Telegrammi. 214



TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 214 del 7 giugno 2010
Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail:
nbawac at tin.it
 
Sommario di questo numero:
1. Il disarmo e la solidarieta'
2. Enrico Peyretti: La nonviolenza e' la via
3. Claire Colley: Durga, che ha cambiato il mondo
4. Il cinque per mille al Movimento Nonviolento
5. "Azione nonviolenta"
6. Segnalazioni librarie
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'
 
1. EDITORIALE. IL DISARMO E LA SOLIDARIETA'
 
Al crimine della guerra occorre opporre la pace e il disarmo, la difesa intransigente della vita e della dignita' di ogni essere umano.
Al crimine del razzismo occorre opporre la difesa di tutti i diritti umani di tutti gli esseri umani e la solidarieta' che tutti gli esseri umani raggiunge, riconosce, soccorre.
 
2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: LA NONVIOLENZA E' LA VIA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci messo a disposizione questo intervento gia' apparso nella newsletter del Centro "Sereno Regis" di Torino.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli, indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.serenoregis.org, www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.info e alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n. 68]

 

Guardiamo dal punto di vista della nonviolenza attiva l’arrembaggio cruento dell’esercito israeliano, il 31 maggio 2010, in acque internazionali, alle navi di attivisti di tante nazioni che portavano soccorsi umanitari alla popolazione di Gaza, illegittimamente assediata da Israele dopo la guerra del 2008-2009, che fu un perverso massacro di civili.

Chi aggredisce e uccide ha la massima colpa. Tutto il mondo umano è orripilato da questa azione, che si aggiunge ad una lunga storia tragica.

Se da una parte ci sono gli uccisi, dall’altra ci sono gli uccisori, e gli uccisi non hanno ucciso gli uccisori. Questa e' la differenza.

Alcuni commenti cinici del giorno dopo ("Il Sole 24 ore", "Il Foglio", "Il Riformista", "Il Giornale")  arrivano a giustificare e persino esaltare l’azione violenta di Israele, e a qualificare provocatoria e sospetta di violenza e di filoterrorismo l’azione di soccorso a Gaza.

Altri riducono la tragedia ad errori tecnici dell’azione militare. Ma l’arma uccide tanto se io lo voglio, quanto se sono incapace di avere senso di responsabilita'.

Certo, violare un assedio crudele e' una provocazione, e' violazione di un divieto ingiusto.

Obbedire le leggi non e' l’unico modo di rispettarle. Esse devono essere osservate quando sono la forza del debole. Quando invece non sono giuste, cioe' quando sanciscono il sopruso del forte, bisogna  battersi perche' siano cambiate, anche col disobbedirle (cfr. Lorenzo Milani, L’obbedienza non e' piu' una virtu' - Lettera ai giudici, Libreria Editrice Fiorentina, s. d., pp. 37-38).

La legge imposta a Gaza con la guerra e' puro e semplice sopruso di chi ha la forza materiale e omicida.

La comunita' internazionale dovra' giudicare, anche penalmente, questo ultimo atto, ma, di piu', dovra' esigere che l’antico diritto delle genti, maturato nei moderni diritti umani, e nei doveri umanitari verso ogni popolo bisognoso e colpito, sia fatto valere dalle istituzioni internazionali riguardo a tutti gli stati e a tutte le potenze militari ed economiche.

Non c’e' civilta', non c’e' umanita', senza effettivo diritto delle persone e dei popoli, reciprocamente rispettato e valorizzato.

Noi non condividiamo la difesa armata dei palestinesi, perche' imita e si lascia contagiare dalla violenza del dominio; perche' non e' davvero efficace a rendere liberta' e giustizia alla popolazione vittima; perche' l’uso delle armi, anche per una causa giusta, corrompe sempre l’animo e disumanizza chi si affida ad esse.

