[Nonviolenza] La biblioteca di Zorobabele. 15



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LA BIBLIOTECA DI ZOROBABELE
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Segnalazioni librarie e letture nonviolente
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo"
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 15 del 9 marzo 2021
 
In questo numero:
1. Giulio Lepschy: Luigi Meneghello
2. Nico Staiti: Roberto Leydi
3. Alcune pubblicazioni di Hannah Arendt
 
1. MAESTRI. GIULIO LEPSCHY: LUIGI MENEGHELLO
[Dal Dizionario biografico degli italiani (2013), nel sito www.treccani.it]
 
Luigi Meneghello nacque a Malo (Vicenza), il 16 febbraio 1922, da Cleto (1892-1963), meccanico e gestore di una piccola azienda di trasporti, e da Giuseppina (Pia) Canciani (1894-1949), maestra originaria di Udine.
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La famiglia, gli studi
Il nonno paterno, Piero (1866-1943), mediatore di terreni e di bestiame, ma, secondo i nipoti, di vocazione contrabbandiere, aveva sposato Esterina Rubini; ebbero, oltre a Cleto, altri figli, che compaiono, nei libri di Meneghello, come memorabili figure di zii e zie, a volte presentati con nomi diversi: Antonia (zia Nina), Francesco (zio Checco), Ermenegildo (zio Ernesto), Elvira (zia Adele), Candida (a volte detta antifrasticamente zia Mora), Ubaldo (Baldo, zio Dino), il piu' giovane e per certi aspetti il piu' importante degli zii, "gran corteggiatore di donne: per me era il moroso di tutte le donne belle del mondo" (Opere scelte, 2006, p. LXXXVIII).
Ebbe due fratelli minori, Bruno (1925-2010), giudice, e Gaetano (1930-2006), ingegnere. Una sorella, Ester Elisa, nata nel 1935, mori' bambina.
Ricevette l'istruzione elementare e media a Malo e poi a Vicenza; presa la maturita' classica al liceo Pigafetta nel luglio 1939, nell'ottobre successivo si iscrisse alla facolta' di lettere dell'Universita' di Padova. Nel maggio 1940 partecipo', come membro del GUF (Gruppo universitario fascista), ai "Littoriali della cultura" che si tennero a Bologna e riusci' primo nel concorso di dottrina fascista. I vincitori dei Littoriali potevano essere assunti da un giornale e dal 1940 al 1942 lavoro' nella redazione del quotidiano di Padova Il Veneto, anche come assistente del direttore Carlo Barbieri, sul quale nei suoi libri si trovano osservazioni interessanti.
In quei due anni sostenne presso l'Ateneo patavino una ventina di esami universitari, ottenendo sempre il massimo dei voti, con alcuni fra i piu' eminenti professori dell'epoca, quali Luigi Stefanini (estetica), Aldo Ferrabino (storia romana), Concetto Marchesi (letteratura latina), Diego Valeri (letteratura francese), Carlo Anti (archeologia), Norberto Bobbio (filosofia del diritto), Giuseppe Fiocco (storia dell'arte). Una serie di giudizi, spesso penetranti, ma anche impazienti e impietosi, si legge al riguardo in parecchie delle sue opere, e in particolare in Fiori italiani (Milano 1976).
Dopo la liberazione, il 17 dicembre 1945, si laureo' con una tesi su Il problema della filosofia e della cultura moderna in "La Critica" che, presentata oralmente, come consentivano i regolamenti del periodo, fu approvata "col massimo dei punti e la lode". Più tardi confesso': "A quel tempo la tesi si poteva "fare" a voce, e io una mattina andai al Liviano a farla, e spiegai tutto a un gruppetto di persone in parte certamente serie e dotte, ma che forse sulla "cultura europea" non avevano particolari informazioni, e (strano) non mi parevano elettrizzate a sentire quello che gli dicevo" (Opere scelte, 2006, pp. CXIII s.).
Cosi' si concluse formalmente, se pure in tono minore, il periodo dei suoi studi, sui quali lo scrittore  torno' ripetutamente. Nel risvolto di copertina de Il dispatrio (Milano 1993), si legge la seguente sintesi, spesso citata dai critici: "Ho fatto studi assurdamente "brillanti" ma inutili e in parte nocivi a Vicenza e a Padova; sono stato esposto da ragazzo agli effetti dell'educazione fascista, e poi rieducato alla meglio durante la Guerra e la Guerra civile, sotto le piccole ali del Partito d'Azione. Mi sono espatriato nel 1947-48 e mi sono stabilito in Inghilterra con mia moglie Katia. Non abbiamo figli. L'incontro con la cultura degli inglesi e lo shock della loro lingua hanno avuto per me un'importanza determinante. Sono certamente un italiano, e non ho alcun problema di identita', ne' mi sono mai sentito per questo aspetto in esilio" (Opere scelte, 2006, p. LXXXVII).
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Le piccole ali del Partito d'Azione
Nell'estate del 1940 conobbe Antonio (Toni) Giuriolo, giovane vicentino, laureato in lettere nel 1935, che non poteva insegnare nelle scuole pubbliche perche' aveva rifiutato di iscriversi al Partito fascista. Amico di Antonio Barolini e Neri Pozza, in contatto con intellettuali contrari al fascismo quali Luigi Russo, Francesco Flora, Aldo Capitini, Carlo Ludovico Ragghianti, Giuriolo esercitava uno straordinario fascino sui giovani con cui entrava in rapporto, contribuendo ad allontanarli dalla tronfia retorica di regime che dominava il costume e la cultura scolastica negli anni Trenta e a convertirli all'antiretorica, al gusto della litote, dell'understatement, dell'ironia.
In I piccoli maestri l'incontro fra Giuriolo e il capo di un gruppo di partigiani comunisti e' presentato cosi': "un uomo piuttosto giovane, robusto, disinvolto. Aveva scritto sul viso: Comandante. [...] Era ben pettinato, riposato, sportivo, cordiale. [...] Il comandante avanzo' sorridendo, a due metri si fermo', col pugno sinistro in aria, e disse allegramente: "Morte al fascismo". Vibrava di salute, fierezza, energia. Toni un po' imbarazzato disse: "Piacere, Giuriolo", e gli diede la mano in quel suo curioso modo, con le dita accartocciate. Uno meglio dell’altro. Provavo fitte di ammirazione contraddittorie" (Opere scelte, p. 407).
Nel 1943, richiamato alle armi, s'iscrisse al corso allievi ufficiali alpini a Merano, e fu poi inviato a Tarquinia per partecipare alla difesa della costa tirrenica contro sbarchi alleati. Sorpreso dall'8 settembre, da qui riusci' a risalire nel Veneto e con un gruppo di amici vicentini contribui' a formare, all'inizio del 1944, nel Bellunese, anche con Giuriolo, un reparto partigiano che si richiamava al Partito d'Azione. Questi sono I piccoli maestri, le cui azioni, e i rastrellamenti subiti da parte di fascisti e tedeschi, furono descritti nel suo libro del 1964.
