Impressioni d'aprile: Note sulla situazione politica italiana



Mimmo Porcaro

I m p r e s s i o n i   d' a p r i l e
Note sulla situazione politica italiana



0.
Pur non potendo partecipare alla prossima riunione del Comitato politico
nazionale del partito, intendo comunque fornire, in questo momento assai
delicato, un mio contributo alla discussione dei compagni e delle compagne
di Rifondazione e del movimento. Propongo quindi le seguenti riflessioni,
consapevole del fatto che si tratta di pensieri azzardati. Ma credo che
qualche generoso errore, in un momento di profondi e costanti mutamenti
degli equilibri, possa essere più fecondo dell'elaborazione di qualche
ponderosa verità, consegnata alle biblioteche in una fase di silenzio
sociale.
Attendo quindi con serenità severe critiche.

1.
Se non ricordo male, fu Giovanni Guareschi, scrittore e polemista di destra
molto attivo nei tardi anni '50, a dire che i comunisti hanno tre narici:
per significare così la loro diversità - che essi rivendicavano e lui
condannava - rispetto agli altri raggruppamenti politici. Da ciò un termine
ancora usato da qualcuno: "trinariciuti".
Mezzo secolo dopo, gli eredi di quei comunisti hanno vissuto, si sa, una
mutazione genetica. Hanno perso una narice, ma in compenso hanno acquisito
un terzo occhio. Solo così si spiega come, col voto bipartisan
sull'ennesima missione umanitaria dell'eroico esercito patrio, la
maggioranza dei DS e dell'Ulivo - con buona pace dell'opposizione interna -
abbia potuto strizzare un'occhio agli americani, uno a Berlusconi ed un
altro (il terzo) alla parte peggiore delle ONG (quella dell'umanitarismo
paramilitare).
Fuor di ironia (ma si tratta di amarezza più che di ironia), questo voto e
la mancata reazione popolare ad esso, ci costringono a qualche mutamento di
analisi e di indicazione tattica.
Prima di tutto si deve considerare che la vittoria USA, per quanto gravida
di nuovi problemi, rafforzerà, per un certo periodo, tutte le ipotesi di
centrismo moderato. Sia chiaro: io penso che gli sviluppi dell'iniziativa
USA siano anche forieri di una crisi del progetto di dominio, e che la
guerra non possa essere impunemente condotta entro un certo raggio. Ma di
questo parlerò in altra sede. Resta il fatto che, nel breve periodo,
l'effetto della campagna in Iraq è il rafforzamento di tutte le componenti
moderate, vista anche la momentanea ritirata delle opposizioni statuali a
quella campagna (Francia e Germania, soprattutto, chè il ruolo della Russia
mi è parso assai più ambiguo). Componenti moderate che oggi non a caso
invitano la sinistra DS alla scissione, pensando che questa non possa aver
luogo, o non possa aver luogo con successo.
Miopia tattica? Forse.
Effettivamente la linea centrista dell'Ulivo non sembra avere un grande
spazio strutturale davanti a sé. Verrà certamente perseguita, ma potrebbe
comportare un ulteriore indebolimento della coalizione o una sua più
marcata connotazione bipartisan.
Potrebbe comportare, insomma, una ulteriore perdita di ruolo "autonomo"
della coalizione, visto anche che l'offerta politica che maggiormente
differenziava l'Ulivo dal Polo, ossia quella del consenso sindacale al
liberismo cosiddetto temperato, o non interessa più i padroni oppure è
ormai è fornita dallo stesso Berlusconi, nella forma del Patto per l'Italia.
Inoltre, l'ulteriore sterzata centrista dell'Ulivo non sembra avere molte
prospettive nemmeno dal punto di vista, per così dire, politologico.
Secondo alcuni opinionisti il limite strutturale dell'Ulivo rispetto al
Polo starebbe nel fatto che, mentre nel Polo il partito dominante è un
partito di centro, nell'Ulivo il partito dominante è un partito di
sinistra. Da ciò la scarsa caratterizzazione centrista dell'Ulivo medesimo:
un handicap decisivo in un sistema politico-elettorale che premia le
posizioni di centro. La soluzione starebbe o nel sorpasso dei DS da parte
della Margherita, o nella creazione del Grande Ulivo, o nella
trasformazione dei DS in partito decisamente moderato. Quest'ultima è la
linea scelta da D'Alema e dalla maggioranza del gruppo dirigente DS.
Il ragionamento che ho appena esposto è infondato: presuppone l'esistenza
di due blocchi relativamente coesi e presuppone che gli elettori
fluttuanti, ossia gli indecisi, siano tutti elettori di centro. Ma le cose,
almeno per il centro-sinistra, non stanno così. Infatti il problema
fondamentale del centro-sinistra è proprio quello della coesione del blocco
principale: il problema sta nell'individuazione degli elettori "fedeli" e
non nella conquista degli elettori fluttuanti, o, meglio, le fluttuazioni
rilevanti non avvengono al centro, ma alle estreme. Potenziali elettori di
centro-sinistra votano per la destra; altri, numerosi, si astengono. Un
altro gruppo importante di elettori vota per Rifondazione. In termini
politologici sarebbe dunque più corretto dire che il problema dell'Ulivo è
semplicemente quello delle alleanze a sinistra: con simili alleanze l'esito
delle ultime elezioni sarebbe stato diverso.
Ma un semplice e banale ragionamento del genere è inaccessibile al gruppo
dirigente DS. Strato sociale da tempo autonomizzatosi dalla sua originaria
base di riferimento, composto non semplicemente dal ceto politico
tradizionale (burocratico e parlamentare), ma in buona misura da strati che
traggono beneficio dalla privatizzazione e dalla precarizzazione del lavoro
(amministratori di imprese privatizzate, consulenti, mediatori del mercato
del lavoro, "formatori" di vario genere, ecc.) il gruppo dirigente centrale
e periferico dei DS sembra inevitabilmente votato ad una politica moderata.
Aiutato, in ciò, dai cascami della cultura del PCI: centralità dello
sviluppo delle forze produttive (oggi: centralità dell'impresa, "sfida"
della globalizzazione ecc.); priorità della politica (oggi più che mai:
mediazione lobbistico-istituzionale); diffidenza verso la società civile.
Di più: se il centro è, in linea astratta, quel luogo dello schieramento
politico che meglio riflette il punto di equilibrio dei rapporti tra le
classi (ossia il punto più favorevole alle classi dominanti), oggi quel
punto di equilibrio è nettamente spostato a destra: il progetto di
estensione del dominio sul lavoro non conosce vere mediazioni, conosce solo
alternative sui tempi. Il centrismo di oggi coincide più di ieri con
l'estremismo del capitale (al massimo, può rieditare qualche apparente
coinvolgimento del sindacato, a parte che quest'ultimo si comporti di fatto
come CISL e UIL).
Insomma: la scelta centrista dei DS e del centro-sinistra appare poco
fondata, sia socialmente che politicamente. Socialmente devastante non
sembra nemmeno in grado di pagare dal punto di vista elettorale. E appare
quindi, di fronte alle contraddizioni che questa scelta apre nell'Ulivo,
del tutto ragionevole la nostra ipotesi di disarticolazione del
centro-sinistra. EppureŠ

