intervento in aula-«Enduring Freedom»



Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 147 di lunedì 27 maggio 2002

Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 64 del 2002:
Prosecuzione partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali
(A.C. 2666) (Discussione)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, in apertura del mio intervento - con il
quale esprimerò la posizione contraria del mio gruppo al provvedimento in
esame - vorrei svolgere la seguente considerazione: ho chiesto più volte,
sia in Commissione sia in aula, al ministro Martino di informare
l'Assemblea sui possibili e prevedibili sviluppi della strategia
statunitense in materia di lotta al terrorismo. Ebbene, credo che un
ministro della difesa debba porsi con forza tale interrogativo, altrimenti
mi chiedo che tipo di ministro della difesa sia.
Lotta al terrorismo: questa oggi è ormai la nuova e più comune
denominazione con cui viene indicata la guerra.
I mutamenti e gli slittamenti semantici, però, non riescono a coprire la
natura della cosa. In Afghanistan c'è stata una vera e propria guerra che
continua, penosamente, per le popolazioni locali ma, credo, penosamente per
tutto l'occidente e, quindi, anche per noi che, dopo gli entusiasmi per il
crollo del regime dei taliban, abbiamo fatto cadere il silenzio sugli
strascichi bellici, fingendo di non vedere che in quel paese la guerra
continua in forme violente e terribili.
In particolare, ho chiesto al ministro della difesa a che punto fosse la
prossima mossa di guerra dell'operazione Enduring freedom, di cui oggi
discutiamo come di una routinaria missione militare all'estero da
prolungare un po'. In altri termini e più chiaramente, ho chiesto a che
punto fosse il piano di attacco all'Iraq, capofila, secondo il Pentagono,
dei cosiddetti «Stati canaglia» contro cui è diretta l'escalation bellica
degli Stati Uniti.
Le risposte del ministro della difesa - mi dispiace dirlo - sono state
sempre vaghe ed evasive oppure, semplicemente, non ve ne sono state. Non si
può dire: top secret, lasciateci lavorare in pace, provvediamo noi alla
sicurezza del mondo; ne abbiamo un'esemplificazione nel vertice di Pratica
di mare. Questa è anche la linea adottata dal Governo in materia di lotta
al terrorismo, del tutto contigua e simile a quella che Bush vuole imporre
al paese e al mondo: silenzio e complicità nella guerra.
Tuttavia, il Presidente Bush non è così silenzioso ed evasivo quando si
tratta di dire la sua. Nel suo giro europeo non ha fatto altro che parlare
di terrorismo, di lotta al terrorismo e della necessità di prepararci a
nuove escalation contro la schiera dei nemici dell'Occidente.
Intanto, però, abbiamo saputo come l'amministrazione Bush non provveda
affatto alla sicurezza del suo paese e tanto meno del mondo, neanche
secondo gli schemi e le modalità che egli stesso dovrebbe avere a cuore e
di cui dovrebbe servirsi con una qualche intelligenza. Mi riferisco a
quelle modalità che sono considerate le migliori del mondo perché
espressione del potentissimo sistema di intelligence degli USA, primo nel
mondo. Abbiamo, così, potuto verificare come quella di Bush sia per lo meno
un'amministrazione pericolosamente superficiale, inadeguata, incauta e poco
attenta.
Invece di discutere del disegno di legge n. 2666, di come sostenere ancora,
direttamente e indirettamente, Enduring freedom e di come prolungare la
missione, dobbiamo discutere di ciò che il Governo ha saputo, di ciò che
pensa o di quello che si propone di dire a Bush in ordine alle inquietanti
notizie giunte in questi giorni sulle informazioni di cui la Casa Bianca
era in possesso e che il Presidente Bush ha ritenuto di poco conto,
portandoci così alla guerra.
A mio giudizio, è fuori da qualsiasi decenza istituzionale che, di fronte a
notizie di questa natura, che (per fortuna) hanno messo in subbuglio
l'opinione pubblica più avvertita degli Stati Uniti, il Presidente del
Consiglio Berlusconi e tutto il Governo facciano finta di niente (non vedo
e non sento) e continuino nella rappresentazione mediatica di se stessi
come grandi «facitori» del mondo, della nuova Italia e del nuovo corso
planetario.
L'onorevole Berlusconi dovrebbe frenare un po' la sua smania di grandezza e
le sue performance mediatiche, dedicando un po' di tempo a riflettere se
non valga la pena mettere qualche paletto ai suoi impegni così
smaccatamente ossequiosi nei confronti degli USA.