Dopo la liberazione Meneghello, che con il fraterno amico Licisco Magagnato condivideva gli ideali etici e politici del Partito d'Azione, con uomini come Ugo La Malfa, Leo Valiani, Emilio Lussu, Riccardo Lombardi, partecipo' a tentativi di rinnovamento della societa' italiana che vennero ben presto elusi in un paese che restava dominato da due apparati di partito, quello dominante, democristiano, e quello di opposizione, comunista.
Fra 1946 e 1947 maturo' la decisione del "dispatrio", per usare il titolo di una fra le sue opere piu' celebrate: vinto un concorso del British Council per una borsa di studio all'Università di Reading, vi si trasferi' nel settembre 1947.
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Katia Bleier
Frattanto, nel 1946, aveva incontrato Katia Bleier (1919-2004), che sposo' a Milano, con rito civile, il 23 settembre 1948, avendola poi come inseparabile compagna della sua vita. Tutti i loro amici erano colpiti dalla sua intelligenza e da quanto Meneghello ricorresse alla sua intuizione e al suo giudizio anche su questioni accademiche e letterarie.
Katia era una ebrea iugoslava, di madre lingua ungherese, nata in Vojvodina. Nell'aprile 1941, quando i tedeschi travolsero l'esercito iugoslavo, la sorella maggiore Olga e il marito Eugenio Varnai, caduti per loro fortuna in mano agli italiani, furono internati a Malo. Katia, fuggita a Budapest, nella primavera del 1944 fu deportata ad Auschwitz con vari familiari che non sopravvissero alla prima selezione a Birkenau. All'inizio del 1945 era fra i superstiti mandati a Belsen dove fu liberata dagli inglesi nell'aprile 1945, riuscendo poi fortunosamente a raggiungere la sorella maggiore a Malo. Qui nel 1946, a una riunione di giovani del luogo, fece la conoscenza di Meneghello: "Era una sera serena, Katia abitava nell'alloggio sopra l'osteria delle Due Spade. Si saliva per una scala per raggiungere l'appartamento di Olga, da cui si apriva una finestra che guardava verso nord, e guardavamo il cielo stellato. E a un certo punto le ho chiesto: "Signorina Bleier voi credete in Dio?", "No" ha detto lei. E io mi sono detto: "Questa qui la sposo". Una ragazza piacente, vivace, straniera, culturalmente attraente (perche' siamo esterofili), che viene da una famiglia di ebrei osservanti e non crede in Dio... Cosi' io racconto la storia, l'ho raccontata tante volte a voce e la storia e' diventata vera, Katia non l'ha mai contraddetta" (Opere scelte, 2006, p. CXXIV).
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A Reading
La borsa di studio a Reading si tramuto' in un incarico per insegnare, nel dipartimento di inglese, aspetti del Rinascimento italiano. Questo porto' alla formazione nel 1955 di una sezione italiana e nel 1961 alla creazione di un dipartimento indipendente di studi italiani, diretto da Meneghello, col titolo di senior lecturer, e poi di professor, dal 1964 fino al 1980 quando si dimise per dedicarsi integralmente alla scrittura creativa.
Il dipartimento di inglese a Reading negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta comprendeva persone di indiscusso valore: Philip Brockbank, noto studioso di Shakespeare; Donald Gordon, capo dipartimento, originale e raffinato rinascimentista; Frank Kermode, poi professore allo University College di Londra e a Cambridge, fra i piu' prestigiosi critici letterari inglesi; Jo Trapp, futuro direttore del Warburg Institute; John Wain, scrittore associato a gruppi come gli Angry young men e The movement. Professore di francese era A.G. (George) Lehmann, fine interprete del simbolismo; rettore, nel periodo in cui fu assunto Meneghello, Frank Stenton, illustre medievalista e autore di Anglo-Saxon England (1943), un volume che resta ancora oggi la piu' autorevole introduzione all'argomento.
Meneghello si trovo' a suo agio in questo ambiente stimolante e profitto' dell'espansione delle universita' in quel periodo per allargare il gruppo dei suoi colleghi secondo i criteri di originalita' e di perfezionismo che praticava nella sua attivita' di scrittore. Collaboro' fin dall'inizio con docenti piu' giovani, come Judy Rawson, Ursula Martindale, Anna Laura Momigliano, John Scott, Franco Marenco, Giulio Lepschy, Stuart Woolf, Lino Pertile, Zyg Baranski.
Con l'ampiezza degli interessi che provenivano anche dalla sua formazione accademica italiana incoraggio' il costituirsi di un centro di studiosi che furono tra i primi a introdurre nell'italianistica britannica un programma che andava ben al di la' dei tradizionali corsi di lingua e letteratura, nominando giovani colleghi specialisti di storia, di linguistica, di storia dell'arte, e poi anche di cinema, di gender studies, e di cultural studies: tutte aree oggi generalmente praticate, ma che spesso hanno origine nelle iniziative del centro di studi italiani di Reading. Nell'italianistica in Gran Bretagna (e a volte anche nell'anglistica in Italia) ancora oggi si trova un buon numero di docenti passati per Reading, come studenti, come colleghi o come lettori, nel dipartimento di Meneghello.
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Meneghello scrittore
Nel corso della sua carriera universitaria a Reading Meneghello si dedico' anche a una costante attivita' di scrittore pubblicando molti libri, di solito designati nelle collane editoriali in cui uscirono, come "romanzi", oltre che saggi e riflessioni, "auto-commenti" in cui illustrava il suo modo di scrivere a se' stesso e al lettore. Questi saggi piu' brevi, presentati a volte in forma di plaquettes, che potrebbero provocare in un pubblico distratto o superficiale il sospetto di essere cincischiature pretenziose, si rivelano invece straordinariamente freschi ed efficaci.
