[Nonviolenza] Voci e volti della nonviolenza. 702



 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Numero 702 del 2 giugno 2015

 

In questo numero:

1. In memoria di Albertina Sisulu

2. Per sostenere il centro antiviolenza "Erinna"

3. Enrico Peyretti: Le chiese per la pace (2011)

4. Umberto Santino: Chiesa e mafie. La beatificazione di don Puglisi: una definitiva presa di distanza? (2013)

5. Alcune pubblicazioni di Francuccio Gesualdi e del "Centro nuovo modello di sviluppo"

 

1. MAESTRE. IN MEMORIA DI ALBERTINA SISULU

 

Ricorre oggi, 2 giugno, l'anniversario della scomparsa di Albertina Sisulu (Tsomo, 21 ottobre 1918 - Johannesburg, 2 giugno 2011), una delle piu' grandi figure della lotta contro il razzismo.

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Nel ricordo di Albertina Sisulu proseguiamo nell'azione nonviolenta per la pace e i diritti umani; per il disarmo e la smilitarizzazione; contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Oppresse e oppressi di tutti i paesi, unitevi nella lotta per la comune liberazione.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

 

2. REPETITA IUVANT. PER SOSTENERE IL CENTRO ANTIVIOLENZA "ERINNA"

 

Per sostenere il centro antiviolenza di Viterbo "Erinna" i contributi possono essere inviati attraverso bonifico bancario intestato ad Associazione Erinna, Banca Etica, codice IBAN: IT60D0501803200000000287042.

O anche attraverso vaglia postale a "Associazione Erinna - Centro antiviolenza", via del Bottalone 9, 01100 Viterbo.

Per contattare direttamente il Centro antiviolenza "Erinna": tel. 0761342056, e-mail: e.rinna at yahoo.it, onebillionrisingviterbo at gmail.com, sito: http://erinna.it

Per destinare al Centro antiviolenza "Erinna" il 5 per mille inserire nell'apposito riquadro del modello per la dichiarazione dei redditi il seguente codice fiscale: 90058120560.

 

3. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: LE CHIESE PER LA PACE (2011)

[Dal sito di Peacelink riprendiamo il seguente intervento del 18 febbraio 2011 pubblicato parzialmente su "Missione oggi", aprile 2011, pp. 29-31.

Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; e' stato presidente della Fuci tra il 1959 e il 1961; nel periodo post-conciliare ha animato a Torino alcune realta' ecclesiali di base; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; Il diritto di non uccidere. Schegge di speranza, Il Margine, Trento 2009; Dialoghi con Norberto Bobbio, Claudiana, Torino 2011; Il bene della pace. La via della nonviolenza, Cittadella, Assisi 2012; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, che e stata piu' volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli, indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia (ormai da aggiornare) degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n. 68]

 

Sommario

1. Confessione, 2. Fede nella pace, 3. La pace e' non-dominio, 4. La fede in Dio

nonviolento, 5. Sacrificio e violenza, 6. Il Vangelo e' rivoluzione politica, 7. Con le altre religioni.

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Qual e' il pensiero e la prassi dei cristiani riguardo alla pace? Le nostre chiese sono strumenti del vangelo di pace che abbiamo ricevuto? Senza pretesa di un bilancio, indico solo alcune delle risorse e delle difficolta' profonde in questo compito: frammenti di una realta' varia, non tutta visibile e verificabile.

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1. Confessione

Confessiamo anzitutto il nostro peccato verso la pace. Utilizziamo un sistema di consumi che fa violenza al mondo, unica casa comune a noi che ne godiamo, a chi ne e' defraudato, ai posteri. Una cultura corrente considera inevitabili molte forme di violenza. La violenza e' persino nel racconto biblico, e' stata anche giustificata dalle Chiese, ed e' dentro le Chiese stesse.

Non abbiamo formule risolutive, ma ci sono ricerche ed esperienze che come cristiani abbiamo il dovere di conoscere, seguire, favorire con la partecipazione e il contributo. Non avremo pace in coscienza, fin quando le nostre chiese non saranno segnali chiari di liberta' dalla voracita' possessiva che sfrutta il mondo e i viventi, e non incarneranno esperienze di fraternita' e parita'.

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2. Fede nella pace

Il punto radicale mi sembra questo: se abbiamo fede, e' fede nella pace. Se crediamo nel Dio mostratoci da Gesu', allora crediamo che il bene c'e', e dunque puo' venire, anche nelle situazioni piu' dolorose, ingiuste, disperate. Il Regno che Gesu' annuncia e rivela, e' la vita buona e compiuta, e infine felice, attraverso un travaglio di nuova nascita.

Dio e' pace, perche' e' bene, perche' e' vita affermata sul nulla. Si e' fatto carico della non-pace del nostro mondo, provando con noi la morte e l'inferno, per riempire di vita risorta la nostra mortalita'. Col suo totale donarsi ci ha dato una legge di vita, che e' l'opposto di violenza e dominio: "I dominatori dei popoli li signoreggiano, e si fanno chiamare benefattori. Ma voi non cosi'". Luca (22, 25-26) si distingue col mettere queste parole nella Cena, culmine della vita di Gesu' e convocazione della Chiesa.

