[Nonviolenza] La nonviolenza contro il razzismo. 337



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LA NONVIOLENZA CONTRO IL RAZZISMO
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XX)
Numero 337 del 19 dicembre 2019

In questo numero:
1. Crimini contro l'umanita'
2. Anna Bravo: Senza armi contro Hitler: in Italia (parte seconda e conclusiva)
3. Due provvedimenti indispensabili per far cessare le stragi nel Mediterraneo e la schiavitu' in Italia
4. L'Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari
5. Per sostenere il centro antiviolenza "Erinna"
6. Sostenere la Casa internazionale delle donne di Roma

1. L'ORA. CRIMINI CONTRO L'UMANITA'

Che le competenti magistrature perseguano i crimini contro l'umanita' commessi dal governo italiano razzista nel 2018-2019 e' un atto di giustizia e un bene.
Che le istituzioni internazionali condannino i crimini contro l'umanita' commessi dal governo italiano razzista nel 2018-2019 e' un atto di giustizia e un bene.
Che i ministri di quello scellerato governo razzista responsabile di crimini abominevoli siano allontanati per sempre da tutti i pubblici uffici.
Meglio tardi che mai.
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Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Siamo una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Salvare e vite e' il primo dovere.

2. MAESTRE. ANNA BRAVO: SENZA ARMI CONTRO HITLER: IN ITALIA (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dal libro di Anna Bravo, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, Roma-Bari 2013, riportiamo il capitolo quarto "Senza armi contro Hitler: in Italia" (pp. 90-126).
Anna Bravo, storica e docente universitaria, ha insegnato Storia sociale. Si e' occupata di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; ha fatto parte della Societa' italiana delle storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Luminosa figura della nonviolenza in cammino, della forza della verita', e' deceduta l'8 dicembre 2019 a Torino, la citta' dove era nata nel 1938. Tra le opere di Anna Bravo: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia, Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003; A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008; (con Federico Cereja), Intervista a Primo Levi, ex deportato, Einaudi, Torino 2011; La conta dei salvati, Laterza, Roma-Bari 2013; Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014]

La spirale del bene
Non tutto e' deciso in partenza. Per lo piu' i soccorritori entrano a poco a poco nella spirale del bene, che include una sorta di apprendistato al rapporto con la paura. Si comincia offrendo cibo, breve gesto che si spera non attiri l'attenzione; si procura un rifugio nei boschi, si passa all'ospitalita' nei fienili, nelle case, scelta piu' impegnativa e piu' pericolosa; si inventano strategie complesse nel tentativo di contenere il rischio; a volte non basta, e si attiva una meravigliosa prontezza di spirito: sapendo che due inglesi sono in giro e vedendo i tedeschi arrivare di sorpresa, la vecchia Nicolina Marzialetti di Montegiorgio, nelle Marche, fa finta di inciampare e si butta a terra davanti al loro sidecar urlando per il dolore - e i prigionieri capiscono e si infilano nel loro nascondiglio (38).
L'impegno puo' durare mesi e anni, puo' ampliare il suo raggio: la spirale del bene e' vischiosa come quella del male. Piu' persone si soccorrono, piu' si sente di doverne soccorrere; piu' se ne scopre la vulnerabilita', piu' ci si sforza di farsene carico. Come Rosa S., che accompagna i suoi sbandati fino a "metterli sul treno"; che, una volta finita la scorta di vestiti, si affanna per tutto il quartiere a cercarne altri, a volte mezzi stracci da rendere velocemente presentabili. Ci sono famiglie che si trovano in casa cinque prigionieri senza averlo deciso, perche' lasciano che uno si aggiunga all'altro.
Non che sia tutto un idillio. Fra i contadini c'e' chi sfrutta i prigionieri allo stremo; fra i prigionieri, specie tra gli ufficiali, c'e' chi si fa servire come gli fosse dovuto, usa "cattive maniere", "pensa solo ai fatti suoi" (39) - e' la convinzione "coloniale" della propria superiorita', sono gli stereotipi avvilenti sugli italiani che altri hanno abbandonato. A volte e' totale incomprensione: come quando un prigioniero, vedendo la preoccupazione generale per la probabile presenza di una spia, si chiede infastidito: "ma se sanno chi e', perche' diavolo non lo linciano?" (40). Un ragazzo di allora ricorda una scazzottata furibonda fra due inglesi, il primo che sosteneva: "adesso i padroni siamo noi", l'altro che lo invitava al rispetto e alla gratitudine verso una popolazione coraggiosa e generosa (41).
Piu' spesso, nella condivisione della vita quotidiana, nel sentimento di un destino comune, molti rapporti assumono un'impronta parafamiliare. Non e' solo l'uso diffusissimo di mamma, papa', fratello, sorella. E' un'adozione reciproca che riproduce il modello della responsabilita' familiare: alcuni militari si preoccupano dei pericolo e dei costi che la nuova "famiglia" affronta ospitandoli, qualcuno esita a passare le linee perche' sente che esporsi ad altri rischi tradirebbe i tanti sforzi per proteggerlo.
Racconta Newby che quando tedeschi e fascisti cominciano a rastrellare la provincia di Parma, un gruppo di capifamiglia della zona lo convoca per comunicargli che e' diventato impossibile ospitarlo nelle case. Non e' un preludio all'abbandono: visto che ormai ha bisogno di un rifugio tutto suo, glielo costruiscono in fondo a un canalone, con un focolare, due letti ("casomai ti volessi sposare", scherzano), qualche arredo elementare - e una parola d'ordine per le ragazze incaricate di salire a portargli i viveri. Fra i promotori, c'e' lo scorbutico valligiano che lo aveva fatto lavorare durissimamente su un suo terreno pietroso (42).
Quando in un paesino alcune famiglie devono dividersi i prigionieri fra loro, tirano a sorte, perche' sceglierne uno potrebbe mortificare gli altri (43). Tra gli ospiti non si fanno differenze. O tra i figli?