L'opera che inauguro' la sua carriera come scrittore e' Libera nos a malo (Milano 1963), una straordinaria rappresentazione della vita e della civilta' del suo paese, Malo appunto, un luogo che, dalla pubblicazione del libro, e' entrato a far parte di una canonica geografia poetica dell'Italia. E' un paese dialettofono, dove, come osserva efficacemente l'autore, si parla una lingua che non si scrive, il dialetto alto-vicentino (designazione che esisteva topograficamente, ma che Meneghello ha introdotto nella dialettologia italiana), e si scrive una lingua che non si parla (quando va bene l'italiano letterario, quando va meno bene l'italiano scolastico). In esso una parola come "uccellino" compare in dodici forme diverse, delle quali undici, puntigliosamente elencate, sono illegali (ucelino, ucielino, ucilino ecc.) e soltanto la dodicesima (uccellino) e' legittima, cioe' "realizza il grado zero dell'illegalita'". Queste sono tutte varianti della lingua scritta e indicano un animaletto privo di ogni vitalita', a differenza di quello che e' designato dall'unica parola parlata vera, che appartiene al dialetto, e a Malo e' oseleto (Opere scelte, 2006, pp.  990-992). Il libro, scritto con vivacita' e arguzia straordinaria, fondendo con splendida bravura l'italiano piu' raffinato e differenti varieta' del dialetto, si era fino a poco tempo fa sottratto a ogni ipotesi di traduzione, quando finalmente sono uscite, a poca distanza l'una dall'altra, due inattese ma efficaci versioni, ispirate da criteri diversi, la prima in francese (di Christophe Mileschi, Paris 2010) e la seconda in inglese (di Frederika Randall, Evanston [IL] 2012).
Pomo pero. Paralipomeni d'un libro di famiglia (Milano 1974) e' il secondo libro. Il sottotitolo ricorda ovviamente i Paralipomeni della Batracomiomachia, con la consueta ambivalente coesistenza fra alto e basso, fra un richiamo che nobilita (Leopardi, autore fra i piu' presenti nei testi di Meneghello) e un altro di opposto tenore (la battaglia delle rane e dei topi). L'ambivalenza e' anche semantica: "continuazione" o "cio' che era stato omesso"? E il "libro di famiglia" allude a Libera nos o a Pomo pero stesso? Certamente si tratta di un libro di famiglia che acquista un risvolto genealogico-antropologico di sorpendente ampiezza: "Mio nonno e' nato proprio nell'anno che il Veneto divento' Italia, dunque non ci sono altri italiani che lui e mio padre tra me e il tempo antico quando qui non ce n'erano ancora. Ci si sta comodi in tre in un secolo; una sessantina di persone da rintracciare tra me e i romani, qualche centinaio fino alle caverne, alcune migliaia tra me e i pitecantropi. E' curioso che a metterli tutti insieme si farebbe all'incirca un paese come il mio e si potrebbe venirci a conoscere tutti; e' molto probabile che dell'intera serie sarebbero alfabeti solo gli ultimi tre, nonno, papa' e in un certo senso io; tutti invece, per la natura stessa della linea divisoria, saprebbero parlare. Non so se sarebbe probabile, ma vorrei sperare che le lingue facessero una catena, almeno in fatto di comprensibilita': in fondo dev'essere ben raro che il figlio non s'intenda affatto col padre, a parole. Si potrebbe dunque dirci qualunque cosa e aspettare che ciascuno la racconti all'altro, e alla fine veder ridere in fondo alla fila lo scimmiotto Meneghello o noi minacciarlo col pugno" (Opere scelte, 2006, p. 624).
In una lectio magistralis, tenuta a Palermo il 20 giugno 2007, racconto' che suo padre, quando fece i segnetti opportuni per tornire una vite senza fine (il "capolavoro", come veniva chiamato nel linguaggio tradizionale delle corporazioni d'arti e mestieri, il pezzo presentato da un operaio all'esame per diventare "maestro") venne fermato dal suo esaminatore che, avendo gia' capito quanto era bravo, gli disse "Basta cosi'". Anch’io, aggiunse Meneghello, vorrei scrivere qualcosa, magari solo una paginetta, di veramente conclusivo, ma da scrittore veramente maturo (ibid., p. CLXV); senza sapere naturalmente che non era necessario perche' quella paginetta l'aveva gia' scritta.
Piu' in generale gli scritti di Meneghello possono, se pur sommariamente, essere raggruppati in tre grandi gruppi: quelli di argomento "civile", riconducibili a I piccoli maestri (Milano 1964), con la loro visione antiretorica della cultura italiana, a Fiori italiani (ibid.1976) sull'educazione-diseducazione di un giovane durante il regime fascista, e a Bau-sete (ibid. 1988), penetrante rievocazione del dopoguerra, dedicata all'amico Magagnato. In secondo luogo vi sono le opere che si potrebbero definire di argomento semiotico (sebbene Meneghello non usasse questo termine), sul rapporto fra lingua parlata e lingua scritta, dialetto, lingua letteraria, lingua della poesia: Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte (ibid. 1987), Leda e la schioppa (Bergamo 1988), Marede', marede'... Sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina (ibid. 1990); e infine i testi propriamente maladensi, a partire da Libera nos a malo.
Va comunque tenuto presente che una caratteristica della sua scrittura e' l'auto-riflessivita', il commento metalinguistico, l'illustrazione delle sue proprie opere, che rende difficile separarne lo svolgimento narrativo dal chiarimento esegetico, e una classificazione in base a temi e argomenti diversi. I libri di Meneghello danno l'impressione di rivolgersi a un pubblico "di nicchia", di persone interessate ad apprezzarne le peculiari qualita' stilistiche e linguistiche, che emergono anche al di la' dell'interesse legato all'uso del dialetto; e' stato osservato (Opere scelte, 2006, pp. XLVII, 1465) come, per esempio, lettori familiari con dialetti italiani meridionali riconoscano la loro stessa formazione leggendo espressioni vicentine in Meneghello e percepiscano quello che in inglese e' stato chiamato lo shock of recognition.
Meneghello ebbe anche lunga consuetudine con l'attivita' di giornalista, cominciata sulle colonne de Il Veneto gia' nel 1940-42. Dopo la liberazione inizio', da Reading, nel 1952, a pubblicare articoli su Comunita', la rivista di Adriano Olivetti, cui fu invitato a collaborare dal direttore, Renzo Zorzi, suo vecchio amico e compagno di universita' a Padova. Le recensioni su Comunita', di solito su libri pubblicati in Inghilterra, firmate con lo pseudonimo Ugo Varnai (il cognome era quello del cognato Eugenio), furono molto numerose. Dal 1967 inizio' anche una saltuaria collaborazione con vari giornali e riviste, come Corriere della sera, Stampa, Guardian, Times Literary Supplement. Dal 2004 pubblico' con una certa regolarita' una serie di interventi sul supplemento culturale del Sole-24 ore (raccolti in L'apprendistato. Nuove carte 2004-2007, pref. di R. Chiaberge, Milano 2012).
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I riconoscimenti
Scrittore vario e raffinatissimo, ottenne nel 1988 il premio Bagutta per Bau-sete; nel 1992 il premio Nonino Risit d'Aur per Marede', marede'; nel 1994 il Mondello per Il dispatrio; nel 1997 i premi Angelini e Vailate per La materia di Reading e altri reperti (Milano 1997). A Varese, nel 2001, ricevette il premio Chiara alla carriera e nel 2003 a Bergamo il premio Calepino. Il premio Antonio Feltrinelli per la narrativa avrebbe dovuto essergli consegnato all'Accademia dei Lincei il 6 luglio 2007.