La fraternita' e' il non-dominio, e' riconoscerci uguali nella dignita' essenziale, nonostante il male, l'avversione, l'inimicizia, che la sfregiano. Sopra Caino Dio pone il suo segno. Anche nelle funzioni e ruoli nelle chiese la prima regola e' la fraternita', l'uguale dignita' e rispetto, senza superiorita' sacre da omaggiare, che sarebbe imitare i dominatori dei popoli.

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3. La pace e' non-dominio

La pace e' l'opposto del dominio, dell'opprimerci, offenderci, disprezzarci, usarci come strumenti. Chi decide di non odiare, non uccidere, non condannare, fa un atto di fede nel valore degli altri, della realta'. Anche se non nomina Dio e nemmeno lo pensa, costui imita Dio, il quale ha fatto alleanza con ogni carne vivente, credendo di nuovo nell'umanita' condannata come malvagia.

Le nostre chiese, illuminate dalla conoscenza di Cristo, potrebbero non tanto ammaestrare quanto affiancare fraternamente queste energie dell'umanita', sostenerne la speranza e la fatica, contro gli scoraggiamenti, contro la diffusa ideologia della violenza regina del mondo.

Nonostante la malvagita', del mondo e nostra, crediamo nella pace. "Osare la pace per fede", diceva Bonhoeffer, cioe' non garantirsela con la sicurezza, con l'armamento superiore all'altro, cioe' con la fede nel dominio. Quando invece le nostre chiese, specialmente se si credono strutturalmente forti, fanno patti di potere coi dominatori, pensando cosi' di influire sulla societa', non credono nella verita' della pace ma nel dominio, peccano di idolatria, radice di tutti i peccati.

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4. La fede in Dio nonviolento

La divinita' violenta, punitiva, vendicativa, e' proiezione della nostra violenza in Dio, fatto supremo difensore e giustiziere. Come notava Giuseppe Barbaglio, nella Bibbia, come in generale nelle religioni, l'immagine di Dio e' duplice: affascinante e tremendo. Il 90% della Bibbia riflette questo ambivalente archetipo religioso, ma lo straordinario e' il 10% di immagini chiare di un Dio di amore.

La contraddizione si trova nelle scritture ebraiche e in quelle cristiane, anche se nelle seconde "al Dio che ama i buoni e punisce i cattivi subentra il Dio che ama tutti, perche' tutti sono ugualmente sue creature". Gesu' porta un vangelo di misericordia per i peccatori, purche' non vogliano ipocritamente apparire giusti. Anche in Gesu' c'e' un giudizio di salvezza o condanna, ma spicca il Padre "che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" (Matteo 5,45): immagine che scandalizza i religiosi.

Barbaglio conclude: "Il nostro compito e' togliere l'immagine di Dio dalle mani dei lettori violenti e metterla in quelle di lettori nonviolenti: l'obiettivo e' il riscatto della Bibbia". "C'e' un reciproco influsso tra l'immagine che ci facciamo di Dio e l'immagine che abbiamo di noi stessi e che guida la nostra esistenza e la nostra azione. L'immagine di un Dio non violento ci aiuta a camminare verso la nonviolenza: e' questo il contributo che la teologia del Dio biblico offre a una cultura della pace".

A parte i fondamentalismi che giustificano la violenza con la religione, accade che le strutture religiose cerchino, concedendo appoggio, una pace vantaggiosa coi potenti, invece di annunciare francamente in faccia ai potenti la pace promessa da Dio ai poveri.

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5. Sacrificio e violenza

L'idea di sacrificio, molto ambigua, incorporata nel cristianesimo storico, implica violenza teologica. "Sacrificio" significa due cose opposte: a) nella storia delle religioni, distruzione di altri (frutti, animali, umani) per la propria salvezza; b) nella vita di tutti, impegno e offerta di se' a rischio della vita, per la salvezza di altri (p. es. chi affoga per salvare un bambino). La morte di Cristo puo' essere detta sacrificio (azione sacra, alta) solo nel secondo senso: fu amore coraggioso "fino in fondo" (Gv 13,1), per fedelta' all'annuncio del regno, nonostante il male che lo violenta. Ma e' stata intesa da molti (cristiani e non) come voluta dal Padre per ottenere l'unica adeguata espiazione dei peccati dell'umanita' nel sacrificio del Figlio innocente e puro, fatto capro espiatorio e vittima della sua ira. Sarebbe un kakangelion, un annuncio di Male, contro il Bene annunciato da Cristo.

Se le chiese vogliono portare pace devono purificare dall'idea ambigua di sacrificio il loro linguaggio, perche' con Cristo ogni sacrificio e' finito e l'offerta di se' non e' distruttiva, ma creativa di nuova vita. L'ideologia vittimaria porta tanto a farsi vittime quanto a fare vittime, immaginando una legge di equilibrio tra offesa e pena, invece di vedere in Cristo l'amore che vince il male.

La croce di Cristo e' un crimine umano, che Gesu' ha affrontato e patito (patire non e' subire) per consapevole coraggiosa fedelta' alla sua missione, sfida di verita' alla falsita', violenza, dominio e divisione. Nello scontro col potere malvagio, egli si e' fatto scudo e riparo di tutti, perche' non si risponda piu' al male con vendette e vittime espiatorie, ma con la forza dell'amore che perdona e vivifica. Il Padre conferma la morte per amore del Figlio col dargli la vita risorta. In questa vita rinasce chiunque comprende la forza dell'amore (che Gandhi chiama satyagraha).