Una famiglia poverissima cede i vestiti piu' caldi al suo soldato - "noi ci scaldiamo lavorando" (44) - un'altra si toglie letteralmente il pane di bocca per calmare la fame immensa del suo americano. "Ma che mangiavano 'sta gente! - ricorda una donna di Castelnuovo - noi quello che si poteva dare si dava", anche il letto matrimoniale se il prigioniero si ammala (45). Nei racconti dei soccorritori, risuonano spesso le parole dell'appartenenza e della cura: "Ne ho tre di prigionieri, me ne prendi uno?". Se qualcuno si e' allontanato per "fare un giro": "c'e' pericolo, riportalo a casa". E al momento dell'addio: "Non dimenticarci, noi ti ricorderemo sempre".
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Di massa, ma una minoranza
Il soccorso ai prigionieri ha risparmiato molto sangue; era lo scopo, e' stato raggiunto, ma talvolta a un prezzo definitivo. In una lettera indirizzata al Foreign Office, il soldato J.W. Leys di Aberdeen descrive l'irruzione dei militari tedeschi nella casa dei coniugi Santemarroni, contadini delle montagne abruzzesi, che lo avevano curato, sfamato e nascosto per mesi, e riporta le parole con cui la signora Annita aveva cercato di difenderlo: "Sono anziana, loro giovani. La mia vita l'ho vissuta, la loro e' solo agli inizi. Non sono i primi che aiuto ne' saranno gli ultimi, se sara' necessario. Non li ho ospitati in casa in quanto inglesi ma perche' sono una donna cristiana e anche loro lo sono" (46) - qui "cristiano" e' usato come metafora per "essere umano".
Annita verra' deportata a Mauthausen, dove morira'. E dove finiranno parecchi altri soccorritori, fra cui padre Davide Perniceni, che a Lodi raccoglie denaro per far passare i prigionieri in Svizzera e viene arrestato il 16 novembre 1943. Sara' deportata a Ravensbrueck la studentessa padovana Milena Zambon, attiva in una rete che fa passare in Svizzera i prigionieri alleati. Subito dopo il ritorno, entrera' in un convento di clausura (47).
Italiani brava gente? Vale la pena ricordare che la solidarieta' verso gli ebrei scatta nel momento in cui e' chiaro che e' la loro vita a essere in pericolo, ma anche che la Germania sta perdendo; che i soccorritori sono una minoranza, di massa, ma pur sempre una minoranza. Usarli per accreditare il mito estensivo del buon italiano non e' solo un inganno storiografico, e' un oltraggio ai protagonisti, che a volte sono scoperti in seguito a delazioni mosse dalla paura, da violenze subite, dall'odio politico o personale - e dall'avidita'.
Molti soccorritori possono trovarsi drammaticamente soli e a loro volta vulnerabili. Dopo che si e' sparsa la voce dell'aiuto ai prigionieri, l'uomo che aveva ceduto il letto matrimoniale al militare ammalato, viene preso a causa di una spiata, e verra' liberato soltanto al passaggio del fronte (48). La piccola comunita' e' un luogo solidale, ma alberga invidie e rancori, e cosi' le innervature della societa' civile, le associazioni professionali, la chiesa.
Subito dopo l'arresto di padre Perniceni, il vescovo di Lodi scrive all'ufficio politico fascista locale dichiarando di averlo sospeso a divinis perche' trascurava i doveri parrocchiali, era impegnato in "attivita' misteriose", dava scandalo girando in abiti civili (49).
C'e' probabilmente una spiata dietro la morte di Dino Ravaioli, 27 anni, contadino di Santo Stefano vicino a Ravenna: quando il 29 dicembre '43 viene abbattuto un aereo americano, Dino accorre con i suoi due fratelli, porta a casa il pilota ferito e sotto shock, gli fa bere un bicchiere di grappa, gli lava i piedi incrostati di fango, si toglie le scarpe e gliele mette perche' possa sfuggire a una pattuglia che si sta avvicinando, lo accompagna attraverso i campi. Il pilota non riesce a correre, sono catturati tutti e due. Pochi giorni dopo, Dino Ravaioli viene picchiato a morte e finito con un colpo di pistola alla nuca - quel che merita, secondo la stampa fascista locale, chi si e' "abbassato a lavare i piedi al pilota nemico" (50). Confliggono due mondi; da un lato l'empatia di Dino, un Buon Samaritano (51) cosi' perfetto da sembrare un personaggio letterario, cosi' sicuro delle proprie ragioni da non smentire l'accusa, dall'altro la feroce imbecillita' di chi non conosce la compassione e la scambia per servilismo.
Se non e' resistenza quella di Dino, di Annita Santemarroni, di padre Perniceni, di Milena Zambon (e di Rosa S. e di tanti altri), cosa puo' definirsi tale?
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Questioni d'onore
Nei racconti delle protagoniste dell'8 settembre i soldati sono invariabilmente giovani; anche se le classi richiamate comprendono trentacinquenni e oltre, non compaiono uomini fatti, solo "ragazzi", come nel gergo militare - e come a scuola, all'oratorio, in famiglia.
In questa guerra un'immagine di estrema giovinezza connota tutti gli eserciti (52), ma c'e' qualcosa di specificamente italiano nell'assunzione del ragazzo in divisa a simbolo di una mascolinita' pericolante. Nessuna fra le soccorritrici sembra sfiorata dall'idea che i suoi protetti debbano o possano fare altro che fuggire dalla guerra - ne' loro, ne' quei prigionieri alleati mortalmente stanchi che non se la sentono di tornare al fronte o di unirsi ai partigiani (53). Assolti abusivamente dalla guerra fascista, anzi dichiarati sue vittime - il che non incoraggia l'autocoscienza loro e del paese - i "soldatini", i "poveri ragazzi disperati" si sentono tranquillamente imbelli, legittimati alla fuga; e in diritto di chiedere protezione e di riceverla senza imbarazzo.
