Pace Nostra



Pace Nostra 

La pace perseguita da G.W. Bush e B. Obama, la conosciamo già.
Quella di O. bin Laden molto meno.
Ma la Nostra, che razza di pace vorrebbe essere?
 
Ovvio che nessuno ci farà la gentile concessione di provare a metterla in atto; quello che si può, è almeno scriverci sopra. 
Per Aristotele “Gli uomini sentono naturalmente l’anelito alla conoscenza”, dove conoscere vuol dire non accontentarsi di ciò che si può vedere. E se non ci si accontenta, prima o poi arriva il momento in cui non sono più solo i criminali a essere fuorilegge ma i cittadini che - conoscendo - rompono quel contratto primitivo che attraverso le leggi sorregge la società.
In primo luogo, in Italia si romperebbe quanto avvenuto, dove la gente non solo è stata ingannata per 20 anni da Berlusconi creando un partito per la classe della massa, ma c’è stato in aggiunta un desiderio di berlusconismo.

Conoscere è accorgersi che gli Stati non risultano più in grado di dare sicurezza ai cittadini nello spazio interno e, nel contempo, non sanno proteggere dai pericoli esterni; così sono sempre più gli studiosi che ricordano i tre secoli di declino che accompagnarono la fine dell’impero romano nonché il suo successivo millennio di caos. 
Sul fronte interno, si possono organizzare nuove forme di protesta sociale che grazie alla rete diventano più facili da gestire. Scrive Edoardo Narduzzi in “Ciascuno per sé”: “Una protesta fiscale, ad esempio, può molto più agevolmente trasformarsi in sciopero tributario o in un pagamento non corretto delle imposte coordinato e generalizzato…”    
Per la linea esteri, i Presidenti Usa recitano a ripetizione che (oltre le guerre) saranno in pace con tutti però, beninteso, tranne che con Corea del Nord e Iran, nazioni per le quali non si scarta nessuna opzione… 

Si potrebbe avverare ciò che nel 1996 in “Mezzi senza fine” ha scritto Giorgio Agamben: “…se è lecito avanzare una profezia sulla politica che viene, essa non sarà più lotta per la conquista o il controllo dello Stato da parte di nuovi o vecchi soggetti sociali, ma la lotta fra lo Stato e il non-Stato (l’umanità), disgiunzione incolmabile delle singolarità qualunque e dell’organizzazione statale”.

E quindi siamo arrivati a noi.
Tocco velocemente quattro punti vecchi-nuovi di lavoro: 
1) riflettere sul significati delle bandiere della pace appese alle finestre; 2) far prendere coscienza ai soldati dell’esercito italiano; 3) mettere sotto processo le alte cariche istituzionali perché incompatibili con l’ordinamento costituzionale; 4) seguire obiettivi politico-economici come il boicottaggio per far dimettere Berlusconi (dopo il 5/12/09 anche il Popolo viola non se ne occupa più).

Tenendo conto dei limiti sia del mezzo comunicativo qui a disposizione che delle mie conoscenze, avrò centrato l’obiettivo se vi sarà un qualche seguito a questo scritto: una riappropriazione dei temi e dei problemi. 

**** Le Bandiere della pace appese rappresentano insieme sia i sentimenti all’epoca rubati dalla mediocrazia che l’incapacità dello stesso popolo della pace di capire il valore di un gesto simile come mettere alla finestra della propria abitazione un simbolo rappresentativo che mostra sulla strada se stessi. E’ giusto pensare che la stragrande maggioranza di quelle persone (così delusa o poi persa nell’indifferenza) non farà mai più gesti simili nella propria vita. Richiamando parole di Deleuze, il pacifismo stava diventando lo spartiacque fra le persone. E invece abbiamo ripreso a lavorare per la conservazione dell’esistente e a seguire morali alle quali non crediamo più. L’allontanamento da sé del rischio di esclusione, questo è oggi l’obiettivo primario. 

Quella bandiera alla finestra di ognuno era una scelta di campo e una libera assunzione di responsabilità firmata con nome e cognome. Bologna aveva i palazzi tappezzati di colore. Per Fernando Pessoa: Il mito è quel nulla che è tutto.
C’era lo spazio politico per alimentare e provocare dissenso, tarlando dall’interno le istituzioni mediante la pubblica opinione (cinema, teatro, stampa, telecomunicazioni, ecc.).
Non ci è rimasto un simbolo che ci riunisca tutti: un luogo, un oggetto, un personaggio, un eroe, un episodio storico, un mito. 
Le armi vs la bandiera della pace che si vede, si pensa, si compra, si appende, si ammira: è stato per tanti l’unico segno politico di una vita. Altro che il segreto dell’urna, dove se non è zuppa, è pan bagnato. La bandiera della pace è stata uno di quei miti che governano le nostre vite.

