caprio espiatorio di una frustrazione sociale tanto rabbiosa quanto impotente: una parte della società intorno a noi la vediamo già incattivita perché privata del futuro e di ogni sogno collettivo.
Il "miracolo" della vittoria popolare ai referendum del giugno 2011 sembra lontano: il "vento che sta cambiando" ha insediato il Goldman Sachs Monti al governo e sembra che tutto lo spazio politico si restringa alla scelta tra montismo di destra e di sinistra.
Si votò allora per l'energia pulita, per la ripubblicizzazione dell'acqua e dei servizi locali, per la difesa dei beni comuni e per la riappriopriazione della democrazia: dobbiamo rassegnarci al seppellimento della speranza sotto gli estintori e le molotov che hanno soffocato, il 15 ottobre 2011, la nascita del movimento degli "indignati" in Italia?
 
L'Europa e l'euro sono sul banco degli imputati, sempre più identificati dalle opinioni pubbliche non nel sogno federalista di Altiero Spinelli, ma nella tecnocrazia che macina denaro per il denaro per pochi privilegiati sulla pelle di lavoratori, disoccupati, precari. Eppure resta uno spazio istituzionale, pubblico e politico, da non buttare via a cuor leggero, se si aspira a delle leve e a degli strumenti efficaci per "tagliare gli artigli agli speculatori". Il problema di come mettere le briglie e ridimensionare la Finanza è, infatti, per chiunque si prenda la briga di ragionare con la propria testa invece di dare retta con le viscere all'urlatore di turno, preliminare rispetto, per esempio, a quello "dentro o fuori l'euro".
Si può infatti stare dentro l'euro succubi verso un sistema economico in cui una minoranza di predatori borsistici accumula profitti, accollando le perdite alla collettività; ma si può stare molto peggio con la lira, o ancor più con il fiorino o il ducato, aggrappati ad un vecchio modello di crescita, con l'immaginario della ricchezza/felicità villa+SUV+TV al plasma in ogni stanza, ma completamente dipendenti dall'energia importata, quindi del tutto in balia dei mercati finanziari globalizzati.
Democratizzando l'Europa possiamo pensare di riuscire a progettare il futuro: altrimenti finiamo, almeno nell'immediato, sballottati dalla sorte, esposti, senza difese, a tutti i capricci dei cosiddetti "mercati".
 
A Milano, il 14-15-16 settembre, si terrà il seminario preparatorio del Forum Sociale Europeo, fissato a Firenze per novembre.
L'opportunità di questi importanti e partecipati incontri, che possono riorganizzare il rilancio dell'opposizione sociale, deve essere colta dai soggetti e dai movimenti che non si riconoscono nell'attuale sistema della "dittatura finanziaria" e dei complessi militari-industriali-energetici, in particolare per le loro convinzioni ecologiste, antimilitariste e nonviolente, che, allo stesso modo degli "alter-global", puntano ad "un altro mondo possibile".
Se guardiamo al nostro più specifico focus di interessi, potrebbe essere l'occasione in cui, finalmente, formiamo un Network europeo antinucleare che persegua la denuclearizzazione sia civile che militare.
Con un'ottica, appunto, non semplicemente di protesta localistica, che si limiti a cavalcare le lotte territoriali quando vogliono che la centrale non si impianti dietro l'angolo di casa o che il treno delle scorie radioattive non passi qui dove abito ...
Un movimento che si rifaccia ai "beni comuni" come istanza antiliberista, per le donne e gli uomini concreti, senza per questo cadere nella retorica "benicomunista" (per la quale se tutto è "comune", i grandi cicli ecosistemici allo stesso modo di "Macao occupato", niente di fatto lo è).
Alla noncollaborazione e, se il caso, alla disobbedienza civile dobbiamo infatti saper accompagnare il programma costruttivo, se non ci sta bene che le nostre stesse buone intenzioni possano aprire la strada a derive poco raccomandabili (l'identità chiusa delle comunità locali è ciò a cui punta la Nuova Destra in tutta Europa, e non solo).
 