Dov'e' finito l'onore militare? Nelle mani del tenente colonnello Eugenio Vicedomini, per esempio, comandante del campo PG49 presso Fontanellato, che, prima dell'armistizio, avendo saputo dell'intenzione tedesca di portare tutti i prigionieri in Germania, prepara accuratamente la loro fuga insieme all'ufficiale anziano britannico; e, "gallant to the end" (54), resta da solo a affrontare i tedeschi, finisce in lager e ne torna fisicamente distrutto; morira' poco dopo.
Ma non e' questa la cifra dominante del soccorso. All'epoca, l'onore patriottico e militare non ha in genere buona fama. La tradizione imperial-bellicista e' vecchia di 2000 anni, e per fortuna la retorica romano-antica del fascismo non e' riuscito a rinverdirla, anzi. Confiscato dal regime, l'onore marcia al passo dell'oca, calpestando la contegnosita' e la moderazione tanto apprezzati nella cultura contadina. L'andamento della guerra ha trasformato l'entusiasmo iniziale di molti in una estraneita' rassegnata o rabbiosa, meno che mai permeabile al richiamo dell'agonismo militar-patriottico.
Ma le radici affondano piu' lontano, nella storia pluricentrica del paese, nell'ostilita' dell'influentissima Chiesa cattolica verso lo Stato, nell'internazionalismo socialista, in un'unificazione ancora meno rispettosa delle singolarita' di quanto siano stati gli altri processi di costruzione nazionale. Un insieme che aveva disseminato quell'estraneita' a largo raggio, mentre nelle guerre combattute sotto dinastie straniere era cresciuta una resistenza alla coscrizione che si era trasferita, a dispetto della propaganda, all'esercito unitario. Una delle canzoni piu' diffuse nella grande guerra, che recita:
"Ero povero ma disertore
e disertai dalle mie frontiere
e Ferdinando l'impe', l'imperatore
che mi ha perseguita'",
era nata in Trentino nella prima meta' dell'Ottocento; si tollerava che fosse cantata perche' il disertore apparteneva all'esercito asburgico.
Neppure la migliore letteratura pedagogica dell'Ottocento (55), attenta a distinguere fra principio di nazionalita' e nazionalismo, aveva saputo divulgare un'idea accettabile di onore patriottico. Nel 1916-17, mentre nelle citta' si guardava con disprezzo agli "imboscati", sulle colline piemontesi delle Langhe vivevano stabilmente gruppi di disertori nutriti e protetti dalle contadine, mentre l'autolesionismo praticato per sottrarsi al reclutamento poteva giovarsi delle conoscenze di medici e farmacisti di paese. In Italia e' impensabile il successo popolare di un libro come Le quattro piume, dove Alfred E.W. Mason racconta di un ufficiale britannico accusato ingiustamente di codardia, che dedica la vita a far ammettere ai calunniatori il loro torto.
Per ampi strati della popolazione, fuggire dalla guerra non equivaleva affatto a una patente di vigliaccheria ne' implicava riprovazione sociale. Se mai il contrario: in Toscana, un paesano, dopo aver capito che un prigioniero era partito volontario, gli dice, fra stupore e delusione: "ma allora volevi davvero la guerra!?" (56).
Ennesimo tassello per lo stereotipo dell'italiano codardo? Lorenzo Rossi, uno dei contadini che rischiano la vita per proteggere un gruppo di ufficiali alleati non aveva piu' un dente in bocca: se li era fatti togliere nella speranza di essere riformato. Evidentemente il suo senso dell'onore gli consentiva di voltare le spalle alla "patria in pericolo", non a un altro uomo in condizioni di bisogno; e non aveva niente a che fare con le armi e lo spirito marziale. Come per i salvataggi dell'8 settembre, il punto di orgoglio, con le sue componenti di autoaffermazione e di cura del buon nome personale e familiare, sta nella capacita' di "tenere vivo" il proprio soldato, e di non mandare via senza un pezzo di pane chiunque bussi alla porta.
Che questa idea dell'onore sia peculiare e' vero. Ed e' grande. E' grande che nei racconti di alcuni soccorritori manchi del tutto la cifra eroica o melodrammatica, a volte sostituita da quella beffarda, con i tedeschi che si precipitano sul luogo dove e' caduto un aereo e restano "con un palmo di naso", perche' il pilota e' gia' stato messo in salvo. Con i fascisti che buttano scioccamente all'aria una casa, mentre il prigioniero e' ben nascosto in una botte di vino (57). Più che all'epopea del garibaldino, del patriota "irredentista", dell'ardito fiumano, il registro narrativo attinge al repertorio della commedia dell'arte. Solo il registro narrativo, pero': forse per non vedersi applicare lo stereotipo del buon campagnolo sempliciotto, un ragazzo di allora precisa: "Non eravamo degli sprovveduti, c'era un minimo di collegamento tra le famiglie [...] e dunque se c'era notizia di qualche pericolo la voce subito circolava" (58).
La lezione della Grande Guerra - non esiste un modo onorevole di nominare l'onore - non vale solo per tanti italiani. In Addio alle armi, Hemingway scrivera': "parole astratte come gloria, onore, coraggio o dedizione sembravano parole oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti e alle date" (59). Dal fondo delle loro trincee, i soldati inglesi fantasticavano di stritolare con i carri armati "gli stupidi music-hall patriottici" e pregavano dio "affinche' i tedeschi mandassero gli Zeppelin contro l'Inghilterra, perche' la gente capisse cosi' cosa significa guerra" (60).
Ma un riflesso dell'aura romantica di cui e' avvolto l'agosto 1914 si e' tramandato in alcune ballate e in grandi testi letterari.