La nota informativa top secret presentata al Presidente Bush il 6 agosto
dello scorso anno dalla CIA recava il titolo «Bin Laden deciso a colpire
gli Stati Uniti». Si trattava di un'informazione precisa, quasi
dettagliata, all'altezza della intelligence così pervasivamente e
potentemente organizzata di quel paese, ancorché attraversata da
competizioni e rivalità che, però, nulla tolgono alle capacità di
informazione.

Fa venire i brividi pensare che quella nota sia caduta nel nulla insieme,
peraltro, a quella redatta dall'FBI nel luglio dello stesso anno sui voli
di addestramento in una scuola di volo in Arizona frequentata da studenti
mediorientali poco interessati - veniamo a sapere - alle fasi di decollo ed
atterraggio del volo e concentrati, invece, sulla conduzione dell'aereo.
Queste notizie, per fortuna, hanno scosso il Congresso americano che ha
chiesto una commissione indipendente per indagare su come stiano
effettivamente le cose. La stampa di quel paese sembra decisa, perlomeno in
larghi settori, a non concedere più attenuanti al Presidente Bush
nonostante la campagna da panico orchestrata nel paese dal Pentagono sulla
possibile equazione che farebbe degli USA il bersaglio preferito del
terrorismo: gli USA, come Israele, alla mercè dei kamikaze che possono
annidarsi in ogni dove, imbottire di tritolo gli appartamenti e far saltare
tutto. Scenari da guerra dei mondi, reiterazione di un allarme infinito -
«al lupo al lupo» oppure «attenti all'uomo nero» - fatto apposta per
infantilizzare le coscienze, appannare la capacità critica della gente,
sottrarre alle popolazioni il controllo della propria esistenza e
concentrare tutto nelle mani del Presidente. Questo meccanismo piace anche
al Presidente del Consiglio Berlusconi. Forse, per questo si fa in quattro
per piacere all'ospite d'oltremare.
Intanto, però, fonti statunitensi, la Bnc News, ci fanno sapere che due
giorni prima dell'11 settembre il Presidente Bush era in procinto di
firmare un piano dettagliato per una guerra su scala mondiale contro
Al-Qaeda. Si trattava di una formale direttiva presidenziale per la
sicurezza nazionale che prevedeva operazioni militari in Afghanistan
precedute da un'intimidazione al Governo talebano perché consegnasse Bin
Laden agli USA. Voglio ricordare che pochi mesi prima vi erano stati
contatti tra l'amministrazione statunitense ed il regime dei talebani per
concordare accordi economici che sono falliti. La conclusione empirica è
che già esisteva quel piano di guerra messo in atto dopo l'11 settembre. Il
non aver prestato attenzione in quelle condizioni e con quelle prospettive
ai rapporti dell'intelligence statunitense che chiamavano in causa il
terrorismo islamista, nella più innocente delle supposizioni ci deve far
dire: in che mani siamo!
I misteri dell'11 settembre sono numerosi, pesanti ed inquietanti e gettano
una luce preoccupante sulla decisione che questo Parlamento ha preso
inseguendo le strategie di controllo del pianeta messe in atto dagli Stati
Uniti. Si tratta di una consegna al buio del nostro paese ad una strategia
militare oscura nei meccanismi attraverso cui prendono corpo le decisioni
più importanti, quelle vere, non le chiacchiere ad usum populi. Si tratta
di una strategia fortemente bellicista ed unilaterale che sempre più si
serve degli alleati secondo calcoli, decisioni, disegni per il futuro che
sfuggono completamente ad ogni controllo dei Parlamenti, quindi anche al
nostro, e probabilmente anche dei Governi interessati. Forse,
effettivamente, il ministro Martino non sa e, quindi, ci guida al buio. Lo
ha detto a chiare lettere nelle interviste fotocopia rilasciate a grandi
quotidiani europei - la Repubblica in Italia, Le Monde in Francia - in
occasione del suo viaggio a Mosca il Presidente Bush. Gli USA faranno come
vorranno nella conduzione della guerra contro il terrorismo, la NATO non è
più lo strumento principe delle strategie militari, il gap militare
operativo tra USA ed Europa attribuisce ai primi un primato indiscutibile.
Dunque, dobbiamo stare agli ordini oppure magari finire, per manifesto poco
entusiasmo, disaffezione o quant'altro nei confronti del potentissimo
alleato d'oltremare, nella lista dei paesi sospettati di apertura o
sostegno al terrorismo.
