Uno scritto di Silvia Vegetti Finzi



 

UNO SCRITTO DI SILVIA VEGETTI FINZI

 

Diffondiamo come anticipazione il seguente scritto di Silvia Vegetti Finzi che pubblicheremo in apertura del fascicolo di domani del notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino".

Ringraziamo di tutto cuore la professoressa Vegetti Finzi per avercelo messo a disposizione, e naturalmente cogliamo l'occasione per ringraziarla altresi' del suo luminoso magistero morale e civile, del suo diuturno impegno educativo, terapeutico e in difesa dei diritti e della dignita' umana.

 

La redazione de "La nonviolenza e' in cammino"

 

Viterbo, 20 aprile 2013

 

Mittente: La redazione de "La nonviolenza e' incammino", c/o "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: nbawac at tin.it e centropacevt at gmail.com , web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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SILVIA VEGETTI FINZI: "BELLA BAMBINA ARIANA"

[Ringraziamo di tutto cuore Silvia Vegetti Finzi per averci messo a disposizione questo ricordo.

Silvia Vegetti Finzi (Brescia 1938), psicologa, pedagogista, psicoterapeuta, docente universitaria, saggista, e' una prestigiosa intellettuale femminista. Su Silvia Vegetti Finzi dal sito dell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche (www.emsf.rai.it) riprendiamo la seguente notizia biografica: "Silvia Vegetti Finzi e' nata a Brescia il 5 ottobre 1938. Laureatasi in pedagogia, si e' specializzata in psicologia clinica presso l'Istituto di psicologia dell'Universita' cattolica di Milano. All'inizio degli anni '70 ha partecipato a una vasta ricerca internazionale, progettata dalle Associazioni Iard e Van Leer, sulle cause del disadattamento scolastico. Inoltre ha lavorato come psicoterapeuta dell'infanzia e della famiglia nelle istituzioni pubbliche. Dal 1975 e' entrata a far parte del Dipartimento di Filosofia dell'Universita' di Pavia ove attualmente insegna psicologia dinamica. Dagli anni '80 partecipa al movimento femminista, collaborando con l'Universita' delle donne 'Virginia Woolf' di Roma e con il Centro documentazione donne di Firenze. Nel 1990 e' tra i fondatori della Consulta (laica) di bioetica. Dal 1986 e' pubblicista del 'Corriere della Sera' e successivamente anche di 'Io donna' e di 'Insieme"' Fa parte del comitato scientifico delle riviste: 'Bio-logica', 'Adultita'', 'Imago ricercae', nonche' dell'Istituto Gramsci di Roma, della 'Casa della cultura' di Milano, della 'Libera universita' dell'autobiografia' di Anghiari. Collabora inoltre con le riviste filosofiche 'Aut Aut' e 'Iride'. Molti suoi scritti sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco e spagnolo. E' membro dell'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, della Societa' italiana di psicologia; della Societe' internationale d'histoire de la psychoanalyse. Nel 1998 ha ricevuto, per i suoi scritti di psicoanalisi, il premio nazionale 'Cesare Musatti', e per quelli di bioetica il premio nazionale 'Giuseppina Teodori'. Sposata con lo storico della filosofia antica Mario Vegetti, ha due figli adulti, Valentina e Matteo. Gli interessi di Silvia Vegetti Finzi seguono quattro filoni: il primo e' volto a ricostruire una genealogia della psicoanalisi da Freud ai giorni nostri, intesa non solo come storia del movimento psicoanalitico ma anche come storia della cultura; il secondo, una archelogia dell'immaginario femminile, intende recuperare nell'inconscio individuale e nella storia delle espressioni culturali, elementi di identita' femminile e materna cancellati dal prevalere delle forme simboliche maschili: a questo scopo ha analizzato i sogni e i sintomi delle bambine, i miti delle origini, i riti di iniziazione femminile nella Grecia classica, le metafore della scienza, l'iconografia delle Grandi Madri; il terzo delinea uno sviluppo psicologico, dall'infanzia all'adolescenza, che tenga conto anche degli apporti psicoanalitici. Si propone inoltre di mettere a disposizione, tramite una corretta divulgazione, la sensibilita' e il sapere delle discipline psicologiche ai genitori e agli insegnanti; il quarto, infine, si interroga sulla maternita' e sugli effetti delle biotecnologie, cercando di dar voce all'esperienza e alla sapienza delle donne in ordine al generare". Tra le opere di Silvia Vegetti Finzi: (a cura di), Il bambino nella psicoanalisi, Zanichelli, Bologna 1976; (con L. Bellomo), Bambini a tempo pieno, Il Mulino, Bologna 1978; (con altri), Verso il luogo delle origini, La Tartaruga, Milano 1982; Storia della psicoanalisi, Mondadori, Milano 1986; La ricerca delle donne (1987); Bioetica, 1989; Il bambino della notte. Divenire donna, divenire madre, Mondadori, Milano 1990; (a cura di), Psicoanalisi al femminile, Laterza, Roma-Bari 1992; Il romanzo della famiglia. Passioni e ragioni del vivere insieme, Mondadori, Milano 1992; (con altri), Questioni di Bioetica, Laterza, Roma-Bari 1993; (con Anna Maria Battistin), A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall'attesa ai cinque anni, Mondadori, Milano 1994; Freud e la nascita della psicoanalisi, 1994; (con Marina Catenazzi), Psicoanalisi ed educazione sessuale, Laterza, Roma-Bari 1995; (con altri), Psicoanalisi ed identita' di genere, Laterza, Roma-Bari 1995; (con Anna Maria Battistin), I bambini sono cambiati. La psicologia dei bambini dai cinque ai dieci anni, Mondadori, Milano 1996; (con Silvia Lagorio, Lella Ravasi), Se noi siamo la terra. Identita' femminile e negazione della maternita', Il Saggiatore, Milano 1996; (con altri), Il respiro delle donne, Il Saggiatore, Milano 1996; Volere un figlio. La nuova maternita' fra natura e scienza, Mondadori, Milano 1997; (con altri), Storia delle passioni, Laterza, Roma-Bari 1997; Il fantasma del patriarcato, Alma Edizioni, 1997; (con altri), Fedi e violenze, Rosenberg & Sellier, 1997; (con Anna Maria Battistin), L'eta' incerta. I nuovi adolescenti, Mondadori, Milano, 2000; Parlar d'amore, Rizzoli, Milano 2003; Silvia Vegetti Finzi dialoga con le mamme, Fabbri, Milano 2004; Quando i genitori si dividono, Mondadori, Milano 2005; Nuovi nonni per nuovi nipoti, Mondadori, Milano 2008; La stanza del dialogo, Casagrande, Bellinzona 2009]