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6. Il Vangelo e' rivoluzione politica

L'amore universale, fino ai nemici, annunciato e mostrato da Gesu', e' una rivoluzione politica. La cultura della solidarieta' per amore altrui, sempre e oggi, implica mutamenti pratici profondi nei rapporti sociali rispetto al modello individualistico e utilizzatore che si e' imposto con la "rivoluzione dei ricchi".

Se nelle nostre chiese la "vera religione" non sara' compiere osservanze per salvarsi l'anima, ma vivere il bene, ospitare gli altri nella propria vita, dedicarsi al bene dei piu' bisognosi, le chiese ispireranno strutture di giustizia, quindi di pace.

Il rapporto religione-politica e' assai delicato, proprio perche', per lo piu', la logica del potere direttivo, verticale, e' l'opposto della logica fraterna evangelica. Ma deve sempre essere cosi'? Senza affatto imporsi a dirigere la societa' laica e secolarizzata, le chiese possono essere lievito comunitario, di fraternita' (parola che fu anche della Rivoluzione francese), di ospitalita', di giustizia effettiva, di valore irriducibile di ogni persona, di liberta' interiore.

Questo fermento c'e', agisce, senza clamore. Esso e' efficace e credibile quanto piu' e' disinteressato, libero da immagini e strutture di chiesa potenti e influenti, contigue ai centri di potere, e non e' credibile quando lascia sospettare ricerca di vantaggi (come avverte il Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 76). Solo il "dare senza attendere contraccambio", senza calcolo, e' rivelazione del Regno e dei "figli dell'Altissimo" (Luca 6,35).

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7. Con le altre religioni

Credo che per servire la pace, le nostre chiese debbano, come hanno cominciato a fare, sempre piu' colloquiare e collaborare con le altre religioni. Si puo' vedere il documento "Religioni e Pace", preparato dalla Ecumenical Association of Third World Theologians in vista del Forum Sociale Mondiale di Dakar (sito: internationaltheologicalcommission.org).

Tra i molti spunti ivi contenuti, segnalo il criterio proposto per la validita' storica delle religioni, ognuna e nel loro insieme: il "punto di vista dei poveri" (pp. 28-29), cioe' la giustizia da rendere ad ogni essere umano offeso nella vita, nella sussistenza, nella dignita' e liberta'. Gia' questo criterio impegna le religioni a negare qualunque appoggio a forme di violenza o dominio degli uni sugli altri, ed anzi a sostenere con intime energie spirituali le lotte nonviolente di liberazione e giustizia.

 

4. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: CHIESA E MAFIE. LA BEATIFICAZIONE DI DON PUGLISI: UNA DEFINITIVA PRESA DI DISTANZA? (2013)

[Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (per contatti: www.centroimpastato.com) riprendiamo il seguente intervento del 2013.

Umberto Santino e' con Anna Puglisi il fondamentale animatore del Centro Impastato, che come tutti sanno e' la testa pensante e il cuore pulsante del movimento antimafia]

 

Secondo un giudizio ampiamente condiviso la beatificazione di don Pino Puglisi del 25 maggio e le parole di papa Francesco nell'Angelus del giorno dopo, segnano una svolta nella storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica o l'approdo di un lungo percorso, comunque un punto di non ritorno, una definitiva presa di distanza, una radicale alternativa tra vangelo e sentire e pratica mafiosi. Per verificare queste affermazioni sara' bene ricostruire sinteticamente alcune pagine di storia e soffermarci su alcuni punti di riflessione.

Per cominciare c'e' da dire che don Puglisi, e con lui don Giuseppe Diana, non sono i primi preti uccisi dalle mafie. Sono probabilmente, alcuni certamente, caduti per mano mafiosa altri preti, che pochi ricordano. Il 16 agosto 1910 a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, viene ucciso il sacerdote Filippo Di Forti, economo del seminario. L'omicidio potrebbe essere collegato con l'attivita' svolta dal sacerdote, ma sul delitto e sulla personalita' della vittima mancano informazioni adeguate per poter esprimere un giudizio attendibile. Nel febbraio del 1916 nella borgata palermitana di Ciaculli, feudo di una mafia dinastica, quella dei Greco, viene ucciso il sacerdote Giorgio Gennaro, che durante una predica aveva denunciato il ruolo dei mafiosi nell'amministrazione delle rendite ecclesiastiche. Il delitto sarebbe opera di Salvatore e Giuseppe Greco. Il 19 giugno del 1919 a Resuttano, in provincia di Caltanissetta, viene accoltellato da un sicario rimasto ignoto l'arciprete Costantino Stella, uno dei "preti sociali" nati nei primi anni del secolo seguendo le indicazioni dell'enciclica Rerum Novarum del papa Leone XIII e sull'esempio di don Luigi Sturzo. Aveva fondato la Cassa rurale e artigiana. Il 13 settembre 1920 a Monreale e' ucciso il canonico Gaetano Millunzi, fondatore della Cassa mutua artigiana e studioso. Aveva denunciato brogli nell'amministrazione della mensa vescovile, ma frequentava riunioni elettorali a cui partecipavano notabili e mafiosi. Difficile stabilire se il delitto sia frutto delle denunce o di contrasti tra gruppi mafiosi. Il 27 novembre sempre del 1920 a Gibellina, in provincia di Trapani, viene ucciso l'arciprete Stefano Caronia, organizzatore della locale sezione del Partito popolare. Aveva contrastato la mafia locale e in particolare il capomafia Ciccio Serra, chiedendo di controllare personalmente l'esazione dei censi enfiteutici ecclesiastici. Ancora nel corso del 1920 a Bolognetta, in provincia di Palermo, viene ucciso l'arciprete Castrense Ferreri, su cui mancano informazioni. Nel 1925 c'e' l'omicidio dell'arciprete di Castel di Lucio, in provincia di Messina, Gian Battista Stimolo, indicato come mafioso in un rapporto del commissario Francesco Spano', protagonista delle lotte contro il banditismo.