Nel repertorio popolare italiano non c'e' una Tipperary cui tornare, c'e' solo tristezza infinita, compianto per i morti, invettiva contro l'ingiustizia della guerra. Gorizia, una delle canzoni (di anonimo) piu' note, proibitissima all'epoca e denunciata per vilipendio alle Forze Armate ancora nel 1962, recita:
"Voi chiamate campo d'onore
questa terra di la' dai confini.
Qui si muore gridando 'Assassini!',
questa terra c'insegna a punir".
E Addio padre madre addio, sempre di anonimo:
"Sian maledetti quei giovani studenti
che hanno studiato e la guerra voluto,
hanno gettato l'Italia nel lutto
per cento anni dolor sentira'".
Dietro il disgusto per la guerra, c'e' l'esperienza del troppo sangue versato.
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Gente buona in tempi bui
Fra quanti e quante soccorrono gli sbandati dell'8 settembre e i prigionieri alleati, la grandissima maggioranza non conosce l'idea di nonviolenza (ma il Sermone della montagna si'), probabilmente nessuno sa che fra i resistenti c'e' chi ha rifiutato di portare le armi per convincimento etico-religioso - Aldo Capitini, Lidia Menapace. Molti neppure si definirebbero oppositori in senso stretto. Del resto, al di la' della maggioritaria fisionomia femminile e contadina, i/le protagonisti/e sono cosi' eterogenei - medici, insegnanti, parroci e suore, aristocratici toscani e romani, proletari, credenti e non, politicizzati e non - che c'e' posto per tutte le inclinazioni.
Ma, anche se il mondo contadino non e' affatto un'oasi di mitezza primigenia, le pratiche hanno spesso a che fare con la nonviolenza, innanzitutto nel rifiuto di considerare ineluttabile l'estensione della distruttivita' e nello sforzo di non farsene contagiare. Al di la' di questo aspetto, non esistono tipologie dei soccorritori, se non in negativo: non sono angeli ne' aspiranti martiri, non sono programmati per l'eroismo. Il loro talento sta nel saper riconoscere quando i criteri di innocenza e colpa sanciti dal potere sono ingiusti, nel vedere, dietro il nemico che fascisti e tedeschi additano, un giovane uomo da proteggere.
Nel Terzo Reich, dove l'azione morale di aiuto ai perseguitati era illegale, l'azione criminale era la legge, a resistere all'omerta' totalitaria non e' in genere la rispettabile gente "per bene", "che aveva sempre sottomano le regole della buona condotta, ma persone che non erano affatto convinte, anche prima dell'imbarbarimento complessivo, del valore di quegli standard", persone che non si distinguevano per il bagaglio etico o intellettuale, se mai per la forza dell'individualita' e per un certo scetticismo verso il potere, e che spesso erano socialmente marginali (61).
E in Italia, a dispetto della propaganda ruralista e maternalista, donne e contadini non erano certo fra i soggetti egemoni - il che potrebbe aver favorito il ritiro del consenso. Ma non sappiamo se l'ipotesi si adatti ai nostro protagonisti.
In quegli anni, nelle campagne abruzzesi vivevano decine di migliaia di donne cristiane, ma non si incontrano molte Annita Santemarrone. E non si incontrano molte contadine come la vicentina di cui Ignazio Silone narra il dialogo con il giudice che la sta processando: "'Conoscevate prima quell'uomo?'. 'Nossignore'. 'Sapevate che era un croato?'. 'Nossignore'. 'Sapevate che era un nemico?'. 'Nossignore'. 'E allora perche' lo nascondevate?'. 'Perche' anche quello era un figlio di madre'" (62). E' il piu' universale attestato di appartenenza al genere umano, che tornera' tre decenni dopo in Nato di donna, uno dei testi classici del neofemminismo (63).
A chi spetta il merito di aver ispirato quelle scelte? alla politica, alla pietas, cristiana e non, alla tradizione popolare del soccorso ai bisognosi, all'odio per la guerra? al dovere della bonta' che risuona nelle parole di una contadina ciociara: "Non c'e' che fa': s'a' da esse boni" (64). Per non aggiungere male al male: "occhio per occhio e il mondo diventa cieco", diceva Gandhi.
Hannah Arendt, che sui comportamenti morali in tempi bui ha scritto parole definitive, li riconduce non a imperativi categorici di qualsiasi natura, ma all'attaccamento verso se stessi, verso "quel partner silenzioso che accompagna ciascuno di noi" e che si esprime non tanto in un "non devo" quanto in un "non posso", perche' "se facessi il male, sarei condannato a vivere insieme a un malfattore per il resto dei miei giorni" (65).
E' questo attaccamento, la piu' terrena e spiritualmente autoprotettiva delle passioni, la piu' simile all'amor proprio, che fa dire a un soccorritore: "era impossibile mandare via qualcuno se aveva fame" (66). Che in un traumatizzato fante tedesco della grande guerra persisteva anche sotto ipnosi, facendolo urlare: "Vedete il nemico laggiu'? Ha un padre e una madre? Ha una moglie? Io non lo uccido!". Diagnosi: simpatia nevrotica con un nemico (67); scartando il "nevrotica", una buona diagnosi.
Probabilmente e', anche, quell'attaccamento a fare di Annita Santemarroni una combattente, che nel faccia a faccia con i tedeschi non si fa piccola, non si arrende, li sfida in nome di principi che proclama superiori. E' il segno di una soggettivita' tenace, della capacita' di fronteggiare la paura che e' all'origine di tanti atti mancati, dell'autonomia di giudizio, forse della fede nella resurrezione, forse di una scelta antifascista. Non c'e' materia per uno scioglimento narrativo. Per una riflessione si'.
