Richiesta diffusione adesione appello ai sindacari in difesa della L.185/90



Richiesta diffusione/adesione appello ai sindacati in difesa della L.185/90


Mandiamo questo appello ai direttori e reddatori di giornali e riviste
affinché lo diffondano e ne facilitino l'adesione:
a tutte le associazioni, gruppi, collettivi, individui

cui sta a cuore la difesa dei principi contenuti nella legge 185/90 per il
controllo, la limitazione e la trasparenza dell'export di armi, contro le
intenzioni di chi, con il DDL 1927 - il cui iter di discussione in aula
inizierà ai primi di Marzo - vuole stravolgerli.

Noi, lavoratori e ex lavoratori dell'industria militare,

promotori dell'appello allegato, vi chiediamo di aderire allo stesso
affinchè risulti più incisiva la pressione sulle organizzazioni sindacali,
cosicchè esse si mobilitino, contro l'affermarsi di una economia che da
spazio ai bilanci di guerra e che liberalizza l'export di armi, attraverso
iniziative che difendano l'impianto della legge 185/90, promuovano la
riduzione delle spese militari e la riconversione dell'industria bellica.

Grazie

Inviare al più presto, meglio sarebbe se entro il 4 marzo, le adesioni a:
Elio Pagani elpagani at libero.ito elioanp at tin.it

Specificare le eventuali nuove adesioni di lavoratori o ex lavoratori
dell'industria bellica.

Per eventuali comunicazioni telefoniche:
Marco Tamborini 328.2937818

Grazie



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Appello al sindacato per iniziative
"contro Bilanci di guerra, esportazioni di morte e a difesa della L.185/90"
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Noi, sottoscrittori di questo appello, lavoratori o ex lavoratori
dell'industria bellica e cittadini membri di associazioni che aspirano alla
costruzione di un nuovo mondo fondato sui diritti umani, la pace e la
giustizia, di un mondo in cui la guerra in tutte le sue forme sia bandita,
chiediamo a Voi dirigenti sindacali di Cgil, Cisl, Uil, Cub, Cobas, Sin e
Slai-Cobas, delle organizzazioni di categoria e in particolare di Fim,
Fiom, Uilm, Flmu, di considerare quanto sta accadendo in termini di aumento
della spesa militare e "liberalizzazione" del mercato delle armi e di
riprendere su questi temi un'iniziativa all'altezza dei problemi.

Il "bilancio dello stato" federale americano del prossimo quinquennio,
stanzia una spesa militare che raggiunge quella dell'era Reagan, allora
"giustificata" con quello che fu chiamato "equilibrio del terrore" con la
superpotenza sovietica, e oggi indicata come necessità inderogabile per
fronteggiare Bin Laden, le organizzazioni terroristiche e gli "stati
canaglia" che le coprirebbero (Iraq, Iran, Corea del Nord, Somalia).

Così, la sola spesa per il Pentagono salirà da 329 miliardi del 2002 a
oltre 450 nel 2007, raggiungendo la cifra astronomica di quasi 1 milione di
miliardi di lire.
Un primo aumento di circa 50 miliardi (il maggiore degli ultimi vent'anni)
riguarda l'anno fiscale 2003. Ciò avviene mentre il bilancio USA torna in
rosso e mentre si annunciano nuovi tagli delle tasse, quindi i soldi
verranno prelevati dai tagli alle spese sociali.

Se a queste spese si sommano i circa 115 miliardi di dollari -erogati: al
Dipartimento energia, per sistemi di gestione dell'arsenale nucleare, alla
Cia, ai nuovi corpi di "sicurezza della patria" e ai veterani- si ricava il
quadro complessivo: quasi un quarto del budget federale Usa va al militare.

Il forte aumento della spesa per armamenti - che arriverà a circa 100
miliardi di dollari annui (quasi il doppio del 2000) - indica che si
vogliono prepare nuove guerre giustificate con il termine "Libertà
duratura".
Nel 2003 si spenderanno 69 miliardi in armamenti: tra questi, bombe a guida
laser e satellitare, missili da crociera a testata non-nucleare lanciabili
anche da sottomarini da attacco nucleare, aerei senza pilota, sistemi per
lo scudo spaziale, nuovi sottomarini nucleari.

Anche i paesi europei della NATO, che spendono nel bellico più di 140
miliardi di dollari annui, si apprestano ad aumentare i loro bilanci
militari "per sviluppare - si dice - effettive capacità di gestione delle
crisi" e per superare quella che viene definita "la situazione di un Europa
militarmente sottodimensionata".