Oltre alla cittadinanza onoraria di Vicenza (2002) e alla nomina a grand'ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana (2003), vanno ricordate le iniziative con cui il Comune di Malo nell'estate del 2003 celebro' il quarantennale della pubblicazione di Libera nos, presso il Museo Casabianca fondato da Giobatta Meneguzzo, amico e cultore di lunga data delle sue opere, e in altri siti della citta'.
Ricevette anche numerosi riconoscimenti accademici, come le lauree ad honorem delle Universita' di Reading (1988), Torino (2002), Perugia (2003), Palermo (2007), e fu membro di numerose accademie, fra cui l'Accademia Olimpica di Vicenza e dell'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti.
Nel 1991 il Laboratorio Teatro Settimo di Settimo Torinese ha presentato una interpretazione teatrale di Libera nos a malo (drammaturgia di Antonia Spaliviero, regia di Gabriele Vacis, interpreti Marco Paolini e Mirco Artuso). Del 2006 e' una lunga intervista filmata dello stesso Paolini a Meneghello, con la regia di Carlo Mazzacurati.
Nel 1998 da I piccoli maestri il regista Daniele Luchetti ha tratto il film omonimo, con Stefano Accorsi nella parte di Meneghello e Paolini in quella di Giuriolo.
Mori' a Thiene il 26 giugno 2007, e fu sepolto a Malo, accanto alla moglie, nella tomba della famiglia.
Nel 2008 e' nata a Malo, per iniziativa di Valter Voltolini, l'Associazione culturale Luigi Meneghello, dedicata a tener vivo il suo ricordo.
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Opere
Fra le opere non citate nel testo: Le Carte. Manoscritti inediti 1963-1989 trascritti e ripuliti nei tardi anni Novanta, I-III, ibid. 1999-2001. Si vedano inoltre i due volumi delle Opere, I-II, a cura di F. Caputo, ibid. 1993 e 1997, nonche', a compendio, il "Meridiano" mondadoriano delle Opere scelte, progetto editoriale e introd. di G. Lepschy, a cura di F. Caputo e con uno scritto di D. Starnone, ibid. 2006 (III ed., 2007).
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Fonti e bibliografia
Materiale manoscritto con corrispondenza relativa alle opere di Meneghello e' stato lasciato dall'autore al Fondo Manoscritti dell'Universita' di Pavia (Fondazione Corti). Per informazioni biografiche esaustive e attendibili si rimanda all'apparato di F. Caputo, in Opere scelte, cit., dove un'ampia bibliografia della critica e' alle pp. 1773-1801.
Si vedano in particolare: Su/Per M., a cura di G. Lepschy, Milano 1983; E. Pellegrini, Nel paese di M.: un itinerario critico, Bergamo 1992; Per "Libera nos a malo": a 40 anni dal libro di L. M., Atti del convegno internazionale di studi..., Malo... 2003, a cura di G. Barbieri - F. Caputo, Vicenza 2005.
 
2. MAESTRI. NICO STAITI: ROBERTO LEYDI
[Dal Dizionario biografico degli italiani (2015), nel sito www.treccani.it]
 
Roberto Leydi, etnomusicologo, nacque a Ivrea il 21 febbraio del 1928, da Silvio, ufficiale di aviazione e amministratore, e Carla Bosio, milanese; dal matrimonio nacque una sorella, Renata (1933-1995).
Fondatore, con Diego Carpitella, della moderna etnomusicologia italiana, ebbe una formazione variegata e non accademica. Studio' brevemente giurisprudenza, senza  completare gli studi universitari. Da giovane, trasferitasi la famiglia a Milano alla fine degli anni Trenta, collaboro' con il Museo di storia naturale e acquisi' un'approfondita competenza malacologica. Dal 1957 al 1952 fu critico musicale dell'Avanti!, dal 1957 al 1972 scrisse per L'Europeo: molte inchieste svolte per il settimanale furono condotte assieme al fotografo Ferdinando Scianna, il cui sguardo e le cui prospettive furono orientate dalla frequentazione con Leydi e dalla loro collaborazione. Nel 1954 scrisse il testo di Ritratto di citta', una rappresentazione radiofonica messa in musica da Luciano Berio e Bruno Maderna, che descrive auditivamente Milano, dalle prime luci dell'alba al calar della notte (cfr. De Benedictis - Rizzardi, 2000, pp. 33-57, 161, 169; Scaldaferri, 2001). Da questo primo lavoro scaturi' il progetto dello Studio di fonologia musicale, ufficialmente costituito presso la sede RAI di Milano nel 1955, diretto fino al 1959 da Berio e chiuso definitivamente nel 1983. La collaborazione di Roberto Leydi fu determinante nel delineare l'inclinazione multidisciplinare dello Studio e la spiccata attenzione per le musiche di tradizione orale che ne coloro' le attivita' e oriento' la ricerca compositiva di Berio e l'uso peculiare della voce da parte della cantante Cathy Berberian (cfr. ibid.).
Nel 1953 Leydi sposo' Sandra Mantovani, cantante ed esperta di spettacolo popolare, con la quale condivise molte esperienze artistiche e di ricerca; nel 1959 nacque l'unico figlio, Silvio (oggi storico moderno). Dal 1955 fu consulente della trasmissione televisiva Lascia o raddoppia?, assieme a Umberto Eco e Luigi Rognoni. Dagli anni Sessanta, dapprima saltuariamente, poi in forma continuativa, collaboro' con la Radio della Svizzera italiana (RTSI), per la quale conduceva una trasmissione a cadenza settimanale sulla musica di tradizione orale. Si occupo' anche di spettacolo popolare, soprattutto di teatro d'animazione e di circo. Nel 1973 promosse l'Ufficio per la cultura popolare della Regione Lombardia, per il quale ha curato in prima persona o affidato ad altri ricercatori la redazione di numerosi dischi e volumi di documentazione sulla cultura tradizionale nella serie Mondo popolare in Lombardia (Milano). Dal 1972 fu professore incaricato e dal 1980 ordinario di etnomusicologia nell'Universita' di Bologna. Pur esibendo il distacco tipico dell'intellettuale militante "prestato" all'accademia, Leydi ebbe un ruolo di spicco nello sviluppo della musicologia universitaria in Italia: dal 1982 fu il primo direttore del Dipartimento di musica e spettacolo dell'Universita' di Bologna, dal 1983 il primo coordinatore di un dottorato di ricerca in musicologia, dal 1993 il primo presidente dell'Associazione fra docenti universitari italiani di musica. Dal 1977 al 1986 fu direttore della Civica scuola d'arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano. Negli ultimi anni di vita, ormai in quiescenza, svolse attivita' seminariale e di ricerca per la Scuola superiore di studi umanistici dell'Universita' di Bologna, diretta da Umberto Eco.