2.
Eppure è difficile sfuggire alla sensazione che il centrismo possa ancora
intorbidare le acque e mantenere un certo credito (soprattutto in forza
delle linee oggi prevalenti nello scenario mondiale e nella stessa Unione
Europea), e che alla prossima scadenza elettorale si giunga senza che sia
stata fatta la necessaria chiarezza: di modo che la caduta di Berlusconi
possa di nuovo apparire come un risultato sufficiente, al quale sacrificare
qualunque richiesta di mutamento strutturale di linea politica. Una
situazione, questa, che ci vedrebbe impaniati nel solito dilemma.
Io credo che questa situazione non dipenda semplicemente dalle nostre
palesi deficienze, dalla difficoltà di articolare una linea che pure è
sensata, dall'incapacità - soprattutto in periferia - di cogliere appieno
le opportunità aperte dalla non conclusa fase di destrutturazione del
precedente schieramento ulivista. C'è di più. C'è, da un lato, la forza
oggettiva dei gruppi capitalisti nostrani che al centrismo tengono. E,
dall'altro c'è, io temo, un'adesione inerziale al moderatismo di centro
sinistra da parte di gruppi sociali e componenti culturali che pure pagano
alti prezzi al neoliberismo e/o si radicalizzano costantemente nel crogiolo
del movimento; un'adesione che spiega in parte la mancata reazione del
movimento per la pace al voto bipartisan di aprile. Per capire le ragioni
di questa adesione inerziale (che può sicuramente essere un fenomeno in
declino e che però per me è ancora sussistente) bisogna riflettere sul
livello profondo della dinamica sociale italiana e cioè sulle diverse
classi che compongono il potenziale schieramento alternativo nonché sulle
diverse forme sociali dei movimenti. E proprio l'abbozzo di una riflessione
del genere voglio proporre qui di seguito, dicendo subito che il mio
ragionamento è frutto di una brutale semplificazione.

3.
Ragionerò prima di tutto sulle tre classi (o coalizioni tra frazioni di
classe) che stanno alla base dei tre diversi movimenti che hanno mutato la
scena politica italiana (il movimento antiliberista, il movimento operaio,
i girotondi), nonché sulle diverse forme sociali che i movimenti assumono.
Per classi o frazioni di classe intenderò, molto tradizionalmente, gruppi
di individui definiti dal loro ruolo nel processo di produzione e
riproduzione; per forma sociale del movimento intenderò il modo in cui
individui delle diverse classi si associano (magari assieme ad individui
provenienti da altre classi o frazioni) per dar vita a specifici movimenti,
creando a volte tipi parzialmente nuovi di rapporti sociali che si
aggiungono a quelli di classe, modificandoli, rinforzandoli, o entrando in
conflitto con essi.

