"Giano" 55




È imminente l'uscita del numero 55 di "Giano". Dal fascicolo estraiamo e
portiamo a conoscenza dei collaboratori e degli amici, dato il suo
carattere di attualità, uno scritto di Luigi Cortesi.
La segretria di Redazione


La fine del mondo e lo stupro di Vicenza

di Luigi Cortesi



In qualche modo, da qualche parte, in qualche momento l’umanità deve
cominciare il percorso rivoluzionario e autocritico del pacifismo come
lotta per la propria salvezza; e non si può più perdere tempo

                                                                                                                          

Una difficile transizione

I parametri politici e assiologici che vengono presentati come
fondamentali, e che alla generazione dei ventenni di oggi possono apparire
come naturali e indiscutibili, non sono eterni; sono anch’essi un prodotto
dell’industria culturale e di formidabili interessi strutturali radicati in
un vantaggioso status quo. Viviamo una transizione difficile, nella quale
hanno un ruolo centrale la produzione e la distribuzione di ideologia. Quei
parametri sono anch’essi, in una parola, prodotti storici, interni alla
storicità complessiva dei nostri tempi, e ciascuno di essi fa parte di una
storicità specifica. La loro affermazione è avvenuta nel secolo appena
trascorso, un secolo che gli studiosi hanno neppure troppo variamente
definito “tragico”, “spezzato”, crudele, “secolo delle guerre”, “secolo del
male”. Del secolo XX io sottolineerei tre momenti o fasi processuali che
sono le fonti del nostro presente. Ovviamente, la critica del presente ha
ripercussioni nella visione storica e più ancora nella prospettiva della
responsabilità sociale, che è il tema di questo nostro incontro di omaggio
a Betty Williams.



I – il 1914-18, gli anni della “grande guerra”, che aprì il vaso di Pandora
della sfida armata tra le grandi Potenze per il predominio mondiale,
ridusse l’Europa ad un macello, ma, con la rivoluzione russa del 1917 - che
spezzò il fronte della guerra e compì il suo primo atto solenne in un
pronunciamento per la pace - fece balenare la speranza in una profonda
trasformazione sociale;



II – il 1945, anno di conclusione della seconda guerra mondiale e del ciclo
complessivo

dell’unitaria “guerra dei trent’anni” 1914-45, che vide due grandi novità,
l’una positiva, l’altra negativa. La prima fu l’emergere dai lutti e dalle
rovine del trentennio di una nuova forza sociale e politica, una
candidatura dal basso, che prende il nome molto riduttivo di “Resistenza”:
essendo in realtà portatrice, insieme con i movimenti di liberazione delle
colonie asiatiche e africane, d’una potenziale alternativa storica per
l’Europa e per il mondo. Si può dire che nei movimenti di Resistenza e
liberazione culmina il grande moto sociale avviato nel 1917, che già nei
primi anni del dopoguerra si contrae e perde forza, venendo riassorbito
nelle ripresa e nella nuova estremizzazione della rivalità armata tra gli
Stati.

Rivalità armata: perché il 1945 fu anche l’anno dei bombardamenti atomici
del Giappone, frutto non di necessità operativa, ma di strategia
geopolitica rivolta al futuro. Hiroshima e Nagasaki segnalano un processo
di militarizzazione della scienza e di ascesa e specificazione autonoma
della tecnologia militare, il cui sviluppo coincide con l’arco storico e la
cultura dell’imperialismo.



III – Il terzo nodo storico su cui dobbiamo fissare l’attenzione è quello
degli anni ’70 e ’80 del ‘900. (Gli anni, penso, in cui è venuta al mondo
la maggioranza dei presenti.) In un breve tratto di tempo abbiamo una serie
sconvolgente di fatti, determinata dalla crisi del sistema dominante sul
piano globale, crisi che si rivelò meno grave del temuto e forse benefica
per il capitalismo, ma che aperse prospettive inquietanti. Le sue
manifestazioni andarono dall’economia agli approvvigionamenti energetici,
dalla sconfitta americana nel Vietnam alla rimessa in discussione dello
“Stato sociale”, dall’avvento simultaneo della deregulation neoliberistica
e di un nuovo paradigma di scienza-tecnica basato sull’informatica e la
telematica fino al passaggio del mondo mentale collettivo dall’idea di
leggi naturali universali alla percezione  della complessità e
dell’angoscia del disordine, dell’irreversibile, dell’imprevedibile. Fa
parte del quadro la “scoperta” dei “limiti dello sviluppo” – con il clamore
suscitato dal famoso rapporto del Club di Roma del 1970 - che sancì la
nascita dell’ecologia come nuovo paradigma complessivo, nuova
“inter-disciplina”.

