[Nonviolenza] La nonviolenza contro il razzismo. 350



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LA NONVIOLENZA CONTRO IL RAZZISMO
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXI)
Numero 350 del primo gennaio 2020

In questo numero:
1. Mao Valpiana: Lettera alle amiche e agli amici del Movimento Nonviolento
2. Due provvedimenti indispensabili per far cessare le stragi nel Mediterraneo e la schiavitu' in Italia
3. L'Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari
4. Per sostenere il centro antiviolenza "Erinna"
5. Sostenere la Casa internazionale delle donne di Roma
6. Loredana Lipperini: Anna che legge King e detesta i bellicismi
7. Franca Manuele: Il libro sui nuovi Giusti che Anna Bravo non ha scritto
8. Angela Dogliotti Marasso presenta "La conta dei salvati" di Anna Bravo
9. Angela Dogliotti Marasso presenta "Raccontare per la storia" di Anna Bravo

1. REPETITA IUVANT. MAO VALPIANA: LETTERA ALLE AMICHE E AGLI AMICI DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal Movimento Nonviolento riceviamo e diffondiamo, invitando ad aderire alla proposta]

Natale 2019 – Capodanno 2020
Cara amica e caro amico,
inviamo questa mail a tutti coloro che nel corso dell'anno sono entrati in contatto con il Movimento Nonviolento. Vogliamo innanzitutto rinnovare la nostra amicizia e nell'occasione porgere gli auguri per le prossime festivita', il Natale e l'inizio d'anno nuovo.
Il Movimento Nonviolento vive solo grazie a chi decide di assumersi la responsabilita', iscrivendosi, di renderlo strumento utile alla crescita della nonviolenza organizzata.
Per questo ti proponiamo di fare una scelta, sottoscrivendo l'adesione al Movimento, con una quota che comprende anche l'abbonamento alla rivista Azione nonviolenta.
Sappiamo bene che sono crescenti le difficolta' economiche, ma non possiamo pensare che chiunque di noi non abbia la possibilita' di destinare al Movimento 0,15 centestimi al giorno (la quota annuale di 60 euro, divisa per 365 giorni), mentre sappiamo che ognuno di noi paga, per le spese militari, piu' di 1 euro al giorno (la cifra annuale di 25 miliardi, divisa per i cittadini italiani).
60 euro per la nonviolenza, contro 400 euro per le armi. Dobbiamo invertire la proporzione.
Le attivita' ordinarie del Movimento, pur considerando l'enorme impegno su base volontaria e gratuita, hanno dei costi fissi cui dobbiamo quotidianamente fare fronte: gestione della sede nazionale (tasse, bollette, telefono, ecc.), costo del lavoro di segreteria, mantenimento straordinario delle sedi di Ghilarza e Brescia, contributi al lavoro delle reti nazionali ed internazionali (Rete Pace, Rete Disarmo, Beoc, War Resisters International, ecc.), sostegno a campagne e iniziative, spese di viaggi per riunioni e lavori di segreteria, costi per la comunicazione, siti e social, e soprattutto le uscite per la redazione della rivista cartacea (spese tipografia, spedizioni, ecc.).
Contiamo quindi su uno sforzo straordinario di ciascuno, la collaborazione e il contributo di tutti, a partire dell'abbonamento/adesione per il 2020 a partire almeno da 60 euro, tramite il conto corrente postale 18745455 intestato al Movimento Nonviolento, oppure con bonifico bancario con Iban IT 35 U 07601 11700 000018745455 intestato al Movimento Nonviolento, che puo' essere utilizzato anche per liberi contributi (fiscalmente detraibili).
Ricordiamo anche l'importanza di destinare il 5x1000 al nostro Movimento, e di consigliarlo agli amici. Basta una firma e il nostro codice fiscale 93100500235.
Se desideri ricevere regolarmente le nostre comunicazioni, mandaci la tua mail per l'indirizzario informatico. Invia a: amministrazione at nonviolenti.org, con oggetto "per lista iscritti MN".
Grazie e auguri di pace per te e i tuoi cari.
Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento
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Per informazioni e contatti: Movimento Nonviolento, sezione italiana della W.R.I. (War Resisters International - Internazionale dei resistenti alla guerra)
Sede nazionale e redazione di "Azione nonviolenta": via Spagna 8, 37123 Verona (Italy)
Tel. e fax (+ 39) 0458009803 (r.a.)
E-mail: azionenonviolenta at sis.it
Siti: www.nonviolenti.org, www.azionenonviolenta.it

2. REPETITA IUVANT. DUE PROVVEDIMENTI INDISPENSABILI PER FAR CESSARE LE STRAGI NEL MEDITERRANEO E LA SCHIAVITU' IN ITALIA

Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro paese in modo legale e sicuro.
Riconoscere il diritto di voto a tutte le persone che vivono nel nostro paese.