3.1.
Si può dire che il movimento antiliberista è formato da gruppi di
lavoratori tradizionali radicalizzati (quelli raccolti nei sindacati
extraconfederali - non a caso più forti nel pubblico impiego a causa della
combinazione tra un forte processo di ristrutturazione e la permanenza di
alcune garanzie che consentono la mobilitazione - e nella FIOM), da strati
rilevanti di nuovo proletariato intellettuale e precario a volte aggregati
in maniera più o meno saltuaria in imprese autonome di produzione culturale
(penso all'area della disobbedienza, ai centri sociali, ecc.), ma
soprattutto da numerose associazioni di società civile, in gran parte
composte da volontari, ma anche da lavoratori retribuiti da cooperative dei
più diversi tipi. Quest'ultima frazione (in parte, ma solo in parte,
identificabile con le ONG) è la frazione più importante tra le componenti
del movimento, sia in termini quantitativi che qualitativi. Essa
rappresenta ormai una componente strutturale, permanente ed ineliminabile
dei processi di produzione e riproduzione sociale, nasce dall'incontro tra
l'esigenza oggettiva di una gestione non puramente statalistica della
riproduzione e l'esigenza capitalistico-statuale di esternalizzare i
servizi in funzione dell'incremento della quota di capitale da riservare
alle imprese. La radicalizzazione di questa frazione nasce anche dal fatto
che lo stato ed il capitale, mentre da un lato hanno favorito
economicamente ed ideologicamente l'espansione del terzo settore,
dall'altro lo hanno frustrato con dure restrizioni nei finanziamenti e con
una politica fortemente contraddittoria rispetto agli scopi propri delle
associazioni.
L'insieme delle classi coalizzate nel movimento antiliberista ha dato vita
ad aggregazioni politiche molto originali, sulle quali abbiamo molto spesso
ragionato. Qui mi preme sottolineare due caratteristiche relative alla
forma sociale del movimento.
a) Il movimento produce tendenzialmente una figura sociale nuova, che trova
origine nelle classi "di partenza" ma che è anche diversa da esse: è la
figura del lavoratore sociale cooperativo, ovvero del lavoratore la cui
attività ha per oggetto direttamente i rapporti sociali, nonché la
connessione tra i diversi luoghi in cui si svolge questa attività. Questa
figura potenziale non pertiene solo al famoso volontariato, ma si trova
diffusa in quasi tutto il lavoro, che spesso è oggi orientato, prima che
alla produzione di beni e servizi, alla produzione di rapporti sociali.
Bisogna precisare che prima del movimento la figura del lavoratore sociale
cooperativo non esiste: o, meglio, gli elementi di cooperazione che si
danno spontaneamente nelle singole strutture di partenza sono strettamente
commisti alle logiche di riproduzione dei rapporti capitalistici. Nel
movimento invece, e soprattutto nelle istituzioni che del movimento sono la
nervatura, questi elementi cooperativi vengono esaltati (senza per questo
creare un lavoro cooperativo puro, del tutto esente da pratiche di tipo
capitalistico ed esente da nuovi, specifici problemi). I lavoratori sociali
del terzo settore e del no-profit sono indotti a ragionare sulla struttura
interna del loro lavoro, sono spinti a connettersi con altri analoghi
lavoratori, nonché ad affrontare problemi politici generali. I lavoratori
più tradizionali sono spinti ad esaltare l'aspetto sociale del loro lavoro,
ad uscire da logiche puramente rivendicative, a pensare ad una autonoma
economia politica. Questa trasformazione delle figure sociali di partenza è
il segno dell'efficacia del movimento come luogo di potenziamento delle
classi subalterne, come luogo di possibile trasformazione delle classi
subalterne in classi dominanti, o comunque capaci di iniziativa
politico-sociale autonoma.
b) Questa trasformazione (che, lo dico subito, per ora non si registra
negli altri movimenti) non avviene grazie ad un partito, ma grazie
all'insieme delle istituzioni di movimento (tra cui anche il nostro
partito). Lo spostamento che la politica di queste istituzioni attua non è
uno spostamento "in avanti" o "in alto", ma è prima di tutto uno
spostamento laterale: accanto alle pratiche ed al lavoro usuale si
condensano altre pratiche ed altro lavoro. Gli stessi individui che
esistono come lavoratori sociali settoriali, legati ancora a logiche di
riproduzione di sistema, funzionano anche come lavoratori sociali in senso
tendenzialmente pieno, a volte modificando dall'interno il proprio lavoro,
in parte affiancando al lavoro usuale altre e nuove pratiche. Ciò comporta
che nel movimento non si crea, per ora, un gruppo sociale autonomo avente
interessi sociali differenti ed a volte opposti a quelli delle classi di
origine, votati esclusivamente alla mediazione politico-istituzionale.
Questo non significa che non si formi un ceto politico distinto, che non vi
sia un gruppo relativamente stabile ed identificabile di dirigenti più o
meno informali: significa solo che moltissime delle funzioni politiche sono
svolte da militanti non specializzati, e che la legittimazione, il
finanziamento ed i valori dei militanti maggiormente specializzati si
radicano ancora nel gruppo sociale di riferimento. Non è un destino, non
c'è nessuna garanzia che tutto ciò continui, ma è pur sempre un fatto che
accresce, in questa fase, la tendenza all'autonomia culturale e politica
delle classi che stanno alla base del movimento antiliberista.
Non è un caso, quindi, che questo movimento sia oggi la punta più radicale
del complesso dei movimenti popolari italiani e che esso sia l'unico a
produrre almeno il tentativo di delineare un'alternativa anche sul terreno
decisivo delle scelte economiche. Questa tendenziale autonomia deriva: i)
dalla collocazione strutturale dei lavoratori del terzo settore (forza
portante del movimento), che sono necessari al funzionamento del sistema,
quindi necessari al funzionamento del capitalismo, ma nello stesso tempo
non lavorano alle dirette dipendenze del capitale e dello stato e quindi
non risentono degli effetti del ciclo economico nello stesso modo in cui ne
risentono altri; ii) dalla mancanza di un ceto politico autonomizzato, e
quindi dalla possibilità di elaborare una strategia senza dover dipendere
da un gruppo sociale "altro", avente interessi propri.
Vi sono peraltro due importanti fattori che possono minare la tendenziale
autonomia del movimento: i) la presenza di logiche di impresa all'interno
del terzo settore, e dunque la presenza di strati sociali interessati alla
redditività del capitale ed alla riproduzione di ruoli manageriali o
comunque direttivi, e quindi maggiormente propensi a ricercare compromessi
con le classi dominanti; ii) la tendenza, che peraltro è anche uno dei
motivi della forza del movimento, ad enfatizzare l'azione hic et nunc a
scapito del tentativo di individuare forme d'azione politica capaci di
incidere sui centri decisionali, senza per questo ricadere nei meccanismi
usuali della rappresentanza. Ma su questo punto ritornerò alla fine.