 

"Nessuno - dice Pascal - muore cosi' povero

da non lasciare nulla in eredita'".

Cio' vale anche per i ricordi -

solo che essi non sempre trovano un erede.

(W. Benjamin)

 

"Come si chiama bella bambina?" chiede l'ufficiale nazista a mia mamma, chinandosi per accarezzarmi i riccetti biondi e scarruffati. Ho cinque anni e mezzo e stiamo viaggiando da Brescia a Manerbio, un paese vicino, su un treno buio, gelido e fracassone, con i sedili sbrindellati e le porte interne che non si chiudono. Ma nessuno ricorda le comodita' di un tempo. Tanto meno i bambini che non le hanno mai conosciute. Siamo in aprile, il "piu' crudele dei mesi" e l'inverno, come la guerra, sembra non voler finire. Mia madre, preoccupata che quella bambina sventata abbia dimenticato la consegna - non a caso ero soprannominata "mademoiselle la gaffe" - m'invita a rispondere bene e io, con gli occhi sgranati per una paura che non so, pronuncio in fretta una frase che rimarra' negli annali di famiglia: "Lei dice che mi chiamo Rosina Ruchinger". La nuova identita' e' recente. Fino a qualche giorno prima avrei risposto: "Silvia Finzi", ma da quando la Repubblica di Salo' ha inasprito le persecuzioni contro gli Ebrei, compresi i "misti", quel cognome e' diventato impronunciabile. Suona come un'imputazione, anzi come una condanna a morte. Ma questo lo sapro' dopo, molti anni dopo. Il puzzle della vita si compone lentamente e solo alla fine se ne scorge il disegno complessivo.