Complessivamente i Paesi europei spenderanno per lo strumento militare 250
miliardi di dollari annui, che, sommati a quelle che saranno le spese
militari americane, portano la spesa bellica dell'occidente a 750 miliardi
di dollari, una cifra che va oltre i 3/4 della spesa militare mondiale
(circa 900 Mld $), di modo che, come dice Padre Zanotelli "i ricchi usano
la loro netta superiorità militare per mantenere un sistema economico che
permette loro di consumare l'83 % delle ricchezze lasciando ai poveri le
briciole". I poveri sono i nuovi nemici.

Solo i bombardamenti aerei in Afghanistan sono costati 350 miliardi di lire
al giorno, una follia, quando con 13 miliardi di dollari si potrebbero
risolvere il problema della fame e della sanità nel mondo per un anno (dati
Banca Mondiale).

Così anche il nostro paese da qualche anno, anche per implementare il
"Nuovo Modello di Difesa" del 1991, ha invertito la rotta intrapresa dopo
il dissolvimento dell'Unione Sovietica ed ha ripreso ad aumentare le sue
spese militari e, in particolare, le spese per armamenti.

Già dal 2000 al 2001 il "bilancio della difesa" era aumentato del 4,23%
raggiungendo i 34.235 miliardi di lire, ora, nelle previsioni per il 2002,
è balzato a 36.500 miliardi di lire, aumentando ancora dello 6,04%. A ciò
vanno aggiunti gli stanziamenti, per missioni operative e per il sostegno a
programmi ed industrie militari, che non trovano posto nella "Tabella per
la Difesa". Ultimo esempio, il Disegno di Legge di 500 miliardi destinato a
coprire tre mesi di missioni all'estero: più di 5 miliardi al giorno. Ciò
mentre si profilano tagli allo Stato sociale.

Le spese per armamenti sono passate da circa 5500 miliardi di lire anno nel
2000 a circa 6500 nel 2002 (+ 18%) e, ritenute insufficienti, puntano ai
9000 miliardi l'anno per garantire lo sviluppo, tra l'altro, di una nuova
portaerei e di nuovi super caccia-bombardieri, sistemi d'arma capaci di
proiettare le nostre attività militari "ovunque nel mondo siano messi a
rischio gli interessi economici dei paesi industrializzati", in barba
all'articolo 11 della Costituzione.

Anche in tema di esportazioni di armi si segnala una forte ripresa dei
mercati dove la fanno da padroni gli USA, seguiti dai principali paesi
europei.

Anche l'Italia si colloca al 5° posto di questo mercato di morte e punta
ora, con il DDL 1927 - approfittando di un accordo sopranazionale in tema
di ristrutturazione e cooperazione nella produzione di armamenti - a
smantellare la trasparenza, i controlli e le limitazioni previste dalla
legge 185 del 1990. Una legge frutto della mobilitazione nella seconda metà
degli anni '80 di tante associazioni cattoliche organizzate nella Campagna
"Contro i mercanti di morte" (ACLI, MLAL, Mani Tese, Missione Oggi, Pax
Christi), pacifiste, ambientaliste e dello stesso sindacato.

Così, in nome della "razionalizzazione", della "competitività" e della
"identità europea" verrà stravolta una legge ritenuta da tutti "severa e
rigida" e che ha fatto del nostro Paese uno dei più avanzati al mondo per
aver provveduto a regolare il commercio delle armi nel rispetto dei diritti
umani, della promozione della pace e della trasparenza.

I conflitti attualmente in corso sono anche il frutto delle sconsiderate
politiche di esportazioni di armi del recente passato. L'intensità, la
durata, l'atrocità e la pericolosità dei futuri conflitti dipende anche
dalle esportazioni belliche di oggi e di domani.
Così è paradossale che, mentre da un lato si vuole combattere una guerra
totale contro il terrorismo, dall'altro si allargano le maglie del
controllo della vendita delle armi con tutti i rischi che ne conseguono.