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Racconti
In glorioso contrasto con i criminali e i complici, i salvatori di ogni epoca hanno raccontato poco e spiegato poco: "era normale", "era la situazione", "cos'altro potevo fare?". Forse perche' non avevano avuto bisogno di meditare "a lungo su problemi complicati - il minor male, la lealta' al proprio paese o la fedelta' al proprio giuramento"; gli era bastata la consapevolezza "che i crimini restavano crimini anche una volta legalizzati dal governo" e tollerati dalla maggioranza (68). Forse perche' sentivano che queste cose si capiscono oppure no, e se no, non c'e' molto da dire.
Anche chi ha protetto gli sbandati e gli ex prigionieri ha raccontato poco, e quel poco spesso ci arriva filtrato dai ricordi di parenti e amici, dal linguaggio dei verbali di interrogatorio, soprattutto dalle dichiarazioni-rievocazioni dei prigionieri, a oggi la fonte piu' ricca. Difficile applicare a questi materiali, a volte flash e squarci, il consueto lavoro sui testi di memoria, l'analisi delle tensioni fra vita e racconto, la ricerca delle tradizioni discorsive, dei simboli popolari e religiosi, dei messaggi politici attivati nelle parole dei protagonisti.
Categorie come "personalita' altruistica" o "personalita' autoritaria" sono rimaste scatole vuote; etichette seducenti come umanitarismo offrono spiegazioni che vanno a loro volta spiegate.
In un generoso tentativo di dare valore ai salvataggi, Salvemini ha scritto che sarebbe sbagliato non riconoscerne il significato politico. Vero. E aggiunge: "Quella umanita' fu sempre umanita' 'in senso unico'. I nostri contadini furono umani con quei nostri che avevano bisogno del loro aiuto per fare la guerra partigiana; e furono umani anche coi tedeschi e coi fascisti, ma dopo che erano stati vinti e domandavano pieta' [...]. Nello scegliere chi dovevano aiutare, seguirono sempre una linea, che non devio' mai" (69).
Ma quella linea non necessariamente e' la stessa per tutti. Come hanno raccontato tre ex ragazzine di Alpignano, un paese della cintura torinese, una operaia, l'altra aiutotipografa, la piu' piccola ancora a casa: "C'era una signorina, Miliota, che quando ha saputo dell'uccisione di un tedesco e' partita da casa sua, e' andata dalla falegnameria e ha chiesto la cassa da morto, si e' portata il lenzuolo, ha messo la paglia, il lenzuolo, ha messo 'sto tedesco dentro, l'ha lavato, l'ha pulito. Un'altra volta, quando hanno ammazzato 'sti due poveretti, partigiani, e' andata a chiedere chi avesse fiori per aggiustarli, uno aveva un buco qui, la testa mezza staccata, lei ha fatto una corona di fiori perche' non si vedesse...!
Brava, brava, brava!".
"Quella era veramente una donna!".
"Lei lo faceva per tutti" (70).
Forse, in polemica con l'azione semplificatrice della guerra civile, in cui e' facile che l'individuo sia schiacciato sulla sua appartenenza, Miliota aveva trasferito la semplificazione all'estremo opposto: tutti e ciascuno sono innanzi tutto uomini. Forse, meta' mater dolorosa, meta' fata benefica, metteva in scena qualcosa che dalla politica prescinde totalmente. Per lei non e' necessario che sia sconfitto l'esercito tedesco, le basta la sconfitta definitiva della morte.
Ma prima di appellarsi a qualcosa di inusitatamente profondo, e' meglio fare un passo a lato. Anche in questi casi, non spetta alla storia guardare come le persone erano fatte dentro.
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"Siamo dell'avviso"
L'aiuto ai prigionieri non ha avuto fortuna. Dopo la liberazione, molti militari alleati cominciano a fare pressione sulle autorita' inglesi e americane perche' si renda giustizia ai loro soccorritori. Gli ufficiali della Allied Screening Commission, incaricati di verificare le dichiarazioni per poi conferire i certificati Alexander e un parziale rimborso delle spese sostenute per assistere i prigionieri, lavorano scrupolosamente, organizzano visite in loco, scoprono che non tutti hanno risposto ai bandi che invitavano a fare domanda di riconoscimento; per alcuni e' stato un caso, per altri una questione di principio: la compassione non si paga, e neppure l'aiuto offerto per scelta politica.
Alla fine la Commissione raccomanda che a centinaia di italiani vengano assegnate medaglie ed altre onorificenze al valore e/o alla dedizione (71).
Ma mentre gli Stati Uniti danno corso alle proposte, i 443 riconoscimenti britannici non andranno mai a buon fine, neppure quelli relativi a fascicoli segnati con la lettera "D", per indicare che riguardano famiglie in cui l'"assistente" e' morto a causa dell'aiuto dato: "Siamo dell'avviso - dichiara il Foreign Office - che uno scambio di onorificenze individuali con l'Italia costituirebbe senza dubbio un'offesa alle famiglie di questo paese che hanno subito la perdita di un congiunto per mano italiana" (72). La grande storia sembra inchinarsi ai sentimenti.
Non a quelli degli ex prigionieri, pero'. "Mi vergogno - scrive un soldato sudafricano - a pensare che la famiglia che ha protetto Gunner Young e me per 12 mesi e mezzo mentre i tedeschi occupavano quella zona, sia ricompensata con una somma ridicola. Ci hanno dato asilo, da dormire, cure mediche, attenzione, speranza, un senso di sicurezza, tutto questo a rischio della loro vita. Gemma fu duramente picchiata [...], ma ha avuto il coraggio di prendersi cura di noi come fossimo suoi figli e ci ha dato l'amore di una madre". Si sentono umiliati anche i soccorritori, cui si e' chiesto di dichiarare le spese fatte per poi ricompensarli con un'elemosina.
"Mio marito da solo e' stato capace di salvare un centinaio di prigionieri, voi non siete capaci di aiutare la sua famiglia", dira' la vedova del pastore Michele Del Greco di Aversa, cui quel salvataggio e' costato la vita (73).
