Archivi. 7



 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XII)

Numero 7 del 7 gennaio 2011

 

In questo numero:

1. Premessa prima: Dieci sonetti a Vicenza

2. Si puo', si deve vincere a Vicenza

3. Si', a Vicenza il cinque ottobre il voto

4. Vicenza oggi e' per tutti una speranza

5. Se a Vicenza vinceranno i si'

6. Il cinque ottobre il voto vicentino

7. Che da Vicenza giunga una parola

8. Come a Vicenza il senno dei votanti

9. Chi teme che la gente di Vicenza

10. Vicenza dunque il 5 ottobre vota

11. In un giorno di festa i vicentini

12. Premessa seconda: Un blues ed altri testi

13. Blues del nostro fratello dottor King

14. Blues del treno della morte

15. Aderendo a un appello per la pace

16. Una leggenda apocrifa ovvero eulogia di Massimiliano di Cartagine

17. Rachele

18. In memoria di Primo Mazzolari

19. Premessa terza: Una sera ed altri testi

20. Una sera di Chico Mendes

21. Ad alcuni amici suoi di Catania

22. Della memoria del dolore e del dolore della memoria

23. Una canzone per Marianella Garcia. Nel ventesimo anniversario della morte

24. Epigrafe per il resistente Josef Mayr-Nusser

25. Nel chiasso

26. Per Oscar Romero

27. Ancora una cantata dei morti invano

28. In memoria di Dietrich Bonhoeffer

29. Uomini e tigri

30. Ruminazioni di un viandante eugubino

31. Agli amici della Rete Radie' Resch in occasione della decima marcia per la giustizia da Agliana a Quarrata

32. L'interprete

33. Cantata per Danilo

 

1. PREMESSA PRIMA: DIECI SONETTI A VICENZA

[Riproponiamo i seguenti testi gia' ripubblicati ne "La domenica della nonviolenza" n. 214 del 3 maggio 2009]

 

Riproponiamo questa raccolta, nulla modificando. Scrivevamo mesi fa, presentandola: "In vista del referendum del 5 ottobre 2008 a Vicenza per impedire la realizzazione della nuova base di guerra "Dal Molin" tra altri interventi a sostegno dell'iniziativa di pace apparvero su "La nonviolenza e' in cammino" anche i testi che di seguito riproduciamo (senza piu' indicazione delle firme ne' le brevi schede introduttive)".

 

2. SI PUO', SI DEVE VINCERE A VICENZA

 

Si puo', si deve vincere a Vicenza

e con la forza della verita'

fermare li' la guerra e la violenza

li' disarmare chi ammazzando va.

 

Si puo', si deve con la nonviolenza

far vincere l'umana dignita'

negando agli assassini l'acquiescenza

togliendo ai barbari complicita'.

 

Si puo', si deve col forte strumento

del voto di coscienza popolare

combattere la guerra e il suo tormento.

 

Si puo', si deve la guerra fermare

le armi ripudiare, e dal lamento

passare all'atto di vite salvare.

 

3. SI', A VICENZA IL CINQUE OTTOBRE IL VOTO

 

Si', a Vicenza il cinque ottobre il voto

dei cittadini puo' dir si' alla pace

si' alla civile convivenza, al moto

di umanita' piu' semplice e verace.

 

Si', a Vicenza il giusto, il vero, il noto

prevalga sull'iniquo e sul rapace,

prevalga sul fallace e sull'ignoto;

e vinca il bene che salva e che piace.

 

Si', a Vicenza vinca la difesa

della natura e della civilta',

e sia respinta l'oltraggiosa offesa

 

delle armi e della loro crudelta',

dell'empia guerra che non lascia illesa

la nostra gia' dolente umanita'.

 

4. VICENZA OGGI E' PER TUTTI UNA SPERANZA

 

Vicenza oggi e' per tutti una speranza

di opporre pace e bene a guerre e stragi.

Se il 5 ottobre fermera' la danza

macabra del riarmo, e dei malvagi

 

seminator di morte la baldanza,

sara' quel voto il miglior dei presagi

di una civile convivenza, usanza

dono piu' grande di quei dei re magi.

 

Vicenza che resistere ha saputo

a chi voleva farne un arsenale

e la spelonca da cui esce il bruto

 

a far scempio del mondo e sparger male,

Vicenza al male opponga il suo rifiuto

e salvi col suo voto cio' che vale.

 

5. SE A VICENZA VINCERANNO I SI'

 

Se a Vicenza vinceranno i si'

i si' alla pace, i si' alla giustizia

il 5 ottobre iniziera' da li'

piu' forte lotta ad ogni ria nequizia.

 

Se a Vicenza prevarra' cosi'

la fedelta' all'amore e all'amicizia

il 5 ottobre sara' dunque un di'

per l'umanita' intera di letizia.