Questa sofferta transizione ha avuto momenti sociali e politici che sono
stati fortemente avvertiti.

L’Unione Sovietica era ormai una realtà storica “snaturata” e
irriconoscibile rispetto alle lontane premesse comuniste degli anni della I
e anche della II guerra, ma per l’ironia della storia il suo sfacelo nel
1989-91 ha provocato un risucchio che ha depotenziato non solo i movimenti
di liberazione nel Terzo Mondo, ma anche le sinistre politiche occidentali
di tutti i gradi; soprattutto ne hanno sofferto i movimenti popolari e
proletari di origine otto e novecentesca, il cui senso era nel rifiuto di
tradurre ogni cosa, materiale e immateriale, in termini di mercato, e nella
creazione di livelli di realtà economico-sociale polarizzati a priorità
diverse  - solidarietà, eguaglianza, internazionalismo, pacifismo.

I cosiddetti “valori” del movimento operaio e della cultura operaia, lo
stesso criticismo nei confronti della Patria e della guerra di lorsignori
sono ancor oggi in crisi, ma il liberismo non ha potuto sostituirli. Il
“posto fisso” era un diritto, il precariato è una jattura sociale; lo
Statuto dei lavoratori è quasi soltanto un ricordo; le istituzioni
assistenziali nate a protezione dei settori più indifesi della società sono
minacciate dal continuo  ridimensionamento dovuto alla voracità della
logica di mercato e di accumulazione finanziaria. La cultura
dell’associazionismo popolare (che può essere anche quella dell’osteria e
delle bocce) e della Camera del lavoro è stata soppiantata dalla sociologia
della solitudine e della passività davanti al televisore. Sotto i nostri
occhi  sono concentrazioni finanziarie gigantesche e abissi di miseria.
L’uomo più ricco d’Italia ha un bilancio superiore a quello di una decina
di Stati africani, dove la fame fa ogni giorno migliaia di vittime.

E’ difficile rendersi conto intellettualmente e moralmente di cose del
genere, anche perché l’Italia è stata ed è uno dei centri più sensibili di
questa involuzione, e nio siamo quindi oggetto di una efficace coazione
persuasiva. Io non credo che il crollo dell’Unione Sovietica abbia
significato la morte del socialismo e del comunismo. Il comunismo c’era
anche prima, come sentimento, utopia, movimento, e, in seguito, perfino
come critica della stessa Unione Sovietica, e c’è anche adesso; solo che
bisogna intendersi sul suo significato e sui suoi contenuti di realtà
umana, di obiezione e di progetto. Al riguardo regna ancora una grande
confusione, che richiede una forte applicazione intellettuale.



Due rischi mortali

Dall’ultimo decennio del ‘900 abbiamo ereditato una situazione
internazionale apparentemente semplificata dalla scomparsa del nemico
sovietico, ma che ha rivelato subito, in quegli stessi anni 1890-91, un
elemento sorprendente: le tensioni mondiali non erano cioè tanto dovute
all’Unione Sovietica e alla sua politica, quanto invece erano presenti
nello stesso Occidente.