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Ricerche e collezioni
L'interesse di Leydi per la musica si rivolse dapprima soprattutto alla musica contemporanea, al jazz, alla musica popolare nordamericana; dagli anni Cinquanta inizio' a occuparsi in modo sistematico delle tradizioni musicali popolari europee e soprattutto italiane, sia sul versante della documentazione e dello studio di forme, repertori e strumenti musicali, sia su quello della riproposta e divulgazione attraverso l'organizzazione di concerti e manifestazioni pubbliche.
La monumentale collezione di strumenti musicali popolari, d'Italia e d'altri Paesi, di documenti sonori, registrati da lui e da altri, di libri, riviste, dischi e musicassette, e di stampe, dipinti, terracotte, manufatti di varia natura costituita da Leydi nella propria casa di Orta San Giulio ne testimonia l'interesse per le molte forme della cultura popolare, e in specie per le sue manifestazioni sonore. La parte dei materiali piu' direttamente riferibile alla musica (ossia gli strumenti musicali, i documenti sonori, i dischi e le musicassette, la biblioteca musicologica) e' oggi custodita nel Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona, nella Svizzera italiana. Fu lo stesso Leydi, dopo aver inutilmente proposto a diverse istituzioni italiane di prendere in custodia i suoi materiali, a donare le proprie raccolte alla Repubblica e Canton Ticino, il 9 luglio del 2002, non senza l'intenzione peraltro di poter sovrintendere in proprio all'ordinamento dei materiali e continuare a prendersene cura: intenzione che non pote' realizzare a causa della malattia che di li' a poco lo porto' alla morte.
La collezione regalata alla Repubblica e Canton Ticino consta di 1458 bobine di nastro audio, 115 audiocassette, 55 videocassette VHS, 148 scansioni digitali di fotografie, una biblioteca di circa 5500 volumi (tra i quali 277 tesi di laurea) e una raccolta di periodici (408 titoli). A questi materiali si aggiunge la preziosa raccolta di strumenti musicali, che si compone di 652 oggetti (116 idiofoni, 58 membranofoni, 38 cordofoni e 440 aerofoni); di particolare interesse la sezione delle zampogne, costituita da 50 strumenti, per la maggior parte provenienti da regioni italiane.
Le ricerche di Leydi sulla musica popolare si svolsero prevalentemente in Italia, soprattutto, ma non esclusivamente, al Nord: sono invero importantissime, tra tante altre cose, le sue ricerche e pubblicazioni sulle zampogne nell'Italia centro-meridionale (cfr. soprattutto Le zampogne in Italia, I, 1985 [con F. Guizzi]), sugli strumenti musicali in Sicilia (cfr. Strumenti musicali popolari in Sicilia, 1983 [con F. Guizzi]), sui cantastorie siciliani (cfr. Cantastorie, 1959 e L'altra musica. Etnomusicologia, 1991, nuova ed. 2008). Ma Leydi condusse importanti campagne anche in Grecia (soprattutto a Creta), in Francia (Bretagna), in Spagna (soprattutto in Galizia), in Scozia, nell'ex Jugoslavia (Macedonia, Croazia), in Marocco.
Mori' a Milano il 15 febbraio 2003.
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Esperienze
Leydi fu tra i promotori e i protagonisti del folk revival in Italia, assieme alla moglie, a Bruno Pianta, Dario Fo, Giovanna Marini e altri ancora. Ma dal movimento di riproposta presto prese le distanze, avvertendone i limiti ideologici e ritenendo necessario considerare, accanto al patrimonio di canti di protesta o, piu' in generale, esplicitamente e intenzionalmente distanti da forme e modelli culturali egemoni, pure altri aspetti della cultura musicale di tradizione orale, fino ad allora affatto trascurati perche' ritenuti minori, subalterni o semplicemente non importanti: i repertori paraliturgici, la musica strumentale, i repertori dei cantastorie e cosi' via. Ed e' da questa nuova e diversa attenzione che ha preso forma la moderna etnomusicologia italiana. La quale, come aveva capito Leydi, doveva forgiare i propri strumenti ermeneutici su una realta' particolarissima: quella di un Paese, qual e' l'Italia, sostanzialmente estraneo alle vicende coloniali, che in altri Paesi hanno portato gli studiosi a occuparsi di popoli lontani. Un Paese peraltro straordinariamente ricco di tradizioni musicali, sia scritte sia orali, stratificate e sedimentate nel tempo; estremamente ricco, inoltre, di testimonianze storiche relative a queste tradizioni, anch'esse accumulatesi in un arco di tempo molto lungo, se paragonato alle fonti a disposizione degli studiosi in altri Paesi del mondo occidentale.
Ha scritto Roberto Leydi (L'altra musica. Etnomusicologia, 1991, p. 23, nuova ed. 2008, p. 51): "La storia d'ogni disciplina scientifica (come, del resto, ogni trattazione storiografica) e' sempre inevitabilmente tendenziosa e conduce a rappresentare il proprio sviluppo di pensiero e le linee del proprio lavoro entro lo schema di un modello dominante. E il modello dominante in etnomusicologia (ma anche in musicologia) e' stato, fino a giorni a noi assai vicini, sostanzialmente quello della scuola tedesca, poi trapiantata negli Stati Uniti. Nessuno, certo, puo' mettere in discussione l'importanza determinante della vergleichende Musikwissenschaft e della cosiddetta "scuola berlinese" nello sviluppo e nella definizione della etnomusicologia ne' l'autorita' dei suoi fondatori [...], ma e' altrettanto certo che la programmatica scelta "fuori d'Europa" di questa scuola abbia determinato una distorsione nella ricerca e negli studi, provocato una frattura non ancora del tutto sanata con i folkloristi musicali, emarginato pur valide e importanti esperienze di ricerca e di studio condotte lungo linee diverse e con diversi presupposti culturali".