 

Si' ardua prova in cosi' picciol spazio

si' grave compito in cosi' breve ora:

opporsi agli arsenali dello strazio,

 

difendere la civilta' che onora,

respingere di guerra il giammai sazio

mostro. E dal buio far sorger l'aurora.

 

6. IL CINQUE OTTOBRE IL VOTO VICENTINO

 

Il cinque ottobre il voto vicentino

non tratta solo di un lembo di terra

riguarda invece se di pace o guerra

vogliamo sia il comun nostro destino.

 

Alla crudele man dell'assassino,

al riarmo stritolante cio' che afferra,

al riarmo che tutto atterrisce e atterra,

si opponga del diritto il buon cammino.

 

Si opponga al male la volonta' buona

si opponga alla barbarie il civil lume

si opponga alla violenza la saggezza

 

prevalga sulle tenebre chiarezza

ceda il pessimo all'ottimo costume:

tutti i diritti umani a ogni persona.

 

7. CHE DA VICENZA GIUNGA UNA PAROLA

 

Che da Vicenza giunga una parola

che opponga alla violenza la ragione,

che possa essere la buona scuola

che insegni a contrastare ogni uccisione,

 

che dica quella verita' che sola

smaschera ogni empia mistificazione:

e' assassina ogni arma, ogni pistola

puntata e' contro tutte le persone.

 

E quindi ogni base militare

ogni arsenale, ogni fabbrica d'armi

son luoghi di nequizia e malaffare.

 

L'umanita' chiede che si disarmi,

per sempre la guerra e' da ripudiare:

troppi giaccion nel fango o sotto i marmi.

 

8. COME A VICENZA IL SENNO DEI VOTANTI

 

Come a Vicenza il senno dei votanti

il 5 ottobre dara' buoni frutti

quel si' alla pace sara' un passo avanti

non solo per Vicenza ma per tutti.

 

Un si' al diritto ad impedir che tanti

ancora dalla guerra sian distrutti,

un si' ad evitare nuovi pianti

e strazi, e orrori, ed infiniti lutti.

 

Un si' alla civile convivenza

un si' al disarmo che salva le vite

un si' alla ragione e alla coscienza

 

che vieti eccidi e sani le ferite

considerando la comun semenza

dell'umanita' intera, una e mite.

 

9. CHI TEME CHE LA GENTE DI VICENZA

 

"E altro e' da veder che tu non vedi"

(Dante, Inf., XXIX, 12)

 

Chi teme che la gente di Vicenza

faccia valere verita' ed amore,

chi teme che virtu' d'intelligenza

esprima la pieta' che nutre il cuore,

 

chi teme che vinca la nonviolenza

e fermi il seme di nuovo dolore,

vorrebbe or cancellare la presenza

di una viva citta', strappare il fiore

 

del vivere civile e solidale,

negando liberta' e democrazia

vorrebbe che ci si arrendesse al male.

 

Ma non sara' cosi', lunga e' la via

ma vincera' la scelta naturale

di chi vuol pace e bene. E cosi' sia.

 

10. VICENZA DUNQUE IL 5 OTTOBRE VOTA

 

Vicenza dunque il 5 ottobre vota

e se i potenti dicon che non vale

Vicenza ancora il 5 ottobre vota

che la democrazia non fa mai male

 

e il 5 ottobre si' Vicenza vota

poiche' questa e' la regola legale

e il 5 ottobre ecco Vicenza vota

perche' e' logico, e' giusto, ed e' normale.

 

Per dire si' alla pace e si' al diritto

il 5 ottobre si vota a Vicenza

per impedire un sordido delitto

 

il 5 ottobre il popolo a Vicenza

dira' la sua, e non restera' zitto

il 5 ottobre ogni cuore a Vicenza.

 

11. IN UN GIORNO DI FESTA I VICENTINI

 

In un giorno di festa i vicentini

potranno dire una parola vera.

Oggi e' quel giorno e prima che sia sera

quella parola oltre quei confini

 

giunta sara' ed orientera' i cammini

di quante e quanti alla signora nera

non vogliono di vite un'altra schiera

siano immolate e appese poi agli uncini

 

dei macellai in divisa e dei signori

che dalla guerra traggono profitti.

Si opponga il voto ai lutti ed ai dolori

 

sia il voto voce di tutti gli afflitti

che anelano la pace e i suoi splendori.

Sia il voto si' alla vita e si' ai diritti.

 

12. PREMESSA SECONDA: UN BLUES ED ALTRI TESTI

I testi seguenti apparvero nel Quaderno 4 (dal titolo: Un blues in memoria di Martin Luther King ed altri testi estratti da "La nonviolenza e' in cammino") del corso di educazione alla pace presso il liceo scientifico di Orte, anno scolastico 2004-2005. Abbiamo omesso l'indicazione delle firme e le brevi schede introduttive.