3. REPETITA IUVANT. L'ITALIA SOTTOSCRIVA E RATIFICHI IL TRATTATO ONU PER LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI

L'Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari del 7 luglio 2017.
Salvare le vite e' il primo dovere.

4. REPETITA IUVANT. PER SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"
[L'associazione e centro antiviolenza "Erinna" e' un luogo di comunicazione, solidarieta' e iniziativa tra donne per far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza fisica e psichica e lo stupro, reati specifici contro la persona perche' ledono l'inviolabilita' del corpo femminile (art. 1 dello Statuto). Fa progettazione e realizzazione di percorsi formativi ed informativi delle operatrici e di quanti/e, per ruolo professionale e/o istituzionale, vengono a contatto con il fenomeno della violenza. E' un luogo di elaborazione culturale sul genere femminile, di organizzazione di seminari, gruppi di studio, eventi e di interventi nelle scuole. Offre una struttura di riferimento alle donne in stato di disagio per cause di violenze e/o maltrattamenti in famiglia. Erinna e' un'associazione di donne contro la violenza alle donne. Ha come scopo principale la lotta alla violenza di genere per costruire cultura e spazi di liberta' per le donne. Il centro mette a disposizione: segreteria attiva 24 ore su 24; colloqui; consulenza legale e possibilita' di assistenza legale in gratuito patrocinio; attivita' culturali, formazione e percorsi di autodeterminazione. La violenza contro le donne e' ancora oggi un problema sociale di proporzioni mondiali e le donne che si impegnano perche' in Italia e in ogni Paese la violenza venga sconfitta lo fanno nella convinzione che le donne rappresentano una grande risorsa sociale allorquando vengono rispettati i loro diritti e la loro dignita': solo i Paesi che combattono la violenza contro le donne figurano di diritto tra le societa' piu' avanzate. L'intento e' di fare di ogni donna una persona valorizzata, autorevole, economicamente indipendente, ricca di dignita' e saggezza. Una donna che conosca il valore della differenza di genere e operi in solidarieta' con altre donne. La solidarieta' fra donne e' fondamentale per contrastare la violenza]

Per sostenere il centro antiviolenza delle donne di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.
O anche attraverso vaglia postale a "Associazione Erinna - Centro antiviolenza", via del Bottalone 9, 01100 Viterbo.
Per contattare direttamente il Centro antiviolenza "Erinna": tel. 0761342056, e-mail: e.rinna at yahoo.it, onebillionrisingviterbo at gmail.com, facebook: associazioneerinna1998
Per destinare al Centro antiviolenza "Erinna" il 5 per mille inserire nell'apposito riquadro del modello per la dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90058120560.

5. APPELLI. SOSTENERE LA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE DI ROMA

L'esperienza della "Casa internazionale delle donne" di Roma e' da decenni di importanza fondamentale per tutte le donne e gli uomini di volonta' buona.
In questo momento la "Casa internazionale delle donne" ha urgente bisogno di un particolare sostegno.
Per informazioni e contatti: siti: www.lacasasiamotutte.it, www.casainternazionaledelledonne.org, e-mail: info at casainternazionaledelledonne.org

6. MEMORIA. LOREDANA LIPPERINI: ANNA CHE LEGGE KING E DETESTA I BELLICISMI
[Dal blog di Loredana Lipperini.
Anna Bravo, storica e docente universitaria, ha insegnato Storia sociale. Si e' occupata di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; ha fatto parte della Societa' italiana delle storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Luminosa figura della nonviolenza in cammino, della forza della verita', e' deceduta l'8 dicembre 2019 a Torino, la citta' dove era nata nel 1938. Tra le opere di Anna Bravo: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia, Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003; A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008; (con Federico Cereja), Intervista a Primo Levi, ex deportato, Einaudi, Torino 2011; La conta dei salvati, Laterza, Roma-Bari 2013; Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014]