In primo luogo, malauguratamente, non vi fu alcuna proposta di disarmo; la
spartizione dell’eredità geopolitica (ma anche economica!) del “socialismo
reale” diede luogo a complicità e interventi attivi nella demolizione della
Repubblica federale jugoslava; altre, disastrose iniziative di guerra sono
state portate nel Medio Oriente arabo-islamico e in Somalia – prima e dopo
l’attentato alle Torri Gemelle – e non giustificate (come è ormai chiaro)
dalla necessità di contrastare il terrorismo; gli Stati Uniti d’America,
sia con presidenza democratica sia con presidenza repubblicana, hanno
manifestato una naturale propensione alla violenza aggressiva e al
militarismo che hanno messo in una crisi di difficile soluzione la loro
stessa democrazia. E’ ormai in corso uno scontro di civiltà con tutto
l’Islam, e la natura volontaria e la pianificazione della logica
amico-nemico confermano, secondo più di una corrente di analisi economica,
la necessità  sistemica di forti spese militari e di continui investimenti
per la ricerca in quei medesimi settori tecnologici il cui potere ha per il
mondo un suono sinistro. La “guerra infinita” con le sue  varie
etichettature di missione, di democrazia, di libertà, non l’avrebbe
inventata Bush per propria fantasia, ma sarebbe nel DNA del capitalismo che
si riproduce, e l’industria massmediatica fornirebbe i mezzi e le strategie
per un largo consenso. Consenso non difficile da ottenere presso opinioni
pubbliche che sono figlie dell’ideologia del colonialismo e del razzismo
bianco e che sono attualmente prive di alternative realistiche e credibili.

Mentre si riprendono e si attuano i piani della presidenza Reagan   per la
guerra nello spazio, un altro rischio aumenta fino a proporzioni
incontrollabili: quello della rovina già molto avanzata  dell’ambiente
naturale. Se ne è parlato finalmente in termini espliciti, nei giorni
scorsi, in relazione sia al documento della Commissione dell’Unione Europea
sia all’ormai non più dissimulabile scardinamento del tempo meteorologico
dovuto all’effetto serra. L’interesse dei mass media per le cause del
cosiddetto “maltempo” ha dato luogo a grossolane mistificazioni ed è durato
ben poco. Vorrei però dare rilievo al diverso comportamento dei mass media
di fronte ai due grandi problemi, guerra e ambiente. Mentre in tema di
guerra il tono dominante è l’allarme teso alla giustificazione delle
spedizioni militari, e la designazione del nemico prossimo è chiara e ben
programmata, a proposito di rischio ambientale la consegna è quella della
tranquilla rimozione. Le soglie di pericolo per l’inquinamento dell’aria
vengono elevate per imperio burocratico. Il rapporto della Commissione
europea sul riscaldamento globale ha “tenuto” due o tre giorni nei titoli
dei quotidiani e nelle immagini televisive; ma alla gente che vuole capire
le ragioni di quest’inverno improbabile si sono fatti discorsi più o meno
spensierati sulle stranezze della natura – abbiamo già mimose in fiore e
asparagi, peschi in fiore e ulivi secolari impazziti, il grano è già uscito
12 o 15 centimetri da terra, pesci e uccelli hanno perso l’orologio delle
migrazioni, il letargo di molte specie è più breve e non completo. Noi
sappiamo che questi sono i frutti di una rottura del patto con la natura,
quello entro il quale si è svolta tutta la storia umana; ecco la potenza
terribile di una prassi sregolata che ha come riferimenti prevalenti il
profitto e la crescita, l’avere e non l’essere. I mass media non hanno
comunque messo in chiaro la relazione tra deregulation dell’attività
economica e deregulation dei rapporti con l’ambiente: quello è un terreno
minato, il pubblico che acquista e consuma non deve troppo riflettere sui
vari nessi che tengono insieme l’equilibrio di Gaia.

Già dopo due o tre giorni i titoli ci hanno quindi invitato a considerare
le ricadute vantaggiose di tutto ciò, e suggerito di convivere con
l’effetto serra, con la desertificazione, le alluvioni, lo scioglimento del
Polo Nord. L’uomo deve adeguarsi al dominio del mostro da lui stesso
creato, gustandone i benefici. Un  titolo del “Corriere della sera” del 20
gennaio diceva: «Rassegniamoci a diventare più tropicali». Il professor
Prodi del Cnr: evento raro, ma si ripeterà. Le previsioni? Impossibili.
L’industria culturale è impari ad affrontare quello che si preannuncia come
il trauma più grave, e forse la morte dell’umanità.