 

13. BLUES DEL NOSTRO FRATELLO DOTTOR KING

 

Era poco piu' che un ragazzo, il nostro fratello dottor King

la storia lo aspettava a una fermata d'autobus

e la storia quel giorno

aveva il volto stanco e i piedi gonfi

di nostra sorella Rosa Parks, che sempre sia lodata.

 

Era poco piu' che un ragazzo, il nostro fratello dottor King

ma aveva un sogno e quando sogni forte

non c'e' muraglia che possa resistere

ed e' quel sogno che mette in cammino

la carovana umana, che sempre sia lodata.

 

Era poco piu' che un ragazzo, il nostro fratello dottor King

paziente lo attendeva il suo sicario

e quelli che pagarono il sicario

ancora comandano, certo

ma l'anima di King non l'hanno infranta, che sempre sia lodata.

 

Ancora comandano, e' vero, gli oppressori

ma la marcia di Martin Luther King,

poco piu' che un ragazzo, non l'hanno fermata

essa continua con le nostre gambe

coi nostri sogni, e vinceremo noi. Che sia lodato il cielo e anche la terra.

 

14. BLUES DEL TRENO DELLA MORTE

[Raccontava nella presentazione parlata l'anonimo autore di questo blues che aveva cominciato il suo impegno politico quando aveva quattordici anni, bloccando treni e occupando binari in nome della dignita' di ogni essere umano; e aggiungeva che da allora non aveva piu' smesso di lottare, e sempre piu' si era accostato alla nonviolenza all'ascolto di Mohandas Gandhi, di Martin Luther King, del movimento delle donne; e affermava di pensare che se in Europa nella prima meta' del Novecento tanta piu' gente si fosse messa sui binari, tante stragi e tanti orrori sarebbero stati evitati; poi tossiva, si schiariva la voce, cominciava a maltrattare la chitarra, e diceva, accennando una subito soffocata intonazione, all'incirca le parole seguenti]

 

E tu fermalo il treno della morte

col tuo corpo disarmato sui binari

con la voce che si oppone all'urlo roco

delle bombe, delle fruste al vile schiocco.

 

E tu fermalo il treno della morte

sono pochi gli oppressori, innumerevoli

le vittime, non possono arrestarci

se tutti insieme ce li riprendiamo i diritti, la terra, la vita.

 

E tu fermalo il treno della morte

con la tua persona fragile sconfiggi

gli apparati e gli strumenti della guerra

e salva il mondo con la tua persona fragile.

 

E tu fermalo il treno della morte

perche' tu, cosi' indifeso, puoi fermarlo

col tuo corpo, la tua voce, la speranza

che sa unire tante braccia, e sa fermarlo

 

maledetto il treno nero della morte.

 

E tu fermalo e cosi' ferma la guerra.

 

15. ADERENDO A UN APPELLO PER LA PACE

 

Non dire che adesso non hai tempo:

perche' dopo non ci sara' piu' tempo.

E non dire che e' gia' troppo tardi:

anche un minuto prima non e' tardi.

 

E non dire che troppo e' difficile l'impegno:

poiche' tutto e' nel cominciare, e il resto

viene da se'.

 

E non dire, soprattutto non dire

che ti dispiace tanto ma che altri

se la vedano, non tu:

questo ragionamento uccide.

 

Non dire che il giorno e' finito, e le tenebre

e' giocoforza prevalgano ancora.

Accendi piuttosto il tuo lume.

 

16. UNA LEGGENDA APOCRIFA OVVERO EULOGIA DI MASSIMILIANO DI CARTAGINE

 

I.

Solo questo so di te, che nell'anno

195 ti fucilarono

perche' obiettore al servizio militare.

 

Immagino che venne un centurione

coi suoi esperti di pubbliche relazioni,

psicologi, pubblicitari, sceneggiatori di telenovelas,

a dirti mentre eri in galera

sei un bravo giovane, chi te lo fa fare

vieni con noi, imparerai un mestiere.

E Massimiliano rispose di no.

 

Mandarono da lui certi suoi parenti, certi prominenti

concittadini, a dirgli

lo sai che noi cartaginesi

siamo gia' guardati con sospetto

per certe vecchie storie di Alpi e di elefanti

di annibali e di asdrubali e scipioni

non metterti a fare casino

vesti la giubba, non c'e' altro da fare

e combattere per l'impero ha pure i suoi vantaggi.

Ma Massimiliano rispose di no.

 

E vennero allora a persuaderlo

certi amici di quando al campetto

giocavano insieme a pallone, gli amici

del bar: Massimilia' falla finita

da quando ti sei messo con quei tizi

del galileo morto ammazzato

ti stai mettendo in un mare di guai.

Che diamine mai hai contro i marines?

Falla finita con quei beduini

da' retta al nostro buon signor Belcore

la paga e' buona ed il lavoro e' poco.

E quello cocciuto, come un mulo a dire no.

 

II.

Dicono male delle corti marziali

dicono male dei plotoni d'esecuzione

forse che e' meglio farlo col coltello

in un vicolo buio di notte?