3.2.
Il grosso del movimento dei lavoratori di tipo più tradizionale non si è
ancora veramente connesso al movimento antiliberista. Esso è ancora legato
allo strato di funzionari, esperti, mediatori di vario genere che si è
aggregato nelle strutture sindacali e che ne determina le linee
fondamentali, in assenza di vere ed efficaci forme di controllo da parte
dei lavoratori stessi. E la linea fondamentale di questo strato è
sostanzialmente quella dell'accettazione della logica economica nonché
della logica istituzionale corrente, accettazione che garantisce un ruolo
al sindacato anche a prescindere dalla sua effettiva attitudine ed
efficacia vertenziale.  Le recenti iniziative del governo, però, (lesione
dell'articolo 18, "patto per l'Italia") hanno creato un eccesso di
indebolimento e di dipendenza del sindacato, tale da minarne in prospettiva
ogni ruolo rilevante. Da ciò l'iniziativa della CGIL, il sindacato che per
tradizione, cultura ed ambizioni generali è più propenso a difendere un
proprio ruolo autonomo, foss'anche quello che gli consente di scegliere
autonomamente di subordinarsi alla logica del mercato.
L'iniziativa sull'articolo 18 ha avuto un enorme successo di massa,
superiore a quello generalmente ipotizzabile anche per le più grandi
manifestazioni "operaie", soprattutto perché la CGIL è stata vista come la
protagonista di uno scatto d'iniziativa della sinistra tutta: è stata
assunta, di fatto, come l'unica vera organizzazione di massa della
sinistra, l'unico partito socialdemocratico italiano realmente esistente.
Questo è tra l'altro il motivo, sia detto per inciso, della debolezza
dell'ipotesi del "partito del lavoro": appena si esce da una nozione banale
di partito, appena si capisce che in determinate epoche vi possono essere
strutture non partitiche che svolgono di fatto una funzione (almeno
parziale) di partito, appare evidente che il "partito del lavoro" c'è già,
ed è la CGIL (o, meglio, la CGIL connessa a parti del gruppo parlamentare
DS). Ogni tentativo di crearne un altro non può che condurre ad una pallida
imitazione dell'originale. Ciò, almeno, nelle condizioni attuali.
Detto questo, si deve aggiungere che la rottura operata dalla CGIL rispetto
al precedente quadro di relazioni (rottura dal valore politico indubbio)
riguarda"solo" la battaglia per i diritti (e nei termini relativamente
prudenti che sappiamo) e per la rivendicazione di un ruolo autonomo del
sindacato (ossia della possibilità di scegliere autonomamente la via della
concertazione). Dal punto di vista delle piattaforme contrattuali, della
loro gestione e delle proposte di politica economica, non vi è invece
nessuna rottura con le pratiche e le concezioni precedenti (con la parziale
eccezione della FIOM). Nonostante le insistenze di Rossanda, non si riesce
a far cambiare idea a Cofferati sulla valutazione della globalizzazione,
del neoliberismo, delle scelte economiche dell' Unione Europea.

3.2.1.
Il fatto che la più grande organizzazione "operaia", anche quando
radicalizza le proprie posizioni politiche, non riesca ad operare una vera
rottura con l'ideologia e le pratiche dominanti dovrebbe indurci ad amare
riflessioni. La cosa è spiegabile solo accettando l'idea che la classe
operaia italiana ha stabilito da tempo, suo malgrado,  un'alleanza con il
padronato e non riesce ad uscire da questa prospettiva nemmeno quando è il
padronato stesso a rompere l'alleanza o a renderla sempre più onerosa. Se
questa tesi appare troppo ardita o indelicata, vediamo di formularla in un
altro modo: i sindacati, ovvero quello specifico strato sociale costituito
dai funzionari sindacali, dai consulenti, "formatori" ecc. legati ai
sindacati, si è da tempo alleato al padronato offrendo moderazione
contrattuale e condivisione ideologica in cambio della garanzia d'una
legittimazione sociale che non era più assicurata dal riferimento al lavoro
dipendente, dato il notevole indebolimento di quest'ultimo. La maggioranza
della classe operaia e dei lavoratori del settore pubblico ha accettato,
spesso obtorto collo, una simile alleanza senza saper proporre alcuna
alternativa. Cerchiamo di non ingannarci con la solita canzoncina del
tradimento dei "vertici" contro la "base": questi vertici sono per ora
legittimati dall'appoggio sostanziale (anche se contradittorio, precario,
ambiguo) della base. Certo: la cosa ha molte spiegazioni. La classe operaia
dipende materialmente dalla sua controparte, è esposta ai ricatti del ciclo
economico, della disoccupazione, della flessibilità. In assenza di una
visibile alternativa ha barattato la moderazione salariale (e non solo) con
la speranza di conservare il posto di lavoro e facendo mostra di credere
alle favole sulla creazione di nuova occupazione. E certamente la cosa non
è definita una volta per tutte, la situazione è in continuo mutamento, la
radicalizzazione politica può avere effetti più generali. Ma il fatto
resta: oggi il lavoro dipendente, se in parte produce una critica degli
aspetti politico-giuridici dell'iniziativa padronale, resta per altri ed
importanti aspetti subalterno alla logica neoliberista, incapace di pensare
una radicale critica della politica economica italiana ed europea, incapace
di pensare ad alternative nell'organizzazione giuridica e "tecnica" dei
rapporti di lavoro. Ripeto, è un fatto. Non è un destino, non riguarda
tutta la classe operaia di tutto il pianeta, ma certamente riguarda la
classe operaia italiana ed europea. Non si può da questo semplice fatto
dedurre una teoria generale del tramonto della classe operaia come soggetto
rivoluzionario: ma è necessario dedurne la consapevolezza che, in questo
momento, il  movimento operaio (italiano ed europeo) non è affatto la punta
di lancia dei movimenti popolari (si vedano le difficoltà a varare una
giornata continentale di lotta contro la guerra), e che il mutamento di
questo atteggiamento è difficile proprio in quanto comporterebbe la rottura
di un'alleanza decennale con la controparte, nonché la produzione di un
gruppo dirigente nuovo, selezionato da procedure realmente democratiche di
decisione.
E questo è il punto più dolente, l'indice più chiaro della difficoltà, per
la classe operaia, di produrre una politica propria: la quasi completa
incapacità di dar vita a strutture democratiche autonome, a procedure
decisionali consiliari o para-consiliari (anche nei luoghi in cui la
"deterritorializzazione" fisico-giuridica del lavoro non si è pienamente
compiuta), a forme di aggregazione territoriale adeguate alla nuova
frammentazione dell'impresaŠ La ripresa di iniziativa sindacale e politica,
quando avviene, avviene spesso nella forma della delega. La
radicalizzazione di molti lavoratori a contatto del movimento antiliberista
è radicalizzazione di individui e non di lavoratori: individui che finita
l'assemblea di movimento o la manifestazione, tornano a lavorare senza
riuscire a trovare, per ora,  un vero nesso tra l'una e l'altra forma della
loro esperienza.
Insomma: l'attuale incapacità del lavoro dipendente a produrre
autoorganizzazione, a trasformarsi in qualcos'altro nel corso della
mobilitazione politica, è l'indice più serio della sua incapacità di porsi
all'altezza dei problemi individuati dal movimento antiliberista. Per
converso, è l'indice della difficoltà che il movimento antiliberista
incontra nell'esportare il suo modello d'azione (e quindi i suoi contenuti)
ad altri decisivi settori della società.