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Uno sguardo lento
La storiografia italiana non e' stata piu' manchevole di quelle europee - eccetto la Germania, tutti i paesi fondano la loro identita' post-bellica sulla figura del giovane maschio combattente. Da noi la cecita' appare piu' marcata perche' i salvataggi hanno avuto in alcune occasioni un carattere di massa. Ma va anche detto che non era facile collocarli. I reticoli informali, fulcro di tante iniziative, sfuggivano alle categorie della politica, monopolisticamente identificata nei partiti e nelle loro organizzazioni collaterali. Ecco perche' la resistenza civile italiana sembra particolarmente discontinua, meno strutturata, meno "politica" di quanto non sia in Francia, in Olanda, soprattutto in Danimarca (74), e perche' viene a lungo ricompresa nella categoria seducente quanto vaga di spontaneita'.
Non solo: le due componenti di massa, donne e contadini, intersecano le categorie di classe, ceto, popolo, senza rientrare pienamente in nessuna, e non senza innescare diffidenze. Sopravviveva lo stereotipo dell'incompatibilita' femminile con la politica, che pur fluttuando da un'epoca all'altra e da una cultura all'altra, puo' riprodursi anche in presenza di cambiamenti nelle immagini di femminilita' e mascolinita'. Ai contadini, specie ai piccoli proprietari, si imputavano misoneismo, attaccamento al particolare, bigottismo, spirito conservatore (75). I "buoni" erano i mezzadri e i braccianti - ma nel paese veneto di Lison, l'unica famiglia che si espone e' di piccoli proprietari, perche' "la maggior parte erano mezzadre e temevano che se il padrone fosse venuto a conoscenza di quello che facevano, li avrebbe buttati in strada" (76).
Piu' che malevolo, lo sguardo della storiografia e' stato, salvo splendide eccezioni, molto lento a distinguere. Rimpiccioliti da categorie modellate sulla citta' e sulla classe operaia, misurati sulla dicotomia tutta politica fascismo-antifascismo, casi lampanti di auto-organizzazione venivano scambiati per un assemblaggio di buone volonta' indistinte, grandi exploit rimanevano fuori dalle narrazioni maggioritarie - sia nella versione comunista, che ipotizzava una improbabile generale maturazione antifascista, sia in quella azionista delle due Italie, una incarnata dai "troppi savi" votati in esclusiva a proteggere se stessi, l'altra dai "pochi pazzi" disposti a sacrificarsi per l'onore comune. Troppo numerosi i soccorritori e le soccorritrici, e troppo lontani dal modello dell'avanguardia per essere accolti nella cerchia dei pochi pazzi. In fondo per donne e contadini non c'era un posto di rilievo neppure nella cultura egemonica cattolico-democristiana, che pur valorizzando l'azione inerme e la pietas, si e' impegnata a lungo piu' nel rivendicarne l'esclusiva che nel ricercarne le singole espressioni.
Meritevole fantasma, la manager del salvataggio e esperta di pubbliche relazioni Rosa S. stava in un altro intreccio narrativo, ne' poteva rientrare in quello mainstream come cittadina, una categoria allora di scarso pregio, imputata di scavalcare sia le distinzioni di classe sia la legge di dio.
Eppure quella di Rosa S. non e' una vicenda privata: cambiare status a un individuo, da militare trasformarlo in civile, attiene al giuridico allo stesso modo del suo precedente inverso, che ha trasformato il civile in militare. Se per rivestire i suoi sbandati avesse svaligiato armi in pugno un magazzino di abbigliamento, forse sarebbe entrata nell'agiografia resistenziale. E con lei Annita Santemarroni, se solo avesse afferrato un mitragliatore, come la protagonista del premiatissimo romanzo-simbolo della resistenza femminile, L'Agnese va a morire (77).
Al di la' delle contingenze locali e temporali, lo spartiacque passava ancora e sempre dall'aver portato o no le armi.
Ne nasceva una pratica dei due pesi e due misure, di cui si ha buon gioco a mostrare l'ingiustizia. Tanti e tante hanno motivazioni politiche vaghe, o nessuna? E' lo stesso fra i partigiani; come scrive Claudio Pavone, si sale in montagna per motivi i piu' diversi - dall'antifascismo al senso di ribellione ai soprusi, dall'odio di classe all'istinto di autodifesa allo spirito di avventura. E, fattore spesso decisivo, per sottrarsi ai bandi di Salo' (78). L'universo dei soccorritori e' un coacervo di diversita'? E' cosi' anche per i partigiani, ma in questo caso e' apprezzato come attestazione del nuovo carattere popolare e nazionale della lotta. Che tanto nuovo non e', se il certificato di appartenenza al movimento passa dall'aver sostenuto almeno tre scontri a fuoco.
Vanno in controtendenza (ma a lungo sono costrette in una sorta di enclave), le ricerche promosse in area nonviolenta.
Solo a cavallo degli anni Ottanta e Novanta una costellazione di fattori, dal nuovo interesse per la storia sociale, alla crescita degli studi dell'area nonviolenta e delle donne, dallo sgretolamento di alcuni tabu' politici e storiografici innescato dalla fine della guerra fredda, all'uscita del saggio Una guerra civile di Claudio Pavone, portano a maturazione un nuovo sguardo. Esce il libro capitale dello storico britannico Roger Absalom, ex ufficiale reduce dalla guerra negli Appennini, che dopo aver setacciato gli archivi inglesi e americani, percorso le campagne italiane intervistando i soccorritori e i loro parenti, ascoltato ex prigionieri, costruisce un quadro originalissimo di quel mondo e di quegli anni. Storiche in stretto legame con il femminismo lavorano su guerra e resistenza delle donne. Anche se nella formulazione originaria e' riservato alle iniziative tendenzialmente di massa e organizzate, il concetto di resistenza civile apre un'infinita' di strade. Partigiane e partigiani hanno sostenuto le ricerche. Si pubblicano molte storie locali, fonte preziosissima di notizie e riflessioni.