 

Dicono che siamo repressori

e genocidi addirittura; e andiamo!

forse che non ci vuole anche un po' d'ordine

in questo letamaio di colonie?

e il roman way of life non costa niente?

Eppure la volete, la televisione

il telefonino.

 

E allora poche storie, lo ammazzammo

perche' dovemmo, mica potevamo

lasciarlo andare il vile disertore

oltretutto terrone, anzi affricano.

 

La civilta', insomma, va difesa.

 

III.

Quante incertezze, quanta paura certo durasti.

Solo i babbei

pensano che gli eroi sono una specie

di nazisti spretati. E invece i martiri

hanno paura come noi, e tremano

come noi, come noi dubitano

di star tutto sbagliando, di sprecare per nulla la vita.

 

Ma infine ristette fermo nel suo no

Massimiliano di Cartagine. E fu fucilato.

 

IV.

Ecco, io mi alzo in piedi nell'assemblea

e prendo la parola, e dico:

obietta alla guerra e alle uccisioni

combatti contro gli eserciti e le armi

scegli la nonviolenza.

 

Ecco, io prendo la parola in assemblea,

mi alzo in piedi e dico:

fermiamo le fabbriche di armi

assediamo le basi militari

impediamo i decolli dei bombardieri

strappiamo gli artigli alle macchine assassine.

 

Ecco, io dico al soldato: diserta

io dico al ferroviere: ferma il convoglio

io dico al vivandiere: non preparare

di carne umana il pranzo al generale.

 

Ecco, io dico, la guerra

puo' essere, deve essere fermata.

Con l'azione diretta nonviolenta.

Con il gesto del buon Massimiliano

cartaginese, che i romani fucilarono.

 

17. RACHELE

 

Quelli di noi che hanno passato notti

al freddo e al gelo sanno che vuol dire

non avere una casa.

 

E quelli di noi che hanno avuto paura

subendo minacce e percosse, di essere uccisi

sanno cos'e' la paura.

 

E quelli di noi che ai padri hanno chiuso

sul letto di morte gli occhi, sanno sanno

sanno la morte che orrendo nemico e' di tutti.

 

E quelli di noi che hanno avuto lo strazio

di vedere morire gli amici e di vedere

eserciti muovere alla caccia

di carne umana, come possono, come possiamo

tacere, restare nelle tiepide case

col cibo caldo tra i visi amici.

 

Cosi' Rachele mosse di lontano

verso quel cuore del mondo che ha nome Palestina.

 

Cosi' Rachele mise l'anima sua e il suo corpo

tra l'esercito e le vittime

tra le ruspe che demoliscono

e le case in cui poter vivere ancora.

 

Cosi' Rachele la molto amata

torno' in Palestina.

Lo dico a te Labano, lo dico a te Giacobbe.

 

Cosi' Rachele fu uccisa e questa morte

e' la morte di tutte le donne che portano vita

lungo i tornanti di questa preistoria

di Margarete dai capelli d'oro

di Sulamith dai capelli di cenere.

 

Non ho parole, ho solo greve un pianto

e molte amare memorie e una speranza sola:

che resusciti Rachele

nella pace tra i popoli, nel ricordo

dell'orrore, nell'alleanza nuova

che a tutte e tutti riconosca vita,

che a tutte e tutti riconosca dignita'.

 

E' questa resurrezione

questa compresenza dei morti e dei viventi

nella comune lotta per l'umano

cio' che qui chiamo ancora nonviolenza.

 

E' la lotta di Rachele

la nonviolenza in cammino.

 

18. IN MEMORIA DI PRIMO MAZZOLARI

 

Veniva dalla Resistenza, don Primo Mazzolari

che reca dura la scienza

del bene e del male, il conoscere insieme

il valore del pane e del vino, la fame e la morte.

 

Veniva dalla campagna, don Primo Mazzolari

che conosce il ciclo dei giorni

e dei raccolti, e la disperazione

della grandine e della fame

e come gli uomini fecondino la terra

e tutto e' fatica e rigoglio.

 

Veniva dalla sequela, don Primo Mazzolari

credeva nell'assurdo di un figliuolo

dell'uomo che i potenti condannarono

a vile morte e che mori' indifeso.

 

Credeva nell'assurdo: il mansueto

che accetta l'ingiustizia di morire

e che cosi' di morte l'ingiustizia

per sempre smaschera

e annienta la violenza

con l'umile suo gesto di negare

di aggiungere violenza alla violenza.

 

Sapeva lottare, don Primo Mazzolari

con le arti della volpe e del leone,

con scienza di serpente e di colomba,

il lento lavoro della goccia

che scava la pietra stilla a stilla

a scheggia a scheggia scava la pietra.

 

E sapeva le parole, don Primo

Mazzolari, le parole che sanno

girare ruote e trascinare carri

muovere le montagne.