Esiste lo strumento dell'Iniziativa Civica Europa - ICE che può essere utilizzato dai movimenti di base - il regolamento è appena entrato in vigore e prevede si debbano raccogliere 1 milione di firme in almeno 7 Paesi UE, ed è possibile impostare una campagna per la denuclearizzazione e per le energie rinnovabili insieme con il movimento per l'acqua pubblica, che ha già attivato un suo percorso in tal senso, ma è disponibile ad incrociarlo con il nostro.
La base dell'ICE europea può essere la Legge di Iniziativa Popolare che, presentata dal Comitato "Si alle rinnovabili, No al nucleare", a suo tempo (2010), promuovemmo per dare attuazione in Italia proprio agli standard europei dei "Tre venti entro il 2020".
 
Sul terreno più specifico del nucleare militare abbiamo da porre i seguenti obiettivi immediati:
- rinuncia della "deterrenza nucleare" da parte della UE (e quindi critica delle dottrine NATO che la prevedono come "massima garanzia di sicurezza");
- via le armi nucleari USA dall'Europa sia semi-strategiche sia tattiche (incluse le "inerti" conservate nei depositi);
- divieto di attracco nei porti delle portaerei e dei sommergibili a propulsione atomica (forse armati con Cruise nucleari);
- applicazione della risoluzione ONU che prevede per l'area mediterranea e medio-orientale l’eliminazione delle armi di distruzione di massa;
- appoggio dei piani dei "Sindaci per la Pace" per la messa al bando delle armi atomiche a partire da gesti unilaterali di disarmo. Riponiamo in soffitta gli "ombrelli" atomici di Francia e Gran Bretagna!
 
In particolare è da sottolineare l'attualità dell'appello, promosso dal sottoscritto insieme a Giuseppe Bruzzoni e Laura Tussi, "NO ai venti di guerra sul nucleare iraniano - SI alla denuclearizzazione euromediterranea", le cui adesioni si raccolgono, al momento, sulla home page di Peacelink. I primi firmatari sono: Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Don Andrea Gallo, Marinella Correggia, Mario Capanna, Vittorio Agnoletto, Giorgio Cremaschi, Mario Agostinelli, Giulio Cavalli, Diego Parassole, Alberto Patrucco, Patrick Boylan, Ernesto Celestini, Alessio Di Florio, Lorenzo Galbiati, Attilio Galimberti, Alberto L’Abate, Luciano Manna, Alessandro Marescotti, Nello Margiotta, Daniele Novara, Nanni Salio, Giovanni Sarubbi, Olivier Turquet.
 
E' possibile che, nei prossimi giorni, il complesso militare-industriale-energetico, che punta su Romney, per far perdere ad Obama le elezioni in USA insceni, con la complicità di Israele, una guerra-show come fu quella in Libano del luglio 2006. Agli smemorati vale la pena di ricordare che Hezbollah si proclamò allora "vincitrice": Beirut era sì sommersa dalle macerie ma l'organizzazione era riuscita a "resistere" e a "reagire" sparacchiando razzi a casaccio! Questo per dire che un attacco aereo limitato a qualche impianto sotterraneo di Teheran non scatena necessariamente l'Armageddon né regionale né globale: l'effetto cercato è una chiusura dello stretto di Hormuz da parte del regime iraniano (che potrà comunque "resistere" e proclamare "vittoria"), un rialzo del prezzo del petrolio, una caduta economica degli USA (e dell'Occidente), che renda impopolare il presidente "nero" (comunque - non lo ammetto a cuor leggero - l'"uomo di Wall Sreet" in senso forte), la dimostrazione della sua irresolutezza e del fatto che si è rassegnato al "declino" dell'America. 
Quello che importa, insomma, è che, sull'onda del clima da guerra permanente, il complesso militare-industriale riaffermi la sua centralità "reale" contestata dalla centralità dell'economia monetaria finanziarizzata. Ma, attacco o non attacco (magari funziona, per calmare i bollenti spiriti dei militaristi israeliani, il diversivo della guerra civile in Siria), il punto è che, per noi ecopacifisti nonviolenti, l'obiettivo non cambia: non parteggiare per questa o quella guerriglia etnica, religiosa o nazionalistica che si impanca ad "unico, legittimo rappresentante di un popolo oppresso", quale che sia; bensì rappresentare l'umanità intera nella lotta comune per gli obiettivi che ci riguardano tutti nella nostra essenza umana più basilare.
Da questo punto di vista, attacco o non attacco, anzi a maggior ragione dopo l'attacco, il nostro obiettivo resta quello di far svolgere la conferenza di pace per la denuclearizzazione del Medio Oriente e l’eliminazione dalla regione, che deve comprendere l'Europa Mediterranea, delle armi di distruzione di massa.
Il nostro obiettivo, a maggior ragione dopo un bombardamento una tantum, non diventa - che so - quello di prendere le difese del "buono" Iran contro il "cattivo" Israele, e di condividere l'assurdità che "tutti hanno diritto al nucleare pacifico" quando invece la tecnologia della fissione la consideriamo comunque un attentato alla sopravvivenza della specie umana: resta ancora e sempre, e con più forza, "far sorgere ed operare delle Ambasciate di Pace della società civile che si propongano, dal basso, l'obiettivo comune della denuclearizzazione".
Se il nucleare è un male assoluto, prima uno se ne libera, anche unilateralmente, facendo il primo passo, meglio è; ed il discorso "comincia tu che poi ti seguirò" è quello che ci conduce dritti dritti al baratro.
 