Lunedi', 9 dicembre 2019
"La voglia di mandarti un salutino mi e' venuta perche' ho letto che consigli come lettura utile per imparare a scrivere tutto Stephen King, e spesso lo faccio anch'io (insieme a Dorothy Parker, Sturgeon, Caroline Heylbrun, Lytton Strachey, Vonnegut e altri a seconda dell'umore): non ho mai trovato una descrizione piu' netta e forte di quanto sia tormentoso stendere le lenzuola al freddo con le dita ghiacciate di quella che lui fa in Dolores Claiborne".
"... non amo le polemiche personali, ce n'e' gia' troppe. E soprattutto perche' mi sembra piu' utile parlare delle idee e dei comportamenti piuttosto che delle persone e della loro identita'. Ragionare in termini di identita' equivale a classificare gli individui, che invece sono molte cose diverse nello stesso tempo, e possono cambiare. Classificare i comportamenti, nella loro contradditorieta' e imprevedibilita', mi sembra piu' giusto, perche' e' un giudizio circoscritto e in qualche modo "provvisorio", e anche perche' non pretende di spiegare tutto, che sarebbe da matti. Ti faccio un esempio che mi sta a cuore. Nell'Italia di questi anni, anziche' dire che qualcuno ha vinto o perso, si dice spesso che quel qualcuno e' un perdente (o un vincente). E' uno slittamento orribile dal giudizio sul comportamento al giudizio sull'identita'. Nel primo caso infatti si evoca un singolo episodio in un percorso di vita che puo' trasformarsi; nel secondo si tira in ballo un "tipo umano" immodificabile, direi predestinato - e si riduce il mondo alla contrapposizione bellicista tra forti e deboli, furbi e sprovveduti, capibranco e gregari, che secondo me e' razzista (e, questa si', davvero berlusconiana). Non so se in altre lingue esista una simile involuzione linguistica e culturale. La mia ambizione maggiore e' essere nonviolenta, ma chi dice perdente e vincente mi tira via gli schiaffi dalle mani! Metaforici. Mi da' cosi' fastidio che lo scrivo e lo dico dappertutto fino a scocciare la gente!".
Si', sono due di alcune mail private. La prima del 2006, la seconda del 2011. Sono di Anna Bravo, che e' morta nella notte fra sabato e domenica. Le pubblico solo per farvi capire che al di la' di quanto si lascia nei libri, tanti e importanti, al di la' delle prese di posizione (sul metoo, per dire) che vengono ricordate per ricordarla, c'era la bellezza, la complessita', la generosita', l'intelligenza. Mi piacerebbe che ci fosse anche questo, nelle parole che verranno usate per lei.
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Venerdi', 11 febbraio 2011
Donne che scrivono, donne che leggono
Ricevo una bella mail da Anna Bravo, in relazione ai commenti sul post dove riportavo il suo intervento. Ve la pubblico:
"Se sei d’accordo, vorrei rispondere su un solo punto, l'osservazione importante sul fatto che non cito nomi e cognomi.
Lo faccio per principio (a parte nei libri, quando bisogna). Perche' non amo le polemiche personali, ce n'e' gia' troppe. E soprattutto perche' mi sembra piu' utile parlare delle idee e dei comportamenti piuttosto che delle persone e della loro identita'. Ragionare in termini di identita' equivale a classificare gli individui, che invece sono molte cose diverse nello stesso tempo, e possono cambiare. Classificare i comportamenti, nella loro contradditorieta' e imprevedibilita', mi sembra piu' giusto, perche' e' un giudizio circoscritto e in qualche modo "provvisorio", e anche perche' non pretende di spiegare tutto, che sarebbe da matti.
Ti faccio un esempio che mi sta a cuore. Nell'Italia di questi anni, anziche' dire che qualcuno ha vinto o perso, si dice spesso che quel qualcuno e' un perdente (o un vincente). E' uno slittamento orribile dal giudizio sul comportamento al giudizio sull'identita'. Nel primo caso infatti si evoca un singolo episodio in un percorso di vita che puo' trasformarsi; nel secondo si tira in ballo un "tipo umano" immodificabile, direi predestinato - e si riduce il mondo alla contrapposizione bellicista tra forti e deboli, furbi e sprovveduti, capibranco e gregari, che secondo me e' razzista (e, questa si', davvero berlusconiana). Non so se in altre lingue esista una simile involuzione linguistica e culturale. La mia ambizione maggiore e' essere nonviolenta, ma chi dice perdente e vincente mi tira via gli schiaffi dalle mani! Metaforici".