Come si vede, si tratta di personalita' diverse, ma alcune sono con ogni probabilita' cadute per il loro impegno in qualche modo rivolto contro il prepotere mafioso. Cataldo Naro, storico e arcivescovo di Monreale, morto prematuramente nel settembre del 2006, scriveva a proposito di questi omicidi: "... anche l'uccisione del prete era consumata per questioni 'private', familiari o personali, e mai per vendetta di fronte a una pubblica presa di posizione contro il costume mafioso in nome del Vangelo e dell'insegnamento morale della Chiesa". Eppure di alcuni di questi preti risulta un impegno civile, sociale o politico, quantomeno oggettivamente in contrasto con gli interessi mafiosi. E non si capisce perche' la chiesa li abbia dimenticati.

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Chiesa cattolica e lotte contadine

Il loro ruolo e le loro uccisioni si collocano in un periodo storico in cui la Sicilia vede lo svilupparsi delle lotte contadine, sulla scia tracciata, negli ultimi anni dell'Ottocento, dai Fasci siciliani. La chiesa, di fronte a questo movimento di massa, tolta qualche eccezione, e' decisamene contraria, perche' alla testa delle lotte era il Partito socialista e, nel secondo dopoguerra, accanto al vecchio Psi, il Partito comunista. Tra le eccezioni possiamo ricordare il vescovo di Caltanissetta Giovanni Guttadauro che, nell'ottobre del 1893, pubblico' una lettera pastorale in cui mostrava di condividere le motivazioni delle agitazioni. Il vescovo scriveva: "Le ragioni del malcontento esistono e non si possono dissimulare. Il ricco per lo piu' abusa della necessita' del povero, che viene costretto a vivere di fatica, di stento, di disinganno". Ed esortava i parroci "naturali protettori dei poveri, a reclamare presso i proprietari ed i gabelloti che si ristabilisca la giustizia e l'equita' nei contratti, che si cessi dall'usura... che si ristabilisca l'equa proporzione tra il lavoro dei contadini ed il capitale apprestato dai gabelloti, sicche' il raccolto risulti diviso giustamente... I reverendi parroci e predicatori ricordino in ogni occasione ai padroni e capitalisti l'insegnamento della Chiesa, che grida altamente, per bocca del sommo Pontefice, essere loro dovere: non tenere gli operai in conto di schiavi, rispettare in essi la dignita' dell'umana persona, del carattere cristiano, non imporre lavori sproporzionati alle forze e malconfacenti con l'eta' o col sesso. Principalissimo poi loro dovere e' dare a ciascuno la giusta mercede, determinarla secondo giustizia, e non trafficare sul bisogno dei poveri infelici". Il riferimento e' ai carusi, i ragazzi impiegati nel durissimo lavoro nelle miniere.

Ma nel febbraio del 1894, dopo i massacri che chiudono nel sangue la stagione dei Fasci (108 morti in un anno: sparavano i campieri mafiosi e i soldati inviati da Crispi che decretava lo stato d'assedio e lo scioglimento delle organizzazioni), in un'altra pastorale il vescovo nisseno parlava di "plebi fatalmente illuse da istigatori malvagi", di "ree dottrine", e si allineava con gli altri ecclesiastici, con il vescovo di Noto Blandini che tuonava contro socialismo e massoneria: "esercito di Satana, malvagia e ria setta, la quale ha scelto a suo grande architetto il diavolo, a gerofante il giudeo", proponeva di rinchiudere "caritatevolmente" i socialisti in manicomio e definiva "stoltizia" l'aspirazione a ordinamenti democratici e ad un'equa distribuzione dei beni. Mentre il cardinale Celesia, arcivescovo di Palermo, condannava i "mestatori anarchici o socialisti" e riceveva il generale Morra di Lavriano, inviato per "normalizzare" la situazione, che si recava al palazzo arcivescovile per ringraziarlo.

La chiusura nei confronti del movimento contadino successivamente veniva mitigata dall'azione sociale delle parrocchie, dalla creazione, ad opera di don Sturzo, delle affittanze collettive, che miravano a sostituire l'intermediario mafioso, dalla creazione delle casse rurali. Azioni che vedono uomini di chiesa impegnati in concorrenza con i socialisti, per spingere all'interclassismo la mobilitazione classista.

La chiusura ritorna nell'ultima fase delle lotte contadine, negli anni '40 e '50. Si ricorda l'azione del cardinale Ernesto Ruffini, mantovano ben presto acclimatatosi in Sicilia, che, dopo la strage di Portella della Ginestra, del primo maggio, e gli attentati del 22 giugno 1947, scriveva in una lettera al papa che essi erano una forma di resistenza e di ribellione "di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali e alle teorie antiitaliane e anticristiane dei comunisti". E dopo la vittoria della Democrazia cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948, chiede a De Gasperi, e scrive a Scelba, che bisogna mettere fuorilegge "i nemici di Dio e della patria... sopprimendone le organizzazioni".