 

E se dovessi, cari, dire tutto

quel che mi pare di saper di lui

questo direi, che Primo Mazzolari

prese sul serio l'unico comando:

tu non uccidere.

 

Chi vuol rendergli onore

questo ricordi, a questo apprenda tutto

il cuor gentile suo:

tu non uccidere.

 

19. PREMESSA TERZA: UNA SERA ED ALTRI TESTI

I testi seguenti apparvero nel Quaderno 2 (dal titolo: Una sera di Chico Mendes ed altri testi estratti da "La nonviolenza e' in cammino") del corso di educazione alla pace presso il liceo scientifico di Orte, anno scolastico 2004-2005. Abbiamo omesso ancora le brevi notizie introduttive.

 

20. UNA SERA DI CHICO MENDES

 

"Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho serbato la fede"

(2 Tm 4, 7)

 

La selva e nella selva l'altra selva

quella nei laghi neri del cuore

quella ove incontri lupe, leoni, lonze

e i killer prezzolati dai padroni.

 

La selva e nella selva vivi gli alberi

e sotto la corteccia il sangue loro

ed e' mestieri di cavarne stille,

fratelli alberi, abbiamo fame anche noi.

 

La selva e nella selva gli abitanti

della selva. Ed ecco stabiliamo

un patto nuovo tra noi della foresta,

fratelli umani che dopo noi vivrete.

 

La selva e noi, le donne antiche e gli uomini

antichi e gli uomini e le donne che eccoci.

Stringiamo un patto, sorelle piante, ci diciamo

parole di rispetto e di dolore, fratelli alberi

abbiamo fame anche noi, hanno fame anche altri, tutti

vogliamo vivere.

 

La selva e nella selva io Chico Mendes

e tre proiettili che passo dopo passo

di ramo in ramo di talento in talento

dal portafogli e dalla scrivania

fino alla tasca e alla cintura e alla fondina

e' tanto che mi cercano, e cercano me

Chico Mendes, il sindacalista

l'amico della foresta, l'amico della nonviolenza.

 

Ed e' gia' questo ventidue dicembre

del mille novecento ottantotto

questa e' la porta di casa mia, sono

le cinque e tre quarti. E mi sotterreranno

nel giorno di Natale antica festa.

Piangono nella selva lente lacrime

di caucciu' le piante, piange l'indio

piange Ilzamar, Sandino ed Elenira

piangono e piangono i compagni tutti,

il sindacato piange e piange il cielo

in questa sera senza luce e senza scampo.

 

Mentre mi accascio guardo ancora il mondo

che possa vivere

ho fatto la mia parte.

 

21. AD ALCUNI AMICI SUOI DI CATANIA

 

Degli infiniti mondi questo era

dei ciarlatani il mondo.

E dei mafiosi.

 

E delle oppresse e degli oppressi in lotta

per il riscatto e per la dignita'.

 

Ti offrivano casse di vini pregiati e sorridendo

ti dicevano di smettere, ma chi te lo fa fare, pensa

alla salute.

 

Ministri e cavalieri, stallieri e magnati

ti guardavano come una sfinge, cosa poteva volere

quella faccia di greco antico

che certo amava la vita.

 

Amava la vita ed amava la Sicilia

che e' la vita quando la vita e' insieme felice e amara.

Amava la Sicilia che e' la Grecia

di Empedocle e il mondo quando tutto

era colmo di dei e di dee. Amava

la Sicilia che non si arrende, la Sicilia

dei contadini e degli zolfatari,

degli emigranti e delle magre donne

forti come la roccia.

 

Era uno come Diderot: fece piu' che delle opere

fece delle persone.

Trovo' compagni e suscito' la lotta, quando

tutti tacevano e lui levo' la voce, e cosi' quando

sarebbe stato facile cedere in una smorfia,

in un ammiccare ironico e lieve, e invece lui

levo' la voce.

 

Lo avevano avvisato, non dite di no. Avvisato

lo avevano, ma lui

niente

e con quel sorriso e con quel cercare grane

sempre d'attorno andando col fiuto e con la tigna.

Lo avevano avvisato ma lui niente

testa dura che voleva spianare le montagne.

 

Poiche' non lo fermarono i sorrisi

poiche' non lo fermavano gli avvisi

poiche' cresceva intorno a lui, tramite lui

quella cosa che si chiama Resistenza

e puoi dirla solamente in lieve soffio,

mandarono a fermarlo infine i killer.

 

Sono passati anni e a quella notte

tante altre fredde notti di dolore

si sono aggiunte tale che s'incrina

il mondo sotto il peso della mole.

 

Sono passati anni e Pippo Fava

e' ancora qui, compagni, e vive ancora

e vivra' ancora finche' tu non cedi.

 

22. DELLA MEMORIA DEL DOLORE E DEL DOLORE DELLA MEMORIA

 

I.