Tuttavia non possiamo disconoscere, con Gandhi, il diritto di ogni oppresso di difendersi come sa e puo', se non conosce i mezzi e la forza della nonviolenza. Ma la civilta' araba dovrebbe riscoprire e valorizzare le sue proprie esperienze storiche di spiritualita' nonviolenta, e di forte lotta nonviolenta - che noi abbiamo tante volte evidenziato (basta cercare in internet Badshah Khan, Islam e nonviolenza, e simili voci) - nonostante le violenze che sono nella storia islamica come in tutte le culture e tradizioni.

Nonostante tutto, noi difendiamo questo ennesimo tentativo di soccorrere il popolo prigioniero di Gaza, anche se qualcuno dei partecipanti fosse simpatizzante della lotta armata. In nessun modo cio' giustifica, la' dove il mare e' di tutti, l’arresto e l’uccisione dei membri di una spedizione umanitaria.

Sarebbe stato meglio (tutto e' sempre perfezionabile) che l’operazione su Gaza dichiarasse con evidenza la scelta netta dei mezzi nonviolenti, come fece la spedizione di solidarieta' a Sarajevo assediata, nel dicembre 1992. Ma nessuno deve diffamare questa operazione umanitaria. Sarebbe stato possibile concordare un controllo pacifico senza assalto armato.

Lo stato di Israele, per esistere tra gli altri, deve imparare, come tutti devono imparare, a vivere nella comunita' dei popoli con uguale diritto e dignita', sotto le leggi internazionali. Deve accettare l’uguaglianza dei diritti umani, senza discriminazioni etniche, e l’uguale cittadinanza di chi abita, lavora, contribuisce ad una comunita' politica, avendo una diversa origine nazionale. I popoli sono ormai tutti vasi comunicanti, sulla base del diritto comune, e l’identificazione stato-nazione (lo stato etnico) e' retrograda e pericolosa per gli inclusi come per gli esclusi. Il non uccidere ne' opprimere e' la condizione per vivere tutti.

L’estremismo di stato di Israele incoraggia l’estremismo della lotta di liberazione palestinese, e viceversa. Le persone sagge lo capiscono, da una parte e dall’altra. Esse soffrono, come noi, insieme alle vittime, la stoltezza della violenza, comunque giustificata.

Palestinesi e arabi torinesi indicono per venerdi' 4 una giornata della collera. I diversi linguaggi devono comprendersi. Quello che noi italiani diremmo indignazione, dolore, protesta, grido, si chiama collera nella storia del conflitto israelo-palestinese. Un  sentimento giusto deve trovare vie giuste, piu' giuste dell’offesa ricevuta. Noi intendiamo aiutare in questo momento i palestinesi e il mondo arabo ad essere differenti dal governo di Israele, a superarlo in umanita' e giustizia di fronte al mondo, escludendo reazioni violente.

La via della pace, del riconoscimento reciproco dei dolori, antichi o recenti, sofferti dai due popoli, ha subito una nuova gravissima interruzione. La via della pace, cioe' della vita, va sempre ricostruita, come ogni giorno si mettono al mondo bambini mentre i vecchi si congedano dal mondo, speriamo in modo sereno. Non si deve aggiungere morte artificiale, ma sostenere la vita. Bisogna deporre l’odio che deturpa il volto umano di chi lo nutre e rovina il valore di popoli e civilta'.

Vediamo due linee di azione concreta e costruttiva di pace.

La prima: un’azione di boicottaggio che estenda almeno il rifiuto di acquistare prodotti israeliani tratti dai territori palestinesi occupati e quindi imponga riduzione e interruzione di questo commercio. E’ un’azione nonviolenta concreta contro l’ingiusta occupazione, colonizzazione, discriminazione.