Ma va ricordato che la specificita' della prospettiva dei "folkloristi" europei, che nella seconda meta' del Novecento ha avuto in Italia – sia sul piano del metodo sia su quello dell'ampiezza delle ricerche svolte – il suo terreno d'elezione, non poggia soltanto su esperienze di studiosi europei e sulla scorta delle correnti principali della tradizione di studi tedesco-americana, ma ha trovato riferimenti importanti in figure che, per vicende personali e orientamento o per la loro specializzazione, si collocano a margine dell'etnomusicologia nordamericana. L'enorme lavoro di ricerca di Alan Lomax (1915-2002) ha costituito, per Diego Carpitella, per Leydi e per l'etnomusicologia italiana tutta, un riferimento esplicito, perseguito ed esplorato a fondo nelle lunghe e insistite frequentazioni che Lomax ha intrattenuto con entrambi (tali incontri hanno conosciuto uno speciale approfondimento nella collaborazione tra lo studioso texano e Carpitella per una campagna di ricerca svolta in Italia negli anni 1954 e 1955; cfr. Lomax, 2008). L'attenzione di Lomax per le musiche di tradizione orale, come quella degli etnomusicologi italiani, scaturiva anche dalla volonta' d'intervenire, attraverso il proprio lavoro di ricerca, sulla situazione sociale e politica del proprio Paese, con il dar voce a gente che per collocazione sociale e' esclusa dai circuiti di cultura, dalla possibilita' di raccontare se' stessa e di trovare, attraverso questo racconto, una posizione organica e non subalterna nel sistema di relazioni. Per cio' peraltro, autonomamente ma coerentemente, Leydi e Lomax con Pete Seeger (1919-2014) furono tra i primi e principali protagonisti, ciascuno nel proprio Paese, del movimento del folk revival e della divulgazione di musiche popolari attraverso i concerti, la radio, le pubblicazioni discografiche: nell'intento anche di farsi tramiti, e portavoce, di culture marginali e dimenticate dalla storia (Leydi stesso riferisce dell'esperienza italiana e del proprio ruolo, non senza far riferimento a Lomax e al folk revival americano e britannico, in Il folk music revival, 1972; cfr. anche il saggio di Diego Carpitella, Etnomusicologica: considerazioni sul folk revival, in Carpitella, 1992, pp. 52-64). A tal proposito Leydi scrisse nel saggio Le molte Italie e altre questioni di ricerca e studio (2000): "Il movimento del "folk revival" del secondo dopoguerra ha le sue radici dichiarate nell'esperienza americana e britannica e fa esplicito riferimento alla ricerca e all'attivita' etnomusicologica, alle quale si appoggia. [...] Il primo periodo di questo movimento e' esclusivamente settentrionale (e soprattutto milanese) ed e' segnato da una doppia connotazione: la ricerca di una ripetizione fedele dei modi della tradizione (acquisita attraverso la ricerca "sul campo" e il rapporto anche diretto con i cantori popolari) e il convincimento del valore alternativo della cultura contadina, pastorale e operaia. Di qui l'orientamento apertamente politico del movimento" (p. 15).
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Idee e metodi
Leydi per primo – seguito in questo da altri etnomusicologi italiani – ha elaborato metodi d'indagine che coniugano le prospettive storiche con l'attenzione per il presente, volgendo l'attenzione alle relazioni tra livelli culturali e sistemi di tradizione del sapere diversi. Per farlo, ha raccolto e moltiplicato gli stimoli che in questa direzione provenivano dalle discipline contigue, elaborando un metodo d'indagine che ha portato l'etnomusicologia italiana, tra l'altro, a indagare i materiali orali in una prospettiva storica, illuminando cosi' soprattutto le dinamiche di trasformazione della cultura in una societa' complessa. Di converso, ha suggerito alla musicologia storica, o ha praticato in prima persona, indagini su forme e repertori della tradizione scritta in chiave etnomusicologica: vale a dire con un'attenzione specifica per i meccanismi di tradizione ed elaborazione dei materiali (esemplare in tal senso, tra gli altri, il saggio sulla diffusione e volgarizzazione del melodramma nella Storia dell'opera italiana, 1988).
Gli studi etnomusicologici tendevano ad accettare supinamente la teoria – elaborata in ambito linguistico da Ferdinand de Saussure (1922) e applicata piu' ampiamente alle dinamiche culturali da Petr Bogatyrev e Roman Jakobson (1929) – dell'articolazione della parole su una langue condivisa dall'intera comunita'. Con lo studio sulle forme di trasmissione ed elaborazione della musica e dei suoi strumenti Roberto Leydi ha mutato notevolmente gli approcci e i punti di vista. Analizzando le dinamiche di trasformazione, elaborando metodi d'indagine che di tali dinamiche tengono conto, ha ricostruito la propria disciplina in termini affatto originali. Gli studi sulle tradizioni contadine e pastorali da una parte, e sui repertori urbani, sui ceti artigiani, sui mediatori professionali dall'altra hanno consentito di osservare che le modificazioni dei repertori di tradizione sono il risultato dell'azione di forze concomitanti e contrapposte: tendenza alla conservazione, resistenza al cambiamento e, di converso, proposta di cambiamento; quest'ultima messa in gioco soprattutto da quei gruppi sociali, da quegli agenti culturali che hanno il ruolo di "attraversare i confini" sociali, geografici, politici, culturali.
Abituato a far ricerca a casa propria, a entrare in relazione con differenze evidenti e spesso grandi tra se' e i propri interlocutori, ma non cosi' grandi e comunque diverse da quelle che separavano gli etnomusicologi di altri Paesi dalle popolazioni di cui si occupavano, contiguo almeno in parte a un movimento culturale che, da Antonio Gramsci a Carlo Levi a Ernesto De Martino, ha scoperto il mondo popolare sulla scorta di un'istanza in primo luogo politica e sociale, erede al tempo stesso della grande tradizione demologica positivista – e in questo la sua formazione di naturalista lo avvicinava ai medici, botanici, zoologi di fine Ottocento che hanno rimodellato i propri strumenti d'indagine e classificazione elaborati in ambito scientifico in maniera da poterli utilizzare per l'analisi dei fenomeni culturali –, Leydi ha osservato le tradizioni musicali in un'ottica, nuova e diversa, tipicamente italiana, seppure non nettamente disgiunta da quel che altrove la disciplina andava elaborando.
L'approccio di Leydi e' assai attuale. Pienamente inserito nel solco delle esperienze dell'antropologia e dell'etnomusicologia italiane, che egli ha contribuito in maniera determinante a tracciare, ha anticipato tendenze solo di recente abbracciate dall'etnomusicologia anglosassone: come quella della historical ethnomusicology (l'approccio che va sotto questo nome e' stato introdotto in uno studio a proposito dei Falasha dell'Etiopia da Kay Kaufman Shelemay, 1980) che nel ricostruire i dati etnomusicologici tiene conto di tutto il contesto storico-culturale, non disdegnando la collaborazione con altre discipline, a cominciare dalla musicologia storica; come, ancora, l'interesse a concentrarsi sempre di piu' sull'esperienza degli attori della cultura popolare, gli interpreti dei repertori di tradizione orale, presente sia negli ultimi studi antropologici sia nei lavori piu' recenti dell'etnomusicologia (soprattutto le ricerche di Timothy Rice, compendiate in Rice, 1994). Testimonia lo specifico interesse di Leydi per le vicende biografiche dei protagonisti, dei grandi interpreti della musica di tradizione orale, la scelta di inserire in un importante volume sulla musica popolare italiana da lui curato (La musica popolare in Italia, 1990) i profili biografici di cantori, suonatori, costruttori di strumenti. In piu' parti di un saggio che costituisce forse la sintesi piu' compiuta del suo lavoro, L'altra musica (1991), Leydi sostiene l'importanza di osservare i fenomeni della musica popolare entro il quadro di riferimento storico e culturale in senso lato. E in questo Leydi si pote' rifare piu' in generale a quegli studi etnologici italiani che ben possono vantare una primazia nell'aver saputo intersecare indagine storica e indagine etnografica (le premesse metodologiche e le prime concrete applicazioni stanno in primis nei lavori di Ernesto De Martino, fin dagli anni Cinquanta: cfr. soprattutto De Martino, 1958 e 1961).