Il “principio responsabilità”

Secondo una certa linea di pensiero, il cui rappresentante più importante è
Günther Anders, il complesso dei rischi totali, in primo luogo il nucleare
e l’ambientale, ha aperto una forbice (definita come gap prometeico) – tra
l’intelligenza creativa dell’uomo e la sua capacità di controllarne gli
outputs. Ecco le origini antropiche del mostro. Del gap e delle sue
prospettive apocalittiche occorre prendere coscienza: non per annegare
nella disperazione, ma per fare dell’angoscia un dato di coscienza, una
forza morale e una insostituibile spinta euristica. Una “angoscia amante” –
dice Anders – che ci conduca da un lato ad approfondire il problema e
dall’altro a scendere nelle piazze: una nuova forma di militanza e una
nuova assunzione di responsabilità. L’uomo che si salva non è lo yesman del
sistema, ma un “apocalittico consapevole” e quindi un ribelle.

Nuova consapevolezza e nuova responsabilità sono anche al centro della
riflessione di Hans Jonas, il cui fondamentale Il principio responsabilità
. Un’etica per la civiltà tecnologica (1979. ed. it. 1990), insieme con
Essere o non essere. Diario di Hiroshima e di Nagasaki (1958-59, ed. it.
1961) di Anders, costituisce lo spalto avanzato della coscienza umana in
età atomica.

Ma che fanno coloro per i quali la ricerca, l’intelligenza delle cose, la
salvaguardia della vita sono pane quotidiano e doveri elementari? Se lo
sconvolgimento è totale, se il novum del fatto e del relativo approccio
cognitivo ha una portata filosofica universale, occorrerebbe una disanima
delle risposte, dei feedbacks delle varie categorie intellettuali e
professionali. Si va dai dubbi ancora messi avanti da scienziati
bempensanti fisici (“non  c’è niente di scontato”, ha dichiarato il
geofisico prof. Enzo Boschi, al “Corriere della Sera”, 15.1.07) al rifiuto
di molti economisti di mettere il loro sapere alla prova delle suggestioni
scientifiche dell’ecologia, alla diluizione del rischio apocalittico in
esistenzialismo metatemporale; fino all’assenza pressoché totale di una
cultura storica inclusiva del possibile esito nichilista della
contemporaneità. Chi volesse censire le voci degli intellettuali italiani a
proposito dei grandi rischi (ho lavorato anch’io e ho dato tesi in
argomento) si accorgerebbe che la tragedia estrema si prepara nel vuoto.
Nessuno pare accorgersi del fucile appeso alla parete fin dal primo atto, e
che sparerà nel terzo; e nessuno pare interessato a controllarne la
cartuccia.

In campo politico prevale l’ignoranza dei tratti elementari della
condizione autodistruttiva; l’ecologia e il problema della guerra nucleare
non sono che piccole aggiunte ai documenti dei politici: eppure proprio da
quella parte dovremmo attenderci un’assunzione di responsabilità e perfino
qualche abbozzo di gestione sociale dei rischi. Lo stesso si può dire, in
generale, di giornalisti e pubblicisti. Ogni giornale ha un “esperto” di
ambiente. Ma questi è già ideologicamente selezionato, e comunque non può
superare certi limiti di fair-play e si esprime in termini morbidi e
possibilisti. È molto raro che i grandi giornali sollecitino il parere di
studiosi che abbiano fatto dell’ecologia e del declino delle condizioni
naturali del pianeta e della vita una scelta di responsabilità.

C’è un altro aspetto che dev’essere considerato: quello dell’informazione e
direi anzi della riformazione culturale. Il raggiunto, e poi mantenuto e
moltiplicato potere umanicida e pantoclastico delle armi rimette in
discussione da un lato la costituzione antropologica, dall’altro l’intera
vicenda umana, in particolare la magnifica storia moderna dell’Occidente. E
se un rovesciamento totale di paradigma appare necessario, intanto una
rivoluzione di categorie potrebbe effettuarsi sotto la specie della
responsabilità.