3.3.
Quanto ai "girotondi" si deve dire che qui abbiamo a che fare con un
movimento che, almeno ad una prima osservazione, risulta avere una base di
massa definibile per via essenzialmente politica: si tratta in prevalenza
di elettori di centro sinistra frustrati (e come potrebbero non esserlo?)
dall'attuale conduzione della coalizione, elettori che chiedono un ricambio
della "classe dirigente" del centro sinistra, una radicalizzazione e più
netta demarcazione dell' Ulivo rispetto al Polo sui temi della giustizia e
dell'informazione, una più coerente difesa dei diritti elementari dei
lavoratori. Ma poco o nulla sembrano avere da dire, questi elettori,  sugli
indirizzi generali di politica economica (se non, in alcuni casi, una
riproposizione oggi abbastanza improbabile d'una via clintoniana allo
sviluppo democratico e sostenibile del capitalismo). Se la base di massa
del movimento è difficilmente definibile - se non facendo ricorso
superficialmente alla nozione di "ceto medio riflessivo" - meno difficile
mi pare l'identificazione della provenienza sociale dei gruppi dirigenti
del movimento. Si tratta in generale di lavoratori intellettuali di alta o
medio-alta qualificazione (magistrati, giornalisti, artisti, docenti) la
cui relativa autonomia è minacciata dalla politica governativa in materia
di giustizia, istruzione, informazione, e che iniziano a chiedersi quanto
dei processi politici "implementati" - come si dice oggi - dal
centro-destra non sia stato concepito o iniziato dal centro-sinistra.
Due sono gli aspetti rilevanti di questo particolare gruppo dirigente di
movimento.
Prima di tutto va considerato che quasi nessuno dei suoi componenti aspira
a diventare parte organica del ceto politico "classico": essi intendono
svolgere una funzione politica sulla base del loro status professionale,
senza mutarlo, ponendosi a presidio della "società civile" come esponenti
di rilievo di una nuova "opinione pubblica di massa".
Al rifiuto della trasformazione in ceto politico (motivato sia da nobili
intenti sia dal fatto che il prestigio del politico di professione è oggi
in netto declino) si accompagna però anche un rifiuto o comunque una scarsa
attitudine alla considerazione critica del proprio ruolo sia come
produttori di sapere che come organizzatori di lavoro. Nulla - nella
cultura e nelle intenzioni politiche del movimento dei girotondi -
impedisce, ad esempio, ad un magistrato ultrademocratico, fortemente
impegnato nella sacrosanta battaglia in difesa del principio di legalità,
di comportarsi, nella veste di dirigente d'un ufficio giudiziario, come il
più decisionista dei managers , capace di imporre le proprie esigenze di
produttività (e quindi di carriera) - non sempre coincidenti col
miglioramento del sevizio pubblico - sulla testa dei lavoratori e delle pur
moderate organizzazioni sindacali. Gli intellettuali girotondini, insomma,
non sembrano portati a quella che una volta veniva chiamata "critica del
ruolo" (ossia alla valutazione ed alla messa in discussione della propria
posizione nella divisione del sapere e del lavoro), che invece è almeno
tendenzialmente presente nello stile di lavoro di buona parte del movimento
antiliberista.
Ciò concorre a spiegare il secondo aspetto che voglio evidenziare, ossia il
carattere parziale e limitato del rapporto dei girotondi con gli altri
movimenti. In parole povere: quando i girotondi si connettono, ad esempio,
alla CGIL, non lo fanno percependosi in qualche modo come lavoratori che si
uniscono ad altri lavoratori. Lo fanno soprattutto per un motivo di difesa
generale dei diritti e perché riconoscono oggi alla CGIL il ruolo di
supplenza politica di fronte al penoso spettacolo della dirigenza DS.