La seconda: un’opera culturale e informativa che favorisca la distinzione tra la politica del governo di Israele e il popolo di Israele, tra le comunita' ebraiche e lo stato di Israele, tra i palestinesi violenti e il popolo palestinese che vuole vivere. Nessun blocco e' totalmente compatto, se non sotto la minaccia esterna. Ridurre ogni minaccia e sviluppare la parola e' una via per la pace giusta. Non si tratta della misera tattica di scavare divisioni nel campo avversario: si tratta di liberare energie vive e costruttive imprigionate nel cemento e nel ghiaccio della cieca compatta logica di paura e di guerra.

E' vero che grande parte del popolo di Israele approva la politica del governo, ma sia gli eccessi stolti di questo, sia il dibattito internazionale senza confini, sia una reazione di moralita' superiore, possono sviluppare la dialettica interna a quel popolo e le volonta' di pace presenti in esso.

Le comunita' ebraiche della diaspora, e' comprensibile che simpatizzino e solidarizzino con lo stato di Israele, dopo la lunga storia di persecuzioni nella condizione di minoranze non protette. Ma per rispetto della grande tradizione morale e intellettuale ebraica, a cui siamo tutti debitori, ci attendiamo che crescano le posizioni piu' libere e critiche riguardo ad una politica che isola e rende insicuro, mette in pericolo e rende pericoloso per tutti lo stato di Israele.

Identificare popolo e governo, ebrei della diaspora e Israele, palestinesi e violenti, filo-palestinesi e filo-terroristi, serve solo a impedire ogni possibile dinamica e articolazione del conflitto verso una riduzione della violenza e una crescita della coscienza dei diritti e delle sofferenze.

Vale per tutti, persone e popoli, ebrei e arabi, israeliani e palestinesi, e ogni persona col suo prossimo, la constatazione che l’offesa e il male patiti, se non li dominiamo con una superiore coscienza del bene e del giusto, ci contagiano, ci peggiorano, ci degradano nella paura e nella vendetta, ci trasformano da vittime in offensori, cosi' che offendiamo anche il diritto e la dignità che sono stati colpiti in noi da chi ci ha fatto del male: colpiti, ma non distrutti.

L’offesa puo' farci soffrire, ma non puo' mai togliere ne' ridurre la nostra dignita'. Solo con questa coscienza forte saremo in grado di non essere distrutti interiormente dall’offesa, e quindi di potere respingerla coi mezzi del diritto, della ragione, della resistenza, delle regole civili di soluzione costruttiva dei conflitti. Ogni vittoria con le armi e' vittoria delle armi sulla ragione stessa di chi le ha usate.

Chi offende per vendetta la dignita' e la vita altrui, si illude tragicamente di difendere la propria vita e dignita', e invece la offende degradandosi. Ogni colpo dato o restituito all’altro e' un colpo contro la mia stessa dignita' e valore. In ogni persona, in ogni popolo, siamo una sola, unica umanita'.

 

3. TESTIMONIANZE. CLAIRE COLLEY: DURGA, CHE HA CAMBIATO IL MONDO

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di Claire Colley apparso su "The New Internationalist" il 12 maggio 2010]

 

Durga Sob aveva dieci anni quando capi' di far parte dei dalit, e cioe' della classe degli “intoccabili” del Nepal. “Ho bevuto da una brocca che altre persone usavano e, condividendo quest'acqua, l'ho resa 'sporca'. Mi hanno urlato contro e cacciato via. Lo dissi a mia madre e lei rispose: Dio ci ha fatti dalit, ed e' cosi' che vanno le cose. E' stato allora che ho compreso la sofferenza dell'essere dalit ed ho voluto agire per il cambiamento”.

Le ingiustizie di cui ha fatto esperienza durante l'infanzia, nel remoto villaggio di Silgadi del Nepal occidentale, hanno ispirato Durga a fondare l'Organizzazione femminista dalit (Ofd) per lottare contro le discriminazioni di casta e di genere.