E poi. Volevo ringraziare le meravigliose Donne di Carta. Per questo.
Ci vediamo domenica".
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Martedi', 8 febbraio 2011
Maschile, universale
Anna Bravo, storica, su Repubblica di oggi:
"Non capisco perche' alcuni uomini debbano fare appello alla propria componente femminile per indignarsi di fronte al cosiddetto Rubygate, mentre avrebbero di che indignarsi in prima persona. A uscire devastata dalla vicenda e' piu' l'immagine maschile che l'immagine femminile. Ragazze che si vendono - un fatto che mette ansia, perche' la prima giovinezza e' un impasto delicato di furbizia, ingenuita', voglia di spadroneggiare, vulnerabilita'. Ma soprattutto uomini che soltanto grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo (o magari solo della loro attenzione) e le gratificano con regali comprati all'ingrosso.
Eppure, mentre molte di noi si preoccupano della dignita' femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile. Certo, il modello Berlusconi e' cosi' grezzo e simbolicamente violento che per un uomo di buona volonta' puo' essere difficile vederlo come una ferita inferta (anche) alla propria immagine. Ma, cari, quel modello vi rappresenta in giro per il mondo. Mi stupisce che la vergogna provata da tanti di voi riguardi l'essere italiani, e non l'essere uomini italiani.
Vi sentite incolpevoli? ma allora dovreste sentirvi incolpevoli anche come italiani. Berlusconi vi sembra un alieno? forse, ma non cambia il fatto che appartenete allo stesso sesso.
Alcuni uomini (penso a singoli, all'associazione Maschile plurale, a vari altri gruppi) hanno capito da decenni che non aver mai commesso stupro non basta a chiamarsi fuori da un mondo maschile in cui la violenza contro le donne si ripete ogni giorno. Uno sforzo, e potreste capire che neppure dallo svilimento delle donne e' possibile chiamarsi fuori, che c'e' una responsabilita' sovraindividuale - beninteso, non come colpa general/generica o dannazione originaria, ma nel senso in cui la intende Amery: come somma delle azioni e omissioni che contribuiscono a fare (o a lasciar sopravvivere) un clima.
Non mi riferisco soltanto al sesso in compravendita, e neanche al rischio di degradazione che pesa sulle relazioni uomo/donna - problema politico per eccellenza, a dispetto di chi invoca: "torniamo alle cose serie". Intendo un clima in cui le parole delle donne spesso non sono richieste, e se si', si ascoltano con l'orecchio sinistro, in cui i vertici di qualsiasi realta' sono clan maschili. Eccetera. Un clima, anche, in cui pochissimi e pochissime possono invecchiare in pace senza sognare/temere/detestare la bellezza e la giovinezza.
Prima di indignarsi per interposta donna, alcuni di voi potrebbero aiutarsi con la memoria. Nel Sessantotto e con molta piu' forza nel femminismo, c'era la buona abitudine di chiedere alle persone da che luogo parlassero, e il luogo era la condizione personale, i comportamenti, l'ideologia, l'istituzione di cui si faceva parte e altro ancora. Voi parlate come se viveste in una camera sterile, con un filtro all'entrata per proteggervi dal contagio delle brutture altrui, e uno all'uscita per fare il restyling alle vostre - diverse, perche' no, ma brutture comunque. Parlate come se la buona volontà e un po' di buon gusto vi mettessero per cosi' dire al di sopra delle parti. Il che puo' spiegare certe dichiarazioni stravaganti, ma fa anche sospettare che in un angolo della vostra mente riposi la vecchia filosofia secondo cui il maschile equivale all'universale. Capire che i soggetti sono due, uomo e donna, e che il primo non puo' rappresentare il secondo, per noi e' stata una delizia.
Su, non fateci ripetere cose tanto ovvie!".