4.
Movimento antiliberista, movimento operaio e girotondi sono confluiti nel
grande movimento per la pace, che certamente assomma molte delle
caratteristiche delle precedenti mobilitazioni (carattere di massa,
organizzazione generalmente extrapartitica e  reticolare, capacità di
connessione di impostazioni anche divergenti), ma ne presenta un'altra,
qualitativamente nuova. Oltre a tutte le considerazioni che si possono fare
su questo movimento vorrei attirare l'attenzione sul fatto che esso è stato
possibile - nelle sue inattese dimensioni - grazie alla scesa in campo
della grande maggioranza del mondo cattolico, nelle sue diverse sfumature
culturali ed organizzative. Certo, i cattolici italiani sono stati
trasversalmente presenti in tutte le esperienze di cui ho parlato prima, ma
mi pare che negli ultimi tempi si sia verificato un fenomeno nuovo, per
ampiezza e qualità.
Infatti, data la generale secolarizzazione dell'esperienza politica, la
partecipazione dei cattolici, per esempio, al movimento operaio, pur se
vissuta come "testimonianza", non implica necessariamente una mobilitazione
di tutti gli aspetti della propria identità di credenti. Come direbbe un
sociopsicologo: le risorse valoriali del movimento operaio possono essere
sufficienti, in questo caso, a definire il senso dell'azione. Ma nel
movimento per la pace vengono interpellate e mobilitate immediatamente le
risorse dell'identità religiosa in quanto tale. E nel movimento quella
stessa identità può essere indotta a scoprire il rapporto tra guerra e
capitalismo (o quantomeno tra guerra e neoliberismo), e quindi a porsi
altre e più generali domande.
Insomma, ripeto che ho l'impressione che col movimento per la pace
l'apporto dei cattolici italiani al movimento in generale abbia registrato
un salto di qualità. La cosa è di grande importanza, a prescindere dai suoi
effetti politici visibili ed immediati. Infatti: i) il tendenziale
spostamento del mondo cattolico sposterebbe l'intero baricentro della
politica italiana e  soprattutto ii) potrebbero aumentare in maniera
significativa le forze che (confusamente, come tutti noi) si muovono nella
prospettiva della costruzione di un'alternativa generale al capitalismo.
E' certamente giusto nutrire scetticismo nei confronti di quanto ho appena
detto, avanzare motivate riserve sui moventi che hanno indotto la Chiesa ad
opporsi alla guerra in Iraq e non a quella contro la Serbia, denunciare le
posizioni dominanti all'interno della gerarchia cattolica, ecc. . Lo
scettico dovrebbe anche considerare, però, che l'ultimo grande spostamento
"a sinistra" conosciuto dalla società italiana (quello iniziato alla fine
degli anni '60) è stato preceduto da un lento ma sicuro spostamento del
mondo cattolico ai suoi più diversi livelli (dal Concilio Vaticano II
all'azione delle comunità di base, ecc.) e che il successivo spostamento "a
destra" è stato a sua volta preceduto da analogo movimento dei cattolici
(dal fiorire di CL al papato Wojitila, netta sterzata rispetto all'eredità
del papato Roncalli ed allo stesso, pur moderato, magistero Montini). E
dovrebbe anche considerare che la componente cattolica del movimento di
classe ha dato vita ad alcune delle più importanti esperienze di critica
complessiva dell'ordinamento capitalistico (penso, ad esempio, alla
FIM-CISL degli anni '70); e che, nel gelo degli anni '80, quando gran parte
degli ultrasovversivi di origine left-communist  del (recentissimo) passato
trovava ospitale ricetto tra le braccia delle istituzioni dominanti, molti
dei quadri di derivazione cattolica, pur moderando notevolmente la loro
politica, restavano eticamente ed antropologicamente fedeli ai valori ed ai
comportamenti ormai ritenuti "obsoleti".
Insomma, un buon materialista non può che valutare con estrema attenzione e
favore questo tendenziale nuovo spostamento del mondo cattolico e cercare
di interpretarne il senso ed influenzarne, per quanto possibile,
l'evoluzione.

5.
Il movimento per la pace, nonostante il suo grande rilievo e l'importante
segnale politico-culturale offerto dall'iniziativa dei cattolici, non è
però riuscito almeno per ora né a superare o modificare le differenze e le
interne dinamiche dei singoli movimenti che lo compongono, né ad agire come
soggetto pienamente efficace proprio sul terreno della guerra.
Non si può certamente imputare al movimento per la pace il non essere
riuscito a fermare la guerra. Dati gli attuali rapporti di forza, ciò non
era possibile: e sarei molto prudente nell'associarmi  alle litanie sulla
"seconda potenza mondiale", non a caso intonate da quotidiani di parte
avversa. Proprio perché sono convinto che sia molto più realistico, in
questa fase, puntare sulla forza del movimento piuttosto che sui conflitti
fra gli stati, altrettanto sono convinto che questa forza debba crescere
ancora, e molto, prima di poter raggiungere i suoi scopi. Non "fermare la
guerra", dunque, ma almeno trarre le giuste lezioni dalla conclusione della
guerra e dal rapido riallineamento di gran parte del fronte che poco prima
la contrastava o la criticava: capire che è necessario attrezzarsi a
modificare le decisioni politico-statuali che (mi sembra di poterlo direŠ)
ancora contano, eccome.

5.1.
Credo , però, che la consapevolezza di quanto sopra sia scarsamente diffusa
nel movimento, e che tutto ciò configuri una situazione che potrei chiamare
di radicalismo dimezzato, situazione che alimenta l'adesione inerziale al
moderatismo di centro-sinistra di cui parlavo all'inizio.
Il movimento operaio tenta di rompere gli equilibri politici, mantenendo
però un atteggiamento a dir poco prudente in materia
economico-contrattuale. I lavoratori manifestano sovente insoddisfazione
per le "chiusure" contrattuali, ma si limitano a delegare al sindacalismo
radicale (quando c'è) la gestione di difficili quando non improbabili
riaperture di trattativa. Il movimento dei lavoratori intellettuali
"classici" rivendica la difesa della propria autonomia, la difesa dell'idea
stessa di giurisdizione, di scuola pubblica ecc., fa fuoco e fiamme contro
l'attuale dirigenza ulivista, ma non sa proporre altro che l'amletica
figura di Cofferati ed una qualche riedizione del capitalismo ben temperato
di prodiana ascendenza. Il movimento per la pace riempie le coscienze e le
piazze ma non riesce a fare l'unica cosa sensata da farsi dopo il voto
bipartisan sulla gestione della fase post-bellica in Iraq: una pacifica,
civile, garbata occupazione delle sedi dei partiti già "pacifisti" ed ora
vilmente ed ipocritamente belligeranti.
Insomma, c'è una grande agitazione, un gran fermento: idee, riunioni, reti,
movimenti, scioperi, manifestazioni di bellezza esaltante, mutamenti di
coscienza, radicalizzazioni, progetti di società alternativaŠma tutto si
arresta alle soglie della produzione di capitale  e del  potere politico.
Nessuna alternativa di politica economica (se si esclude il movimento
antiliberista, che almeno prova a definirne i tratti), nessuna concreta
alternativa di governo oppure di opposizione sociale realmente efficace sul
piano delle decisioni politiche.
E' la bellezza dell'esodo, si dirà: via dai riti e dalle fatiche del lavoro
e della politica, il movimento è nomade, è sempre altrove, non accetta il
terreno dello scontro che il capitale e lo stato vogliono imporgliŠ