Il Nepal e' uno dei piu' poveri paesi asiatici ed i dalit rappresentano circa il 20% della sua popolazione. Il termine “dalit”, scelto dalla comunita' stessa, significa “gente spezzata”, e sebbene le discriminazioni di casta siano fuorilegge dal 1963, nella pratica restano assai diffuse. I dalit vengono consideranti “inquinanti” e soffrono una sorta di apartheid: “A noi vengono spesso negati alloggi decenti, l'accesso alle cure sanitarie e ad altri servizi pubblici, l'uso delle fontane e l'ingresso ai templi”, racconta Durga, “Le donne dalit soffrono di una triplice oppressione, e sono al posto piu' basso. Come donne sono gia' cittadine di seconda classe, ma come Dalit sono soggette all'esclusione sociale e poiche' sono la categoria piu' povera in Nepal sperimentano una miseria cronica”.

In effetti, piu' del 90% delle donne dalit vive sotto la soglia di poverta' e la loro aspettativa di vita e' di soli 51 anni, contro la media nazionale di 59. L'istruzione e' anch'essa negata a molti dalit. Circa l'80% delle donne dalit sono analfabete e la prima pietra miliare che Durga ha posto e' stato l'essere ammessa a frequentare la scuola: “Mia madre, una donna meravigliosa, mi ha incoraggiata nonostante tutti le dicessero che stava buttando via i suoi soldi”. Le ragazze dalit di solito lavorano in casa e si sposano giovani.

Sebbene fosse continuamente oggetto di discriminazioni e bullismo, Durga si diplomo' a 16 anni. Sentendosi del tutto uguale ai suoi compagni di classe e rompendo ancora una volta le regole imposte dalla casta, comincio' ad insegnare inglese ad altri dalit: “Sentivo che non era un bene che io fossi l'unica istruita: dovevo istruire altre persone. Portavo tutte le ragazze a casa mia e insegnavo a loro. Dopo di che, molte di esse sono andate a scuola ed hanno completato la loro istruzione”.

Trasferitasi a Kathmandu quando aveva 19 anni, Durga comincio' a lavorare per l'ong "Action Aid", e fu li' che incontro' la femminista americana Robin Morgan, e le racconto' della situazione in cui si trovavano le donne dalit. Nonostante fossero in corso molti progetti che miravano a migliorare le condizioni delle donne nepalesi, nessuno di essi si rivolgeva specificatamente alle donne dalit. Robin Morgan incoraggio' Durga a fondare l'"Organizzazione femminista dalit" nel 1994. I primi tempi furono duri: “Avevamo bisogno di sette donne dalit nel direttivo prima di poter registrare l'organizzazione, e fu difficile trovare persone che desiderassero impegnarsi o che fossero istruite: l'oppressione di cui soffrivano era troppo pesante”. In piu', le donne delle aree urbane non desideravano identificare se stesse come dalit ed esporsi.

Durga ha anche dovuto sopportare i pregiudizi di altre donne attiviste: “Le donne delle caste alte non ci accettavano ed io ero abitualmente discriminata”. Tuttavia, abituata a quel trattamento, continuo' a lottare per l'inclusione: “Inizialmente, l'Ofd era piccola e concentrata sull'istruzione informale e i programmi per generare reddito. Cominciammo il nostro lavoro nel distretto di Lalitput tenendo corsi di alfabetizzazione per cinquanta donne anziane. Questi ebbero successo, cosi' piu' tardi ci occupammo dell'istruzione formale, della salute e delle attrezzature sanitarie (l'Ofd ha istruito cinquanta operatrici sanitarie dalit), e di suscitare consapevolezza”. L'Organizzazione femminista dalit oggi e' presente in 45 distretti del Nepal e conta 40.000 socie.

Circa 3.000 bambini dalit sono stati mandati a scuola grazie alla campagna pro istruzione dell'Ofd, 5.000 donne hanno beneficiato dei suoi programmi di microcredito, e 2.000 nuovi gruppi di donne si sono formati grazie ad essa.