Oggi sembra acquisito che le lotte inermi siano piena parte di una narrazione realistica della resistenza, mentre gli stereotipi hanno assunto l'aria datata dei reperti storici. Ma anche le nuove configurazioni sono fluttuanti, e vanno riaffermate a scanso di ritorni all'indietro. In compenso hanno qualche alleato imprevisto.
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Ricordare insieme
L'affetto nato negli anni o mesi della vita comune e' spesso rimasto vivo. Parecchi ex militari sono tornati in Italia per le vacanze e per far conoscere le loro due famiglie, alcuni ci sono rimasti definitivamente, contribuendo al popolamento angloamericano, specie in Toscana.
Negli ultimi due decenni, probabilmente in coincidenza con l'eta' della pensione e la nuova liberta' di seguire i propri desideri, i fili di memoria che legano gli ex prigionieri e i soccorritori (piu' spesso i loro figli, nipoti, amici) si sono rafforzati. Cercando sulla Rete, si scopre che nel 1989 in Gran Bretagna un gruppo di veterani ha fondato il Monte San Martino Trust per onorare il coraggio e la generosita' degli "ordinary Italian people who aided thousands of escaping Allied PoWs", e per offrire borse di studio per la lingua inglese agli studenti del posto. Si sono organizzati i Liberty trails, marce attraverso i luoghi dell'ospitalita' e della fuga, che fanno tappa nei municipi e nelle piazze accolte da grandi festeggiamenti, con i discorsi del sindaco, la banda musicale, le scuole, i giornali e tv locali; in chiusura si consegnano le medaglie un tempo negate dal governo inglese. Il figlio di un reduce ha scoperto grazie a internet i nomi dei partigiani romani Silvia e Eugenio Elfer, che avevano accompagnato il padre verso le linee alleate a costo della vita (79): la prossima stazione del suo viaggio intorno al padre - scrive - sara' alla sezione ebraica del cimitero del Verano dove sono sepolti i due fratelli.
Memoria glocal, gala' dei buoni sentimenti? Quel che e' certo e' che in queste rievocazioni dove si sta insieme per ricordare insieme, il termine "campo d'onore" prende un significato in cui gli "antipatriottici" soldati della grande guerra si sarebbero riconosciuti.
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Note
38. Racconto di Abramo Marzialetti, in Filippo Ierano', Antigone nella valle del Tenna, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, 44, agosto 2002, p. 106.
39. Racconto di Lina Gerolin in Antonel, I silenzi della guerra cit., p. 65.
40. Absalom, A Strange Alliance cit., p. 136.
41. Racconto di Neno Brugnolini, in Ierano', Antigone cit., p. 70.
42. Newby, Amore e guerra cit., pp. 205 e sgg.
43. Racconto di Diva Papiri, in Ierano', Antigone cit., p. 57.
44. Absalom, A Strange Alliance cit. p. 108.
45. Soldani e Vugliano (a cura di), Donne valorose cit., p. 3. Temi simili in Angela Spinelli, Le comunita' contadine nel Pratese nella lotta di liberazione e nell'assistenza ai prigionieri evasi britannici, 1943-1945, in "Argomenti storici", VIII, 1981.
46. In ASC, Claim Folder 9631, del 13 settembre 1944, al nominativo di Annita Santemarroni; lettera di J.W. Leys e appunti del Foreign Office in ASC Correspondence File 7-5. In Absalom, A Strange Alliance cit., p. 275.
47. Pierantonio Gios, Dal soccorso ai prigionieri inglesi ai campi di sterminio tedeschi, Associazione Volontari della Liberta', Padova 1987.
48. Soldani e Vugliano (a cura di), Donne valorose cit., pp. 3-4.
49. Absalom, A Strange Alliance cit., p. 269.
50. Elios Andreini e Saturno Carnoli, Camicie nere di Ravenna e Romagna tra oblio e castigo, Edizioni Artestampa, Ravenna 2006, p. 227; Absalom, A Strange Alliance cit., pp. 116-117.
51. Sulle interpretazioni e sulle incarnazioni del concetto di prossimo, cfr. Adriano Sofri, Chi e' il mio prossimo, Sellerio, Palermo 2007.
52. Paul Fussel, Wartime: Understanding and Behavior in the Second World War, Oxford University Press, Oxford-New York 1989, dedica al tema un capitolo, "School of the Soldier", pp. 52-65; nella seconda guerra mondiale l'eta' minima, fatta eccezione per la Germania, e' simile a quella della grande guerra, ma e' nuova la preponderanza numerica di ragazzi che dovrebbero ancora andare a scuola.
53. Racconto di Enrico Marziali, in Ierano', Antigone cit., p. 53.
54. Absalom, A Strange Alliance cit., pp. 127-128.
55. Vedi l'analisi di Alberto Maria Banti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza, Roma-Bari 2011.
56. L'episodio, come quello successivo, e' in Absalom, A Strange Alliance cit., p. 138.
57. Antonel, I silenzi della guerra cit., pp. 68-69.
58. Enrico Marziali in Ierano', Antigone cit., p. 52.
59. Ernest Hemingway, Addio alle armi, trad. it., Mondadori, Milano 2010, p. 198.
60. Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, trad. it., il Mulino, Bologna 1984, p. 111.
61. Hannah Arendt, La responsabilita' personale sotto la dittatura, trad. it., in "Micromega", 4, 1991. Ormai c'e' ampio consenso sull'impossibilita' di ricondurre a un tipo sociale e umano i protettori degli ebrei, da Giorgio Perlasca, commerciante, ex volontario franchista nella guerra di Spagna, alla giovane milanese Liuba Bandini, moglie del profugo dall'Ucraina Giorgio Scerbanenco, che per venti mesi tiene nascosti in casa i coniugi Campelung, da Raoul Wallemberg, aristocratico svedese, a Oskar Schindler, affarista amante del lusso, a Andre' Trocme', pastore protestante e guida spirituale del villaggio di Chambon-sur-Lignon, dove molte famiglie vivono nascoste per quattro anni.