Abbiamo già più volte pronunciato la parola pesante di questo incontro, che
è soprattutto un omaggio a Betty Williams. Nelle condizioni del nostro
tempo responsabilità ha un significato non solo di scelta etica, ma di
coraggio critico. E qui l’etica della responsabilità di Max Weber deve
cedere il passo al “principio responsabilità” di Hans Jonas. Partendo non
dalla corruzione dell’elemento naturale, ma dagli sviluppi inediti e
coattivi della tecnologia, Jonas distingue l’etica nuova da quella
tradizionale, radicata – anche nei casi dei doveri genitoriali e politici –
in un “contesto a breve termine”. L’etica nuova postula un rapporto nuovo e
responsabile con il futuro, tutto il futuro possibile, che dev’essere
garantito nel presente da un “sapere valutativo” e da un “potere sul
potere”. Al di là dello stesso animus di Jonas, sono parole rivoluzionarie;
ma, egli argomenta, solo di lì possono scaturire il “sì ontologico” e la
priorità dell’essere. Alla sua volta, sulla stessa linea, Anders propone
una “Internazionale delle generazioni”: il passo relativo merita d’essere
citato integralmente, perché contiene in sintesi della svolte culturali,
quella nuova “rivoluzione copernicana” che il filosofo tedesco proclamava
necessaria e angosciosamente urgente:



Internazionale delle generazioni. Ciò che si tratta di ampliare, non è solo
l’orizzonte spaziale della responsabilità per i nostri vicini, ma anche
quello temporale. Poiché le nostre azioni odierne, per esempio le
esplosioni sperimentali, toccano le generazioni venture, anch’esse
rientrano nell’ambito del presente. Tutto ciò che è “venturo” è già qui,
presso di noi, poiché dipende da noi. C’è, oggi, un’ “internazionale delle
generazioni”, a cui appartengono già i nostri nipoti. Sono i nostri vicini
nel tempo. Se diamo fuoco alla nostra casa odierna, il fuoco si appicca
anche al futuro, e con la nostra casa cadono anche le case non ancora
costruite di quelli che ancora non sono nati. E anche i nostri antenati
appartengono a questa “internazionale”: poiché con la nostra fine
perirebbero anch’essi, per la seconda volta (se così si può dire) e
definitivamente. Anche adesso sono “solo stati”; ma con questa seconda
morte sarebbero stati solo come se non fossero mai stati.





Non possiamo più perdere tempo

Da queste prospettive vertiginose veniamo alla prosa quotidiana; e
parliamo, come si suol dire, ma raramente si fa, “fuori dai denti”. Salvare
il mondo si può anche limitando i consumi energetici personali e familiari.
È senz’altro vero, ma suscita sospetto l’appello al singolo al di fuori di
una mobilitazione collettiva, del silenzio dello Stato, della discutibile
gestione del business energetico, della mancata educazione scolastica ai
problemi del futuro, del clima da entertaiment perenne e volgare dei
programmi televisivi. Il protocollo di Kyoto del 1997 chiama ad un impegno
che riguarda in primo luogo i grandi contraenti pubblici, che deve da essi
arrivare ai cittadini. Alla formidabile domanda: ‘quanto tempo manca
ancora?’, Kyoto aveva cominciato a dare risposte misurate sui prossimi (non
molti) decenni, ma nel presupposto che un primo positivo riscontro fosse
immediato, ciò che invece non è avvenuto. Il mondo è stato sospinto nella
stessa direzione anche dopo Kyoto; negli Stati Uniti d’America – massimo
responsabile economico e soprattutto politico della situazione anche
ambientale del pianeta, il presidente George W. Bush  solo mercoledì scorso
in un discorso al Senato ha pronunciato le parole “emissioni nocive”, e
l’ha fatto essenzialmente per salvare se stesso. I grandi organismi
economico-finanziari internazionali – Banca mondiale, Fondo monetario
internazionale, Organizzazione mondiale del commercio – non si sono certo
segnalati per le loro politiche ambientali: al contrario, il loro sfrenato
liberismo e occidentalismo, la loro concezione della società mondiale e
della proprietà intellettuale, la pratica della brevettazione sono andati
nello stesso senso di chi ha stracciato il protocollo di Kyoto.

Tocchiamo qui un punto delicato del problema della responsabilità: cosa
significhi l’assunzione di responsabilità sociale da parte degli individui
e, per altro verso, quali forze o entità dell’economia politica siano
responsabili delle situazioni che ho descritto; infine, quali siano le vie
per rimettere al posto giusto i concetti e le cose.