Per la gerarchia ecclesiastica il problema e' la lotta al comunismo, scomunicato da Pio XII nel 1949, e siccome la mafia e' il presidio armato contro di esso, si spiega perfettamente la complice indulgenza nei suoi confronti. In casa di Calogero Vizzini, il capomafia piu' noto, ci sono cinque ecclesiastici, tra cui due vescovi, e il vescovo di Caltanissetta Jacono ha ragione nel definire quella famiglia "sacerdotale" e non esita a prendere le difese di don Calo', che "assolto in tribunale fu mandato al confino donde e' tornato al lavoro onesto di un'azienda agricola" e dice di aver "cooperato alla sua liberazione promettendo alle autorita' di polizia il suo corretto diportamento".

Un vescovo si fa garante di un capomafia che nel settembre del 1944 ha sparato sul segretario regionale comunista Girolamo Li Causi e ha dichiarato di essere pronto a bruciare le sedi delle camere del lavoro: "queste sono le tessere che porto io", dice in un incontro con i separatisti, di fronte a chi chiede cosa stia a farci, dato che non risulta iscritto. A Villalba, il suo paese in provincia di Caltanissetta, sono nate contemporaneamente le sezioni separatista e democristiana, a riprova che la mafia, nei periodi di transizione, gioca su piu' cavalli, puntando poi decisamente su quello vincente. Ma la famiglia Vizzini non e' un caso unico. A Caccamo, in provincia di Palermo, il fratello del capomafia Peppino Panzeca e' l'arciprete Teotista, che viene considerato "il vero cervello della mafia" e da quelle parti cadono il contadino Filippo Intile e il sindacalista Salvatore Carnevale.

La mafia ha un ruolo essenziale, strategico, nel reprimere le lotte contadine, che il 20 aprile del '47 portano alla vittoria del Blocco del popolo nelle prime elezioni regionali, organizzando, in combutta con la galassia conservatrice e reazionaria, la strage di Portella e l'assassinio di dirigenti e militanti. Il cardinale Ruffini e' insieme principe della chiesa e tessitore delle trame politiche che spingono la Dc a chiudere la stagione del governo di coalizione antifascista e all'abbraccio con le forze conservatrici, indicate come mandanti della strage e della decimazione del movimento contadino.

Nella prima meta' degli anni '50 le lotte contadine si esauriscono e un milione e mezzo di siciliani sciama nell'emigrazione. Il mezzo secolo di potere democristiano vede l'affermarsi della borghesia mafiosa come classe dominante e chi, come il sindaco democristiano di Camporeale, Pasquale Almerico, tenta di impedire l'occupazione mafiosa cade vittima della mafia e dell'isolamento.

Ci vorra' la stage di Ciaculli del giugno 1963 per movimentare il quadro e il pastore Panascia, della piccola chiesa valdese di Palermo, affigge un manifesto in cui condanna la delittuosita' mafiosa e invita a rispettare il quinto comandamento. Papa Montini incarica il sostituto della segreteria di stato Dell'Acqua di scrivere una lettera a Ruffini: come mai la chiesa valdese parla e la chiesa cattolica tace? E nel diplomatico linguaggio curiale lo scrivente si permette "sottoporre al suo prudente giudizio di vedere se non sia il caso che anche da parte ecclesiastica sia promossa un'azione positiva e sistematica, con i mezzi che sono propri - d'istruzione, di persuasione, di deplorazione, di riforma morale - per dissociare la mentalita' della cosiddetta 'mafia' da quella religiosa e per confortare questa ad una piu' coerente osservanza dei principi cristiani, col triplice scopo di elevare il sentimento civile della buona popolazione siciliana, di pacificare gli animi, e di prevenire muovi attentati alla vita umana".

La risposta di Ruffini e' furente: l'iniziativa del pastore valdese e' "un ridicolo tentativo di speculazione protestante" e associare la mentalita' mafiosa a quella religiosa e' una "supposizione calunniosa messa in giro... dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia... mentre difendono i propri interessi economici... in concorrenza proprio con organizzatori mafiosi". La mafia e' solo delinquenza comune, come quella che c'e' dappertutto e la chiesa cattolica non ha nulla da rimproverarsi, anzi e' quotidianamente impegnata per elevare il sentimento civile del popolo siciliano, pacificare gli animi e prevenire gli attentati. Erano gli anni del sacco di Palermo, del sindaco Lima e dell'assessore Ciancimino, della guerra di mafia.

Ruffini nel 1964 pubblicava una pastorale dal titolo Il vero volto della Sicilia, in cui esaltava la storia e le bellezze dell'isola e parlava di una congiura per disonorare la Sicilia, indicando come fattori che maggiormente contribuivano alla campagna di diffamazione la mafia, Il Gattopardo e Danilo Dolci. Sulla mafia ribadiva quel che aveva gia' detto: delinquenza comune, "gruppi di ardimentosi, pronti a tutto osare per difendere i loro privati interessi e per garantire la loro supremazia"; il quadro disegnato dal romanzo di Tomasi di Lampedusa era troppo nero, sapeva trovare solo difetti; anche Dolci diffamava la Sicilia e godeva della protezione dei comunisti.

Il pastore Panascia scriveva a "Sua Eminenza", parlando delle condizioni da terzo mondo dei quartieri di Palermo; il cardinale gli rispondeva, chiamandolo "Egregio Signore" e dicendogli di non aver letto bene la sua lettera pastorale.