Quando ricordi il dolore

aggiungi un dolore ancora. E la memoria

del dolore infinito e' infinito

protrarsi del dolore. Tutto ne geme,

ne scricchiola il mondo, e l'anima.

 

Quando ricordi il dolore

un nuovo dolore sopporti

ma non dissemini nuovo dolore

il vecchio cerchi d'addomesticare

che meno ti graffi lo sguardo

t'incrini meno la voce, il cuore

nel raccontare un poco si disserri.

 

Ma quando ricordi quel dolore

frutto del male innominabile, quel male

ancora ti strazia e smarrisce.

Non puoi dartene ragione, non puoi

domesticarlo, no, non puoi.

Cosa ti accade allora?

 

II.

Si puo' raccontare l'inenarrabile?

e si puo' razionalizzare cio' che sfugge

alla ragione? e si puo'

fare memoria di cio' che dovrebbe

per sempre sprofondare nel pozzo dell'oblio?

 

Ma quel dolore resta e ancor piu' resta

quel male se non trovi chi ti ascolta

quel male se non trovi le parole

atte ad espellerlo dacche' giu' in fondo all'anima

forte a calcarlo ebbero i torturatori.

 

Dire l'indicibile.

Lottare ancora.

Convocare l'intera umanita'

al cospetto dell'unica, la duplice

Shoah.

Lottare ancora

dire l'indicibile

salvare le vittime future.

 

Pesante assai fardello di scorpioni

e di frustate che sul dosso grava

troppo perche' lo possa sostenere

persona.

 

E tuttavia recare testimonio

e dire l'indicibile e lottare

ancora, ancora salvare

le vittime, l'umanita' intera.

 

III.

Non accadde in una notte di tempesta

non accadde tra capanne e dentro grotte

non accadde in terre barbare e deserte.

 

Fu nel cuore colto e vivo dell'Europa

conficcato come stocco fino all'elsa.

 

Non accadde in tempi oscuri e remotissimi

ma nel secolo ricco e portentoso

della tecnica, la crescita, il progresso.

 

Nel cuore colto e vivo dell'Europa

nero chiodo che trapassa e infetta l'albero.

 

IV.

Mi chiedo quali ricordi io ricordi

e di quali ricordi io parlo in questi giorni

ai miei ragazzi, qui, seduti in cerchio.

 

E cosa coli e filtri tra parole

nelle anime loro che non voglio insozzare

ridicendo dell'inferno di Auschwitz.

 

Questo dovere di fedelta'

ai maestri piu' grandi che ho avuto

e questa paura di essere strumento

inconsapevole e nolente ancora

alla propagazione dell'orrore

col solo dirne.

 

E in lacrime ogni volta ancor rompendo.

 

V.

Mi chiedo questa voce che qui scrive

di cosa testimoni e donde trovi

la forza di levarsi voce ancora.

 

Mi dico non sei tu non sei non sei

tu in diritto di parlar di questo

solo potrebbero coloro che son morti

o pochi vecchi che i giorni del male

tutte le notti devono tornare

ad affrontare in buio e solitudine.

 

Cosa ne sai, non eri li', non puoi

dar la tua voce alle parole altrui

ed al silenzio altrui, e non vi sono

parole che possano dire la cosa

che con la parola Shoah tentiamo invano

di esorcizzare, di stornar dal mondo.

 

VI.

Mi dico: pure devo ricordare

che questo e' stato e ricordare ad altri

di ricordare che cio' che gia' e' stato

ancora puo' tornare se non veglia

quella ragione che contende ai mostri.

 

Mi dico, trattieni del ploro

l'impulso e dei singulti

e parla con voce chiara e piana

racconta di Primo Levi, racconta di Vittorio

Emanuele Giuntella, racconta

quel che da loro hai imparato e tramanda

la verita', l'appello e anche il fardello.

 

Mi perdonino i giovani cui parlo

alla cui innocenza m'inchino

mi perdonino se l'eco dell'orrore

reco alle loro orecchie, se traggo

penoso un carico e lo consegno loro

di angoscia inestinguibile.

 

VII.

Ma ricordate che questo e' stato

ma ricordate che all'inumano

occorre resistere, ma ricordate

che ogni persona e' fragile, e difendila

tu.

Ricordati che tu devi salvarlo

il mondo tutto, la vita di ciascuno.

 

23. UNA CANZONE PER MARIANELLA GARCIA. NEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE

 

Ay Marianella, Marianella Garcia

potevi fare la vita dei signori

i tuoi buoni studi, il tuo seggio in parlamento

ma tu scegliesti di stare con noi poveri.

Ay Marianella che pioggia di sangue.

 

Era Marianella sorella di noi morti

perche' amava la vita e che la vita

fosse degna di essere vissuta.

Ay Marianella si spensero le stelle.

 

Era intrepida e vestita di umilta'

sapeva che i fascisti la cercavano

e ti raggiunse la furia dei fascisti.