Il Nepal e' pero' un paese che si sta riprendendo da dieci anni di guerra civile, terminata nel 2007, e poiche' i dalit vengono associati nella percezione generale ai guerriglieri maoisti, la comunita' ha sopportato le violenze peggiori. Le donne dalit sono particolarmente vulnerabili a tutte le forme di violenza di genere, inclusi gli abusi domestici, il traffico a scopo di prostituzione, e l'uso dello stupro quale arma di guerra. In risposta, l'Ofd ha dato inizio ad una collaborazione con l'ong britannica "Womankind" per aprire centri di guarigione e sostegno per le donne dalit sopravvissute alla violenza. Oggi ne sono attivi quattro e almeno 1.800 donne ne hanno beneficiato: “La risposta all'apertura dei centri e' stata impressionante. Per la prima volta le donne dalit sono state in grado di infrangere il tabu' ed hanno parlato della violenza che hanno subito. Molte ora capiscono che la violenza non fa necessariamente parte delle loro vite quotidiane”.

Cruciale per l'empowerment e' la conoscenza dei propri diritti, e l'"Organizzazione femminista dalit" fa a questo proposito uso della Cedaw (la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne, varata dalle Nazioni Unite nel 1979) come supporto legislativo: “Istruiamo le donne su come compilare le denunce alla polizia, per assicurarci che abbiamo accesso egualitario alla giustizia”, spiega Durga, “Le donne spesso mettono immediatamente in pratica cio' che imparano e la Cedaw e' vista come una base per lottare contro l'oppressione. Questo e' stato un enorme cambiamento nel modo di pensare delle donne dalit”.

L'attuale situazione di dopoguerra in Nepal, pur essendo un momento difficile, rappresenta anche un'opportunita' per la comunita'. A seguito dell'accordo di pace del 2006 i partiti politici stanno ora formulando una nuova Costituzione per il paese: “Fino ad ora, in termini di partecipazione e rappresentanza non c'era mai stata alcuna donna dalit in una posizione di potere. Anche questo sta cambiando: 25 donne dalit sono state elette come membri dell'Assemblea Costituente e questo lo ritengo uno dei miei piu' felici successi. Il processo di formazione della Costituzione e' un'opportunita' unica per assicurarsi che essa garantisca eguaglianza e, per la prima volta nella storia del Nepal, le donne dalit sono rappresentate nel processo politico”.

L'orgoglio di Durga e' palpabile: “Ci sono voluti quindici anni, e siamo ancora allo stadio iniziale, ma l'Organizzazione femminista dalit ha creato l'ambiente in cui le donne dalit hanno cominciato a vedere se stesse come cittadine degne di rispetto".

 
4. APPELLI. IL CINQUE PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
 

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi si puo' destinare il cinque per mille al Movimento Nonviolento.

Non si tratta di versare denaro in piu', ma solo di utilizzare diversamente soldi gia' destinati allo Stato.

Destinare il cinque per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e' facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il numero di codice fiscale del Movimento Nonviolento, che e': 93100500235.

*

Per ulteriori informazioni: tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org

 
5. STRUMENTI. "AZIONE NONVIOLENTA"
 
"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Redazione, direzione, amministrazione: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e 15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 30 euro sul ccp n. 10250363 intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
 
6. SEGNALAZIONI LIBRARIE
 
Riletture
- Colloqui con Marx e Engels. Testimonianze sulla vita di Marx e Engels raccolte da Hans Magnus Enzensberger, Einaudi, Torino 1977, pp. VIII + 598.
*
Riedizioni
- Davide Pietroni, Rino Rumiati, La mente che negozia. Come la psicologia ci insegna a contrattare in economia, Il sole 24 ore, Milano 2008, 2010, pp. XII + 162, euro 9,90.
 
7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
 
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
 
8. PER SAPERNE DI PIU'
 
Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it
Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/
 
TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 214 del 7 giugno 2010
 
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