Ci vorranno le montagne di morti dei primi anni '80 e le stragi dei primi anni '90 per sentire dall'arcivescovo di Palermo, Salvatore Pappalardo, accenti diversi. Sono le omelie ai funerali di Boris Giuliano, di Cesare Terranova e Lenin Mancuso, di Piersanti Mattarella che consacrano Pappalardo come "cardinale antimafia", e anche la messa che il cardinale celebra il 31 ottobre del 1981 per tutte le vittime della mafia viene definita "messa antimafia". Una definizione che il cardinale respinge: "Non stiamo celebrando, di certo, quella che assai impropriamente e' stata definita la 'Messa antimafia'. Tale espressione non ha senso... la messa non e' mai contro nessuno... se mai e' implorazione di misericordia per tutti da parte di Dio. Misericordia e soccorso per questa citta' esterrefatta dal continuo ripetersi di atroci delitti e di tante malversazioni, rischiando di abituarsi ad essi e di assumere, quasi a modo di difesa psicologica, un atteggiamento di indifferenza; cosa che, se vera, significherebbe un male ancora maggiore". La Chiesa non e' contro ma e' per, argomento che sara' ripreso piu' volte e a cui si potrebbe osservare che essere per la pacifica convivenza, per l'onesta', non puo' non significare essere contro coloro che uccidono, i mafiosi in primo luogo, che malversano, a cominciare dagli uomini politici e dagli amministratori pubblici.

Al funerale di Dalla Chiesa e della moglie Pappalardo pronuncia l'omelia piu' straziata e piu' nota: l'omelia di Sagunto: "Dum Romae consulitur... Saguntum expugnatur... e questa volta non e' Sagunto, ma Palermo. Povera Palermo!". Nel novembre del 1982 Giovanni Paolo II visita Palermo e pronunciando il suo discorso salta i passi che si riferivano direttamente alla mafia, si disse per questione di tempo. Ma ormai il messaggio e' chiaro e alla messa che il cardinale celebra nel carcere dell'Ucciardone il 27 aprile 1983, in preparazione della Pasqua, i detenuti non si presentano. Anche il messaggio dei mafiosi e' chiaro e arrivano critiche altrettanto chiare da vari ambienti. Per fare un esempio, il direttore del "Giornale di Sicilia" in un'intervista alla "Domenica del Corriere" dice: "pur avendo agito nell'interesse di Palermo, Pappalardo avrebbe fatto meglio a limitarsi al suo ruolo di pastore di anime e non interferire in compiti che non gli competono". Il problema e' il rapporto tra chiesa e Dc, tra chiesa e potere. Con l'arcivescovo che preferisce mettere la sordina, l'azione di rinnovamento e' nelle mani di alcuni sacerdoti operanti in quartieri "difficili", come l'Albergheria, come Brancaccio. All'Albergheria il rettore della chiesa di San Saverio, Cosimo Scordato, fonda con altri un centro sociale non confessionale, con cui per anni collabora il Centro Impastato. A Brancaccio opera il parroco Rosario Gioe', si muove sulle orme del concilio Vaticano II, parla di mafia ma a un certo punto abbandona l'incarico per dedicarsi all'insegnamento. Ricordo qualche incontro nei locali della parrocchia. Anche Michele Stabile, collaboratore di Pappalardo, lascia la curia.

Il 9 maggio del '92 il papa pronuncia ad Agrigento l'anatema: "Mafiosi convertitevi, una volta verra' il giudizio di Dio". Poco prima ha parlato con i genitori di Rosario Livatino, il giovane magistrato ucciso nel settembre del 1990. Il 23 maggio c'e' la strage di Capaci, il 19 luglio quella di via D'Amelio. Nel '93 la violenza mafiosa oltrepassa lo Stretto, con l'attentato in via Fauro, le stragi di Firenze e di Milano, gli attentati a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro. E il 15 settembre sempre del '93 c'e' l'assassinio di don Puglisi, il 19 marzo del '94 quello di don Diana. Sono una risposta all'anatema del papa? Puo' darsi, quel che e' certo e' che Puglisi e Diana fanno i preti in modo diverso da tanti altri. Puglisi non si limita a predicare, ma coinvolge i bambini e i ragazzi del quartiere Brancaccio, storica roccaforte della mafia, fonda il Centro Padre nostro, volutamente confessionale, chiama alcune suore per aiutarlo, collabora con un coordinamento condominiale, si batte perche' il quartiere abbia i servizi che mancano: non c'e' la fognatura, non c'e' un asilo, non c'e' una scuola media. Non e' considerato un "prete antimafia", ma la mafia capisce che puo' toglierle il terreno sotto i piedi. Riceve minacce, e' aggredito, invita i mafiosi a presentarsi, a dialogare. Per i fratelli Graviano, boss del quartiere, e' un affronto intollerabile. Anche don Diana, in quel regno della camorra che e' Casal di Principe, opera in chiesa e fuori di essa, lavora con i giovani, con gli extracomunitari. Definisce la camorra "una forma di terrorismo", lo accusano di essere strumentalizzato dai comunisti, lo uccidono in chiesa il giorno del suo onomastico.