Ay Marianella la furia dei fascisti.

 

Parlava la lingua dei contadini e degli angeli

sapeva le parole che guariscono

parole di luce e di pane.

Ay Marianella la terra nera e rossa.

 

Sapeva tutte le cose e anche le cose

che tutti sanno e e' difficile dire

e lei le diceva con voce di uccellino.

Ay Marianella che fredda e' la notte.

 

Ti ammazzarono come hanno ammazzato

i morti che cercavi e che il tuo sguardo

resuscitava nel cuore del popolo.

Ay Marianella che pianto infinito.

 

Cosi' dura e' la nostra dura vita

che anche nella gioia noi piangiamo

ma mentre ti piangiamo ricordiamo

con gioia che sei stata e resti viva.

Ay Marianella, Marianella Garcia.

 

24. EPIGRAFE PER IL RESISTENTE JOSEF MAYR-NUSSER

 

Almeno io ti voglio ricordare, e ringraziare ancora,

Josef Mayr-Nusser che fosti arruolato

a forza nelle SS e che dicesti no.

 

Sul treno per Dachau, nel vagone bestiame

moristi da resistente, non da carnefice.

 

Avessero molti fatto la tua scelta

non avrebbero inondato il mondo

quanto dolore, quante lacrime, quanto sangue.

 

Almeno io qui ti ringrazio ancora

Josef Mayr-Nusser che dicesti no.

 

25. NEL CHIASSO

 

Nel chiasso in cui tutti hanno ragione

resto in silenzio e il mio silenzio dica

la colpa che io sento e che non sentono

tutti coloro che di ciancia colmano

il vuoto nel mondo lasciato dagli uccisi.

 

26. PER OSCAR ROMERO

 

Prima di essere Romero Romero

non era ancora Romero. Tutti

dobbiamo divenire cio' che siamo

e che non siamo finche' non ci troviamo

a quell'antico bivio della scelta.

 

Era Romero uomo di fede

ma la sua fede non era ancora

la fede di Romero, prima occorse

che quella fede nella fede lo trovasse

gliela recasse un popolo piagato.

 

Cosi' dall'astratto al concreto

dicono certi antichi dottori

muovesi il mondo, il mondo vecchio e stanco

cosi' si mosse anche Oscar Romero

muovendo incontro a verita' e martirio.

 

Dicono: cosa si puo' fare? Nulla.

E dicono anche: cosa

si puo' fare? Tutto.

E non e' vero. Ma quel che e' da fare

tu fallo, e cosi' sia.

 

Sotto lo sguardo degli assassinati

Oscar Romero incontro' se stesso

sotto lo sguardo degli assassini

incontro' se stesso Oscar Romero.

 

Viene sempre quell'ora inesorabile

in cui devi levare la tua voce.

Tu non vorresti, vorresti restare

nel silenzio che sa molte lusinghe

molti segreti, e molti pregi reca.

Ma viene sempre l'ora della voce.

 

Venne quell'ora per Oscar Romero

a rivelargli il volto e il nome suo

venne quell'ora recata dal silenzio

degli assassinati e recata dal silenzio

degli assassini, e giungi al paragone.

 

Prese ad un tempo la parola e la croce

e messosi alla scuola degli scalzi

ne fu piu' che avvocato, compagno.

Sapeva anche lui dove quella portava

strada, sapeva anche lui quale suono

avrebbe spento un giorno la sua voce.

 

Come chiodi che secco un martello

nel legno batte e conficca, il colpo

della pallottola irruppe nel suo corpo

fatto legno, fatto vino, fatto croce

fatto pane, fatto luce, per sempre

raggiunse Romero Romero, ormai voce

per sempre dell'intera umanita'.

 

27. ANCORA UNA CANTATA DEI MORTI INVANO

 

E noi siamo i soliti morti

i soliti morti invano

quelli come sempre poco furbi

che non sapevano guardar lontano

e quelli come sempre troppo furbi

che non sapevano guardar vicino.

Adesso siamo qui, presi all'uncino

nello sheol infrante estinte spoglie

morti per sempre come tutti i morti,

e come tutti i morti morti invano.

 

E noi anche avevamo attese e voglie

e vite personali e aspetto umano

di femmine e di maschi, e come foglie

discerpaci ed invola un vento vano.

E i sogni alati e le gioie e le doglie

tutto disparve qual miraggio arcano

quando al lume dei giorni e al buon cammino

per sempre ci strappo' il colpo assassino.

 

E voi che questa voce che si spegne

avete cuore di ascoltare ancora

sappiate che anche le nostre eran degne

di essere vissute vite, e l'ora

che ce le tolse - ed erano ancor pregne

di luce e di belta' che t'innamora -

non fu di caso o fato il cupo frutto:

furono uomini a rapirci tutto.