Invece, durante l'occupazione tedesca il cognome Ruchinger, di ascendenza cattolica, costituisce una sorta di lasciapassare. Viene portato in Italia da Monaco di Baviera dal bisnonno materno, un medico cosi' innamorato del nostro Paese da stabilirsi nel mantovano dopo la battaglia di Custoza, dove aveva combattuto contro gli Austriaci. Nominato medico condotto, esercitava, forse a Viadana, quella che veniva considerata, con commiserazione venata d'ironia: "Arte si' misera, arte si' rotta, non v'e' che il medico che va in condotta". Di lui si ricorda la passione per l'Inghilterra, trasmessa nel nome dei tre figli: Enrico, che sarebbe diventato mio nonno, Edoardo e Adelaide. Nonostante la miseria dell'arte, possedeva un cavallo, un calesse e un servo. Quest'ultimo doveva essere uno stalliere assai maldestro se il cavallo gli stacco' il naso con un morso. Ma l'appendice, cosi' si narra, venne tempestivamente riattaccata con ago e filo dall'abile medico, improvvisatosi sarto per l'emergenza.

Sventura volle che, quando i suoi bambini erano ancora piccoli, il "dottore tedesco", dagli inconfondibili capelli rossi, venisse inghiottito, con cavallo e calesse, da una piena del Po, mentre tentava di raggiungere in fretta e furia una partoriente. La vedova, rimasta sola a crescere i figli con un'esigua pensione, fu costretta a rimpiangere la miseria dell'arte medica quando in casa entro' quella vera: l'arte di mettere insieme il pranzo con la cena. Ideo' allora uno stratagemma: recupero' il servizio di nozze, riservato alle grandi occasioni, e utilizzo' i piatti di porcellana bavarese, decorati con fiori di vivaci colori, per "pucciare" la polenta in un sugo virtuale. Si narra che i ragazzi riuscissero a condire, almeno con la fantasia, quel monotono alimento.

Tornando al treno che sferragliava verso Brescia, l'ostico cognome Ruchinger portava con se' quelle scene lontane, spezzoni di una memoria familiare dispersa: il tempo corre veloce e il passato sbiadisce in fretta. Il nome Rosina era tratto invece dall'abbecedario di mia nonna Liberata Bendoni, la moglie di nonno Enrico, una signora d'altri tempi, educata in casa dall'istitutrice, secondo costumi ottocenteschi. Un volume favoloso se confrontato alle autarchiche pubblicazioni del tempo di guerra: di cartone spesso un po' ingiallito, illustrato con disegni in bianco e nero, cosi' belli che ora li metteremmo in cornice. L'identificazione con la figura della contadinella Rosina, di cui si presumeva un roseo incarnato, mi era stato affibbiata per due ragioni: perche' avevo le gote rosse e perche' Rosina era una guardiana di oche, il che lasciava supporre che lei stessa un po' oca lo fosse. D'altra parte in quegli anni tutte le bambine erano considerate ochette, anche quelle un po' cresciute, e tutti i maschi monelli. Gli adulti, che avevano ben altro cui pensare, i bambini non li vedevano neppure e, per comodita', ricorrevano a un consunto repertorio di pregiudizi.