Se intendiamo riferirci all’onestà e alla coscienza degli individui,
stileremo nobili appelli, ma non giurerei sulla loro efficacia. Certo anche
la protesta e la renitenza individuali sono importanti, ma esse possono
raggiungere almeno parzialmente il loro scopo solo se diventano di massa,
si organizzano, fanno un movimento, danno luogo ad una elaborazione
politica organica. E meglio è se il soggetto collettivo della protesta
coincide con una forza sociale già presente e attiva in condizioni normali
sui problemi consueti della dialettica sociale. Anche noi singoli siamo,
nella nostra piccola proporzione, “colpevoli” della crisi globale. Ma non
sono mai storicamente convincenti le spalmature universali della colpa,
mentre la scena resta dominata dalla sfuggente concretezza dei poteri
superiori: i macrointeressi economici al profitto, l’ideologia e
l’industria dell’imperialismo, la grande proiezione militarista, l’apoteosi
della tecnocrazia; e – per usare le figure di Carl Schmitt, “il politico”
che integra, ordina e gestisce queste forze e la loro terribile spinta
verso quello che via via, nelle tre fasi del Novecento di cui ho detto, è
diventato il baratro del non-essere. “Il politico”, in altre parole,  è il
precipitato statuale che si eleva sopra tutta la società e presiede alle
decisioni di guerra, e oggigiorno al destino dell’umanità intera, è il
Leviatano che concentra in sé le responsabilità individuali e le trasfigura
in decisione sterminatrice. Quella del “politico” è irresponsabilità
asociale, una responsabilità sociale a rovescio che viene spacciata come
“Patria”.

Non sempre il rovesciamento avviene in  linea diretta, e mai avviene nella
chiarezza. Il postulato di Kant (ma anche di Bentham e di Marx) della
pubblicità degli atti di politica estera è rimasto un’utopia, tanto più
sproporzionata ai mezzi di guerra e agli olocausti di oggi. Abbiamo avuto
sotto gli occhi la vicenda delle due guerre partite dagli Stati Uniti
contro l’Afghanistan e l’Iraq, e sostenute anche da voci di alleati e
fiancheggiatori a vario titolo; e abbiamo vissuto le tragedie che ne sono
seguite e il fallimento della strategia americana della “guerra infinita”.
Ebbene, a noi sembra irrazionale che per queste guerre e per la gestione
dei loro risultati lo Stato italiano non solo abbiano mandato proprie
truppe, ma abbia concesso l’uso di basi militari sul territorio nazionale,
basi la cui ragion d’essere è giuridicamente e democraticamente
contestabile.

Ecco l’analisi che dobbiamo fare delle responsabilità politiche e la
contrapposizione che ad esse è stata fatta e viene tuttora fatta da una
larga parte della società. Alla singola guerra si va attraverso una
pluralità di atti, e all’apocalisse attraverso una pluralità di guerre che
mirano anche a preparare il materiale umano idoneo a quello che il
polemologo Gaston Bouthoul chiama l’“infanticidio differito”, cioè la
strage dei ventenni. Quando si parla di basi americane in Italia – in
questi giorni particolarmente di Vicenza e di Sigonella –, di depositi che
vi sono allestiti di ordigni atomici, di nuove cessioni e militarizzazioni
di territorio, e si minimizza ipocritamente il commercio di guerra
definendo la questione locale e urbanistica – allora io penso che noi tutti
dobbiamo rivendicare la gestione democratica, e anche la sacralità
personale, della responsabilità, revocandola al politico.

In qualche modo, da qualche parte,  in qualche momento l’umanità deve
cominciare questo percorso rivoluzionario e autocritico del pacifismo come
lotta per la propria stessa salvezza. L’Italia, per la sua posizione
geografica, per la sua civiltà umanistica e artuistica – della quale
Vicenza è un  meraviglioso memorial -,  per essere stata sciaguratamente
parte e teatro delle due guerre mondiali, per le tradizioni democratiche e
libertarie del suo popolo, può cominciare questo cammino. E aggiungo, per
non lasciare nel vuoto le considerazioni fatte sull’urgenza della storia:
non si può più perdere tempo.



* Lettura tenuta il 26 gennaio u.s. alla Facoltà di Fisica dell’Università
di Roma “La Sapienza” nella manifestazione in onore del Premio Nobel per la
Pace Betty Williams e in ricordo di Joseph Rotblat. Il discorso era
introduttivo al tema della responsabilità sociale dello scienziato, poi
trattato espressamente da Marcello Cini. “Giano” ringrazia l’organizzatore
dell’incontro Riccardo Antonini.

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