 

E tu che ancora senti e ancora vedi

a te affidiamo un'ultima parola:

ferma la guerra, con le mani e i piedi;

ferma la guerra e bruciati la gola

a forza di gridarlo; e se non cedi

vi e' speme che s'inceppi questa mola

e cessi questa storia di orchi e brace

e possa venir l'ora della pace.

 

Ma noi siamo solo i soliti morti

i soliti morti invano

quelli come sempre poco furbi

che non sapevano guardar lontano

e quelli come sempre troppo furbi

che non sapevano guardar vicino.

Adesso siamo qui, presi all'uncino

nello sheol infrante estinte spoglie

morti per sempre come tutti i morti,

e come tutti i morti morti invano.

 

28. IN MEMORIA DI DIETRICH BONHOEFFER

 

I.

Quando impiccarono Dietrich Bonhoeffer

dal cielo si senti' come un sospiro

profondo.

Il buon Signore aveva perso un forte

e buon compagno, e ne gemeva triste.

 

All'ora nona si rirallegrava

il cielo tutto

che' Dietrich Bonhoeffer

compiuta la sua corsa era tornato

infine a casa.

 

II.

E voi miei cari a cui qui intorno al fuoco

in questa veglia io riracconto ancora

la storia vera e la vera leggenda

del buon Dietrich Bonhoeffer, resistete

come lui resistette.

 

E non crediate

che non ha senso questo nostro esistere

resistere, cercare, accarezzare

lottare per la vita e la giustizia.

 

29. UOMINI E TIGRI

 

Tu chiudi uomini in gabbia,

ed essi diventano tigri.

 

30. RUMINAZIONI DI UN VIANDANTE EUGUBINO

 

Ora sappiamo che il lupo siamo noi.

Che anche noi siamo nella pancia del lupo

che anche noi rechiamo il lupo nella pancia.

 

E questo sappiamo, che la nostra lotta

contro di noi dobbiamo cominciarla.

E questo e' il deserto, e questa e' la fame,

ed il nemico e' specchio di quanto

di non risolto, di non ancora a luce

sgorgato, di non compreso ancora,

e' in noi che soffre, in noi e', che ci sforza.

 

E anche questo sappiamo, che i pensieri migliori

si pensano coi piedi, camminando si pensano.

Si pensano andando e mentre si va

ci si da' voce e ascolto l'un l'altro,

si scopre che il meraviglioso dono

non e' quando si arriva ma il viaggio,

la strada condivisa e la compresa compagnia,

e cio' che si ode e vede e si consente,

e l'incontro inatteso, e dire tu al mondo.

 

31. AGLI AMICI DELLA RETE RADIE' RESCH IN OCCASIONE DELLA DECIMA MARCIA PER LA GIUSTIZIA DA AGLIANA A QUARRATA

 

Lunga e' la via che mena alla giustizia

che reca in dono comprensione e pace,

e questa e' una buonissima ragione

per subito intraprenderla, gia' l'ora

e' tarda, presto giungera' la sera.

 

Ma questo viaggio reca incanti tali

che tutta sanno illuminar la stanca

vita, e recare rorido un ristoro

quando si apre il cuore e incontri il volto

dell'altro che e' gia' qui e che ti attendeva.

 

32. L'INTERPRETE

 

Mi informa compunta la televisione

che sulla strada tra Mossul e Tikrit

dei soldati americani hanno sparato

all'automobile di un diplomatico italiano

membro del governo di occupazione,

che si erano sbagliati e si sono dispiaciuti,

gli italiani sono buoni amici,

gli americani ragazzi un po' irruenti.

 

Dell'interprete iracheno assassinato

perche' parlarne? perche' scusarsi?

Il suo volto e il suo nome non contano,

la sua vita neppure.

 

Messo in abisso

qualcosa di distorto e di profondo

vi e' qui da interpretare, ma l'interprete

e' per l'appunto morto.

 

33. CANTATA PER DANILO

 

Giunse Danilo da molto lontano

in questo paese senza speranza

ma la speranza c'era, solo mancava

Danilo per trovarcela nel cuore.

 

Giunse Danilo armato di niente

per vincere i signori potentissimi

ma non cosi' potenti erano poi,

solo occorreva che venisse Danilo.

 

Giunse Danilo e volle essere uno

di noi, come noi, senza apparecchi

ma ci voleva di essere Danilo

per averne la tenacia, che rompe la pietra.

 

Giunse Danilo e le conobbe tutte

le nostre sventure, la fame e la galera.

Ma fu cosi' che Danilo ci raggiunse

e resuscito' in noi la nostra forza.

 

Giunse Danilo inventando cose nuove

che erano quelle che sempre erano nostre:

il digiuno, la pazienza, l'ascolto per consiglio

e dopo la verifica in comune, il comune deliberare e il fare.

 

Giunse Danilo, e piu' non se ne ando'.

Quando mori' resto' con noi per sempre.

 

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ARCHIVI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

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Numero 7 del 7 gennaio 2011

 

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