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In odium fidei

Dopo vent'anni e dopo un lungo travaglio, don Puglisi e' stato beatificato con la motivazione che e' stato ucciso in odium fidei. Cioe' i mafiosi lo hanno assassinato perche' predicava il vangelo, che e' l'opposto del credo dei mafiosi che con il battesimo di sangue si votano a un'altra religione. Questo e' il "dispositivo" elaborato per fare di una vittima di mafia un martire cristiano.

Esso e' il frutto di un'elaborazione che ha cercato di costruire una pastorale che affronti il tema della mafia, definendola "struttura di peccato" e "peccato sociale". Un'elaborazione che orecchia la teologia della liberazione e che non si puo' dire che sia andata molto avanti proprio perche' quella teologia e' stata marchiata come resa al marxismo. Cosi' per beatificare don Puglisi si e' costruito un teorema che vuole chiesa e mafia radicalmente alternativi, piallando una storia che parla altra lingua. Quello che potremmo chiamare il "cattolicesimo reale" e' una "struttura di potere" che dall'editto di Costantino ai nostri giorni ha gestito direttamente per quasi due millenni il potere temporale e da quando lo ha perso formalmente gode di privilegi, amministra i suoi beni e le sue finanze come ogni capitalista, si e' servita di Sindona e di Marcinkus, ha convissuto con la mafia, condiziona la vita sociale e politica. E la religiosita' dei mafiosi, la devozione ostentata, non e' dissimile da quella di gran parte della popolazione che si dichiara credente, fatta di ritualita' (il battesimo, il matrimonio, il funerale in chiesa), di culto dei santi (e Padre Pio domina su tutti, pure sulla Madonna e su Gesu' Cristo), di processioni e feste patronali, con i mafiosi tra gli organizzatori, come si e' provato per il festino di Santa Rosalia a Palermo e per la festa di Sant'Agata a Catania. Anche se non si esibiscono piu' in primo piano, come mostra una fotografia per la festa dell'Immacolata a Cinisi, forse scattata da Peppino Impastato.

Lo stesso giorno in cui veniva beatificato il piccolo prete di Brancaccio (per santificarlo occorre un miracolo e ci vorra' del tempo per scovarlo) a Genova si svolgeva il funerale di don Gallo, che era completamente diverso da don Puglisi come personaggio, come carattere, ma predicava lo stesso vangelo, facendosi ultimo con gli ultimi. Il cardinale Bagnasco e' stato contestato quando ha rievocato il cardinale Siri che aveva emarginato don Gallo. Quella di Ruffini e di Siri e' una chiesa diversa da quella di Puglisi e di Gallo. Ma la prima e' la regola, la seconda l'eccezione. Per la gerarchia ecclesiastica il vangelo e' una retorica di legittimazione, per i preti di strada e' un vademecum per la vita quotidiana. Il nuovo papa Francesco cerca di conciliare le due chiese con la bonomia italo-argentina, ma e' stato un tenace avversario della teologia della liberazione. Le sue parole rivolte ai mafiosi e alle mafiose perche' si convertano sono quasi identiche a quelle di Wojtyla, ma Giovanni Paolo II evocava il Cristo del giudizio, Francesco il cuore di Gesu', pronto a perdonare. Ma il perdonismo cattolico puo' essere un'astuzia del potere, che divora e digerisce tutto, per conservarsi e perpetuarsi.

*

Brancaccio dopo don Puglisi

A succedere a don Puglisi venne chiamato don Mario Golesano, grande amico di Cuffaro. Ora c'e' don Maurizio Francoforte, che non so cosa faccia. Gregorio Porcaro, viceparroco con don Puglisi, non e' piu' prete, si e' sposato e ha due figli. Va in giro a parlare di don Puglisi ed e' impegnato in attivita' sociali. Il Centro Padre nostro c'e' sempre, si e' staccato dalla parrocchia ed e' oggetto di continui danneggiamenti e ruberie. Gli eredi di don Puglisi sono divisi. La mafia c'e' ancora, ma i fratelli Graviano sono in carcere e dopo le dichiarazioni di Spatuzza sono incriminati come mandanti della strage di via D'Amelio. Il processo per l'assassinio di don Puglisi, in cui la chiesa non si e' costituita parte civile, si e' concluso con la condanna di mandanti ed esecutori. Gli esecutori dell'omicidio, Grigoli e Spatuzza, sono collaboratori di giustizia e si possono considerare dei pentiti, dicono che hanno cambiato vita, colpiti dal sorriso del prete e dal suo "me l'aspettavo" quando aveva la pistola puntata sulla nuca. Il testimone di giustizia Giuseppe Carini vive altrove con un altro nome. Ora a Brancaccio c'e' la scuola media, c'e' un auditorium dedicato al piccolo Di Matteo, sequestrato, ucciso e sciolto nell'acido dai mafiosi. In un terreno confiscato al costruttore Jenna saranno costruiti una nuova chiesa e dei servizi. Sul luogo del delitto e' stata collocata una statua del nuovo beato, protetta da una cabina di vetro. Il giorno della beatificazione ad alcuni balconi erano appesi dei drappi bianchi. I giornalisti che intervistavano la gente di Brancaccio hanno colto voci diverse. Alcuni ricordavano il prete sorridente e benefattore del quartiere, altri parlavano del lavoro che non c'e', mentre c'era quando c'erano i Graviano. L'area industriale e' smantellata, c'e' un grosso centro commerciale e molti continuano a pagare il pizzo. Brancaccio e' la metafora di Palermo, una citta' che cerca di cambiare ma e' assediata dalla continuita'.