62. Citato da Gaetano Salvemini, Partigiani e fuoriusciti, in "Il Mondo", 6 dicembre 1952, ripubblicato in "Una citta'", 172, marzo 2010.
63. Adrienne Rich, Nato di donna, trad. it., Garzanti, Milano 1977.
64. Salvemini, Partigiani e fuoriusciti cit.
65. Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, trad. it., Einaudi, Torino 2003, pp. 49 e 54. Sulla sua posizione vedi Simona Forti, I nuovi demoni, Feltrinelli, Milano 2012, pp. 249 e sgg.
66. Cosi' Enrico Marziali, in Ierano', Antigone cit., p. 50.
67. Cfr. Eric J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identita' personale nella prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1985, p. 144, che riporta molti casi simili negli ospedali militari tedeschi.
68. Arendt, Alcune questioni cit., pp. 35-36.
69. Salvemini, Partigiani e fuoriusciti cit.
70. Intervista di Anita Oleari, Maria Bosio e Angiolina Ariusso, in Bravo e Bruzzone, In guerra cit., pp. 193-194.
71. Absalom, L'assistenza agli ex prigionieri alleati in Piemonte cit.
72. Roger Absalom, Hiding History: The Allies, The Resistance and the Others in Occupied Italy 1943-1945, in "The Historical Journal", 38, 1 (March 1995), p. 129.
73. La citazione e quella precedente sono in Absalom, A Strange Alliance cit., pp. 225-226 e 47.
74. Semelin (Senz'armi di fronte a Hitler cit.) non fa quasi cenno agli italiani.
75. Molti vedevano una conferma agli stereotipi nelle scelte elettorali moderate di donne e contadini.
76. Lina Gerolin, in Antonel, I silenzi della guerra cit., p. 67.
77. Renata Vigano', L'Agnese va a morire, Einaudi, Torino 1949.
78. Claudio Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralita' nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 31.
79. Silvia, che morira' all'ospedale di una unita' americana in seguito ai colpi di "fuoco amico", e' citata in Michele Sarfatti, Ebrei e partigiani. Una storia da scrivere, in "L'Unita'", 13 gennaio 2008; e in Micaela Procaccia, Italy, in Jewish Women 2000 a cura di Helen Epstein, Hadassah Research Institute on Jewish Women, Brandeis University, Waltham, MA 1999 (policyarchive.org), dove pero' non si fa cenno al salvataggio del prigioniero.

3. REPETITA IUVANT. DUE PROVVEDIMENTI INDISPENSABILI PER FAR CESSARE LE STRAGI NEL MEDITERRANEO E LA SCHIAVITU' IN ITALIA

Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro paese in modo legale e sicuro.
Riconoscere il diritto di voto a tutte le persone che vivono nel nostro paese.

4. REPETITA IUVANT. L'ITALIA SOTTOSCRIVA E RATIFICHI IL TRATTATO ONU PER LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI

L'Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari del 7 luglio 2017.
Salvare le vite e' il primo dovere.

5. REPETITA IUVANT. PER SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"
[L'associazione e centro antiviolenza "Erinna" e' un luogo di comunicazione, solidarieta' e iniziativa tra donne per far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza fisica e psichica e lo stupro, reati specifici contro la persona perche' ledono l'inviolabilita' del corpo femminile (art. 1 dello Statuto). Fa progettazione e realizzazione di percorsi formativi ed informativi delle operatrici e di quanti/e, per ruolo professionale e/o istituzionale, vengono a contatto con il fenomeno della violenza. E' un luogo di elaborazione culturale sul genere femminile, di organizzazione di seminari, gruppi di studio, eventi e di interventi nelle scuole. Offre una struttura di riferimento alle donne in stato di disagio per cause di violenze e/o maltrattamenti in famiglia. Erinna e' un'associazione di donne contro la violenza alle donne. Ha come scopo principale la lotta alla violenza di genere per costruire cultura e spazi di liberta' per le donne. Il centro mette a disposizione: segreteria attiva 24 ore su 24; colloqui; consulenza legale e possibilita' di assistenza legale in gratuito patrocinio; attivita' culturali, formazione e percorsi di autodeterminazione. La violenza contro le donne e' ancora oggi un problema sociale di proporzioni mondiali e le donne che si impegnano perche' in Italia e in ogni Paese la violenza venga sconfitta lo fanno nella convinzione che le donne rappresentano una grande risorsa sociale allorquando vengono rispettati i loro diritti e la loro dignita': solo i Paesi che combattono la violenza contro le donne figurano di diritto tra le societa' piu' avanzate. L'intento e' di fare di ogni donna una persona valorizzata, autorevole, economicamente indipendente, ricca di dignita' e saggezza. Una donna che conosca il valore della differenza di genere e operi in solidarieta' con altre donne. La solidarieta' fra donne e' fondamentale per contrastare la violenza]

Per sostenere il centro antiviolenza delle donne di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.
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6. APPELLI. SOSTENERE LA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE DI ROMA

L'esperienza della "Casa internazionale delle donne" di Roma e' da decenni di importanza fondamentale per tutte le donne e gli uomini di volonta' buona.
In questo momento la "Casa internazionale delle donne" ha urgente bisogno di un particolare sostegno.
Per informazioni e contatti: siti: www.lacasasiamotutte.it, www.casainternazionaledelledonne.org, e-mail: info at casainternazionaledelledonne.org

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LA NONVIOLENZA CONTRO IL RAZZISMO
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XX)
Numero 337 del 19 dicembre 2019
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