La lista, dopo l'11 settembre, si allunga come il brodo, cioè come vuole
Bush. Ho chiesto più volte al ministro della difesa di informarci su come
stanno andando esattamente le cose in Afghanistan sul piano operativo e
politico, di riferirci quali siano le prospettive che si aprono per quel
disgraziato paese, quali siano i mutamenti prodotti nell'area da una così
massiccia presenza occidentale, in particolare statunitense. Anche su
questo piano le risposte non ci sono state o sono state di tipo
assolutamente burocratico e formale, non politico.
Come dicevo prima, i riflettori si sono spenti sull'Afghanistan, a parte il
tenue soprassalto di interesse per l'arrivo dell'ex re Zahir Sha a Kabul;
tuttavia, in quel paese continua ad esserci una situazione di guerra e il
Governo provvisorio di Karzai è sempre molto provvisorio: dipende dagli
alleati statunitensi, dalla forza internazionale, che è l'altra faccia
della guerra (come l'operazione internazionale Arcobaleno, rispetto alla
guerra nei Balcani, che è stata fatta nel 1999 sempre per decisione del
Parlamento), dai suoi infidi alleati locali. Karzai non ha ai suoi ordini
proprie milizie, come hanno, invece, altri signori della guerra in quel
paese.
Nel nord, nella zona di Mazar-i-Sharif, il vero padrone è il generale
uzbeko Dostum e a est la guerra continua. Nella provincia di Paktia e in
altre zone a ridosso del confine pakistano le truppe USA, britanniche e
australiane - quella coalizione ad hoc voluta da Bush per condurre
operativamente la guerra, cioè la coalizione degli alleati di cui veramente
si fida - danno la caccia a quelle che il Pentagono continua a definire
sacche di resistenza, ma si tratta di una caccia tutt'altro che facile.
L'operazione Anaconda lanciata a febbraio è stata un fallimento e le sacche
permangono e si insinuano sempre più vastamente nel confine col Pakistan.
Non a caso ora le operazioni di commando si sono estese anche al Pakistan.
Gli USA stanno comprando l'aiuto delle etnie della zona tribale, la fascia
di confine tra Afghanistan e Pakistan sottratta alla sovranità pakistana,
per bloccare la via di fuga ai talebani ma i risultati sono tutt'altro che
scontati. Su tutte queste operazioni il segreto è totale: questo Parlamento
non ne sa nulla e non si capisce bene che cosa ci stiamo a fare in quei
luoghi con le nostre forze militari. Su tutte queste operazioni il ministro
Martino continua a mantenere un'afasia totale. Intanto, nell'intera zona
centro-asiatica i rimescolamenti e gli aggiustamenti sono continui. Con
l'alibi della lotta al terrorismo, gli USA hanno legittimato il Governo
pakistano del generale Musharraf.
Nelle repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale gli Stati Uniti stanno
impiantando una presenza di lunga durata in Kirghzistan e Uzbekistan: è la
strategia dei protettorati militari in giro per il mondo che hanno compiti
di controllo per ben corpose altre ragioni. In quella zona si stanno
accumulando tensioni indicibili, a partire dall'Afghanistan, come sta a
testimoniare anche la ripresa del conflitto tra l'India e il Pakistan sulla
questione del Kashmir. Pongo a questo Parlamento e al rappresentante del
Governo la seguente domanda: per quanto tempo ancora anche in Italia si
continuerà ad accettare come indiscutibile verità la versione ufficiale
dell'11 settembre che sta facendo acqua da tutte le parti?
Per quanto tempo ancora l'Italia dovrà sentirsi impegnata in una così
improvvida avventura militare?
Il nostro voto contrario è motivato da tutte queste ragioni oltre che da un
giudizio complessivamente negativo sulla natura delle missioni militari
italiane all'estero che, tra l'altro, in questo provvedimento, vengono
poste significativamente insieme alle missioni di guerra.
In realtà, sono le due facce di un'unica strategia, attraverso la quale
concorriamo anche noi alla costruzione di zone di protettorato militare
occidentale in giro per il mondo, che non fanno altro che acuire le ragioni
della dissoluzione di legami internazionali improntati alla legalità, alla
costruzione faticosa di rapporti di solidarietà e di pace e che, invece,
diventano focolai di guerra continua, che bene si addice alla strategia di
Enduring freedom.



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