7. MEMORIA. FRANCA MANUELE: IL LIBRO SUI NUOVI GIUSTI CHE ANNA BRAVO NON HA SCRITTO
[Dal sito del Centro studi "Sereno Regis" di Torino]

Anna Bravo si e' addormentata,
nel sonno e come una principessa
riposa per sempre.

Anna ha conquistato i nostri cuori con il suo sguardo al femminile della storica e della femminista scomoda, della militante fedele solo alla ricerca di senso.
Anna ci ha guidato attraverso le testimonianze de La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti dei sopravvissuti. Uno dei suoi testimoni ha detto una volta: "Raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti. Allora ho evitato di raccontare". Questa e tante altre verita' ci ha offerto il lavoro pionieristico di Anna nel mondo delle fonti orali.
C'e' stata poi la sua ricerca sulla storia di una generazione, della sua generazione: quella del sessantotto, di cui e' stata protagonista e storica. Al centro un interrogativo cruciale: se amore e violenza potevano competere e l'amore prevalere. A seconda di come li si guarda, quegli anni possono sembrare preistoria, oppure l'altro ieri.
Con l'intervista a Primo Levi Anna ha cercato di precisare con sempre maggiore chiarezza il filo conduttore della sua ricerca: quello dello scarto, nelle pieghe della storia, dei comportamenti virtuosi che risparmiano il sangue.
E' questa l'idea forte de La conta dei salvati, il libro che ci ha insegnato una lettura originale della nonviolenza, piu' vicina all'idea del "facilitatore di pace" di Alexander Langer che non alla figura tradizionale del pacifista. Proprio la ricerca sul "sangue risparmiato" ha spinto Anna a spostare l'attenzione su due preziose ovvieta': la prima, che "fare qualcosa o non farlo dipende dai rapporti di forza ma quasi altrettanto dalla forza interiore"; la seconda, che "il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato".
Se la lotta nonviolenta ha avuto maestri e esempi incontestabili, ed e' diventata contagiosa nelle tante manifestazioni di donne o nei movimenti di massa, anche per il singolo si tratta di una pratica piu' diffusa di quanto solitamente venga rilevato. Anna Bravo pensava ad un censimento dei tanti atti di coraggio compiuti da persone comuni a testimonianza di un filo rosso del bene, di un filo della speranza.
Era questo il tema su cui lavorava per un nuovo libro: cercava nei fatti della cronaca quotidiana, riportati quasi sempre senza tanto rilievo, le notizie di persone buone che compiono spontaneamente il gesto che svia; di persone che frappongono il loro corpo, la loro voce al fine di interrompere la violenza, di risparmiare la sofferenza di vittime e inermi.
Credeva di ravvisare in quei gesti la forza interiore dei nuovi Giusti, che per puro senso di umanita' sottraggono le vittime ai carnefici; oggi, come ieri.
*
Anna Bravo, In guerra senza armi. Storie di donne, Laterza, 1995.
Anna Bravo e Daniele Jalla, La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di 200 sopravvissuti, Franco Angeli, 2001.
Anna Bravo, A colpi di cuore. Storie del sessantotto, Laterza, 2008.
Anna Bravo, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet; storie di sangue risparmiato, Laterza 2013.