**** Guerra; Militari; Potere
La storia degli Stati (come quello italiano) ci ricorda che essi si guadagnarono il diritto alla libertà solo dopo aver usufruito del sangue proveniente dal “terrorismo”.
In “La guerra è la malattia non la soluzione”, Eugen Drewermann ricorda che: “Non esiste un solo Stato al mondo in cui i diciottenni, proprio perché abbastanza giovani, non vengano reclutati per imparare il più ‘efficientemente’ possibile come uccidere a comando, facendo così loro comprendere che la guerra può essere una opzione possibile”. Eppure, va avanti Drewermann: “…noi del mondo occidentale ci troviamo sotto tutti i punti di vista in una posizione economica, sociale e militare di una tale grandiosa superiorità che dovrebbe dipendere da noi esplorare nuove vie di pacificazione…”. ”…l’esercito, il servizio militare, non consiste in null’altro se non attivare il lato criminale presente negli stessi esseri umani…non è solo importante distruggere l’autostima, bisogna anche abbattere l’inibizione a uccidere. Tutto ciò che viene ordinato deve essere eseguito, incondizionatamente…L’esercito è un’arcaica e barbara orda di uomini, un ostacolo alla civiltà.”
Per Drewermann, fino a oggi il movimento pacifista è stato una controparte della paura, ma non l’attuale politica bensì l’umanità dovrebbe essere il tema del movimento pacifista. Per Agostino in “De civitate Dei: “Gli Stati di questo mondo sono grosse bande di ladri, i cui misfatti raggiungono però una dimensione tale per cui non si possono più punire”...
Riprende Drewermann: ”Questi terroristi non sono assimilabili a dei criminali abituali, sono invece degli idealisti, sulle cui visioni del mondo bisogna discutere e che non possono essere lasciati delusi troppo a lungo…ma solo da parte dei più forti può emergere uno sviluppo positivo. Il primo passo non lo possono fare i più deboli”…”dovremmo rimuovere in primo luogo i campi di addestramento militare, il lavaggio del cervello fatto nelle caserme di ogni città, e non solo presso i terroristi in Afghanistan. Bisognerebbe cominciare qui, da noi”.
Si spengono i sentimenti dei soldati. Nonché quelli dei cittadini. “Basta ricordare che dopo il crollo del blocco orientale non abbiamo utilizzato neanche per un attimo l’occasione che ci si presentava di interrompere la folle corsa agli armamenti. Al contrario…”.

I soldati che problemi irrisolti hanno?

“…nella fase finale di ogni guerra si perde la misura, anche da parte di chi ha già vinto”. Si pensi soltanto alle due bombe nucleari Usa che hanno messo il cappello sul futuro.

Barak Obama nel 2010 ha fatto tornare (quelli che credevano in lui) alla “guerra giusta”, della quale scrisse Erasmo da Rotterdam in Querela pacis nel 1517. 
“La pace deriva dalla guerra”, aveva già dichiarato George W. Bush nel suo discorso di governo nella primavera del 2001.
Attaccare l’autoconsiderazione propria dei soldati, minarla; vanno in guerra grazie ai nostri soldi e contro la nostra volontà: anche solo questo basterebbe. Invece sono plasmati come omicidi con un’altissima considerazione di se stessi (poveretti). Il senso di colpa verso i soldati morti si ripaga con semplici onoranze pubbliche (guerra santa e protagonista eroe). Per Drewermann: “Dobbiamo dunque sviluppare una pedagogia che regali grande spazio alla personalità fin dall’infanzia. Per degli esseri umani che hanno imparato ad ascoltare i loro sentimenti e pensare da soli, una vita nell’esercito è difficilmente accettabile. Anzi, chi ha imparato innanzitutto a discutere non obbedirà semplicemente a degli ordini. ‘Questo è un ordine’ a quel punto non funziona più. Si vuole sapere perché quello sia un ordine e come esso si legittimi, e non sarà possibile spazzare via questo spazio di riflessione semplicemente a comando”…”l’educazione alla pace deve puntare, a lungo termine, a evitare che arrivino al potere persone che non conoscono assolutamente se stesse e che non sono altro che compiacenti agenti di vendita di interessi delle lobby che hanno alle spalle…Tutto l’esercito vive in un ambito di menzogna e trascorre un’esistenza nell’ombra; è il residuo dell’Età della pietra che in una società civilizzata non è più integrabile. L’esercito è la condizione marginale o di catastrofe della vita civile, e tanto più a lungo questo sopravvive, tanto più diviene catastrofe per tutta la nostra vita”.             
Bisogna dare all’esercito un’immagine angosciante di se stesso.
Abbiam chiesto ai soldati cosa pensano dell’Afghanistan? La verità è che i soldati in guerra sono fuori dalla Costituzione, eversori antitaliani.
Rendere ben più forte l’idea che non c’era alcuna adesione del popolo alla causa delle forze armate, allo loro gloria militare. Nel “Paese del pressappoco”, Raffaele Simone ricorda: “La storia militare italiana dell’ultimo secolo e mezzo è una tragica sequela di fallimenti, vergogne e inefficienze, da Lissa a Caporetto, alla seconda guerra mondiale…Per questo in Italia i militari non significano nulla dal punto di vista civico, se non per se stessi…”.    
 