Tornando al nostro Paese, in Italia è da prendere in seria considerazione la proposta del CESPES di effettuare un referendum sull'energia, anche se è discutibile la prospettiva di inserirlo in un "pacchetto" referendario confenzionato dall'IDV di Di Pietro.
 
Ma anche qui, se per fortuna la Strategia Energetica Nazionale, appena sfornata negli indirizzi da Passera e Clini, non parla affatto di nucleare, esiste comunque il problema di attuare il referendum antinucleare nei seguenti punti:
1- i piani nucleari vanno bloccati non solo in Italia ma anche dall'Italia (vedi l'attivismo di Enel e Finmeccanica, partecipate di Stato, all'estero);
2- la sicurezza del "vecchio" nucleare è tutta da garantire: bisogna smantellare le centrali e gestire razionalmente le scorie evitando le catastrofi annunciate, tipo Saluggia (ma anche Casaccia), e ponendo termine al via vai sui treni verso l'Europa;
3- risolvere in modo alternativo i problemi che l’opzione nucleare pretendeva di affrontare, come ad esempio il rispetto degli impegni di Kyoto e l'emancipazione del nostro Paese dalla dipendenza dei combustibili fossili. (Come pure, cosa non trascurabile in questi gravi momenti di crisi economica, la produzione di energia a costi convenienti e con importanti ricadute occupazionali). 
 
Il popolo referendario, ancora oggi, costituisce la vera base per costruire un progetto sociale e politico di alternativa. Dobbiamo proporci di mettersi al suo servizio per rappresentarlo come nessuna forza politica, in questo momento, ha in testa, per la sua natura di organizzazione "castale", di fare.
Ma noi, che non facciamo parte del "popolo dei 500.000 stipendiati dalla politica", possiamo invece sentirci parte integrante del popolo dei referendum che nel giugno 2011, ha riaffermato il "cuore" fondante della Costituzione nata dalla insurrezione contro l'imperialismo fascista e quindi ispirata al ripudio della guerra: il valore della sicurezza dei diritti.
“Basta all’arbitrio ed alla precarietà” cui ci costringe il fondamentalismo neoliberista: non altro che questo indica, stringi stringi, un voto sovrano e maggioritario (gli oltre 27 milioni che si sono recati liberamente e spontaneamente alle urne) che:
1) ha respinto il rischio nucleare per la sicurezza dell’ambiente e della salute;
2) ha rifiutato la privatizzazione selvaggia prescrivendo la garanzia pubblica non solo sui beni comuni, come l’acqua, ma anche sui servizi essenziali di interesse generale: lo Stato deve esserci, deve operare a protezione e a tutela, anche se non in modo invasivo;
3) ha ricusato i privilegi ad personam perché la legge deve essere eguale per tutti.