8. REPETITA IUVANT. ANGELA DOGLIOTTI MARASSO PRESENTA "LA CONTA DEI SALVATI" DI ANNA BRAVO
[Dal sito del "Centro studi Sereno Regis" di Torino riproponiamo questa recensione del 2013]

Anna Bravo, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, Roma-Bari 2013.
*
L'ultimo libro di Anna Bravo, La conta dei salvati, appena pubblicato da Laterza, e' stato presentato lunedi' 3 giugno [2013] al Centro Studi Sereno Regis.
Il sottotitolo gia' dice che cos'e' il libro: uno sguardo sulla storia del Novecento dal punto di vista del mantenimento della pace, alla ricerca del "sangue risparmiato". Un vero ribaltamento di prospettiva. Non il ridimensionamento della guerra nella storia, ma nemmeno l'accettazione acritica della sua presenza come fatto ineluttabile, pervasivo, periodizzante, "come se la pace fosse un dono della fortuna o un vuoto tra una guerra e l'altra, mentre e' il frutto di un lavorio umano, e' quel lavorio stesso" (p. 14). Lavorio che non solo e' essenziale vedere, ma al quale e' importante dedicarsi. Anche con una ricerca come questa. Secondo una visione del mondo che non attribuisce alla violenza il primato nelle civilta' umane, perche', se cosi' fosse, come scrive Gandhi, non ci sarebbe piu' un solo uomo vivo oggi (1).
Nella sua ricerca su questa strada, Anna Bravo evidenzia due modelli, cosi' semplificati: "la nonviolenza gandhiana, che non fugge il conflitto, non esclude il sangue, guarda lontano; la scelta di salvaguardare l'esistente - persone, rapporti, cose - nell'immediato, dandogli priorita' sull'avvenire" (p. 228).
Due opzioni che, pur non contrapponendosi, coincidono solo in parte, ma che, insieme, contribuiscono a costruire il racconto di una storia "invisibile", da mettere in luce.
"Sarei felice se questi racconti servissero a ribadire due preziose ovvieta': che fare qualcosa o non farlo dipende dai rapporti di forza, ma quasi altrettanto dalla forza interiore, e che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato" (p. 17).
Il tema del "fare qualcosa" mi sembra il filo rosso che connette tutte le narrazioni e porta in primo piano il ruolo della soggettivita' nella storia, nella convinzione che "la storia non e' il prodotto di forze impersonali, ma del fronteggiarsi fra natura, struttura, soggetti (e caso), dove i soggetti sono il fattore principe" (p. 54).
Siano essi i soldati che fraternizzano nelle trincee della Grande Guerra o gli abitanti dei due villaggi bulgari che proteggono i propri vicini appartenenti alla minoranza cristiana o turco-musulmana, dagli eserciti della propria parte, maggioritaria (capitolo secondo); oppure le donne che in Italia dopo l'8 settembre 1943 praticano un "maternage" di massa procurando abiti civili ai militari dispersi e ricercati dai tedeschi occupanti per spedirli nei campi di prigionia in Germania, o i contadini che nascondono nelle proprie case prigionieri alleati a rischio della vita (capitolo quarto); o ancora i resistenti civili danesi che riescono a far fuggire quasi tutti i "loro" ebrei, sottraendoli alla Shoah (capitolo quinto); o personaggi come il mite Rugova nella resistenza nonviolenta del Kosovo contro l'oppressione serba (capitolo sesto) o il Dalai Lama e i monaci buddisti nella lotta per liberare il Tibet dall'occupazione cinese (capitolo settimo).
Il terzo capitolo, interamente dedicato a Gandhi, e' una rilettura insieme appassionata e critica della figura e dell'operato del Mahatma come fondatore di una nuova politica, che sfugge alle regole del gioco fissate dai colonizzatori e ne inventa di nuove, che fanno della nonviolenza una rivoluzione spirituale, sociale, morale: fatti capire con il tuo stile di vita e il tuo linguaggio; non obbedire a leggi contrarie alla tua coscienza; rifiuta di umiliare l'avversario; dai alla controparte, con il tuo comportamento, il coraggio di cambiare...
Liberando l'iniziativa e il coraggio dal vincolo della violenza, Gandhi ridefinisce cosi' anche i modelli di genere, facendo incontrare "la virilita' con la mitezza e l'energia combattiva con la femminilita'" (p. 62).
Stupende le pagine nelle quali l'autrice racconta la lotta di Gandhi "contro l'India, per gli intoccabili", nella quale egli cerca di rimuovere uno dei flagelli storici della societa' indiana, l'esistenza dell'intoccabilita', e quella "contro l'India, per l'unita'", lotta che culmina nel cosiddetto "miracolo di Calcutta", l'accordo di pacificazione tra indu' e musulmani, siglato pochi mesi prima dell'assassinio del Mahatma ad opera di un fondamentalista indu'.
Ma, sebbene il modo nel quale Gandhi ha condotto l'India alla conquista dell'indipendenza dall'Impero britannico abbia consentito di risparmiare molto sangue, sia indiano, sia inglese, Anna Bravo non nasconde i lati oscuri presenti anche nella nonviolenza gandhiana quando, anziche' risparmiare il sangue Gandhi accetta non solo l'autosacrificio fino alla morte (scelta estrema, e tuttavia in certi contesti comprensibile), ma anche la scelta del satyagrahi di versare il sangue inerme, come potrebbe essere quello del proprio figlio, per la causa.
Molti sarebbero ancora gli spunti e le riflessioni da riprendere. Mi limito a due: una in riferimento al caso danese, l'altra sull'esperienza del Kosovo.