Dobbiamo chiederci quali sono i modi in cui una data impressione può essere screditata. Lavorare sul retroscena dell’esercito, sapendo che loro agiscono fuori dalle norme e per di più con i nostri soldi. Tremilioni di manifestanti che poi non parlano con qualche decina di migliaia di militari parenti e amici…il soldato (come e più di chiunque) ha un ego che si identifica con la propria parte, istituzione, gruppo; concepisce se stesso come qualcuno che non interrompe tale interazione. Se fossimo invece capaci di interromperla, vedremmo come la concezione attorno alla quale è costruita la sua personalità viene a essere screditata.   

Non arrivano notizie dall’Egitto, sotto dittatura da 30 anni, oppure dall’Arabia Saudita o dal Kuwait, sotto famiglie dinastiche. Mentre invece dall’Iran (dove un voto in qualche modo c’è stato) non si fa che riportare informazioni dal drammatico all’oleografico che fanno il giro del mondo (e anche gruppi italiani di bonzi ci cascano).
   
In “La crisi, e poi?”, Jacques Attali ricorda: “Il 29 settembre 2008, nonostante tutti gli sforzi dell’ amministrazione Bush, la Camera dei Rappresentanti respinge il piano Paulson con 228 voti contro 205. Il sistema bancario è esangue. Il panico è al massimo. Wall Street perde 777 punti. Si passa questa giornata rischiando il blocco del sistema finanziario mondiale”. Cosa misero in campo quelli di un altro mondo possibile? I loro leader erano venduti, incapaci, ricattabili, manovrabili o cosa. Forse erano tutto questo e nulla, esseri umani; semplici organizzatori per niente lucidi circa i limiti delle loro capacità.  
  
L’interazione fra uomini è attualmente interattività fra schermi. Ed è tornato a suscitare obbedienza ciò che viene considerato vero. Ma per Nietzsche: anche nell’obbedienza vi è resistenza.   

Agamben: ”Il potere dello Stato non è più fondato oggi sul monopolio dell’uso legittimo della violenza (che essi dividono sempre più di buon grado con altre organizzazioni non sovrane – ONU, organizzazioni terroristiche), ma innanzitutto sul controllo dell’apparenza (della doxa)…La politica contemporanea è questo esperimento devastante, che disarticola e svuota su tutto il pianeta istituzioni e credenze, ideologie e religioni, identità e comunità, per tornare poi a riproporne la forma definitivamente nullificata…la corruzione completa delle intelligenze ha assunto la forma ipocrita e benpensante che oggi si chiama progressismo…bisogna cedere su tutto…In ogni ambito, la sinistra ha attivamente collaborato a che fossero predisposti gli strumenti e gli accordi che la destra al potere non avrà che da applicare e sviluppare per ottenere senza fatica i suoi scopi.”

In “Due regimi di folli e altri scritti” scrive Gilles Deleuze: “Chi riesce a resistere è innanzitutto un vivente. Nessuno è mai stato incarcerato per la sua impotenza e il suo pessimismo, semmai il contrario.”   

Per Alexis de Tocqueville: “Le violente passioni politiche hanno poca presa su persone che hanno messo così tutto il loro cuore nel raggiungimento del benessere. L’energia che essi spendono nei piccoli affari, li placa sui grandi”.

Si è lasciato che il sistema governasse e indirizzasse la protesta.     

La nostra incapacità è stata di non saper batterci quando necessariamente avremmo dovuto. Gli errori si pagano. Gli istanti buoni sono contati e non c’è tempo per rettificarli. 

Scrive José Ortega y Gasset in appendice di Cos’è filosofia: “L’uomo si acceca volontariamente per sfuggire al suo fondo abissale ed è disposto a credere in qualunque cosa. Di qui il potere inalienabile della tradizione. Preferiamo vivere di opinioni formulate da altri. Formarcene di nostre implica che ci siamo sbarazzati di ogni interpretazione ricevuta e che per un momento ci sentiamo assolutamente perduti”.