5.2.
Ma io credo che l'esito della guerra e la sua conclusione dimostrino ancora
una volta che l'esodo non basta. L'esodo, per carità, è un momento decisivo
di ogni processo di emancipazione. E' il momento in cui si definisce
l'identità dei soggetti che danno o daranno vita ad un processo
rivoluzionario, ed implica quindi uno spostamento rispetto ai luoghi in cui
si esercita il potere che si vuole contrastare: può essere uno spostamento
geografico, o istituzionale, o sociale, o puramente mentale, ma deve essere
comunque la costruzione di un altrove. Ma questo altrove non può essere
sempre e comunque un punto di fuga verso un territorio completamente
diverso da quello in cui si vive.
Nella realtà attuale è impossibile (se non per pochi, e momentaneamente)
sfuggire alle logiche del capitale e della politica di stato ( del piccolo
o del grande stato, dell'entità politica sovra statuale o sub statuale,
eccŠ). Si possono e si devono definire i propri valori, la propria
identità, la propria scienza fuori da queste logiche, costruendo
istituzioni di movimento che siano in qualche misura produttrici di novità:
e questo è l'esodo. Poi c'è il ritorno: il soggetto costituitosi al di
fuori delle logiche dominanti deve confrontarsi ora con queste logiche che
comunque decidono ed attuano guerre, politiche economiche socialmente
devastanti, dissoluzioni del diritto, innalzamenti di confini magari
fittizi, ma comunque difesi con armi e sanzioni giuridico-disciplinari.
L'esodo è permanente, nel senso che sempre e comunque la natura del
movimento è definita dalle sue autonome istituzioni; ma anche il ritorno è
permanente, nel senso che la forza accumulata nell'esodo e costruita
secondo modelli diversi da quelli statuali, non può farse a meno di
confrontarsi con un avversario che esiste, e decide anche per noi.
Non è quindi l'idea di esodo che va contrastata, ma l'idea di esito senza
ritorno. L'idea che, una volta fuggito, il soggetto abbia fatto tutto ciò
che doveva fare per essere libero, come se stato e capitale non decidessero
comunque più sulla sua vita.
Ma dietro l'immagine dell'esodo senza ritorno c'è un'immagine di
autosufficienza del "sociale" che è davvero difficile contrastare perché è
molto vicina ai punti di forza del movimento, alla giusta critica della
politica, alla giusta scelta dell'azione concreta. E questa idea si
incontra con (ed in parte si genera da) l'esperienza dell'azione sociale
cattolica: un'esperienza nutrita di un misto di diffidenza verso la
politica e di opportunismo, che sceglie o sceglieva ciò che meglio può
garantire una relativa autonomia di pratica sociale quotidiana.
Quest'idea di autosufficienza del sociale, spesso rivenduta come dernier
cri al mercato delle svolte epocali, come ultimo frutto della
globalizzazione, è in realtà legata all'immagine di una società ricca ed
"affluente", di un'economia dinamica ed in costante crescita nella quale,
qualunque sia la decisione politica, essa non intacca i fondamenti di
ricchezza che ci consentono comunque di continuare ad espandere la nostra
sfera sociale d'azione. E' dunque connessa ad un'epoca che non esiste più.
Oggi, quasi in ogni decisione politica è in gioco la sopravvivenza di
decine di migliaia di individui. E' in gioco la persistenza delle
condizioni materiali minime di sussistenza, senza le quali non si dà
nemmeno vera autoorganizzazione sociale. L'indifferenza in materia di
politica non è quindi più concessa. L'opportunismo o non paga, o è
complice. L'iniziativa del movimento, proprio perché non vuole essere
eterodiretta da decisioni politiche, proprio perché deve essere autonoma,
deve estendere il raggio della propria autonomia fino alla sfera della
decisione politica. Altrimenti si ripeterà una scena più volte vista e
rivista: forti  movimenti sociali che si proclamano indifferenti alla
politica, che poi di fatto appoggiano questa o quella politica elaborata da
altri, e che alla fine cadono nelle trappole che la politica - anche nelle
situazioni attuali - sa sempre magistralmente approntare: militarizzazione,
o corruzione, o cooptazione subalterna, o tutto ciò assieme. Solo che oggi,
a differenza del vecchio adagio marxiano, la storia non si ripeterebbe in
farsa ma in tragedia: proprio perché è notevolmente indebolita (e
indebolita, ahimè, non dalla crescita illimitata della moltitudine, ma in
primis dalla crescita del potere del capitale) la politica è costretta ad
usare le sue armi in maniera più diretta ed immediata: ed ai movimenti non
sarebbe concesso molto facilmente di vivacchiare negli interstizi del
sistema e forse nemmeno di immergersi carsicamente.

6.
Fuor di filosofia, e passando ad indicazioni più pratiche, tutto questo che
cosa significa?
Io credo che il radicalismo dimezzato abbia due volti. Il primo è
l'inesistenza  di una vera, trasversale ed efficace alleanza del lavoro
sociale, capace di unire in una piattaforma di rivendicazioni elementari i
lavoratori dei settori tradizionali e tutti gli altri. E quindi capace di
costruire un blocco che sia in grado di avere una più forte influenza nel
conflitto di classe  e sulle decisioni pubbliche. Il secondo è
l'inesistenza di una piattaforma politica che sappia tradurre le richieste
più avanzate del movimento in una decina di punti (in materia di pace,
diritti, politica economica, immigrazione, welfare, reddito di
cittadinanzaŠ) che abbiano l'efficacia chiarificatoria del referendum
sull'articolo 18, permettano di far capire chi è con noi e chi è contro di
noi, costringano altre forze a schierarsi, consentano di negoziare un
programma di governo o di impostare una più efficace opposizione. E
permettano al movimento stesso di meglio capire e definire i propri valori
ed i propri scopi. Il tutto nella consapevolezza che la "ragione sociale"
del movimento è appunto il "lavoro sociale cooperativo", che l'intervento
nei meccanismi statuali è strumentale a questa "ragione sociale", che il
movimento non si limita a formulare generiche domande, ma fornisce linee
guida di soluzioni pratiche, che gli eventuali "rappresentanti" del
movimento a livello istituzionale saranno soggetti il più possibile a
revoca, rotazione, controllo costante.