A quanto pare il mio improbabile pseudonimo aveva funzionato, visto che il cortese ufficiale aveva esclamato: "Questa si' essere bella bambina ariana!". La stentata sintassi e' d'obbligo per dar l'idea del crucco credulone, sempre disposto a farsi imbrogliare dallo scaltro italiano. L'aneddoto potrebbe far sorridere se non fosse che proprio in quei giorni, forse in quello stesso giorno, il 5 aprile del '44, Ida Finzi, la giovane sorella di mio padre, era stata spinta a forza in un vagone piombato e deportata, col padre, ad Auschwitz. Finita la guerra, ereditai da lei una bicicletta da corsa e un portatovagliolo d'argento con inciso il suo semplice nome. E nessun racconto.

Piu' tardi seppi che, il giorno precedente a quello in cui fu deportata, si era presentata spontaneamente alla Casa di riposo israelitica di Mantova per stare vicina al padre, che vi era detenuto dal primo dicembre. Una scelta dettata dalla solitudine e dall'affetto su cui si stavano addensando le nuvole minacciose del conflitto piu' spaventoso che la storia abbia mai conosciuto.

Ida, rimasta orfana di madre, si recava spesso a Venezia, ospite della zia e la' si trovava quando era giunta la notizia che gli Ebrei mantovani sarebbero stati deportati nei giorni seguenti. Preoccupata per la sorte del padre, aveva preso il primo treno disponibile per raggiungerlo e avvertirlo di quanto stava per accadere. Nelle stesse ore il fratello Renzo viaggiava in senso contrario per indurla a rimanere a Venezia. Il chiasma dei loro spostamenti sarebbe stato per lei decisivo.

Sappiamo infatti che quando Ida era arrivata a casa non aveva trovato nessuno ad attenderla. Spaventata, era corsa dalla cameriera di famiglia, che abitava in un paese vicino, ma questa, temendo di essere coinvolta nella retata, l'aveva scacciata in malo modo chiudendole la porta in faccia. Non sapendo che fare, Ida si era allora recata all'ospizio ove era detenuto il padre, consegnandosi spontaneamente alle guardie. In realta' non ci sarebbe stato alcun bisogno di raggiungerlo perche', per l'eta' tarda e i malanni che lo affliggevano, era da poco giunto l'ordine di rilasciarlo. Ma, nel frattempo, si era fatto tardi e, per non affrontare il buio imposto dal coprifuoco, il vecchio Finzi, frastornato da eventi che non riusciva a comprendere, aveva deciso che, con la figlia, si sarebbe trattenuto nell'ospizio per una notte ancora. Nel pomeriggio si era recato dal barbiere per "mettersi in ordine". Ci teneva al suo aspetto e non immaginava che, chiedendo come al solito "barba e capelli", si stava preparando per l'ultimo viaggio. Quando il mattino successivo padre e figlia, fatti i bagagli, si accingevano a rientrare a casa, il loro tempo stava ormai per scadere. Nel concitato trasferimento dei prigionieri alla stazione, nessuno aveva voluto prendere in considerazione quell'insolito ordine di scarcerazione. Nel disinteresse generale erano stati spinti con gli altri dentro il convoglio blindato che li attendeva minaccioso su un binario secondario; i portoni scorrevoli freneticamente chiusi e sigillati, e gia' Mantova si allontanava all'orizzonte.

Con l'indifferenza che la sorte riserva a chi vuol perdere, era inesorabilmente scoccata, sul quadrante della loro vita, "l'ora di tutti". Il vecchio padre, considerato dalle SS un inutile fardello, sarebbe stato ucciso cinque giorni dopo il suo arrivo nel campo di sterminio, mentre la figlia vi sarebbe morta, forse per tifo, alla fine dell'anno. Qualcuno, dei pochi che dall'inferno di Auschwitz fecero ritorno, ha raccontato che, durante il tragitto, Ida aveva trovato l'amore. Peccato che, "come tutte le piu' belle cose, duro' solo un giorno. Come le rose" (1).

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Note

1. Come scrive Rossana Rossanda: "Questa non e' una storia ma quel che resta della mia memoria".

 

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