L'enorme collezione privata di strumenti musicali, fogli volanti, cartelloni da cantastorie, stampe popolari e altri oggetti, libri, registrazioni sonore, piu' grande di qualsiasi raccolta pubblica italiana, fu per Roberto Leydi uno strumento di lavoro affatto peculiare: attingendo alla varieta' dei materiali da lui raccolti, catalogandoli, variamente maneggiandoli e riflettendo su di essi, egli costruiva interpretazioni del mondo, modulava approcci diversi, inventava e contemporaneamente scopriva percorsi inediti, in gran parte ricavati per centonizzazione dalle cose che aveva in casa. Questo modo di utilizzare le collezioni come prolungamento di se', come parte fondante del proprio modo di essere e di pensare, e' da una parte profondamente colto, e rientra in una tradizione intellettuale che affonda le radici nelle grandi biblioteche e raccolte private dell'Umanesimo italiano; d'altra parte, utilizzando libri, dischi, nastri, oggetti secondo procedure modulari – un po' come il suonatore di zampogna che utilizza le formule del proprio repertorio – Leydi poteva penetrare i meccanismi della tradizione orale in maniera profonda: per comprendere fenomeni che hanno a che fare con modalita' di trasmissione culturale essenzialmente orali, ha adottato strutture di comunicazione affini a quelle osservate. Approccio coerente con un segmento importante, ma mai pienamente valorizzato (forse proprio per la sua alterita' rispetto agli accademismi) della cultura italiana; e', questo della prospettiva "emica" – per dirla nel gergo della linguistica e dell'antropologia – ossia dell'adozione del punto di vista, del linguaggio, del sistema di pensiero dell'osservato, un filo che unisce esperienze per altro verso assai diverse, da Giovanni Verga a Carlo Levi, Ignazio Buttitta, Pier Paolo Pasolini, da Giuseppe Pitre' a Ernesto De Martino e Annabella Rossi, da Renato Guttuso a Ferdinando Scianna, da Roberto De Simone a Ettore Guatelli. In questo modo di Roberto Leydi di pensare alle cose, di lavorare con i materiali delle sue collezioni, risiede un contributo metodologico – sottaciuto ma nondimeno rilevantissimo – offerto alle discipline etnologiche, e pure a quelle storiche.
Oltre gli scritti gia' citati, si ricordano: Le origini popolari, in Enciclopedia del jazz, a cura di G.C. Testoni - A. Polillo - G. Barazzetta, Milano 1953, pp. 45-96; Eroi e fuorilegge nella ballata popolare americana, Milano 1958; Cantastorie, in La Piazza. Spettacoli popolari italiani, Milano 1959, pp. 275-389; Sarah Vaughan, Milano 1961; Italia vol. 1. I balli, gli strumenti, i canti religiosi. Antologia documentaria e critica ordinata e commentata da Roberto Leydi, libretto allegato al disco LP Albatros VPA 8082, 1970; Italia vol. 2. La canzone narrativa, lo spettacolo popolare. Antologia documentaria e critica ordinata e commentata da Roberto Leydi, libretto allegato al disco LP Albatros VPA 8088, 1970; Italia vol. 3. Il canto lirico e satirico, la polivocalita'. Antologia documentaria e critica ordinata e commentata da Roberto Leydi, libretto allegato al disco LP Albatros VPA 8126, 1971; Il folk music revival, a cura di R. Leydi, Palermo 1972; I canti popolari italiani. 120 testi e musiche, Milano 1973 (con S. Mantovani - C. Pederiva); La canzone popolare, in Storia d'Italia, V, I documenti, Torino 1973, pp. 1183-1249; Spettacolo in piazza oggi: i cantastorie, in Il contributo dei giullari alla drammaturgia italiana delle origini, Atti del II Convegno di studio, Viterbo... 1977, Roma 1978, pp. 295-338; La zampogna in Europa, Como 1979; Monteverdi, il Tasso e il contastorie, in Quaderni della Civica Scuola di musica di Milano, 1981, n. 4-5, pp. 13-18; Musica popolare a Creta, Milano 1983; Strumenti musicali popolari in Sicilia. Con un saggio sulle zampogne, Palermo 1983, passim (con F. Guizzi); Le zampogne in Italia, I, Milano 1985 (con F. Guizzi); Ricordare Diego, in Culture musicali, VIII (1989), 15-16, pp. 7 s.; La musica popolare in Italia, a cura di R. Leydi, Milano 1990; L'altra musica. Etnomusicologia. Come abbiamo incontrato e creduto di conoscere le musiche delle tradizioni popolari ed etniche, Milano-Firenze 1991 (nuova ed. Milano-Lucca 2008); Avec et sans papier per le strade del mondo, in Africa e Mediterraneo, 2000, n. 31-32, pp. 5-13; Guida alla musica popolare in Italia, 1, Forme e strutture, a cura di R. Leydi, Lucca 2000 (in partic. R. Leydi, Le molte Italie e altre questioni di ricerca e studio, pp. 1-40); L'influenza turco-ottomana e zingara nella musica dei Balcani, a cura di N. Staiti - N. Scaldaferri, Udine-Bellinzona-Bologna 2004, con 2 CD. Ha curato anche Cante' bergera. La ballata piemontese dal repertorio di Teresa Viarengo, Vigevano 1995, e Canzoni popolari del Piemonte. La raccolta inedita di Leone Sinigaglia, Vigevano 1998.