6.1.
Per costruire l'alleanza del lavoro sociale è necessario prima di tutto
(parlando dei nostri compiti) che vi sia un'azione coordinata fra tutti i
compagni del partito che lavorano in  tutti i sindacati. Mi sembra
veramente ridicolo dover star qui a parlare di questa che per un partito,
non dico per un partito comunista, dovrebbe essere cosa ovvia. Eppure cosa
ovvia non è, visto che raramente riusciamo a farla, e visto che spesso
riesce ostica anche ai compagni che più degli altri insistono
sull'autonomia del partito, sul suo necessario ruolo dirigente, ecc..
Ma soprattutto è necessario che si sblocchi la situazione di sostanziale
passività di gran parte dei lavoratori, e questo non può essere solo il
frutto di una azione di partito, per quanto intelligente e coordinata, né
di un favorevole mutamento del ciclo economico (peraltro abbastanza
improbabile). E' necessario un lavoro di contaminazione culturale che
aumenti la consapevolezza dei militanti del movimento antiliberista
d'essere una parte d'uno schieramento di lavoratori, e consenta ai
lavoratori tradizionali di capire davvero che la lotta del movimento parla
direttamente dei loro problemi, e che possono portare anche nel luogo (o
non-luogoŠ) di lavoro il linguaggio ed i desideri eventualmente
immagazzinati nella partecipazione ad azioni di movimento. Si deve fare in
modo che ad ogni assemblea operaia partecipino rappresentanti del movimento
antiliberista, e viceversa. Bisogna incrementare i punti di contatto.
Bisogna valutare e diffondere, ad esempio, l'esperienza fatta dai
disobbedienti a Torino e a Termini Imerese in occasione della crisi FIAT.
E, ogni volta che si riesce a farlo, bisogna formulare proposte ed
obiettivi in materia di lavoro che inizino ad interpellare anche una parte
del movimento dei girotondi, vista appunto come parte composta da
lavoratori potenzialmente in grado di ridiscutere il loro eventuale ruolo
direttivo nel processo di lavoro, o comunque interessati a ragionare su
come ricomporre o attenuare la scissione fra i diversi settori della
produzione sociale, oggi favorita e inasprita dalle tendenze
dell'accumulazione capitalistica. 

6.2.
La costruzione di una piattaforma politica del movimento è cosa che da sola
richiede riflessioni più ampie di quelle svolte in queste pagine. Richiede
il mantenimento della natura specifica del movimento, che è quella della
priorità dell'azione sociale, ma anche il superamento della ideologia
dell'autosufficienza del "sociale". Richiede la concentrazione di
esperienze e teorie per enuclearne i punti più qualificanti e maggiormente
realistici. Richiede di rispettare il criterio decisionale fondamentale,
che è quello del consenso, ma anche di riflettere sui limiti di questo
criterio. E richiede, infine, di individuare con sufficiente precisione, ma
anche con sufficiente elasticità, quali siano i soggetti di questa
operazione, quali ne siano gli interlocutori esterni, ecc. .
Per adesso io mi limito ad una riflessione su questo ultimissimo punto: a
chi viene rivolto l'invito alla costruzione di una piattaforma politica?
Bene: io credo che noi sbaglieremmo davvero se limitassimo questo invito
(per scelta o per inerzia) a quella che abbiamo chiamato la "sinistra di
alternativa". E questo perché la sinistra d'alternativa potrebbe essere un
ambito troppo ristretto rispetto al complesso del movimento, potrebbe
essere vista, con qualche ragione, come l'adunata di un ceto politico
abbastanza facilmente identificabile, legato ad esperienze datate e non
completamente rielaborate. So bene che, almeno nelle intenzioni, non è
così,  e so anche che la proposta della sinistra d'alternativa è solo uno
dei passi, dei tasselli di un'azione politica più ampia. Ma mi chiedo se
questa proposta intermedia non possa essere da subito formulata in maniera
più coinvolgente.
Per dirla tutta: credo che la proposta in esame sia probabilmente
invecchiata rispetto agli sviluppi ed alle potenzialità della situazione.
La disarticolazione dell'Ulivo e della "sinistra moderata" è ancora
all'ordine del giorno: ma questa non è il frutto dello scontro fra due
attori "singolari" (la sinistra d'alternativa contro la sinistra moderata),
bensì il frutto dell'interazione conflittuale fra due diversi sistemi di
attori sociali, ciascuno composto da forze eterogenee. A cavallo di questi
due sistemi sta la nuova, importante stagione di attivismo del mondo
cattolico, ed una proposta intermedia che non sapesse da subito rivolgersi
a questa forza la consegnerebbe immediatamente alla sinistra moderata, o
meglio a qualche ipotesi neoriformista (asse Prodi-Cofferati) che poi la
condurrebbe, pur se tortuosamente, tra le braccia di D'Alema. Invece di
disarticolare l'Ulivo, l'idea della sinistra d'alternativa rischia dunque
di apportargli nuova linfa, precludendo da subito l'ingresso di forze che
spesso hanno anche difficoltà a definirsi propriamente di sinistra (e,
francamente, non mi sembra si possa dar loro torto sul puntoŠ) e che pure
hanno mostrato comportamenti e valori che divergono oggettivamente, almeno
su questioni essenziali, dalla linea dominante dell'Ulivo.
Ecco, questo è, a mio avviso, uno dei più importanti problemi tattici che
abbiamo di fronte. Un problema da affrontarsi con delicatezza, sapendo che
l'insieme di relazioni che riusciamo a definire oggi, in questo momento
creativo e germinale di nuove identità politiche, ci accompagnerà per una
lunga fase. Quello che acquisteremo oggi lo terremo con noi per lungo
tempo. Quello che perderemo oggi sarà perduto forse per sempre.

Torino, 23 aprile 2003.