Cosa ha reso possibile, in Danimarca, il salvataggio di quasi tutti gli ebrei presenti nel paese, nonostante l'occupazione nazista? Certo il fatto che la Danimarca fosse un paese con una democrazia matura e coesa, la presenza di un patriottismo costituzionale e l'adesione al primato dei diritti umani. Ma tutto cio' non sembra sufficiente. Anche qui va rilevata la presenza di una personalita' originale come quella del pastore luterano e pedagogista Nikolai Frederik Severin Grundtvig, che a meta' Ottocento e' stato all'origine di un movimento culturale-politico-religioso capace di salvaguardare una cultura popolare autonoma e di concepire una comunita' che non prevale sull'individuo ma ne stimola la consapevolezza e la responsabilita'.
Anche grazie a questa cultura i danesi sono stati capaci di resistere nel Nordschleswig sotto la Prussia, ricavandone due precisi insegnamenti: "il nazionalismo culturale puo' avere successo dove l'esercito ha fallito; la lotta senza armi deve essere onorata con fierezza come (o al posto di) quella armata". "E' una valorizzazione pubblica della combattivita' nonviolenta e una strada per l'identificazione fra ebrei e danesi. Che con l'occupazione si trovano virtualmente senza territorio, minacciati nella loro esistenza autonoma, con la sola risorsa delle loro tradizioni e del loro spirito di gruppo. Massimo esempio di un popolo che ha mantenuto le sue culture, la sua religione, le sue lingue grazie a una millenaria resistenza inerme, gli ebrei sono la prova vivente e confortante che si puo'. Per questa via entrano a pieno titolo nel cerchio del noi" (p. 145).
E' cosi' che si salvano gli ebrei danesi e che la resistenza civile punta soprattutto a limitare la sofferenza della popolazione, a risparmiare quanto piu' sangue possibile. Anche verso il nemico: piu' che aggredirlo e distruggerlo si cerca di contagiarlo, di guardarlo come una "alterita' composita e decifrabile, anziche' come massa indifferenziata" (p. 152). Si evitano le generalizzazioni e la polarizzazione, che incrementa la violenza del conflitto. Non stupisce che la soffiata che permette il salvataggio degli ebrei venga dal campo avverso, degli occupanti: Georg Ferdinand Duckwitz, del commissariato del Reich, e Helmuth von Moltke, membro dell'intelligence militare ed esponente della resistenza tedesca.
Sul Kosovo Anna Bravo mostra e valorizza cio' che la storia ufficiale non ha mai voluto, o non e' stata capace, di vedere: la resistenza nonviolenta come alternativa alla guerra.
Fin dal 1990, anno della riconciliazione contro le faide, promossa dall'antropologo Anton Cetta per convincere che solo il perdono puo' liberare dal peso del sangue e sviluppare una vera coesione, prende piede un movimento di resistenza che ha momenti di alto valore simbolico, come il "funerale della violenza" nel 1991, e culmina nell'organizzazione del governo e delle istituzioni parallele per rispondere alla "serbizzazione" del Kosovo. Solo i movimenti nonviolenti si accorgeranno di questi processi in atto e li sosterranno (Comunita' di Sant'Egidio; Rete delle Donne in nero, Campagna Kosovo, presente con una Ambasciata di pace a Pristina aperta da Alberto e Anna Luisa L'Abate nel 1995).
In questo contesto nasce la leadership di Rugova, il politico mite che non ama definire nemici i serbi e vittime i kosovari e punta piu' che sulla questione "etnica" sulla democrazia e sui diritti umani, su uno stato senza esercito e aperto a tutti.
Nonostante la crisi della nonviolenza dopo gli accordi di Dayton, che non prevedono soluzioni per il Kosovo, le critiche di moderatismo a Rugova, lo sviluppo dell'Uck e l'emarginazione dell'ala nonviolenta a Rambouillet, che avra' come conseguenza la guerra, nelle elezioni del 2000 il partito di Rugova, l'Ldk, conquista 26 municipi su 30 e l'anno dopo lo stesso Rugova e' riconfermato presidente. Come si spiega questo successo?
"Dietro la rinnovata fiducia a Rugova potrebbe esserci proprio l'estremismo con cui lungo dieci anni ha lavorato per un futuro senza sangue - disarticolando il trinomio armi-potenza-potere - ripetendo ai suoi che l'amore al Kosovo non si misura sull'odio per i serbi" (p. 190) e che e' necessario criticare anche il nazionalismo albanese.
"Chi altri ha avuto il coraggio di dire lo stesso, di opporsi alla mortifera idea di nazione propagandata da Uck, Milosevic, Tudjman, Izetbegovic?" (p. 190) e andare oltre le identita' nazionali, non erigere barriere tra "noi" e "loro": forse il consenso dei kosovari a Rugova deriva proprio dall'aver capito che la pace puo' nascere solo dall'unita' e dall'integrazione, nel rispetto delle differenze.
Perche' questa storia non era mai stata scritta (al di fuori dell'ambito ristretto dei movimenti nonviolenti)? Forse perche' un successo della nonviolenza avrebbe incrinato la visione del mondo (spesso sofferta, detestata, ma potente) secondo cui solo la violenza puo' contrastare la violenza (p. 192).
Potenza delle visioni del mondo!
Finche' prevarranno quelle basate sulla logica della violenza, della lotta per la sopravvivenza e della competizione e non quelle basate sulla consapevolezza dell'interdipendenza e sulla necessaria unita' del genere umano, nella salvaguardia delle differenze (Danesh (2)), sara' difficile far crescere una vera cultura di pace.
Per fortuna ci sono dei passi che vanno in quella direzione.
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Note
1. "Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non e' fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verita' e dell'amore. Dunque la prova piu' grande e inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo continua ad esistere" in M. K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, 1996, pag. 65.
2. H. B. Danesh, Education for Peace Reader, Efp Press, Victoria, Canada.