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Fonti e bibliografia
F. de Saussure, Cours de linguistique generale, Paris 1922, passim (trad. it. Corso di linguistica generale, Bari 1972); P. Bogatyrev - R. Jakobson, Die Folklore als eine besondere Form des Schaffens, in Donum Natalicium Schrijnen, a cura di S.W.J. Teeuwen, Utrecht-Nijmegen 1929, pp. 900-913 (trad. it. Il folklore come strumento di creazione autonoma, in Strumenti critici, I (1967), pp. 223-240); E. De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Torino 1958, passim; E. De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano 1961, passim; K. Kaufman Shelemay, Historical ethnomusicology: reconstructing Falasha liturgical history, in Ethnomusicology, XXIV (1980), pp. 233-251; Diffusione e volgarizzazione, in Storia dell'opera italiana, VI, a cura di L. Bianconi - G. Pestelli, Torino 1988, pp. 303-392; D. Carpitella, Conversazioni sulla musica (1955-1990). Lezioni, conferenze, trasmissioni radiofoniche, Firenze 1992, passim; T. Rice, May it fill your soul: experiencing Bulgarian music, Chicago 1994, passim; A.I. De Benedictis - V. Rizzardi, Nuova musica alla Radio. Esperienze allo Studio di fonologia della RAI di Milano 1954-1959, Roma 2000, ad ind.; N. Scaldaferri, Folk songs de Luciano Berio: elements de recherche sur la genese de l'oeuvre, in Analyse musicale, 2001, n. 40, pp. 42-54 ; N. Staiti, Ricordo di R. L., in Il Saggiatore musicale, XII (2005), pp. 435-440; A. Lomax, L'anno piu' felice della mia vita. Un viaggio in Italia (1954-1955), a cura di G. Plastino, Milano 2008, passim; N. Scaldaferri, Lo Studio di fonologia musicale della RAI nella Milano del dopoguerra, in Milano, laboratorio musicale del Novecento. Scritti per Luciana Pestalozza, a cura di O. Bossini, Milano 2009, pp. 267-275.
 
3. SEGNALAZIONI. ALCUNE PUBBLICAZIONI DI HANNAH ARENDT
 
- Hannah Arendt, Il concetto d'amore in Agostino, Se, Milano 1992, pp. 168.
- Hannah Arendt, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964, 1993, pp. 318.
- Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987, 1993, pp. 630.
- Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Comunita', Milano 1967, 1999, Einaudi, Torino 2004, Mondadori, Milano 2010, pp. LXXXIV + 710.
- Hannah Arendt, Rahel Varnhagen, Il Saggiatore, Milano 1988, 2004, pp. XLVI + 292 (+ un inserto fotografico di 16 pp.).
- Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Comunita', Milano 1983, 1996, pp. LXXVIII + 342.
- Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991, pp. 312.
- Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, 1994, pp. XXXIV + 286.
- Hannah Arendt, Antologia, Feltrinelli, Milano 2006, pp. XXXVIII + 246.
- Hannah Arendt, Il pensiero secondo. Pagine scelte, Rcs, Milano 1999, pp. II + 238.
- Hannah Arendt, Archivio Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 272.
- Hannah Arendt, Archivio Arendt 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003, pp. XXVI + 230.
- Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, trad. it., Einaudi, Torino 2003, pp. X + 116.
- Hannah Arendt, Che cos'e' la politica, Comunita', Milano 1995, 1997, Einaudi, Torino 2001, 2006, pp. XIV + 194.
- Hannah Arendt, Disobbedienza civile, Chiarelettere, Milano 2017, 2019, pp. XXIV + 72.
- Hannah Arendt, Ebraismo e modernita', Unicopli, Milano 1986, Feltrinelli, Milano 1993, pp. 232.
- Hannah Arendt, Humanitas mundi. Scritti su Karl Jaspers, Mimesis, Milano-Udine 2015, pp. 102.
- Hannah Arendt, Il futuro alle spalle, Il Mulino, Bologna 1981, 1995, pp. X + 166.
- Hannah Arendt, Illuminismo e questione ebraica, Cronopio, Napoli 2009, pp. 48.
- Hannah Arendt, Il pescatore di perle. Walter Benjamin 1892-1940, Mondadori, Milano 1993, pp. VI +  106.
- Hannah Arendt, Il razzismo prima del razzismo, Castelvecchi, Roma 2018, pp. 80.
- Hannah Arendt, La lingua materna, Mimesis, Milano-Udine 1993, 2005, 2019, pp. 114.
- Hannah Arendt, La menzogna in politica, Marietti 1820, Bologna 2006, 2018, 2019, pp. XXXVIII + 88.
- Hannah Arendt, L'ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Giuntina, Firenze 2017, pp. 68.
- Hannah Arendt, L'umanita' in tempi bui, Cortina, Milano 2006, 2019, pp. 90.
- Hannah Arendt, Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016, pp. 168.
- Hannah Arendt, Per un'etica della repsonsabilita'. Lezioni di teoria politica, Mimesis, Milano-Udine 2017, pp. 152.
- Hannah Arendt, Politica ebraica, Cronopio, Napoli 2013, pp. 312.
- Hannah Arendt, Politica e menzogna, Sugarco, Milano 1985, pp. 288.
- Hannah Arendt, Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004, pp. XXXII + 238.
- Hannah Arendt, Ritorno in Germania, Donzelli, Roma 1996, pp. 64.
- Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, pp. 126.
- Hannah Arendt, Sulla violenza, Guanda, Parma 1996, pp. 96.
- Hannah Arendt, Verita' e politica, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 98.
- Hannah Arendt, Verita' e umanita', Mimesis, Milano-Udine 2014, pp. 76.
- Hannah Arendt, Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007, pp. 656.
- Hannah Arendt - Karl Jaspers, Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989, pp. XXIV + 248.
- Hannah Arendt - Mary McCarthy, Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999, pp. 720.
- Hannah Arendt - Kurt Blumenfeld, Carteggio 1933-1963, Ombre corte, Verona 2015, pp. 280.
- Hannah Arendt - Martin Heidegger, Lettere 1925-1975, Einaudi, Torino 2000, 2007, pp. VI + 320 (+ un inserto fotografico di 16 pp.).
- Hannah Arendt - Joachim Fest, Eichmann o la banalita' del male. Interviste, lettere, documenti, Giuntina, Firenze 2013, 2014, pp. 222.
- Hannah Arendt - Walter Benjamin, L'angelo della storia. Testi, lettere, documenti, Giuntina, Firenze 2017, 2018, pp. 270.
- Hannah Arendt - Guenther Anders, Scrivimi qualcosa di te. Lettere e documenti, Carocci, Roma 2017, pp. XII + 194.
- Hannah Arendt, L'amicizia e la Shoah. Corrispondenza con Leni Yahil, Edb, Bologna 2017, pp. 112.
- Hannah Arendt, Guenther Stern-Anders, Le Elegie duinesi di R. M. Rilke, Asterios, Trieste 2014, 2019, pp. 80.
 
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LA BIBLIOTECA DI ZOROBABELE
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Segnalazioni librarie e letture nonviolente
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo"
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Numero 15 del 9 marzo 2021
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