Ma chi è diventato invincibile è anche capace di compiere un qualche passo per rinunciare a esserlo.
Le guerre finanziano gli Stati partecipanti donando potenza, facendo sì che contino di più nella politica internazionale anche solo venendo accolta la loro presenza.
In ‘La guerra globale’, Carlo Galli ci ricorda che gli Usa hanno basi militari in 100 dei 180 paesi del mondo. Perché non si è ascoltato né sentita la parola di Gorbaciov che nel momento della riunificazione chiese l’uscita dalla Nato della Germania?

Di fronte al punto di fine vita del capitalismo c’è maledettamente il nulla.
Silenzio e impotenza del movimento pacifista. C’è qualcuno che sa che in Kenya dal 1967 c’è una base spaziale-militare italiana? (ved. Il Venerdì di Repubblica del 9/07/10)
Per Ghandi, la pace è la via, non la meta. 
In “Il suicidio e l’anima”, James Hillman scrive verso la conclusione: “Le idee archetipiche hanno il potere di impossessarsi di noi. Lo sappiamo tutti, perché tutti siamo stati innamorati, abbiamo creduto nella nostra crescita, ci siamo sentiti esaltati nel trionfo, paralizzati da timori e indecisioni, precipitati nelle paludi della disperazione. In tutti questi stati dell’anima, la nostra coscienza diventa schiava di un’idea dominante, testimoniando in maniera convincente dell’archetipo che ci ha afferrati…”.  

Riporta la Repubblica del 13/6/10 - in merito alla diffusione di 260mila documenti del Dipartimento di Stato sulle iniziative diplomatiche più controverse avviate da Washington e sulle informazioni raccolte dall’intelligence in paesi caldi - che il New York Times in prima pagina arriva a una conclusione quasi inquietante: “La Casa Bianca di Obama si sta dimostrando più aggressiva di quella di Gorge W. Bush nel cercare di punire le fughe di notizie. Nei primi 17 mesi dell’attuale Presidente ha già superato tutti i suoi predecessori”. I conti bancari di noi europei sono stati riaperti alle indagini Usa (ved. Repubblica del 4/7/10) E’ stato rimesso in sella il famigerato generale David Petraeus. E, infine, il Presidente Usa avrà un pulsante per spegnere le connessioni web per 120 giorni senza bisogno del via libera del Congresso (il Venerdì di Repubblica del 9/7/10). Tutto ciò mentre invece un’ex Segretaria di Stato subito dopo la nomina di Obama gli chiese di liberarci dalla paura.        
 
Nella famosa conferenza del 1919 su “La politica come professione”, Max Weber disse: ”Lo Stato è, come le associazioni politiche che storicamente lo precedono, un rapporto di dominio di uomini su uomini basato sul mezzo della forza legittima (cioè considerata legittima). E’ arrivato il momento che la società con le sue singole persone si rifaccia carico della situazione?      
Il Forum sociale europeo di inizio luglio a Istanbul è stato un fallimento.
E allora, ricominciamo ad affermare i nostri valori; quantomeno a essere utili a noi stessi, trasferendo l’esperienza personale sul terreno dell’utilità comune. Ognuno prende il proprio posto in un’oceanica manifestazione. Liberiamoci dall’attuale visione delle cose: facciamola finita con l’identificazione della vita concreta con quella spettacolare supportata da una tecnica che ci lascia a bocca aperta. Cambiamo linguaggio e interpretazione del mondo. C’è un controllo delle rappresentazioni che ci soffoca e ci rende atomi irrelati. Facciamo che ci si imbatta contro i nostri desideri e poi si vedrà. 

In “Modelli di filosofia politica”, scrive Stefano Petrucciani: “La sovranità popolare discorsivamente pensata ha bisogno, per non impoverirsi, di entrambi questi aspetti: la deliberazione formale in sedi istituzionalizzate, da un lato, e il dibattito informale dell’opinione pubblica dall’altro. Essa richiede inoltre che venga arginata l’invadenza di quei poteri sociali che, colonizzando in vario modo, grazie al possesso di risorse economiche, i mezzi di comunicazione e il dibattito pubblico, costituiscono una minaccia per l’autentica sostanza discorsiva della democrazia”. Queste parole sono state scritte nel 2003; oggi siamo dentro una forma dittatoriale del XXI secolo. 
Ad esempio, l’ordine simbolico patriarcale domina anche quando si consente alle donne di diventare uguali agli uomini, mentre però restano donne e le si impone di restar tali.   

Se la vita non è solo benessere e godimento privato, stabiliamo un nostro ordine del discorso.  

23/7/10 - Leopoldo BRUNO