ALL'ASSOCIAZIONE GABRIELE BORTOLOZZO IL PREMIO INTERNAZIONALE ALEXANDER LANGER 2003



ALL'ASSOCIAZIONE GABRIELE BORTOLOZZO IL PREMIO
INTERNAZIONALE ALEXANDER LANGER 2003

[Dagli amici della Fondazione Alexander Langer (per contatti:
langer.foundation at tin.it) riceviamo e diffondiamo]

Il Comitato scientifico e di garanzia della Fondazione Alexander Langer,
composto da Renzo Imbeni (presidente), Gianni Tamino (vicepresidente), Anna
Bravo (relatrice), Ursula Apitzsch, Patrizia Failli, Annamaria Gentili,
Liliana Cori, Pinuccia Montanari, Margit Pieber, Alessandra Zendron, ha
deciso di attribuire il premio Internazionale "Alexander Langer" 2003,
dotato di 10.000 euro, alla memoria di Gabriele Bortolozzo per tramite
dell'associazione che porta il suo nome.
E' difficile immaginare una lotta piu' solitaria e pionieristica di quella
che Gabriele Bortolozzo, operaio al Petrolchimico di Porto Marghera, inizia
nei primi anni settanta contro l'uso nello stabilimento del cloruro di
vinile monomero (cvm). All'epoca il sindacato locale e' concentrato sul tema
della difesa del posto di lavoro, la sensibilita' ecologista e' minoritaria,
gli organismi preposti al controllo della nocivita' e la magistratura sono
sordi alla questione cvm. Si sa poco e non si fa niente per sapere, con il
risultato che nel corso degli anni si arrivera' a 260 vittime (157 operai
morti e 103 ammalati) e alla devastazione della laguna.
Nel 1973, subito dopo aver saputo che l'Oms (Organizzazione Mondiale della
Sanita') ha riconosciuto gli effetti cancerogeni del cvm, Gabriele
Bortolozzo da' il via a un lungo scontro con il colosso chimico. Non accetta
di farsi visitare nell'infermeria di fabbrica precisando di non fidarsene;
protesta perche' agli operai ammalati si fanno mancare le cure; di anno in
anno accumula esposti e denunce sulla nocivita' nei reparti e
sull'inquinamento ambientale, e si impegna per promuovere una campagna di
opinione contro lo scarico nel mare Adriatico dei fanghi Montedison. E' il
primo operaio in Italia a dichiararsi obiettore di coscienza alle produzioni
nocive e a rifiutarsi pubblicamente di lavorare nei reparti del cvm, tra i
primi a sollevare il problema dello smaltimento e occultamento all'estero
dei residui tossici delle lavorazioni.
Nel frattempo svolge una inchiesta capillare per censire le vittime del cvm.
Parte dalle persone che conosce, e seguendo i fili delle relazioni allarga
il campo di ricerca; forte della sua conoscenza del ciclo produttivo, mette
insieme liste di nomi reparto per reparto, raccoglie le schede mediche,
parla con gli ammalati e con le vedove; un passo dopo l'altro, una notizia
dopo l'altra, scopre i casi e li cataloga. A questo lavoro da detective
accompagna lo studio. Si procura tutti i dati disponibili della Montedison,
dell'Oms, di fabbriche simili all'estero, esamina i risultati e a volte li
corregge e li integra, dove c'era il vuoto fa nascere un patrimonio di
conoscenza. E diventa, prima di qualsiasi medico, magistrato o specialista,
il vero esperto della nocivita' del cvm. La risposta aziendale e' una serie
ininterrotta di soprusi, fino all'isolamento in un reparto confino. Ha dalla
sua parte la Commissione ambiente del Consiglio di fabbrica, ma il sindacato
nel suo complesso non lo sostiene.
Negli anni novanta Bortolozzo e' meno solo. Sull'onda della crescente
attenzione ecologista e quindi anche dell'interesse per i suoi dossier su
problemi di inquinamento, viene invitato a convegni e dibattiti, e va a
parlare in alcune scuole, l'attivita' che gli sta piu' a cuore. Stringe
rapporti con Medicina Democratica, e nel 1994 pubblica sulla rivista del
gruppo un dossier sulle morti e malattie da cvm al Petrolchimico; nello
stesso anno presenta al Pubblico Ministero di Venezia Felice Casson un
esposto che sara' la  base delle indagini per il processo contro i dirigenti
Montedison ed Enichem iniziato nel '98 e conclusosi con una generale
assoluzione nel 2001, ma con una forte crescita di consapevolezza sulla
necessita' di costruire strumenti di tutela dei cittadini e dei lavoratori
dai danni ambientali.
Questa e' una storia importante, lungo la quale Bortolozzo sceglie
costantemente di fare da ponte fra diritti/bisogni spesso contrapposti, come
quello di avere un lavoro e quello di preservare salute e ambiente. Ma non
e' tutta la sua vita. Lontanissimo dal "lavorismo" tanto diffuso nel
movimento operaio, Bortolozzo e' un uomo che si dedica ai figli e ai
rapporti umani, un uomo attento al bello, alle piccole cose, al privato, al
"superfluo", che per se' e per gli altri vuole il pane, ma anche le rose;
che spende tempo e energie per approfondire la conoscenza del territorio,
dei fiumi, della flora, della fauna, e sa distinguere centinaia di uccelli
dal canto e ricostruire gli itinerari veneti di Hemingway. Il pensionamento
da' piu' spazio a queste passioni. Studia, organizza per amici e
scononosciuti gite ciclo-botaniche nei dintorni della sua casa, e escursioni
a tema su un artista o sull'architettura di un dato periodo storico, per
esempio le ville del Terraglio e della riviera del Brenta, i paesini
costruiti intorno al fiume o al canale; pensando soprattutto ai piu'
giovani, fornisce schede e materiali informativi. Sono aspetti e modi di
vita che rivelano una concezione rinnovata e aperta, in cui la pensione e'
una gioia anziche' una crisi da perdita di ruolo, e un ideale educativo
fondato sulla condivisione delle esperienze, sul fare (ancora una volta) da
ponte fra persone, temi, punti di vista.
Gabriele Bortolozzo muore il 12 settembre 1995 a Mogliano Veneto, investito
mentre pedalava sull'amata bicicletta. L'associazione a lui dedicata, creata
dai suoi figli Beatrice e Gianluca con altri amici e estimatori, e'
impegnata per la salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale del
territorio veneto. Ha partecipato al processo contro l'Enichem, creato due
borse di studio, sviluppato un sito Internet per divulgare la propria
attivita' e costituire una biblioteca telematica. Ha pubblicato, postumo, il
libro di Gabriele Bortolozzo L'erba ha voglia di vita, l'inchiesta Terra,
aria, acqua, valutazione o svendita, il volume Processo a Marghera.
Di fronte all'urgenza di "globalizzare" il diritto al lavoro e insieme la
tutela della vita umana animale e ambientale, di fronte alla deriva
efficientista che divora il tempo e schiaccia la soggettivita', e di fronte
al rischio di un azzeramento della memoria operaia, la Fondazione Alexander
Langer Stiftung vede in Gabriele Bortolozzo una preziosa figura di
riferimento e nella Associazione a lui intitolata una garanzia per la
continuazione dei suoi studi, del suo lavoro e della sua visione del mondo.