 

5. MATERIALI. ALCUNE PUBBLICAZIONI DI FRANCUCCIO GESUALDI E DEL "CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO"

[Riproponiamo ancora una volta]

 

- Franco Gesualdi, Signorno', Guaraldi, Rimini-Firenze 1972.

- Franco Gesualdi, Economia: conoscere per scegliere, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1982.

- Franco Gesualdi e Pierangelo Tambellini del Centro nuovo modello di sviluppo (Vecchiano - Pi), Energia nucleare. Cos'e' e i rischi a cui ci espone, Movimento Nonviolento, Perugia 1987.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Lettera ad un consumatore del Nord, Emi, Bologna 1990, 1994.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Boycott! Scelte di consumo scelte di giustizia. Manuale del consumatore etico, Macro/edizioni, San Martino di Sarsina (Fo) 1992.

- Francuccio Gesualdi, Jose' Luis Corzo Toral, Don Milani nella scrittura collettiva, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1992.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Sulla pelle dei bambini, Emi, Bologna 1994, 1995.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Nord/Sud. Predatori, predati e opportunisti. Guida alla comprensione e al superamento dei meccanismi che impoveriscono il Sud del mondo, Emi, Bologna 1993, 1996.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Guida al consumo critico. Informazioni sul comportamento delle imprese per un consumo consapevole, Emi, Bologna 1996.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Sud-Nord. Nuove alleanze per la dignita' del lavoro, Emi, Bologna 1996, 1997.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Geografia del supermercato mondiale. Produzione e condizioni di lavoro nel mondo delle multinazionali, Emi, Bologna 1996.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Ai figli del pianeta. Scelte per un futuro vivibile, Emi, Bologna 1998.

- Francesco Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo, Manuale per un consumo responsabile. Dal boicottaggio al commercio equo e solidale, Feltrinelli, Milano 1999.

- Francesco Gesualdi, Giamila Gesualdi, Paola Costanzo, Te', infusi e tisane dal mondo, Sonda, Torino-Milano 2001.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Guida al risparmio responsabile. Informazioni sui comportamenti delle banche per scelte consapevoli, Emi, Bologna 2002.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Guida al telefono critico. Il mondo della telefonia messo a nudo, Terre di mezzo, Milano 2002.

- Willy Mutunga, Francesco Gesualdi, Stephen Ouma, Consumatori del nord lavoratori del sud. Il successo di una campagna della societa' civile contro la Del Monte in Kenya, Emi, Bologna 2003.

- Francesco Gesualdi, Acquisti trasparenti, Emi, Bologna 2005.

- Francesco Gesualdi, Giamila Gesualdi, Tutti i tipi di te', Sonda, Torino-Milano 2005.

- Francesco Gesualdi, John Pilger, Comprare con giustizia, Emi, Bologna 2005.

- Francesco Gesualdi, Centro nuovo modello di sviluppo, Sobrieta'. Dallo spreco di pochi ai diritti per tutti, Feltrinelli, Milano 2005.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Ai giovani figli del pianeta. Scegliamo insieme un futuro per tutti, Emi, Bologna 2005.

- Centro nuovo modello di sviluppo, Guida al vestire critico, Emi, Bologna 2006.

- Francesco Gesualdi, Acqua con giustizia e sobrieta', Emi, Bologna 2007.

- Francesco Gesualdi, Il mercante d'acqua, Feltrinelli Milano 2007.

- Francesco Gesualdi, Lorenzo Guadagnucci, Dalla parte sbagliata del mondo. Da Barbiana al consumo critico: storia e opinioni di un militante, Terre di mezzo, Milano 2008.

- Francesco Gesualdi, Vito Sammarco, Consumattori. Per un nuovo stile di vita, La Scuola, Brescia 2009.

- Francesco Gesualdi, L'altra via. Dalla crescita al benvivere, programma per un'economia della sazieta', Terre di Mezzo, Milano 2009.

- Francesco Gesualdi, Dario Bossi, Il prezzo del ferro. Come si arricchisce la piu' grande multinazionale del ferro e come resistono le vittime a livello mondiale, Emi, Bologna 2010.

- Francesco Gesualdi, Cercatori del regno. Cammino missionario verso la Pasqua 2011. Una Quaresima per crescere nella spiritualita' dei nuovi stili di vita, Emi, Bologna 2011.

- Francesco Gesualdi, I fuorilega del nordest, Dissensi, 2011.

- Centro nuovo modello di sviluppo, I mercanti della notizia. Guida al controllo dell'informazione in Italia, Emi, Bologna 2011.

- Francesco Gesualdi, Facciamo da soli. Per uscire dalla crisi, oltre il mito della crescita: ripartiamo dal lavoro e riprendiamoci l'economia, Altreconomia, Milano 2012.

- Francesco Gesualdi, Le catene del debito. E come possiamo spezzarle, Feltrinelli, Milano 2013.

- Francesco Gesualdi, L'economia del bene comune, Feltrinelli, Milano 2013.

- Francesco Gesualdi, Cambiare il sistema. La storia e il pensiero del padre del consumo critico, fondatore del "Centro nuovo modello di sviluppo", Altreconomia, Milano 2014.

*

Ovviamente cfr. inoltre anche almeno:

- Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967.

- AA. VV., La Rete di Lilliput. Alleanze, obiettivi, strategie, Emi, Bologna 2001.

 

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 702 del 2 giugno 2015

 

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