9. REPETITA IUVANT. ANGELA DOGLIOTTI MARASSO PRESENTA "RACCONTARE PER LA STORIA" DI ANNA BRAVO
[Dal sito del "Centro studi Sereno Regis" di Torino riproponiamo questa recensione del 2014]

Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014, pp. 224, euro 18. Traduzione di Jonathan Hunt.
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Il "Centro internazionale di studi Primo Levi" ha da poco pubblicato, per i tipi di Einaudi, la "lezione Primo Levi" di Anna Bravo "Raccontare per la storia".
Il testo si articola in due parti: la lezione della storica torinese su alcuni aspetti significativi, per la storia, dell'opera di Primo Levi, e un'Appendice che raccoglie i testi dell'autore cui si fa riferimento nella lezione e testi di altri autori/autrici su temi analoghi a quelli affrontati da Levi, in termini simili o opposti.
Il titolo, apparentemente enigmatico, e' in realta' una chiara esplicitazione del rapporto tra memoria e storia nel racconto di Primo Levi: un racconto "per" la storia della Shoah e per la costruzione di una memoria pubblica capace di riflettere sulla condizione umana proprio a partire da eventi estremi come l'esperienza di Auschwitz.
Anna Bravo sceglie tre temi, tra le tante lezioni che Primo Levi ha offerto alla riflessione storica: la deportazione per motivi razzisti, la "zona grigia", la violenza dei "giusti".
La storiografia del dopoguerra, fortemente attratta dall'esperienza della Resistenza come "embrione di una societa' diversa" aveva trascurato la storia della deportazione. Il deportato, il prigioniero e, a maggior ragione, l'ebreo, ultimo degli ultimi nella gerarchia dei prigionieri, sono figure oscurate dal primato del combattente in armi, e cio' bene evidenzia il legame che si stabilisce nella memoria pubblica tra cittadinanza e uso delle armi (chi meglio rappresenta il "cittadino" e' il soldato combattente, almeno dalla rivoluzione francese in poi...). Levi, invece, mette in primo piano non l'epica del guerriero ma la condizione di chi, nell'ordine aberrante del lager, si ritrova ad occupare l'ultimo gradino a causa di una ideologia razzista.
E' questa la prima lezione che egli offre alla storia.
La seconda lezione sta nel coraggio di proporre categorie nuove per rileggere la Shoah: una di queste e' il concetto di "zona grigia", realta' ambigua "dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi", "classe ibrida dei prigionieri-funzionari". Di qui si sviluppano diverse questioni che Anna Bravo analizza, anche nelle banalizzazioni che il concetto ha subito in seguito o nella sua trasformazione da concetto a metafora, usata per rappresentare "ogni realta' che appare opaca, nascosta, mal definita" (p. 73), perdendo cosi' molto del suo significato originario e dei suoi caratteri fondanti.
Nella storiografia e nella memorialistica della Resistenza il concetto e' stato usato a volte in modo distorto come un "liberi tutti" dalle responsabilita' del passato o per indicare l'attendismo di chi non ha scelto tra resistenza armata e fascismo, dimenticando cosi' la realta', "invisibile" a questi occhiali, dei resistenti senza armi, che "attendisti" non sono, piuttosto resistenti in modo diverso, non armato, ma non per questo meno efficace, all'oppressione nazifascista.
La lezione di Primo Levi si puo' invece ritrovare nelle numerose e recenti ricerche di storia locale sulle stragi nazifasciste, volte ad affrontare "con franchezza il processo che porto' alcune comunita' a trasferire la responsabilita' dai tedeschi ai partigiani" perche', come lui, "conducono un'analisi accurata dei conflitti, paure, rancori innescati o esasperati dalla strage, dei poteri locali" (p. 85).
Infine, il concetto di "zona grigia" consente a Levi di riformulare la questione del giudizio morale sui prigionieri che hanno contribuito al funzionamento del lager, nei confronti dei quali spesso il giudizio e' stato in genere molto duro: in quanto collaboratori sono dei traditori, secondo un'ottica bipartita carnefice/vittima. Attribuendo i "colpevoli" al campo avverso e preservando "l'immagine di purezza assegnata al popolo delle vittime" (p. 87), infatti, si crea una netta separazione tra gli uni e gli altri, che e' certo piu' tranquillizzante, ma meno idonea a cogliere la complessita' del reale.
Riconoscere, invece, l'esistenza di una "zona grigia", lungi dal portare a confondere le due condizioni o ad affermare che viviamo tutti inconsciamente dinamiche di vittima/carnefice, aiuta a vedere il limite presente anche nel comportamento di chi si trova in una posizione di offeso, di vittima (perche' l'innocenza assoluta non e' data), come accade ad esempio nell'episodio raccontato da Levi nel quale egli si sente colpevole di "nosismo" (l'"egoismo esteso a chi ti e' piu' vicino") perche', assetato, ha diviso le poche gocce d'acqua solo con l'amico piu' caro e non con gli altri compagni di squadra. E quindi aiuta ad avere un atteggiamento capace di meglio comprendere anche il "collaboratore", pur distinguendo le varie forme e i diversi tipi di comportamento messi in atto in tale ruolo.
A questo proposito Anna Bravo commenta: "E' vitale stringersi fra simili, movimento istintivo che consente di comunicare e di agire in solido. E' mortifera la trasformazione della comunanza in complicita', degli aggregati in clan belligeranti che vedono in se stessi il luogo dell'umanita', negli altri il luogo della sua negazione" (p. 97).
Ecco un'altra profonda lezione che ci viene da Primo Levi.
Forse, osserva ancora Anna Bravo, l'intero capitolo sulla zona grigia si puo' leggere anche come una difesa/diffida dalle idealizzazioni.
L'ultimo tema scelto da Anna Bravo nella sua lezione su Levi e' quello della riflessione sulla violenza dei "giusti", sulla giustizia punitiva partigiana, sul dolore provocato non solo a chi ne e' colpito ma anche a chi lo esercita.
Anche qui Levi dimostra che "non si passa indenne attraverso il male altrui" e che i dilemmi sul male minore, su come fare la scelta giusta quando nessuna scelta appare veramente tale perche' comporta una uccisione, sono parte viva e sofferta dell'esperienza resistenziale, dilemmi che in quanto tali vanno riportati alla luce come Primo Levi fa limpidamente, con profondita' e concretezza.
E' un'altra sua grande lezione per la storia.
La riflessione di Anna Bravo ce lo ricorda con passione e rigore.

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LA NONVIOLENZA CONTRO IL RAZZISMO
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXI)
Numero 350 del primo gennaio 2020
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