E' altrettanto vergognoso che si faccia così ricadere, di fatto e di nuovo,
sui lavoratori dell'industria militare, la responsabilità di collaborare a
traffici di morte; essi venivano quanto meno parzialmente tutelati dalle
limitazioni poste dalla 185/90.
I lavoratori del settore, peraltro, con l'introduzione delle nuove
strategie militari e gli interventi bellici da queste derivati, già erano e
sono esposti a colpe di possibili collaborazioni con atti profondamente
lesivi dei diritti umani oltre che di genocidio ove perpetrati (pensiamo
all'effetto delle mine antiuomo e delle cluster bombs, delle armi
all'uranio impoverito, dei sistemi d'arma convenzionali che colpendo
raffinerie ed industrie chimiche provocano danni ambientali che pagheranno
anche le generazioni future),  ora la loro situazione sarà ancora più
drammatica.
Nel passato fu lo stesso sindacato a mobilitarsi contro un modello di
sviluppo fondato sulla spesa militare e la produzione di armi e contro un
mercato di morte perverso e pericoloso, fu il sindacato a sollecitare la
crescita di consapevolezza e di responsabilità dei delegati e dei
lavoratori del settore bellico, ad indicare loro la necessità di vigilanza
e di piattaforme aziendali capaci di coniugare pace e diritto al lavoro, a
sollecitare il parlamento per una legge di controllo e limitazione
dell'export di armi.
Furono dirigenti nazionali come Alberto Tridente, Pino Tagliazucchi, Mario
Sepi, Gigi Pannozzo, Giacomo Barbieri, Silvia Boba, Angelo Gennari, per non
citarne che alcuni, ad indicare le strade che potevano sottrarre i
lavoratori e il sindacato alla corresponsabilità in comportamenti che
avrebbero potuto tradursi, e che di fatto si sono tradotti, anche in gravi
crimini contro i diritti umani e l'umanità.

Vi chiediamo di riprendere quella strada contribuendo, con le iniziative
più adeguate, ad invertire la direzione di marcia dei fenomeni descritti,
individuando le vie più opportune per la riduzione della spesa militare,
della ricerca e della produzione bellica, per difendere e semmai estendere
le limitazioni alle esportazioni di armi previste nella 185/90, per
promuovere la riconversione al civile della produzione militare (a partire
per esempio da quanto previsto proprio dalla L.185/90 e dalla
rivitalizzazione dell'Agenzia per la riconversione dell'industria bellica
lombarda istituita dalla L.R.6/94), per tutelare l'obiezione professionale
alla produzione militare, per dare ai lavoratori gli strumenti per opporsi
alla guerra, e a quella sua forma che oggi va sotto il nome di "guerra
permanente", ed agire per la prevenzione dei conflitti e la diffusione di
una cultura di pace.

		27.02.02

I promotori (lavoratori o ex lavoratori Industria bellica):

Franca Faita (Cavaliere della Repubblica, lavoratrice Valsella, Rappr.Sind.
Fiom-Cgil)
Marco Tamborini (ex lavoratore Aermacchi, già Rappr.Sind. Fim-Cisl,
Rappresentante delle Associazioni nella "Agenzia regionale per la
riconversione dell'industria bellica lombarda" L.R.6/94)
Giovanni Bertinotti (lavoratore Aermacchi, R.S.U. Flmu-Cub)
Achille Bertolli (lavoratore Agusta, Rappr.Sind. Fim-Cisl)
Luigi Bezzon (lavoratore Agusta, Rappr.Sind. Fim-Cisl)
Francesco Bonavita (lavoratore Alenia Spazio)
Claudio Caretta (lavoratore Agusta, Rappr.Sind. Fiom-Cgil)
Ottavio Cattaneo (lavoratore Agusta, Rappr.Sind. Fim-Cisl)
Rossana De Simone (ex lavoratrice Aermacchi, già Rappr.Sind. Fiom-Cgil)
Rolando Fariselli (lavoratore Agusta, R.S.U. Flmu-Cub)
Basilio Luoni (ex lavoratore Aermacchi, già Rappr.Sind. Fim-Cisl)
Elio Pagani (ex lavoratore Aermacchi, già Rappr.Sind. Fim-Cisl, Obiettore
professionale alla produzione militare)
Germano Parodi (ex lavoratore Alenia, operatore Flmu-Cub)
Andrea Perencin (lavoratore Agusta, Rappr.Sind. Fim-Cisl)
Paolo Radice (lavoratore Agusta, Rappr.Sind. Fim-Cisl)
Angelo Sacco (ex lavoratore Aermacchi, già Rappr.Sind. Fim-Cisl)
Maurizio Saggioro (ex lavoratore MPR, Obiettore professionale alla
produzione militare)
Alberto Stefanelli (ex lavoratore Aermacchi)
Ginelli Valerio (lavoratore Agusta, R.S.U. Flmu-Cub)
Oreste Zanatto (lavoratore Agusta, R.S.U. Flmu-Cub)

Le adesioni:	Associazioni e gruppi, Individui